Fabrizio Testa

Fabrizio Testa

Rebus romagnoli in lo-fi

intervista di Valerio D'Onofrio

Fabrizio Testa è un musicista milanese attivo dal 2010, dedito a vari progetti che spaziano dalla ballata folk lo-fi eccentrica, alla ricerca sonora ai confini dell'avanguardia, a una capacità di descrivere se stesso, sia attraverso i paesaggi malinconici e semi-abbandonati del litorale romagnolo in inverno, sia con un senso di decadenza che pervade gran parte dei suoi lavori, in particolare la piccola perla per piano di "Music For Adriatic Colonies". Nel 2018 conclude le due tetralogie che hanno occupato - fino ad adesso - la sua carriera; quella a suo nome - con accenti più sperimentali - si chiude con "Rebus", quella del suo "alter ego" romagnolo chandleriano Il lungo addio, si chiude con "Tutti nuotammo a stento". 

fabrizio_testaNel 2018 hai pubblicato due album in breve tempo, uno a tuo nome, l’altro a nome Lungo Addio. In entrambi in casi, chiudi una tetralogia iniziata - nel primo caso - con "Mastice" (2013), "Morire" (2014) e "Bestiario" (2015) e con "
Disperate abitudini" (2013), "Pinarella Blues" (2014) e "Fuori stagione" (2016) nel secondo. C’è un filo conduttore che unisce le singole tetralogie?
Effettivamente non ci avevo mai pensato. E’ una bella interpretazione la tua. Nel primo caso sono d’accordo con te. "Rebus" chiude in maniera definitiva un lavoro cominciato con "Mastice" e proseguito con "Morire" e "Bestiario". Se dovessi mai realizzare un altro disco a mio nome, le intenzioni saranno completamente diverse. Il Lungo Addio invece non è una trilogia ma solo dischi differenti che continuano il percorso nel folk-pop in lo-fi del progetto.

Nel tuo progetto hai scelto il nome di Lungo Addio con un chiaro riferimento al romanzo di Raymond Chandler, uno degli autori principali della letteratura hard-boiled, della letteratura poliziesca dura, fatta di antieroi perdenti, uomini sconfitti che trovano nell'impegno e nella strenua forza di volontà, la loro identità. Sei affascinato da personaggi come Philip Marlowe, Sam Spade o Mike Hammer?

Esattamente. I personaggi perdenti e perduti, al confine, senza meta ne via d’uscita mi hanno sempre conquistato. Forse perché anche io, per via di varie vicissitudini, mi sento un po’ così. Ma il bello di questi personaggi è che non si arrendono mai. Come un pugile sul ring. Si rialzano barcollanti in attesa del match finale.

Perché hai trovato nella riviera romagnola il luogo adatto per Il Lungo Addio? In un’intervista a Rumore la definisci addirittura uno stato mentale.
E’ difficile rispondere a questa domanda. Diciamo che sono sempre stato un bambino malinconico che casualmente frequentò la riviera negli anni spensierati della giovinezza vivendosela con un retrogusto amaro. Forse oggi sono più centrato rispetto al passato, ma lo “stato mentale” che mi attraversava in quel periodo è rimasto nelle trame della mia pelle. Ecco perché quella porzione di costa è così importante e determinante per lo sviluppo del progetto.

In "Rebus", invece, non canti ma dai spazio a una lunga serie di musicisti. Perché questa scelta?
Sicuramente per allontanarmi da quello che poteva poi figurare un progetto simile. Ho avuto la fortuna di ascoltare tantissima musica differente. Dal rock al jazz, passando per la classica e la musica sperimentale. I dischi a mio nome sono un frullato di queste esperienze sonore che ho deciso di condividere con tanti musicisti che apprezzo e stimo. Mi sento più un regista, un direttore d’orchestra che guida gli altri verso un risultato sempre differente.

In "Rebus" ci sono brani molto diversi tra loro, uno folk-blues, altri più sperimentali. C’è qualcosa che li unisce?
Beh, penso che forse il filo conduttore sia proprio l’utilizzo di amici e collaboratori. Insieme, anche se in sedi staccate, cerchiamo di creare veri e propri “atti” in musica. Come una specie di teatro-canzone che sconfina verso generi differenti.

Definiresti la tua musica triste e malinconica, come appunto il “mare d’inverno”? Quanto ti rispecchia realmente?
Sì, la mia musica è malinconica ma non la definirei triste. La malinconia è un sentimento che mi appartiene. Sono sempre stato un allegro malinconico. Una persona positiva che ogni tanto, a volte spesso, viene attraversata da lame di malinconia. Le canzoni che scrivo fungono in ogni caso da terapia e rappresentano me nel 90% dei casi.

Oggi siamo bombardati da mille stimoli, viviamo in una sorta di “infosfera” dove a volte sembriamo più subire questo eccesso di informazioni. La musica è praticamente ovunque e ogni anno sono pubblicati migliaia e migliaia di album. A questo punto, cosa può rappresentare il rock o in generale la musica giovanile oggi? E’ più “rock” quello strano personaggio di Young Signorino, ad esempio, o una band affermata che fa la stessa musica da 30 anni?
Io non apprezzo molto questo bombardamento. E non si tratta di un modo di ragionare da uomo del 900. Diciamo che questa maniera di produrre e rilasciare musica come succede oggi ha creato una falla nella testa delle persone. I giovanissimi non “ascoltano” più la musica. La attraversano. E attraversare spesso significa anche “dimenticare”. Per rispondere alla tua seconda domanda dico: se una band che suona da trent’anni è la barzelletta di se stessa allora sì, Young Signorino è più punk. Sicuramente più attuale e immediato.

Vedi qualcosa di positivo nella scena rap o trap italiana di oggi?
Tutte le musiche, tranne il pop più mainstream, nascono da sub-culture. Modi di vivere, ribellione, disagio, condizioni economiche diverse. E tutto questo è molto affascinante. Il fatto che si riesca a raccontare in musica il proprio disagio e cantarlo arrivando alle persone è già un traguardo. E questo negli anni è successo prima con il rap e adesso con la trap. Questa è la visione positiva di questa realtà. Poi però ci sono le case discografiche, i soldi, il peso del successo che rovinano sempre tutto. Vedremo cosa succederà.

Nella tua musica quanto è importante il cinema, una tua grande passione.
Il cinema è una passione che ho sviluppato molto prima della musica. Sono stato un bambino precoce. Quando gli altri ragazzini guardavano ancora i cartoni animati, io avevo già visto parecchi cult. Come nella musica, adoro i generi più disparati, dai film d’autore, ai grandi classici passando attraverso i B-movie e i film di genere. Penso che nella mia musica si respiri molta pellicola cinematografica. Devi essere però un esperto per cogliere tutte le citazioni.

Vivi a Milano ma hai girato molto, vivendo anche a Parigi. Come trovi la vita culturale milanese rispetto a quella di altri paesi?
Milano è una città discutibile sotto parecchi punti di vista. E’ troppo cara e il lavoro è sempre più carente. Gli affitti sono alle stelle e sta diventando, anno dopo anno, inaccessibile quanto Londra o Parigi. La vita culturale è vivace e interessante. Ogni giorno puoi trovare in giro concerti, mostre, rassegne cinematografiche ecc. Quindi debbo dire che sono felice di abitarci anche e soprattutto per questo motivo. Ma io sono nato qui e sono un po’ di parte probabilmente.

Hai scritto un libro ma non lo hai mai pubblicato, un giorno lo pubblicherai?
Vedremo. In questo momento preferisco concentrarmi sulla musica.

So che ascolti tantissima musica e vedi tantissimi film. Puoi darci qualche titolo di cui non potresti mai fare a meno?
Penso sia difficilissimo se non impossibile. Però ci provo egualmente. Per quanto riguarda la musica: "The Night" dei Morphine; "Os Dias da MadreDeus" dei Madredeus; "I’m Your Man" di Leonard Cohen. Mentre per quanto riguarda il cinema posso dire: "Paris, Texas" di Wim Wenders, "Il Cacciatore" di Michael Cimino e "Il sorpasso" di Dino Risi.

Secondo te, chi è oggi che incarna l’anima più autentica della musica rock o popolare e perché.
Probabilmente Eddie Vedder perché, dopo Springsteen, lo reputo una grande rockstar popolare.

I tuoi due album del 2018 chiudono due tetralogie. Vuol dire che d’ora in poi cambierai tipi di progetto o che ti prenderai una lunga pausa? 
Per quanto riguarda i progetti a mio nome, sicuramente una pausa è d’obbligo. Penso di aver esaurito quel percorso e semmai dovessero essercene altri, questi accadranno sicuramente in un futuro lontano. Per quanto riguarda il Lungo Addio, invece, che sento più vicino per sensibilità e immediatezza, tra poco uscirà un singolo accompagnato dal primo video ufficiale. Una canzone che non sarà inclusa in nessun disco. Poi vedremo quale sarà il prossimo desiderio anche se, a dirla come Cioran, "all'interno di ogni desiderio lottano un monaco e un macellaio".



Discografia
 FABRIZIO TESTA 
   
Mastice (autoprodotto, 2013)  
Morire (autoprodotto, 2014) 
Music For Adriatic Colonies (autoprodotto, 2014) 
 Bestiario (autoprodotto, 2015) 
Free Camilletti! (Ep, autoprodotto, 2016) 
Rebus (autoprodotto, 2018) 
   
 SHANE DE LEON/FABRIZIO TESTA 
   
 Shane De Leon/Fabrizio Testa (Ep, autoprodotto, 2014) 
   
 IL LUNGO ADDIO 
   
 Io non sarò qui (autoprodotto, 2010) 
 La fine del mondo a Milano marittima (autoprodotto, 2010) 
 Il lungo addio (autoprodotto, 2011) 
 The Plague Dogs (autoprodotto, 2012) 
 Cesenatico (singolo, autoprodotto, 2012) 
 Musica, piadine e misantropia (autoprodotto, 2013) 
 Disperate abitudini (Wallace, 2013) 
 Pinarella Blues (Wallace, 2015) 
 Fuori stagione (Wallace, 2016) 
 Tutti nuotammo a stento (Wallace, 2018) 
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(2014 - autoprod.)
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Mastice

(2013 - Tarzan)
Esordio solista per il cantore milanese, trasfigurato a scultore di suono

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