Franco Micalizzi

Franco Micalizzi

Il re della pulp music

intervista di Claudio Fabretti

Davanti a me, il re della pulp music, un pezzo di storia della musica italiana per film, ha le sembianze di un bonario e auto-ironico maestro di buon senso e semplicità. La semplicità degli artigiani che sono diventati artisti senza farlo pesare a nessuno. Eppure, di ragioni per volare a tre metri da terra, Franco Micalizzi, ne avrebbe un mucchio. Dalla riscoperta della sua musica ad opera di una nuova generazione di musicisti (chiedere informazioni a Calibro 35 e compagnia) alla consacrazione internazionale definitiva, suggellata dal “fan” Quentin Tarantino, che ha inserito nella colonna sonora del film “Grindhouse” il tema di “Italia a mano armata”, e nella scena finale di “Django Unchained” quello, ormai celeberrimo, di “Lo chiamavano Trinità” (e a ruota, poi, è arrivato anche Jovanotti). Chiacchierare con lui è un tuffo nel passato, nei formidabili anni 70 dei poliziotteschi veraci di Umberto Lenzi, tra inseguimenti a bordo di Giuliette color melanzana e sparatorie in piazza, o degli spaghetti western girati sulla Tiburtina o a Ostia, con “du’ camere e ‘na cucina”. Ma l’impressione è che il 73enne interlocutore sia assai meno nostalgico e “passatista” di tanti giovani emuli, come testimoniano la freschezza dei suoi nuovi arrangiamenti per big band, le collaborazioni col mondo dell’hip-hop e l’apertura verso la musica del presente. C’è poco da stupirsi, allora, se un personaggio così decide alla fine di cedere alla suprema tentazione: scrivere un libro su se stesso.

Franco Micalizzi - LibroMaestro, partiamo dai suoi ultimi progetti, che sono sia musicali, sia editoriali...
Sì, ho due progetti, entrambi in uscita. Uno è un disco che ho fatto con la Big Bubbling Band: il precedente si chiamava “Veleno”, quello attuale si chiama “Miele”, per cercare di trovare una diversità (ma poi capiranno gli appassionati perché si chiama “Miele”, anche se è un miele un po’ velenoso...). L’altra cosa, un po’ anomala, è il fatto che mi sia messo a scrivere un’autobiografia, forse mi è preso un attacco di megalomania o forse semplicemente il desiderio di mettere in ordine le cose della vita e dire “ma ‘n do’ sto?” “ch’ho fatto?”, “chi sono?”, “da dove vengo?”, “dove andrò?”. In ogni caso, il libro si chiama “C'est la vie d'artiste” e c’è una ragione per cui è stato scelto questo titolo francese: e chi lo leggerà lo scoprirà.

Il suo nome è legato soprattutto alle colonne sonore per i film di genere italiani, in particolare poliziotteschi e spaghetti western. Con titoli come “La banda del gobbo”, “Italia a mano armata”, “Napoli violenta” e “Roma a mano armata” e la saga di Trinità. Pellicole di grande successo, eppure rimaste a lungo sottovalutate dalla critica.
Già, i film di genere erano la colonna portante del cinema italiano degli anni 70. Anche quelli di Sergio Leone, all’inizio, erano film di genere, poi è riuscito a girare dei cult-movie anche più impegnativi come produzione, ma sempre da quel filone nascevano: era il regista di Ercole e Sansone, prima di fare i grandi western e "C'era una volta in America". Era un genere che portava la gente al cinema e, grazie agli incassi ottenuti, permetteva poi la produzione di film più grossi e importanti.

Franco Micalizzi - Lo chiamavano TrinitàEppure c’è stato bisogno dello "sdoganatore" Tarantino per vedergli finalmente riconosciuta la statura, anche internazionale, che meritava. Non a caso, forse, visto che per anni sono state pellicole e colonne sonore più apprezzate all’estero che in Italia.
È verissimo, mi sono sempre chiesto anch’io il perché di questa sottovalutazione tutta italiana. Forse abbiamo vissuto per anni un eccesso di snobismo. Nel libro, ad esempio, racconto un aneddoto su “Lo chiamavano Trinità”, il film per il quale scrissi 43 anni fa un tema che oggi è dappertutto: lo ha inserito Tarantino nel finale di “Django Unchained”, mi ha chiesto di usarlo perfino Jovanotti per l’inizio della sua tournée negli stadi e per un Dvd live. Una musica che ancora respira e vive tutt’oggi, insomma. Beh, quando uscì “Lo chiamavano Trinità” sui primi Vhs, andai in un negozio, tutto galvanizzato dal desiderio di poterlo finalmente acquistare in videocassetta, ma lo cercai invano per un sacco di tempo senza trovarlo. Alla fine chiesi alla commessa: “Signorina, ma possibile che il film non ci sia?”. “Non si preoccupi – mi rispose - vede dove c’è scritto ‘trash movie’? Lo trova sicuramente lì...”. Beh, diciamo che da allora ci siamo presi una bella rivincita, e dal trash, forse, ci ha tirato fuori anche Tarantino, che è stato generoso e geniale nel recuperare quel cinema e nel dargli nuova vita.

Quali ricordi ha di quel periodo? Come si lavorava su quei set?
Quel tipo di cinema era veramente una specialità tutta italiana: c’erano i polizieschi, i western, gli spy-movie. Fare cinema di grande produzione con pochi mezzi: questo era veramente il segreto. Mentre in America si realizzavano film western con scenari meravigliosi e grandi divi di Hollywood, noi facevamo i set a Ostia al villaggio western che stava sulla Tiburtina, qualcuno più ricco al massimo andava in Spagna. Ci voleva grande immaginazione, bisogna sopperire a queste mancanze con delle trovate, con qualcosa di gusto che attraesse il pubblico. Nel film poliziottesco, in un certo qual modo, trovo degli agganci anche con il Neorealismo, perché era veramente un cinema girato per strada, il che lo nobilitava un po’, almeno nei casi migliori, perché poi bisogna dire che poi c’erano anche tanti film brutti.

Napoli violentaChi erano, secondo lei, i migliori nel genere?
Io cito sempre, per esempio, Umberto Lenzi, che è il maestro di questo genere, con cui ho avuto la fortuna di fare 10-12 film. Mi ha colpito in “Napoli violenta” una sequenza dove il protagonista viene inseguito da un poliziotto in una piazza con un grande mercato, che viene attraversato a un certo punto da un funerale, con i cavalli. Il bandito deve passare attraverso questa fila di parenti in lacrime, mentre il poliziotto lo rincorre. Ora, tutto questo ha un sapore bello, poetico, forte. E il motivo è nel fatto che è tutto vero: come mi raccontò Lenzi, si erano messi su un terrazzo con una macchina da presa e avevano spiegato agli attori che sarebbe passato un funerale, quindi questi davvero attraversavano un mercato in pieno giorno e un vero funerale, senza che nessuno sapesse che qualcuno stava girando un film. Se non è questo il cinema-verità... Insomma, c’è persino una giustificazione culturale in questo modo di fare cinema: in fondo siamo tutti figli del Neorealismo, la scuola italiana è quella, nel bene e nel male.

All’epoca la scena italiana era ricca di straordinari compositori di colonne sonore – Ennio Morricone, Nino Rota, Piero Umiliani, Riz Ortolani, Stelvio Cipriani, Piero Piccioni, i Goblin, Guido e Maurizio De Angelis... solo per citarne alcuni. Come spiega un periodo creativo così felice per l’Italia, che si estese anche alla tv, con tutte le memorabili sigle degli sceneggiati televisivi?
Sì, era un periodo straordinario. E quella dei film di genere era una scuola per tutti: iniziò da lì anche Morricone. Il motivo credo sia principalmente uno: la tv ancora non si era appropriata del cinema e quindi la gente riempiva le sale, aveva il gusto di condividere la visione di un film. Si facevano trecento film l’anno e molti di questi incassavano anche tanti soldi, mentre oggi le pellicole di successo sono pochissime. Tutto ciò generava produzioni importanti, voglia di investire anche nelle musiche. Era comunque un momento magico anche a livello artistico, con una generazione di grandissimi compositori.

Cosa pensa dei giovani gruppi italiani che oggi hanno riscoperto quella tradizione musicale italiana – i temi dei film poliziotteschi, in particolare - facendola propria? Penso ad esempio ai Calibro 35.
Non può che farmi piacere, è carino e divertente che vadano a riscoprire questa musica storica, perché parliamo di composizioni di tantissimi anni fa. Fa un certo effetto “risentirsi” nei dischi di questi gruppi e forse ti consola anche un po’, facendoti pensare che forse non era proprio tutta roba buttata lì. Non so per quanto andrà avanti questo fenomeno, ma finché durerà, noi di quella generazione non potremo non esserne felici.

Franco Micalizzi - Foto di Giovanna OnofriA proposito di iniziative “giovani”, nel 2006 ha aderito al progetto “Gli Originali”, in collaborazione con alcuni dei più rappresentativi artisti della scena hip-hop italiana, tra i quali Deda MD, Colle Der Fomento, The NextOne, Don Kaos, Funky Turi a.k.a. Calabro Nove, Speaker Dee Mo e altri ancora. Ci può raccontare questa esperienza?
Sì, sono stati alcuni rapper milanesi ad avere questa idea e mi sono subito agganciato al progetto. Del resto l’hip-hop si era già interessato alla mia musica, un sacco di gruppi americani mi avevano chiamato per avere l’autorizzazione a utilizzare campionamenti di miei temi polizieschi. Era stranissimo che venissero a prendere questa musica funky in Italia, quando l’America era piena di cose di questo genere. Forse perché era molto “pulp music”, mentre quella americana era “music” e basta! (ridiamo)

Per me ha proprio centrato il punto: quella musica era italiana al cento, perché non si limitava a scimmiottare i modelli anglosassoni, come tanta produzione nostrana. Pescava nella canzone popolare, nel folk dell’Italia meridionale e del Mediterraneo, sposando il tutto ad arrangiamenti più complessi e orchestrali. Forse proprio per questo, perché era così italiana, era anche così internazionale?
Io mi basavo molto sul funky, su una ritmica molto tesa, poi però mi piaceva strizzare l’occhio alla tradizione della canzone italiana, quella meridionale, ad esempio, ripescando ritmi come quelli della tarantella, come nel caso di “Napoli violenta”. Era una particolare fusione tra le radici della musica americana (il jazz, il blues, il funk) e quelle della tradizione italiana, il tutto rielaborato a modo nostro.

Oggi invece vede qualcuno tra i compositori italiani in grado di raccogliere questa eredità?
Non ne ascolto tanti... Uno che adoro è Andrea Guerra, autore, ad esempio, dei commenti sonori della serie tv di Montalbano: credo sia uno dei migliori in assoluto in questo momento. Mi comprerei volentieri i suoi dischi, cosa che non farebbero mai altri compositori con dei colleghi... (ridiamo)

Davvero c’è ancora questa rivalità tra compositori?
Sì sì, garantito!

Franco Micalizzi - Albert e l'Uomo NeroCuriosità: lei ha anche partecipato nel 1978-‘79, come direttore musicale, alle prime tredici puntate della terza edizione della “Domenica in” di Corrado. Cos’è cambiato nella tv italiana da allora?
Moltissimo. Allora erano le prime trasmissioni della tv a colori, un’era quasi pionieristica. Era comunque una tv che si conteneva di più, che inseguiva un’idea di qualità. Con trasmissioni straordinarie, penso al Falqui di “Studio Uno”, a “Specchio segreto” di Nanni Loy, ai grandi sceneggiati per i quali ho anche scritto colonne sonore, come “Albert e l’Uomo Nero”. Anche oggi esistono cose buone, ma il tono generale si è abbassato, come nei discorsi della politica: è come se si fosse cercato di tirare sempre più in basso, cercando di attirare l’attenzione, però c’è un limite oltre il quale l’attenzione vola via. E oggi, con la grande offerta televisiva che c’è, preferisco orientarmi su cose che mi piacciono di più, come i concerti sui canali tematici.

Tra le sue chicche, c’è poi il famoso tema strappalacrime per il film “L’ultima neve di primavera”.
Sì, ho fatto piangere tutt’Italia! Ci sono un paio di aneddoti divertenti... Ricordo che il produttore, cercando di portare dalla parte sua anche grossi critici, da Rondi a Biraghi, organizzò delle proiezioni anche per loro, e quando uscivano dalla sala erano incavolatissimi perché erano stati coinvolti, quasi come se fossero caduti in una trappola... uscivano dalla sala non dico in lacrime, ma con gli occhi strabuzzati. L’altro episodio divertente capitò a una delle prime proiezioni: quando il film iniziò a prendere una certa piega, vidi una persona che si era alzata e scappava di corsa con le lacrime agli occhi... era mia moglie! Non le era bastato sapere già tutto in anticipo su quel film, del resto siamo umani: chi può resistere al supplizio di vedere un bambino che muore nelle braccia del padre? Però il film si salvava, aveva una buona fotografia, il bambino (Renato Cestiè, ndr) era eccezionale, Bekim Fehmiu era un signor attore e c’era anche Agostina Belli, che veniva fuori in quel momento con quegli occhi meravigliosi. Quella musica è andata ovunque nel mondo, in Brasile è diventata la sigla di una telenovela di duemila puntate, l’hanno cantata in portoghese, in tedesco in Austria, in Argentina è stata prima in classifica per due anni.

E oggi in tanti riscoprono proprio certe musiche grazie a YouTube e ad altri potenti mezzi delle nuove tecnologie: è una rivincita per la memoria storica di quel periodo, che si era un po’ persa anni fa?
Sì, senz’altro. Anche se i dischi originali, pur rari, si trovano ancora, grazie soprattutto ai collezionisti, su Amazon e altrove. Io però molti di questi brani li ho rieseguiti e ho fatto delle versioni discografiche nuove, perché allora si lavorava proprio con “du’ camere e ‘na cucina”, l’editore non è che ti dava questa grandiosità di mezzi, con tutto che i film poi incassavano bene. Così eri sempre costretto a togliere due archi di qua, due tromboni di là, una tromba di là, così almeno io cercavo di prendere quelli bravi, e ho avuto sempre la fortuna di lavorare con musicisti validissimi. Ora però questa grandiosità di mezzi me la sono creata da solo, ho messo su una big band con la quale faccio tutto quello che voglio e il risultato ha un suono magnifico. Ho anche una grande sezione ritmica, con un figlio bassista e l’altro batterista (rispettivamente, Alessandro e Cristiano, ndr). Però c’è qualcosa delle composizioni originali che oggi non puoi più riprodurre, qualcosa di inafferrabile...

È lo spirito degli anni 70!
Sì, dev’essere proprio lo spirito del tempo.

In collaborazione con "Leggo"
Grazie a Giovanna Onofri che firma alcune delle foto, inclusa quella di presentazione in home.

Discografia
Lo Chiamavano Trinità... (Original Soundtrack, Ariete, 1970)
 Sei Iellato Amico Hai Incontrato Sacramento (Pegaso, 1972)
 I Due Volti Della Paura (Pegaso, 1972)
L'Ultima Neve Di Primavera (Rca, 1974)
 Chi Sei? (colonna sonora originale del film) (Cam, 1974)
 Karate Amazones (Original Soundtrack Recording) ‎(Tam, 1974)
 Violence! (colonna sonora originale tratta dal film) (Cometa Edizioni Musicali, 1977)
 Do You Wanna Dance? (Rca, 1977)
 Il Grande Attacco (Cinevox, 1978)
 Stridulum (Rca, 1979)
 Franco Micalizzi e Sunset Melody Orchestra ‎(Beat Records Company, 1982)
 Nati Con La Camicia (Original Soundtrack) (Durium Start, 1983)
 Vier Fäuste Gegen Rio (Original Motion Picture Soundtrack) (Milan, 1984)
 Passioni (Rca, 1989)
 Lo Chiamavano Trinità / Il Pistolero Dell'Ave Maria (Original Soundtracks) (Curci, 1996)
Franco Micalizzi & The Big Bubbling Band - Cinema A Mano Armata ‎(New Team Music, 2006)
 Adolescenza Perversa (Fin De Siècle Media, 2006)   
La Banda Del Gobbo (Original Motion Picture Soundtrack) (Digitmovies, 2007)
Napoli Violenta (Beat Records Company, 2007)
Italia A Mano Armata (Beat Records Company, 2007)
Franco Micalizzi & The Big Bubbling Band - Cult & Colt Cinema '70 (New Team Music, 2008)
 Laure (Original Soundtrack) (Digitmovies, 2009)
 Genova A Mano Armata (Original Soundtrack) (Digitmovies, 2009)
Albert E L'Uomo Nero (Original Television Soundtrack) (Digitmovies, 2010)
 Le Amazzoni - Donne d'amore e di guerra (Original Soundtrack In Full Stereo) (Digitmovies, 2010)
 Il Giustiziere Sfida La Città (Original Soundtrack In Full Stereo) (Digitmovies, 2010)
 Da Corleone A Brooklyn (Original Soundtrack In Full Stereo) (Beat Records Company, 2010)
 Il Cinico L'Infame Il Violento (Original Motion Picture Soundtrack) (Beat Records Company, 2011)
Roma A Mano Armata (Original Soundtrack)‎ (Beat Records Company, 2011)
 Franco Micalizzi & The Big Bubbling Band – Veleno (New Music Company, 2012)
 Franco Micalizzi & The Big Bubbling Band – Miele (New Music Company, 2013)
 Ondanuova 1 (New Music Company, 2014)
 Celebrities (New Music Company, 2015)
pietra miliare di OndaRock
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Video

Videointervista a Franco Micalizzi per "Leggo"

  

Lo chiamavano Trinità
(tema di Lo chiamavano Trinità, 1973)

L'ultima neve di primavera
(tema di L'ultima neve di primavera, 1974)

Italia a mano armata
(tema di Italia a mano armata, 1976)

Roma a mano armata - Opening credits
(sequenza iniziale di Roma a mano armata, 1976)

Folk and Violence
(tema di Napoli violenta, 1976)

 

La banda del Gobbo - Sequenza 1 - Titoli
(tema di La banda del Gobbo, 1977)

Veleno
(videoclip ufficiale, 1982)

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