Father John Misty

Father John Misty

Uno, nessuno e centomila

intervista di Guia Cortassa
‘Fear Fun’ di Father John Misty è stato senza dubbio uno degli highlight dell’anno appena finito. L’album della svolta, per Josh Tillman, che ricomincia da  sé – e dal proprio nome – dopo una lunga serie di dischi solisti e una parentesi alla batteria dei Fleet Foxes. Lo incontriamo a Bologna, qualche ora prima della seconda delle due date italiane del suo tour europeo, per fare il bilancio di questa nuova esperienza, e capire cosa ci sia stato dietro questa scelta.

Sei stato in tour in un gruppo, con i Fleet Foxes, poi da solista, esclusivamente tu e la tua chitarra, e ora sei in giro con una backing band. Che differenze trovi tra queste diverse situazioni?

Credo che la differenza sia abbastanza ovvia, in questo tour mi sento molto più coinvolto. Con i Fleet Foxes andavo a letto sul tourbus alle 8 del mattino, mi svegliavo alle 16,30, facevo il soundcheck, suonavo – le stesse cose, per due anni e qualcosa –, e poi di nuovo a dormire. Questa volta non è così differente logisticamente, ma lo è per la filosofia e i principi che ci sono dietro: suono le mie canzoni, e sul palco faccio cose molto diverse. Tutti vogliono sapere in cosa le due esperienze si distinguano, e fondamentalmente la risposta è dal punto di vista creativo; ma essere in tour è essere in tour è essere in tour, per i Radiohead funziona uguale. Sei su un pullman, non mangi, non dormi, suoni.

Quindi, per te, essere sul palco da solo o con altri musicisti è uguale?
Sì. L’unica differenza è suonare con una band o suonare senza una band.

Stando a ciò che dice Wikipedia, io e te abbiamo più o meno la stessa età...
Quindi hai anche tu 135 anni?

[ride] Sì! Crescendo negli anni ‘90, i miei generi di formazione sono stati l’ultimo grunge e il Brit Pop. Con che musica sei cresciuto tu?
Probabilmente ascoltavi musica molto più cool di me! Però, sì, amavo il grunge, ne amavo l’angoscia esistenziale, era adatto a me. Ancora adesso mi chiedo come alle altre persone potessero piacere il grunge e tutta quella musica desolata, depressa, fatalista... andavo alle superiori con persone sorridenti e in pace con se stesse che ascoltavano gli Alice in Chains, e mi domandavo “Cosa prendono loro da questo genere?”, io mi sentivo da solo senza musica.
Al liceo ascoltavo Bob Dylan, mi sono totalmente fissato con l’idea di comunicare solo con un testo; a un certo punto ho realizzato che tutta la rabbia e l’angoscia erano solo una moda del momento, e quindi, con il mio carattere, mi sono detto “riduciamo la musica sempre di più, fino ad arrivare al suo vero elemento” e quello, per me – e dico per me, perché la stessa cosa non vale per tutti – era una persona con un pezzo di legno non amplificato che cantasse parole scritte da lei. Quella era l’espressione più vera, il diamante. Ho pensato “Se riesci a comunicare in quel modo, allora stai veramente comunicando”.

Parliamo un po’ di "Fear Fun": l’ho ascoltato abbondantemente, e ci sono un paio di cose su cui vorrei discutere con te. La prima riguarda la religione. So che sei cresciuto in una famiglia cristiana, in un ambiente molto religioso, e si intravede molta di questa educazione nel disco - dalla citazione di Babylon in aperture, alle vicende di John the Baptist, Mary e Jesus Christ in "Everyman Need A Companion”; alcuni dei brani, come "O, I long..." hanno addirittura un’atmosfera gospel. È stata una scelta intenzionale, o è capitato in modo inconscio?
Beh, entrambi. Il mio istinto è di scrivere in questo modo e di usare questo linguaggio, ma devo scegliere di seguirlo, di non reprimelo. Il fatto che non sia musica devozionale abbinata a questo genere di immaginario mi interessa molto, probabilmente è ciò che io posso aggiungere al canone cantautorale, tipo “Hey, quello è il tizio che ama occasionalmente inserire dell’iconografia biblica in canzoni altrimenti completamente non bibliche”. Ho parlato di questa cosa con altre persone, anche con i membri della band, perché vedono che non sto pregando Dio, ovviamente. Penso che per molta gente che è cresciuta con la religione l’impulso sia di ometterla pericolosamente del tutto dalla propria vita, e di contestarla non parlandone, non lasciandola entrare nel processo creativo. Ma è la mia vita, che mi piaccia o meno. Avrei profondamente preferito che quella non fosse stata la mia esperienza, per la mia vanità, ma invece è stato così, e ora credo sia divertente.

Però, allo stesso tempo, insieme all’iconografia cristiana parli di sciamani, di teepees, di ayahuasca, che sono l’esatto opposto...
No, no, non lo sono, è la stessa cosa, è solo differente! Nel libro che c’è nell’album è una delle cose principali di cui parlo; alla fine della storia questo guaritore energetico e il protagonista – che poi sono io – finiscono nello stesso al di là, e litigano, dicono “Ma io lo chiamavo così” “Io invece cosà”, e un altro ribatte “Io non credevo neanche nell’al di là ma sono qui”, è tutto misticismo umano. Non so cosa farci.

Quindi tu hai una tua spiritualità?
Creo significati da me stesso.

Non è solo una ribellione nei confronti di ciò che sei stato, allora...
No, se fossi stato pieno di odio avrei scritto come una specie di Richard Dawkins musicale. Se qualcosa è così ovviamente non vera, per te, ci puoi giocare, non devi distruggerla, perché è ovviamente non importante, hai la libertà di poterci giocare. Questo è ciò che faccio, è il mio linguaggio. Uso storie e riferimenti biblici in continuazione perché è quello in cui sono cresciuto. Se fossi nato in un villaggio africano, il tuo linguaggio sarebbe stato quello, solo non avresti potuto avere così tanti soldi.

fjmtxtUn altro modo in cui si più interpretare ‘Fear Fun’ è quello di un romanzo – un disco, in questo caso – di formazione, in stretta relazione con tutta quella letteratura in cui il viaggio diventa metafora per un cambiamento interiore radicale. Quanto calza questo con la tua esperienza?
Effettivamente non è molto distante. Credo che una delle cose che renda il disco interessante è che mentre faccio una cosa del genere contemporaneamente ne faccio della satira, prendo in giro quell’impulso, perché oggi è un tale cliché che non puoi resistere. È come se in questo momento storico ci fosse una sorta di iper-consapevolezza che da uno scrittore ci si aspetti proprio questo. Non è più inaspettato, non è più nuovo, vediamo tutti che circolano così tante informazioni, tutti hanno già sentito qualsiasi storia, qualsiasi canzone, qualsiasi cosa. Criticare me stesso mentre scrivo, e criticare tutto il sistema, penso sia una cosa che rassicuri la gente, che le permetta di divertirsi perché sa che non sono tanto infantile o vanitoso da pensare di essere il primo a fare una cosa del genere – che poi è da dove viene il verso “I’m writing a novel/ because it’s never been done before”. Si tratta di far sapere a chi ascolta che va bene accettare che io lo stia facendo, perché l’ho a malapena accettato io stesso.

A questo punto non posso che chiederti quanto di autobiografico e quanto di romanzato ci sia in ciò che scrivi...
Beh, ogni volta che affidi qualcosa a una pagina diventa fiction...

È proprio per questo che te lo chiedo.
Sai, scrivere veramente un’autobiografia significa curare eventi autobiografici, e curare degli eventi in sequenza diventa fiction. C’è anche una piccola parte di fiction, perchè chi ascolta, chi legge, non conosce i fatti e riempie i vuoti con della materia bianca di fantasia e narrativa. [Il disco] Non racconta di un personaggio chiamato Father John Misty, e il punto è questo, volevo forzare l’ascoltatore ad ammettere non sia assolutamente importante come ci si chiami, che il nome sia un aspetto totalmente arbitrario, se ci fai attenzione. Ho scritto cose interessanti su personaggi o fatti inventati, ma per me è una perdita di tempo, anche se mi diverte.

Ho visto e sentito molte volte farti la domanda sul perché hai pubblicato quello che viene definito il tuo disco più “sincero” usando un moniker, e mi è venuta in mente una citazione di Oscar Wilde: “Un uomo è meno se stesso quando parla in prima persona, dategli una maschera, e vi dirà la verità”. È anche il tuo caso?
Sì, cioè, in realtà non avevo bisogno di una maschera... è un’ottima citazione, ma per me è stato molto più pragmatico di così. Semplicemente, ho pubblicato tutti quei dischi con il mio vero nome, ma se tu prendessi tutto il loro contenuto cercando ciò che vi ha messo Josh Tillman, avresti zero, solo un’accurata fotografia emozionale del tempo. Con la musica, il cantautorato, il canto, non sono tanto i testi ma come li canti; non è se ciò che raccontano sia verità o finzione, ma come parlano. In ‘Fear Fun’ è come parlano i testi, mi assomigliano, e credo che la cosa più onesta che si possa fare, come scrittore, sia scrivere come si parla.
Se non ci fossero stati tutti i dischi precedenti, questo sarebbe stato l’album di Josh Tillman, ma purtroppo ci sono. Non avevo paura di svelare nessuna di quelle cose.

In tutto ciò che fai c’è molta ironia. Christy Wampole del New York Times ha pubblicato a novembre un articolo controverso intitolato ‘Come vivere senza ironia’, in cui scrive che per i ‘Millennials’, cioè gente nata negli anni ‘80, “in particolare caucasici di classe media, l’ironia è il modo primario in cui è condotta la vita di tutti i giorni... La cornice ironica serve da scudo contro le critiche... L’ironia è il modo più auto-difensivo possibile, perché permette a una persona di eludere la responsabilità delle proprie scelte, estetiche o altre. VIVERE IRONICAMENTE È NASCONDERSI IN PUBBLICO”. Come commenteresti?
Ogni sera, in ogni città in cui suono, qualcuno viene da me e mi dice “Non voglio darti fastidio” o “Non voglio interromperti” o “Non voglio essere una di quelle persone” o non voglio essere non so cosa MA possiamo fare una foto, posso avere dieci minuti del tuo tempo, mi fai un autografo, puoi rispondere a una domanda? – che per me è ironia funzionale, o ideologia, parole che significano “voglio questa cosa, e la voglio abbastanza da venire da te e chiedere, ma voglio proteggermi dalle conseguenze di chiederti qualcosa con il preambolo del ‘non voglio’”, ovvero, “voglio ciò che voglio ma non voglio essere giudicato per quello”.
L’ironia è differente in mani diverse, ognuno la usa a suo modo, penso che uno possa prendere un’opera, come un disco, che include dell’ironia senza che sia di per sé ironico... Credo che in ‘Fear Fun’ ci sia della vera ironia, il disco è tutto su di me, c’è la mia voce, ma il fatto che parli di me usando quel nome è assolutamente stupido, che ci sia uno che sembra un cretino in copertina (che però non sono io) – può far affermare che sia vera ironia. Nessuno prende in giro nessuno, il punto è questo, che tu usi o meno dell’ironia le tue intenzioni traspaiono comunque, ma penso di saper usare l’ironia senza perdere me stesso, che poi è uno degli scogli più duri quando si cerca di scrivere.

Credo che per molte persone abbia a che fare con l’essere ‘cool’, anzi, con la paura di non esserlo.
Sì, assolutamente. Con l’avere paura della passione. La passione non è cool, e c’è un uso smodato dell’ironia in questo senso nel mondo della musica, del genere “Ok, ho scritto questo disco, ho cercato e trovato un’etichetta che lo pubblicasse, ho pianificato un tour, ho acconsentito a suonare in TV, ho acconsentito a fare tutte queste interviste, e poi una volta che sono lì mi comporto come se fosse l’ultimo posto al mondo in cui vorrei trovarmi”, è sempre un modo per proteggersi. È ovunque, ma negli Stati Uniti mancano certi sentimenti, siamo continuamente intrattenuti, siamo circondati da un un conforto creato, e ci viene detto che è questa la ragione per cui essere felici. Ci sentiamo in colpa per questo, per i nostri sentimenti, perchè costantemente ci viene detto che il modo in cui viviamo è il modo migliore in cui si possa vivere.

Beh, ma questo è prettamente Cristiano.
Dici?

Sì, Cattolico, per essere precisi. Dover soffrire per non sentirsi in colpa di essere felici.
Sì, è Cattolico! Il Cristianesimo, nel suo nucleo, storicamente, in senso cartesiano, sosteneva che non si è parte dell’Universo, ma entità separate, che nessuno è parte di questo mondo – è diventato un modo di pensare collettivo che ha preceduto il Cristianesimo classico, ma è stata una profonda svolta nel subconscio collettivo umano, parole come “non sono parte di questa cosa, sono un agente che si muove libero, e non sono parte di niente”. Questo modo di pensare è stato esasperato sempre di più per migliaia di anni, una visione non olistica del mondo, di cui il veganismo è un sintomo, come il pensiero di poter salvare il pianeta riciclando; in pratica, non prendere il proprio posto nel ciclo.

fjmtxt01Hai lavorato con Jonathan Wilson a ‘Fear Fun’. Quando l’ho incontrato, a giugno, mi ha raccontato del vostro primo incontro, e di come tu gli abbia preso l’iPhone per ‘rubargli’ tutti i contatti dalla rubrica...
Ah! Davverio?! [ride] No, non è mai successo! [ride] Ne abbiamo parlato... quando sono arrivato in città Jonathan continuava a chiedere “Ma chi è quel tipo?”, io improvvisamente conoscevo tutti, e lui diceva “Ok, ho capito questo che tipo è…”

Scherzi a parte, come è nata la vostra collaborazione?
È veramente iniziata solo grazie ad amici in comune. Mi ero appena trasferito a Los Angeles, e tutti continuavano a dirmi “Devi assolutamente conoscere Jonathan, ha uno studio, è veramente un figo, conosce un sacco di musicisti” e io pensavo “Fanculo, sembra un incubo”. Poi ci siamo incontrati e siamo diventati amici, siamo usciti insieme per un anno prima di iniziare a lavorare al disco. È stato semplicemente così, stavo lavorando a questi demo e una sera li ho suonati a casa sua; ne ha voluta una copia, gliel’ho spedita, e la sua risposta è stata “dobbiamo assolutamente fare un disco”. Semplice così.

Ti aspettavi una tale risposta di pubblico per ‘Fear Fun’?
Non lo so, ha davvero avuto una grande ricezione? Non lo so, io non riesco ad avere una prospettiva, e sono sempre sospettoso davanti alle reazioni. Non è musica cool, non è come ‘Breaking the Wave. The Dark Side of Indie’ [il nome della club night sul volantino che ha davanti], non è come i Beach House o i Grizzly Bear, le band giuste al momento giusto, quello è ciò che è cool, io sono così “[imita con la voce l’intro di chitarra di ‘Tee Pees 1-12’]”, canto di roba ridicola, quindi direi che le reazioni che ha suscitato hanno senso, per me. Ma sarei un mostro se ti dicessi che mi aspettavo una reazione maggiore. [Ridendo e urlando] “Mi aspettavo molto di più!”

Ho un’ultima cosa da chiederti: come va il tuo Pizza blog/podcast dopo quest’esperienza in Italia?
[ride] Sto ancora discutendo con Food Network per definire i dettagli e le specifiche della produzione!

Ho sentito la puntata dei podcast di ‘Food Is the New Rock’ a cui hai partecipato, è veramente comica.
Sì, quella non è niente male. Ho provato a creare un mio podcast chiamato ‘Pizza Revelry with Josh Tillman’, ho registrato i primi quattro episodi. Praticamente io e un comico avremmo dovuto improvvisare, con il presupposto che la sera prima fossimo andati a mangiare una pizza, e parlare della nostra esperienza. Ma la cosa era completamente inventata, dovevamo mantenere un’espressione seria e raccontare che tipo di pizza avevamo scelto, e prenderci molto in giro; solo che alla fine a me veniva meglio che a tutti quelli che ho invitato, e la cosa diventava patetica. Ma farò uno splendido libro di lusso, prima o poi. Un libro di lusso gratta e annusa.

Grazie, Josh.
Grazie a voi!
Discografia
Fear Fun (Bella Union, 2012)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Hollywood Forever Cemetery SIng 
(Live on KEXP, 2012)

Nancy From Now On
(videoclip, da Fear Fun, 2012)

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