Farmer Sea

Farmer Sea

Passato, presente e futuro del pop italiano

intervista di Lorenzo Righetto

La cosa che mi ha colpito nel leggere di voi nelle varie recensioni di "A Safe Place" - in particolare essendoci "cascato" anch'io in maniera del tutto involontaria - è il fatto che, sia come punto negativo che come punto positivo, si fa riferimento all'internazionalità della vostra proposta. Forse sempre con un po' di provincialismo, tutto sommato. Facciamolo dire a voi stessi: considerate la vostra musica "internazionale"?
E come potremmo non considerarla internazionale? Anche chi canta in italiano in ambito pop-rock attinge da sonorità che italiane proprio non sono, visto che di autoctono oltre alla musica napoletana c'è poco altro, figurarsi noi che cantiamo in inglese. A volte sembra che sia una colpa essere nati a Torino, dovremmo avere una pronuncia più maccheronica per far capire che in fondo siamo italiani?

Pensate che se foste nati a Londra o a Austin avreste fatto lo stesso tipo di musica, o l'ambiente torinese vi ha comunque condizionati verso un certo tipo di riferimenti, di stili?

Siamo un caso abbastanza isolato a livello stilistico, dalle nostre parti. Per cui non abbiamo avuto nessun condizionamento e credo che avremmo suonato le stesse cose da qualunque altra parte.

So delle attenzioni che avete ricevuto in Inghilterra già dal precedente disco, ma come si traduce questa vostra "internazionalità"? Avete in programma tour all'estero (o lo state progettando), vi aspettate di comparire sulla stampa di settore anche a livello europeo?

Anche il disco nuovo sta ricevendo attenzioni all'estero, ne hanno parlato bene negli Stati Uniti, in Francia, Spagna, Inghilterra... Anche in Giappone ci hanno recensito bene e abbiamo venduto un po' di dischi. Non ci aspettiamo nulla perchè abbiamo sempre i piedi per terra, ma ovviamente la speranza che qualche media più grande si accorga di noi c'è. Sul fronte live abbiamo qualche contatto con gli Stati Uniti, speriamo che questa possibilità si concretizzi.

E' davvero più facile farsi conoscere oggi, almeno in Europa? Voi avete scelto la distribuzione libera della vostra produzione. Lo avete fatto come scelta "convinta", o anche come resa allo stato attuale delle cose? Detta in modo tranchant, il mondo è migliore o peggiore per una giovane band italiana (o americana) senza Megaupload?

Oggi c'è una moltitudine di canali che permette di farsi conoscere in tutto il mondo senza particolari difficoltà. Non c'è più Megaupload ma il futuro è nello streaming, e ci sono, tra gli altri, Bandcamp e Soundcloud che funzionano benissimo in questo senso. Quella di autoprodurci e autodistribuirci non è affatto una resa, anzi è un punto di partenza: il web offre possibilità che fino a qualche anno fa erano impensabili, e in più l'autoproduzione permette di avere il controllo totale sulla propria musica senza l'intermediazione di persone incompetenti e inqualificate, di cui purtroppo il settore è pieno. Il punto chiave è che non ha senso dare dei soldi a un'etichetta perchè stampi e distribuisca il tuo disco, quando puoi farlo da solo, soprattutto se l'etichetta non è in grado di darti un vero valore aggiunto. Insomma è una scelta, faticosa ma appagante, che consigliamo a tutti.

Dopo la collaborazione per "Low Fidelity In Relationships" con un produttore esterno (Maurizio Borgna), siete tornati in questo "A Safe Place" ad autoprodurvi. È la dimensione che preferite, in fin dei conti? Mi sembra che vi venga molto bene...

Ormai abbiamo acquisito una certa esperienza per cui ci è stato possibile lavorare direttamente alla produzione del disco, e al suono che avevamo in testa. Devo dire che ci siamo anche divertiti molto a farlo, e ci piacerebbe metterci alla prova anche al di fuori dei Farmer. In futuro comunque non escludiamo di collaborare nuovamente con qualcuno di esterno, anche perchè la nostra dimensione preferita rimane quella della band.

Torniamo alle critiche che avete subito, per fortuna in rare occasioni. Se non sono d'accordo con chi se la prende col fatto che cantate in inglese, che fate musica troppo "internazionale", etc., una cosa mi fa un po' vacillare: dovessi ascoltare una vostra canzone senza sapere che è vostra, sarebbe obiettivamente difficile attribuirla a voi. Condividete questa osservazione? È una cosa che vi "preoccupa"?

Non siamo affatto preoccupati, perchè crediamo di avere un nostro suono e una nostra identità ben definiti, che poi è la cosa che ci interessa di più. A leggere certe critiche, sembra che cantare in inglese ti faccia essere automaticamente derivativo, mentre con l'italiano puoi essere il nuovo Battisti con immutata personalità. Cosa vuol dire "far musica troppo internazionale"?! Qualcuno in Belgio avrà mai criticato i dEUS perchè non cantano in fiammingo? La risposta viene da sé. Forse è la critica ad essere troppo provinciale... Se riconosci che siamo una band di livello internazionale, dovresti essere orgoglioso, anziché infastidito.

Uno dei temi principali di "A Safe Place" è la paura. È per voi un argomento del tutto personale, o cercate anche di interpretare un sentimento quasi generazionale, "esistenziale" per metterla giù dura?
Quando abbiamo terminato il disco, dopo due anni in cui abbiamo dovuto affrontare molte scelte, sacrifici e momenti difficili, ci siamo accorti che c'era un filo conduttore tra legava le situazioni vissute ai dei testi, e questo tema era la paura. Per cui nasce come cosa esclusivamente personale, ma molte persone ci hanno detto di essersi riconosciuti nelle stesse sensazioni, quindi evidentemente abbiamo interpretato un sentimento diffuso.

Le classifiche italiane sono ancora popolate di greatest hits postumi, sia materialmente che artisticamente. Eppure dall'altra parte dell'Oceano è già qualche anno che artisti indipendenti conquistano premi una volta soppesati sul numero di dischi di platino. Un po' anche perché alcuni dischi cosiddetti "indie" vendono più del mainstream, ovviamente. Vi sembra naturale prevedere la stessa cosa per l'Italia, data la difficoltà di imporre nuove popstar nostrane da parte della cosiddetta industria discografica?
Non credo che in Italia possa succedere, almeno non a breve. Non vedo la volontà e il coraggio per spingere e supportare certe realtà a livello alto, e anche il grande pubblico evidentemente non è ancora pronto e chiede altre cose. Siamo un popolo nostalgico, con poca curiosità e moltà pigrizia culturale, che a livello musicale rimane spesso fossilizzato sugli ascolti dell'età adolescenziale. Finchè l'industria discografica continuerà a vivere grazie ai dinosauri, non penso che oserà mai rischiare qualche mossa.

Dato il periodo, vi chiedo anche un giudizio semiserio su questa edizione di Sanremo. Riuscite a immaginare, in questo crollo totale degli steccati, una vostra partecipazione al Festival? Con un pezzo in italiano, si intende...
Certo, ma a questo punto come ospiti internazionali! O al massimo in duetto con la Bertè, o Richard Benson... o chiunque fosse.

Qual è il sogno nel cassetto dei Farmer Sea?
Che domanda difficile. Uno a caso, un tour di spalla agli Yo La Tengo.


I Farmer Sea saranno in tour in Italia per le seguenti date:

06.04.2012 @ Scighera, MILANO (acustico)
11.04.2012 @ Le Mura, ROMA
12.04.2012 @      TBA
13.04.2012 @ Zena, CAMPAGNA (SA)
28.07.2012 @ Espace Populaire, AOSTA

Discografia
 Low Fidelity In Relationship (I dischi dell'amico immaginario, 2009)

7

A Safe Place (Dead End Street, 2012)

7

 Nobody Listens, Nobody Cares (Dead End Street, 2015)

5,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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(2012 - Dead End Street)
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lo-fi pop sognante per il debutto del gruppo torinese

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