Foja

Foja

Lungo i binari della contaminazione

intervista di Giuliano Delli Paoli

La “foja” è l'onda energetica che investe il nostro corpo ogni volta che succede qualcosa, quella forte sensazione che rapisce i sensi, che ci “accende” in qualche misura, talvolta inaspettatamente. Ebbene, applicate il senso musicale di questa parola alla più nobile delle contaminazioni folcloristiche e avrete un’idea della proposta musicale dei Foja, band partenopea capeggiata da Dario Sansone (voce e chitarra), e composta da Giovanni Schiattarella (batteria), Giuliano Falcone (basso elettrico) ed Ennio Frongillo (chitarra elettrica). Uno di quei gruppi capaci di mettere d’accordo tutti: grandi e piccini, nostalgici e modernisti. Dopo il terzo Lp, “’O treno che va”, una serie impressionante di concerti e featuring artistici d’ogni sorta, la band partenopea ha deciso di oltrepassare i confini nazionali. Accompagnati dal produttore artistico Luigi Scialdone (chitarre e mandolino elettrico), i Foja sono per la prima volta in giro per l’Europa con la loro musica fatta di tradizione, rock e cantautorato. Una proposta che punta costantemente alle fusioni linguistiche e ai suoni latini, il tutto senza mai dimenticare la tradizione napoletana. Per l’occasione, li abbiamo raggiunti - attraverso Dario Sansone - per farci raccontare la loro decennale carriera e questa nuova entusiasmante avventura…

Dodici anni di musica, tre album, una serie impressionante di live e performance d’ogni sorta, tra cui anche una rivisitazione di “Yes I Know My Way” di Pino Daniele in occasione della premiazione al “Dio di Napoli” Maradona. Insomma, non vi siete mai fatti mancare nulla. E avete girato in lungo e in largo il Belpaese e soprattutto la vostra amata terra, la Campania. Come vi sentite ora che siete partiti “alla conquista del mondo”? Cosa porterete con voi per questa estenuante tournée internazionale? Come procede? Suonerete a Parigi, Londra, Amsterdam...
Porteremo quello che siamo, la nostra sincerità artistica, quello che ci fa sentire vivi. Dopo tante avventure ci sembra sempre di cominciare con nuovi stimoli e nuove idee, e restiamo incantati da quello che ci accade. La prima parte del tour europeo (Parigi, Bruxelles, Colonia, Amsterdam, Liverpool, Dublino, Londra) è stato un turbinio di emozioni e incontri. Trovare i club sempre pieni e un pubblico calorosissimo affamato della nostra musica è stata una felice sorpresa per noi, ma quello che più ci ha emozionato è stata l'atmosfera "casalinga" che si è respirata durante le performance; è stato come fare visita ai propri familiari, portare per una sera Napoli nelle varie venue in cui abbiamo suonato e sentirsi casa lontano da casa. Da Barcellona e Madrid ci aspettiamo lo stesso calore, ed è compito nostro continuare a creare happening energici e passionali.

Avete recentemente deciso di rivisitare in lingua francese e catalana il brano “A qui tu appartiens”, cantato insieme alla francese Pauline Croze, e “Dummeneca (Domingo)”, cantata con Adrià Salas e suonata dal fisarmonicista Romain Renard, entrambi del gruppo catalano La Pegatina. Ecco, com’è nata l’idea di animare queste due canzoni in due lingue diverse?
E' un progetto largo, e lo abbiamo sempre guardato come un progetto dal respiro internazionale, legato alle proprie radici ma con l'animo sempre in viaggio. Questo nuovo percorso nasce dall'esigenza di confrontarsi e scambiare esperienze con altre culture e altre storie, dove ogni artista con cui collaboriamo possa essere sincero nell'espressione del proprio linguaggio. Ci sono delle lingue che hanno una storia e un suono che riesce a sposarsi meravigliosamente con la lingua napoletana che di per sé è figlia di una secolare contaminazione. Far emergere tutto questo sotto forma di un opera d'arte è il nostro intento.

Nel brano “Nunn’è cosa” cantate di un amore allo stremo e ormai finito. Ma quanto sono cambiate per voi le relazioni sentimentali rispetto al passato? Si “stava meglio quando si stava peggio”?
Si sta meglio quando si sta meglio e non si pensa al passato. Siamo una band atipica, con dei rapporti solidi, amiamo il viaggio ma anche trovare pace nel ritorno a casa, e ringraziamo sempre le nostre compagne per la pazienza nel sopportare il nostro girovagare e le nostre follie. Questo continuo rimanere in bilico è uno dei segreti per tenere in vita qualsiasi tipo di relazione.

Avete partecipato anche film “La parrucchiera” di Stefano Incerti con un cameo live, siete premio E.F.A. per aver partecipato alla colonna sonora del film animato "L’arte della felicità" di Alessandro Rak, e la vostra primissima tournée coincide con il lancio in Austria, Germania e Francia della pluripremiata pellicola "Gatta Cenerentola"; non a caso, Dario Sansone è uno dei quattro registi del film e il videoclip di “A qui tu appartiens” è anche il trailer francese del film. Insomma, con voi musica e cinema si intersecano a meraviglia. Come nasce una vostra soundtrack? E in questo ultimo caso specifico com’è nato il tutto?
Fondamentalmente, ci occupiamo di scrivere canzoni e spesso queste canzoni incrociano momenti cinematografici, laddove possono potenziare le immagini attraverso la musica o viceversa. Nel film "La Parrucchiera", ad esempio, Incerti ha attinto a piene mani dalla nostra discografia, utilizzando i brani che meglio si addicevano alla sua narrazione; diverso è accaduto con "A chi appartieni", un pezzo nato dopo la lettura della prima stesura di sceneggiatura di "Gatta Cenerentola", nata in una versione inizialmente femminile, in prima persona e trasformatasi poi in uno sguardo maschile dominato dalla passione.

“Te n'hanno luvato 'e parole/ pe' chest' nun me parle maje/ e 'mpietto m'he miso 'nu core che sbatte e nun sape 'e chi è/ nunn'è ca me sento cchiù overo si piglio e me invento 'na via/ ma saccio ca n'omme è cchiù sulo si resta assettato a guardà”. L’attacco della sopracitata “A chi appartieni” sembra quasi metaforizzare la solitudine contemporanea, con il tempo sprecato dinanzi a un monitor o dietro un avatar. Cosa significano in realtà le parole di questa canzone e com’è nata? Ma soprattutto: come vi rapportate con il web, le dinamiche social e quant’altro?
Adoro quando le canzoni hanno un'interpretazione larga, dove ognuno può leggerci ciò che meglio sente per affinità sentimentale. Io faccio solo da filtro quando scrivo, a volte non ricordo neanche da quale immagine è scaturita una canzone, e quindi il vero significato di un brano è nel cuore di ascolta. Il nostro rapporto con i social è prettamente professionale; le nuove tecnologie, così apparentemente sregolate, sono qualcosa di ancora sconosciuto all'uomo e si cominciano ad avvertire i primi segni di disagio sociale. Per la prima volta nella storia umana i rapporti sociali viaggiano su un terreno immateriale, e questi continui impulsi stanno trasformando anche a livello cognitivo le nostre menti. Mi piacerebbe fossimo tutti in grado di essere realmente liberi e scegliere qualche volta di spegnere notifiche e social per un giorno, almeno godendosi le cose semplici che da sempre suscitano la poesia nell’uomo.

“The Showmen” è dedicata a Mario Musella, un grandissimo della canzone partenopea di cui si parla sempre troppo poco. Qual è il vostro legame con la musica di Musella, e la vostra canzone preferita del suo canzoniere? 
“Che m'he fatto”, la canzone che abbiamo scelto di reinterpretare, è quella che sicuramente abbiamo amato al primo ascolto, un'esempio unico di poesia, interpetazione e sound. Conosciamo molto bene la discografia degli Showmen i veri “papà” del "Neapolitan power", e abbiamo anche avuto l'onore di suonare con il loro storico batterista Franco del Prete con cui c'è uno splendido rapporto di stima. Il nostro compito è anche quello di continuare a far vivere canzoni per le nuove generazioni, ricordare quanto di bello è stato fatto nella nostra città.

Si parla molto di “nuova scena napoletana”, insomma di una ventata d’aria fresca che si respira sia attraverso i tanti giovani (t)rapper, sia in progetti di rilettura della tradizione, penso ai Nu Guinea, ad esempio; un mix di sonorità fresche tra passato, presente e futuro. Voi che amate sia la tradizione, sia una certa esplorazione folcloristica, cosa ne pensate di questa nuova ondata, insomma di questa rinascita, che coinvolge non solo la musica, ma anche altri settori, penso alle opere di Jorit, al Napoli alto in serie A da diversi anni ormai, al teatro, all’associazionismo e tutte le realtà in crescita nella città del sole e del mare.
È qualcosa che ci rende orgogliosi, questa città è sempre stata artisticamente iperattiva, e continua a esserlo; quello che sta accadendo è che finalmente si stanno aprendo i riflettori su tutto ciò che sta succedendo dalle nostre parti, non c'è da sorprendersi, c'è solo da lavorare affinché quante più persone possano godere di questo florido momento partenopeo.

Come sono cambiati i Foja rispetto alle origini, cosa rimpiangete di non aver magari fatto e cosa invece è servito a rendervi quello che siete ora? 
Non abbiamo alcun rimpianto, siamo ragazzi fortunati, quello che ci ha reso Foja è stato il lavoro, e l'amore e la cura per quello che facciamo da tempo, il non prendersi troppo sul serio e sapere che fin quando sei te stesso e sei onesto in quello che fai, difficilmente dai adito al rimpianto. Fondamentalmente, siamo gli stessi ragazzi di dodici anni fa, con tante canzoni in più, tanti concerti alle spalle ma ancora una voglia matta di suonare e scoprire la nostra musica.

Siete stata la prima rock band in assoluto a suonare in elettrico sul palcoscenico del Teatro San Carlo con “Cagnasse Tutto”, spettacolo presente nel cartellone del “Napoli Teatro Festival Italia” 2016. A Napoli il teatro è vita più che in tutte le altre città del pianeta. Che rapporto avete con il teatro e la teatralità? C’è una commedia, un’opera teatrale in generale in cui vi rispecchiate, oppure che vi ha ispirato, magari qualche volta in maniera particolare?
Amiamo il teatro che riesce a parlare al popolo, che racconti sentimenti e suggestioni che possono avvicinare la gente comune alla cultura anche attraverso la sperimentazione. Ovviamente non possiamo prescindere dal più grande drammaturgo che abbiamo avuto in città, Eduardo De Filippo.

Nella vostra musica si rincorrono poetica contemporanea e spirito folk d’annata, mandolini e riff di stampo rock, dunque con voi il passato si tinge dei colori del presente, parimenti mantenendo incredibilmente fresca la propria sostanza. Cos’è la malinconia per voi? C’è un’accezione specifica di questo particolare sentimento che vi affascina (soprattutto in campo musicale, ma anche nella vita di tutti i giorni e in generale)?
Qui a Napoli abbiamo la nostra speciale “saudade”, quel sentimento misto di gioia e tristezza, che ci permette di saper ridere nei momenti difficili ed emozionarci per ogni tipo di accadimento. “'A'pucundria” che ci portiamo dentro è compagna di poetica e di vita.

“‘O Treno Che Va” è il titolo del vostro ultimo disco. Quanti treni avete perso finora e su quanti e quali invece vorreste salire?
Al momento siamo sempre stati in carrozza, sul nostro treno che non sostituiremmo con nessun altro mezzo di trasporto, perché il nostro intento è quello di viaggiare e continuare a scoprirci, ci piace affollare i nostri vagoni piuttosto che guardare ad altri convogli.

Chi sono i vostri fari musicali (anche internazionali), oltre ai citati protagonisti del cosiddetto "Neapolitan power"? Cosa ascoltano i Foja durante il tempo libero?
Siamo abbastanza onnivori di musica, ognuno di noi ha un background differente, quello che amiamo sicuramente è la musica suonata con l'anima e che sappia lanciare dei messaggi attraverso i testi e la ricerca del sound. E' difficile fare un solo nome, nell'ultimo periodo mi sono innamorato dell'ultimo disco di Brunori Sas, un vero esempio di coraggio cantautoriale, ma nel contempo riascolto Dylan e Sinatra e tanti progetti internazionali, come il belga Saul, i portoghesi Dead Combo e il cantautore brasiliano Rodrigo Amarante.

Quando uscirà il vostro prossimo disco? Avete già qualche canzone pronta? Cosa bolle in pentola?
Al momento siamo al lavoro con questo progetto internazionale, ci sono già una decina di canzoni in scrittura, ma siamo abbastanza maniaci, alla chiusura del tour di “'O treno che va” capiremo il materiale che abbiamo a terra e cominceremo i lavori per il prosssimo album.

Discografia
 'Na Storia Nova (Materia Principale, 2011) 
 Dimane Torna 'O Sole (Full Heads, 2013) 
 Astrigneme Cchiù Forte (Full Heads, 2014) 
 'O Treno Che Va (Full Heads, 2016) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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