Fausto Rossi

Fausto Rossi

L'elogio della non-paura

intervista di Mimma Schirosi

Venti marzo 2010. Cooperativa Sociale Robert Owen, nella provincia di Taranto. L'occasione è offerta da "Maledetta Primavera", festa nazionale della musica italiana indipendente, l'ospite è Fausto Rossi. Il pubblico è diviso in due fazioni: quelli che sono presenti nel ricordo di Faust'o, inquieto agitatore di una wave italiana del tutto dissonante dall'affratellarsi passivamente a un unico, onnicomprensivo e confuso grembo, e quelli che sono perfettamente consapevoli dell'evoluzione di un Uomo, con tutto il suo portato di tormento e mai risolta redenzione, che oggi si chiama Fausto Rossi. L'uomo Fausto reca, con mirabile dignità, i segni di un percorso esistenziale tormentato, eppur lucidissimo, consapevole di ogni nefasto risvolto della medaglia, eppur ancora orgoglioso di riuscire a pensare prescindendo dalle maglie di un sistema agonizzante. Sul palco c'è una sorta di magnetico santone, magro, con i capelli lunghi, abbigliato senza alcun vezzo, attento piuttosto all'essenza. Prima di cominciare a suonare, Fausto legge l'arringa d'auto-difesa di Charles Manson, al processo che lo vide imputato per l'omicidio di Sharon Tate. Chi c'era per Faust'o, abbandona la sala. Chi rispetta l'evoluzione di Fausto Rossi, rimane. Il concerto è quasi tutto per "Becoming Visible", album del 2009, scarno e inaspettato ritorno da songwriter, poco prima dell'uscita di "Below The Line", di cui Fausto lascerà qualche indizio. Dopo il concerto, senza alcuna formalità di rito, abbandonando lo schematismo dei ruoli, l'intervista si trasforma in una lunga, sorprendente, appassionante chiacchierata, dalla quale emerge che quell'antico "patto col tormento" non fu mai sciolto.

L'album che hai presentato stasera, "Becoming Visible" mi sembra diverso dai tuoi lavori precedenti, sono passati dodici anni da "Exit".

Sì, come ho spiegato, era difficile scrollarmi di dosso "Exit". Se mi capita di ascoltarlo, è incredibile, lo ascolto come se non fosse mio. È nato ed è stato realizzato in una situazione molto particolare, ero in collina, in questa casa isolata, e si suonava sempre, quando ne avevamo voglia, di notte e di giorno. È un disco a cui sono legatissimo, perché l'abbiamo fatto in un certo modo. Tuttavia, io a volte mi trovo davanti a "Exit" e sto ascoltando qualcun altro. È come se non fossi io. Mentre se ascolto cose più vecchie, faccio fatica perché sono io. A volte capita di ascoltarmi perché mi va di risentire una certa cosa che ho fatto in una certa canzone.

"Becoming Visible" mi sembra un disco un po' più solare rispetto ai precedenti.
Sì, e il fatto che sia cantato in inglese mi ha aiutato in questo. Perché, a differenza delle canzoni in italiano, mi accorgevo che le cose venivano fuori insieme, non c'era problema. Infatti c'è un disco che sta per uscire, costituito da canzoni che sono state scritte tutte in una notte, testo compreso. Ed è stata una notte di grazia, anche perché mi piacciono molto queste canzoni. Parte di questo disco è in inglese. Non avrei mai potuto scrivere otto testi in una notte tutti in italiano. In italiano devi lavorare davvero come un somaro, perché in qualche modo devi dare musicalità ai testi.
Dicevo ieri a delle persone di chiedersi perché il papa abbia ripristinato la messa in latino. Secondo me perché il latino perché ha una cadenza magica, quasi come in un rituale. Anche in una canzone è così, ed è incredibile come tanti cerchino di separare il testo dalla musica. I cantautori ci sono riusciti, ma non puoi separare i due elementi, se lo fai perdi il tuo tempo perché ti ritrovi tra le mani qualcos'altro. Ti racconto un aneddoto: io andavo a scuola con Branduardi (lui era più grande di me), e durante le occupazioni lui si divertiva a musicare Prévert ...sinceramente ci ha fatto due palle così, non era ancora Branduardi, era uno studente qualunque.

Cito da "Blues": "Io sono cambiato, il mondo non è cambiato". A distanza di tredici anni, questo è ancora vero per te?
Sì, quella notte in cui ho scritto "Blues", tutta di getto, era la notte di Natale del 1995.
Quando ho scritto questa frase, la trovavo una rivelazione a me stesso, la stavo raccontando a me stesso ed era semplicemente la verità. Non una cosa geniale, giusta o sbagliata, semplicemente la verità. È stata proprio una notte particolare per me, li ho visti sfilare davanti a me, tutti. E tante cose, tante ripetizioni che ci sono in "Blues", che qualcuno poi mi ha fatto notare, quando ho cercato di correggerle, non rendevano più lo stesso effetto. Era nata così. Devo aver corretto, forse, due o tre cose, non di più.

Quindi un flusso continuo, niente di meditato?
Sì, ci ho messo dieci, quindici minuti, non di più. Te ne accorgi anche dalla punteggiatura, poiché su certe cose, perdi anche il soggetto, non si capisce più a cosa ti stia riferendo. Ho lasciato tutto così, perché quando cercavo di sistemare, la canzone acquistava un'altra forma che non aveva più nulla a che fare con il punto di partenza.
Solitamente sono attento a che le cose siano molto chiare, o volutamente oscure.

Io so che non ami parlare di ciò che è Faust'o rispetto a Fausto Rossi, ma ti cito tre artisti che, mi pare, in qualche modo, abbiano intersecato il tuo passato: Bowie, Talking Heads, Joy Division.
Sono cose diverse. Bowie faceva già musica prima che io facessi i dischi. E ne ero innamorato. Quando poi lui ha cercato di essere Frank Sinatra negli anni Ottanta, senza avere la voce, c'è stato un disamore, ma non perché la voce di Bowie sia una brutta voce, è molto particolare e molto bella, però non puoi fare Frank Sinatra, sono due cose diverse, e quindi non sono più riuscito a seguirlo.
Con i Talking Heads e i Joy Division, invece, ci avevo già a che fare. "77" è il primo album dei Talking Heads, che è anche l'anno in cui ho firmato il primo contratto discografico. Loro mi piacevano, però voglio dire una cosa: più che di questi personaggi - e puoi fare tanti nomi, come Lou Reed, Ultravox, Velvet Underground, Stooges - io mi sono innamorato delle situazioni, del contesto nel quale erano inseriti.
In realtà, in "Becoming Visible", ho invece tirato fuori le mie radici, un certo tipo di pop e di blues. Ho cominciato a cinque anni a fare musica e la prima volta che ho visto i Beatles, credo fosse a un Tv 7 del 1963. Io studiavo musica classica e quando ho visto in tv i bobbies fermare la gente, mi sono domandato chi fossero questi, mentre in sottofondo andavano i pezzi dei Beatles, in Italia ancora semi-sconosciuti. Mi son domandato: che razza di roba è? Il giorno dopo, a nove anni, sono andato a comprare il disco accompagnato da mia madre, e da allora ho lasciato gli studi di pianoforte, prima mi ha rapito il jazz e poi altre cose. Quindi ho abbandonato definitivamente la musica classica.

Hai notato l'odierno abuso del web e dell'immagine, da parte degli artisti?
Anche gli anni Ottanta sono stati un disastro sotto quest'aspetto.

Certo, però, a mio avviso c'era un'omologazione diversa, forse un po' più creativa, ora avverto un po' di vuoto.
Sì, ma se ti muovi fuori, in Germania, in Spagna, nei paesi dell'Est Europa, trovi una situazione culturale completamente diversa, le stesse Berlino e Barcellona, con un fermento notevole. È una situazione tutta italiana, anche se ammetto che molta musica che arriva dagli Stati Uniti, dall'Inghilterra, è canzonetta di baby band.

In effetti mi riferivo anche a questo. Se tu avessi cominciato ora, ti saresti servito di questi strumenti legati al web, con la conseguenza di una qualche forma d'ostentazione?
Probabilmente sì, perché quando si è ragazzi è inevitabile subire delle fascinazioni. In parte è anche un processo naturale. Però ora è diventato un po' un gioco, mentre una volta dovevi prendere una chitarra, un pianoforte, un basso, una batteria, e dovevi scrivere una canzone, o la scriveva un altro, e poi la dovevi suonare davvero. Adesso è diventato tutto un gioco, prendi Guitar Hero, per esempio... questo mondo è diventato davvero stranissimo.

Per questo parlavo di un'omologazione e di una fascinazione diverse.
Però stiamo andando dove noi abbiamo chiesto d'andare perché nel corso dei secoli il popolo, la gente ha sempre chiesto protezione, protezione dal bandito, dagli animali della foresta. In una tale situazione, l'unico modo per mantenere l'accordo generale, è omologare il pensiero, avere un unico pensiero universale, e infatti stiamo andando in quella direzione. Poi non so, tutto potrebbe svanire come un sogno... Però è incredibile, l'abbiamo chiesto noi, forse siamo stati stimolati a farlo - attenzione ai briganti, attenzione all'ufo - tutto ciò genera paura e tu dici "proteggetemi, proteggetemi", e loro ci stanno assecondando.

E la storia da ciclica diventa lineare..
Dovremmo dimostrare di non avere più paura. Dal Medioevo, la richiesta di essere difesi dalla natura è sempre stato un chiedere a chi ci governa di proteggerci. Non puoi usare l'individuo, perché l'individuo è ciò che è, patisce o gode di ciò che succede. La colpa è sempre la loro. Non hanno nient'altro da fare, sono loro che ti guidano.

Ora cosa ascolti?
Ultimamente davvero poco, perché sono impegnato nel nuovo lavoro, che uscirà a breve. Quando lavoro a un nuovo disco, cerco di non ascoltare nient'altro, devo essere sicuro che quello che ho scritto sia buono poiché lo penso ed è mio davvero, e non perché in qualche modo possa richiamare qualcos'altro.

Quello italiano, a volte, mi sembra un vero e proprio sistema musicale..
Sì, soprattutto se pensi alla fine degli anni Settanta, inizio Ottanta, in cui comparvero le prime tv commerciali. I discografici si sono lasciati ingannare, poiché a un tratto si sono aperti nuovi spazi televisivi dove piazzare i vari cantanti, gruppi. Non pareva loro vero, la Rai ormai era satura, non si potevano mandare tutti, per cui grande deferenza nei confronti di Berlusconi, e però, alla fine, sono rimasti imbrigliati. Tu pensa a tutta la banda di Cecchetto, che ha imperversato per almeno sei, sette anni, i vari Amadeus, ancora oggi lì.
Jovanotti
riconosco che sia stato l'unico, nonostante sembrasse il più scemo di tutti, a essersi fatto qualche domanda, così da far delle cose un po' più impegnate. Io l'unica cosa che rimprovero a queste persone, che siano Vasco o Ligabue, è il fatto di non parlare, di non dire apertamente come stanno le cose, e loro che vendono milioni di dischi sarebbero naturalmente ascoltati. Ho cercato di parlare con Vasco e anche con altri nomi famosi di ciò. La domanda che ponevo era: "Perché non parlate?" e loro "perché ci segano la gambe" e che cazzo vuoi che sia, ti rimangon le braccia (risata generale). Ma poi paura di che? Se uno come Vasco, con un grande ascendente sui giovani, uno che ha scritto una delle più belle canzoni in assoluto della musica italiana, "Vita Spericolata", lui "tutto sommato" mi sembra un personaggio genuino. Da quando ha avuto problemi di droga, è stato un po' più schiacciato, ma non tanto nel farsi o non farsi, ma proprio nel dire le cose, forse per paura di perdere il pubblico; ma questo non deve accadere.

E credo che subentrino anche dei notevoli conflitti interiori nell'artista...
Sì, ma tanto loro si perdonano molto facilmente, l'autoindulgenza è di casa, non è un problema.
Poi, ad esempio, ho tanta stima di De Gregori, per tante cose che ha fatto, ma non posso avere stima di Venditti.

E rispetto ai tuoi colleghi d'etichetta alla quale sei legato ora?
Mi riferivo al cantautorato in generale. Infatti, come ho dichiarato in un'intervista, io ci tengo a essere chiamato songwriter, che è una cosa molto più semplice, perché "cantautore" è un neologismo inventato agli inizi degli anni Sessanta del secolo scorso, riferito soprattutto alla scuola genovese, ma poi è stato applicato in maniera definitiva alla generazione di cantautori successiva. Io non ho nulla da spartire culturalmente con loro, nonostante un De Gregori, come ti dicevo, mi piaccia. Molti altri hanno divorato Dylan, io, invece, sono un musicista, a differenza di loro che hanno sempre preteso di scrivere poesie, non canzoni. E poi ci sarebbe da parlare anche dei finanziamenti non solo in denaro, ma in svariati modi, tra cui l'intreccio con i partiti. Alcune situazioni fanno veramente schifo

So che sei stato in giro coi Massimo Volume. Ci sono degli altri artisti italiani emergenti con cui vorresti intessere collaborare?
Mi piacerebbe conoscere i Verdena, ci sono delle loro cose belle, altre meno belle, ma avverto la volontà da parte loro, di cercare di far qualcosa, di "ravanare" come si dice a Milano, come i Massimo Volume. Non mi interessano gli Afterhours. Manuel Agnelli dovrebbe spiegare che cosa è andato a fare a Sanremo, qualsiasi risposta sarà una stronzata.

E della vicenda Morgan, cosa mi dici?
La vicenda Morgan ha per me solo quest'aspetto: io ho voluto vederlo a "Porta a porta", ma sapevo cosa sarebbe successo, però non credevo che sarebbero arrivati a quel punto.
Morgan aveva l'occasione di alzarsi e dire: "Signori, mi avete rotto i coglioni, andatevene tutti affanculo!". Invece ha dovuto beccarsi la predica di Pupo. A me non sta bene che gli artisti, che lui in quel momento rappresentava, vengano trattati in questo modo. Quando lui ha citato personaggi come Dalì, che visse simili vicende, la risposta in coro è stata che se non si fossero fatti avrebbero prodotto cose migliori. Bene, a questo punto scatta il coltello e si tagliano le gole una per una, perché non c'è altro da fare, non si può discutere, non hanno opinione come i nazisti. Io, artista, non posso accettare che loro, politici, opinionisti, giornalisti, spieghino a me come fare la musica e in che condizioni mentali. Artaud diceva: "Voi non avete il diritto di vietarmi ciò che mi vietate".
La disperazione umana è connaturata e finché non troveranno il modo per guarirla, non devono rompere le scatole, la disperazione ognuno se la cura come vuole, tanto dipendenze ce ne sono a milioni, in questo mondo, e fosse solo un problema di eroina, cocaina, hashish, allucinogeni.
Il problema sono loro, sempre loro, sempre più cattivi, sempre più determinati a essere cattivi. Spero che un giorno abbiano una risposta forte, ma vedo che i giovani non si muovono, eppure non dovrebbero aver paura, io avrei meno timore a prendere a sprangate un mafioso, piuttosto che un poliziotto, perché un poliziotto fa di te veramente quello che vuole, ti prende e ti porta via e tu sei finito, sei uno straccio. Ovunque c'è sempre qualcuno che comanda e che è pronto a portarti via.

A me sembra più una forma d'ottundimento, che di paura.
I giovani pensano troppo al futuro, sprecando, così, tempo ed energie. Certo, negli anni Sessanta era più semplice, perché c'era un movimento globale, almeno in Occidente. Noi eravamo convinti d'averli ficcati nelle fogne, e invece no, sono tornati fuori, chi l'avrebbe detto? E uno cosa deve fare? Andare in solaio, riprendere l'eskimo, gli anfibi?

Potremmo avere degli atteggiamenti più civili, più razionali..
Certo, però bisogna star attenti anche a non essere troppo buonisti. Io capisco che le cose non si risolvono con la violenza, ma non sempre se ne può prescindere.
I poliziotti, allora, ti arrivavano addosso con gli occhi trasformati dalle amfetamine, ci hanno picchiati in una maniera esagerata, ma anche noi li abbiamo picchiati tanto.

Forse, allora, si era più reattivi...
Sì, non c'era paura, era più facile, perché il movimento era internazionale, e tu avvertivi questa forza, e non ti sentivi solo. Oggi i giovani si sentono soli, e quindi c'è timore nel dire delle cose, nell'azzardare delle opinioni un po' strane, perché non esiste un grande movimento, ma chi lo sa se non possa formarsi da un momento all'altro...

(28/11/2010)

Discografia
Suicidio (CGD, 1978)

7,5

 Poco zucchero (Ascolto, 1979)

7

 J'accuse… amore mio (Ascolto, 1980)

7,5

 Out Now (FG, 1982)

6,5

Faust'o (Ricordi, 1983)

8,5

 Love story (Target, 1985)

7

 Cambiano le cose (Target, 1992)

6,5

 L'erba (Target, 1995)

7

 Lost And Found (Target, 1996)

6

 Exit (Target, 1997)

7

 Becoming Visible (Interbeat, 2009)
 
 Below The Line (Interbeat, 2010)
 
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