Frontier Ruckus

Frontier Ruckus

Radici e memorie

intervista di Lorenzo Righetto

Venti canzoni buttate alla rinfusa come vestiti nell'armadio di un adolescente. "Eternity Of Dimming" è uno dei dischi più commoventi dell'anno, per come ha interpretato l'età di passaggio alla vita adulta, per come ha ricostruito con cura maniacale una piccola raccolta museale di sensazioni, afrori, pulsioni, amicizie. Matthew Milia non lesina le parole nelle sue canzoni, e non lo fa neanche nel rispondere a queste domande: una vera immersione nel mondo dei Frontier Ruckus.

Sono rimasto impressionato dalla lunghezza (e dalla coerenza) di “Eternity Of Dimming”. Avevi in mente fin dall’inizio di scrivere un doppio? C’è un filo conduttore che lega il disco?
L’immensità del progetto è una sorta di sottoprodotto pratico dell’esser stati via da casa per due anni di fila, nel 2010 e nel 2011 – con tutte queste canzoni accumulate, unite da tematiche complementari. Era la prima volta che facevamo un tour così duro, o che stavamo fuori di casa così a lungo. Avevo sempre scritto di questioni complesse e conflittuali riguardanti il concetto di “casa”, fino a quel punto, ma essere via da casa ha fatto sì che l’intensità della memoria, lo zoom stilistico verso il ritratto personale, domestico venisse esagerato quasi esponenzialmente. Mentre ero via, avevo sviluppato questa illimitata ossessione per la specificità più maniacale del dettaglio riguardante il mio mondo locale della memoria, da cui mi sentivo sgradevolmente estraniato per la prima volta.
Così ho avuto parecchio tempo per scrivere molte canzoni, che si sono originate dalla stessa condizione, senza una vera via d’uscita, per circa due anni. Quando è venuto il momento di fare il nuovo disco, non c’era niente che mi sentivo di tagliare. Ogni canzone si appoggiava all’altra, nella mia mente, come parti intertestuali essenziali di racconti e riferimenti sovrapposti. Inoltre, non sentivamo nessuna vera pressione per uniformarci a prodotti popolari, di facile digeribilità, quindi non c’era davvero nessuna resistenza interna rispetto a fare un disco lungo.
Anzi, ci siamo divertiti a contraddire il trend di fare prodotti sempre più concisi e facili. Ci sono molti vantaggi tecnici nel fare qualcosa che è più romanzesco nei suoi ingranaggi. Più grande è il mondo che crei, più sarà lo spazio al quale ti potrai permettere di connettere tutte le componenti, con vari gradi di visuale e di complicazione del conflitto.
Potrei dire che il tema veramente dominante che attraversa il disco è il permanere di una memoria idillica infantile, con punte di pathos adulto, di tragedia, o solo di banale realtà disillusa. Come la scena di una festa di compleanno in “Black Holes”, piena di pizza e di bibite a litri, ma succede sullo stesso tappeto del soggiorno sul quale il papà cade quando ha una crisi. Una costante metafora è questa immagine di un’estate sgranata, magica, giovane, che si disintegra per gradi in un eterna ondata di lontananza, di declino.

C’era un particolare obiettivo che avevate in mente per questo disco, musicalmente? Penso che sia una perfetta mistura dei vostri riferimenti passati e più recenti, dalla Band a Neil Young, fino a Neutral Milk Hotel e Okkervil River e, con ciò, una grande dimostrazione di padronanza musicale.
Grazie. Volevamo che gli aspetti sonori rimanessero complementari alla narrativa musicale e che mantenesse quelle componenti strumentali a cui il nostro pubblico ci associa, ma usandole in modo innovativo e con molti nuovi strati addizionali sopra. Il banjo, per esempio, sta diventando uno strumento così diffuso e standardizzato che la musica pop moderna se n’è appropriata. Ma, allo stesso tempo, noi abbiamo Davey che lo usa in modo così espressivo, quasi impressionistico,per il modo in cui suona con e contro la melodia. Ha fatto diverse parti di banjo, usando effetti strani di delay e altre cose per portare lo strumento fuori dal suo buco. E Zach [il tastierista, ndr] ha avuto campo libero per essere quanto bizzarro volesse – così abbiamo preso diversi organi e tastiere obsolete, connessi ad antichi amplificatori scalcagnati e altre cose perché venissero fuori le combinazioni più inusuali di produzione di rumore.
Un tema importante del disco è la tecnologia obsoleta degli 80 e 90 e come la goffaggine delle cose datate agisca come un fermacarte sulla temporalità e la memoria nelle nostre vite. Abbiamo usato i microfoni di vecchi registratori e registrato a mano con vecchi mangianastri, etc. per fare eco a questo sentimento. Abbiamo comprato a Smalls [il batterista, ndr] un timpano, perché ci stavamo innamorando di gente come Bobby Vinton o Roy Orbison, degli arrangiamenti del grande pop orchestrale degli anni 60. Smalls dà proprio il polso del disco, che fa roteare l’ascoltatore attraverso questo succedersi di stanze in una casa sovraffollata, in cui il battito nelle pareti aumenta o ribollisce con differente intensità in base a ciò che accade nelle canzoni. Io ho suonato stratificando le chitarre elettriche come mai avevo fatto, scegliendo una sorta di cangiante tono melodico, che non solo paga dazio al pop radiofonico degli anni 90, che veramente dice molto della mia sensibilità melodica e che è un riferimento nel disco, ma anche al primo pop chitarristico degli anni 70, come quello dei Big Star o degli Elo, che è anch’esso molto importante per me.

frontierruckus_vIl vostro mash-up di “Sylvan Manor – Dealer” dipinge un quadro addirittura epico. Cosa puoi dirci di queste canzoni?
La versione di "In Protection Of Sylvan Manor" sul disco è proprio solo la demo che ho registrato nella mia camera, nel quartiere in cui sono cresciuto, che si chiama Sylvan Manor. È stata ispirata dalle mie passeggiate intorno all’isolato di case modeste, di un piano, in primavera, quando tutte le cassette della posta erano piene di spazzatura e coupon di pizzerie e minnows, per qualche motivo, e dal sentire una certo senso di proprietà per il mio ambiente più intimo, che conoscevo così bene, che il mio corpo era arrivato a sentire come un’estensione fisica – che nessuna forza esterna avrebbe mai potuto estrarre, o portarmi via. Sentivo il bisogno di proteggere la sacralità della mia personale esperienza – un archivio interno che ogni persona ospita nel ricettacolo del suo corpo, in cui le caratteristiche specifiche sono le più disparate ma la condizione e la rispettiva purezza sono esattamente le stesse. Gli interlopers nella canzone sono vecchi, meschini allenatori estivi di calcio, critici, bulli del liceo, o ogni agente nella vita che tenta di ridurre o danneggiare ciò che è tuo per diritto eterno.

Hai iniziato a cercare un suonatore di melodica e di sega per via di alcuni dettagli nascosti in due delle tue canzoni preferite. Qual è il tuo dettaglio preferito in “Eternity Of Dimming”?
Sì! Quella era la melodica nel pezzo della Band. Il mio dettaglio sonoro preferito in “Eternity”. Mmm… Ci sono così tante piccole segrete sfumature che ci abbiamo messo su, anche solo per noi stessi. Nella parte in cui quasi “rappo” in “Open It Up” in cui mi riferisco a un Nintendo-64 scartato nell’armadio dell’appartamento della mamma divorziata di un vecchio amico, e proprio in quel momento Zach suona un piccolo motivo di tastiera da un certo videogioco e questa è poesia musicale che si manifesta in quel verso.
Il mio meccanismo musicale preferito che abbiamo utilizzato è impiantare molto subdolamente riferimenti tra canzoni sia di questo disco che di altri. È un modo interessante di interfacciare la mitologia generale, farla lavorare tutta insieme per me. Lo faccio molto nei testi in generale, e la band è stata grande nel fare richiami musicali.

La maggior parte delle tue canzoni ha una forte spinta narrativa, qualcosa di piuttosto raro, oggi, anche nella scena cantautorale – piuttosto strano, immagino. Scrivi i testi prima della musica?
Scrivo e colleziono parti di linguaggio separatamente – rime, immagini o sentimenti interessanti che voglio mettere in una canzone, formando una sorta di coda di cose che devono trovare la loro strada verso qualcos’altro. Canzoni come "Careening Catalog Immemorial" o "Springterror" sono il risultato di avere un surplus di versi “grafici” che amavo veramente e che non riuscivano a entrare da nessuna parte, come piccoli orfani.
Così queste canzoni sono diventate questi wacky esperimenti tangenziali, e le adoro! Credo che le mie canzoni si adattino a circa quattro o cinque diverse categorie di brani che sono in grado di scrivere. So dall’inizio che una certa canzone sarà un pezzo alla "Adirondack Amish Holler/Pontiac the Nightbrink" o alla "The Tower/The Deep-Yard Dream" ecc. Ho sviluppato questo piccolo menu rispetto al quale riesco a scrivere. Ma, lungo la strada, è davvero importante per me sfidarmi, per esempio, scrivendo un verso che mi possa far sentire a disagio, o chiedermi: “Mi sto spingendo più in là?” Questo significa di solito che sto rompendo un po’ il ghiaccio, che sto trasgredendo, trovando nuove cose di cui parlare.

Qual è la più bella storia raccontata nella storia della musica popolare, secondo te?
Penso ancora che “MacArthur Park" di Jimmy Webb, e cantata da Richard Harris, che parla della torta che si scioglie sotto la pioggia, riassuma nel modo più ficcante l’amore, la perdita e il lutto. Davvero lo penso.

Una delle caratteristiche del tuo cantautorato, una cosa che amo della letteratura americana in generale, è l’attenzione e, forse, la ricerca di una mitologia popolare, una storia comune sepolta in luoghi specifici, magari ancora sconosciuti. I centri commerciali deserti, i vecchi stadi, fino ai “parcheggi e ai college di provincia”... Pensi che ci sia ancora un pantheon da scoprire? Cerchi luoghi mitologici personali o provi anche a riferirti a cose e posti che appartengono alla cultura comune?
Assolutamente. La gloria di una mitologia personale è che è davvero un’infinità di scoperte. È tanto variegata e rivelatrice quanto vuoi. Può includere il mondo intero o l’universo, se vuoi, in modo Whitman-esco. Può anche contraddirsi. La mia ha però una specificità locale – tento di legare tutta questa ingombrante roba metafisica con un vago paesaggio fisico. Questo per me è l’immensa landa della Detroit metropolitana. Se stessi qui tutta la vita, non potrei mai esaurire tutto ciò di cui si può scrivere – ogni componente infinitesimale, ogni connessione. Questo è forse il rischio di feticizzare il dettaglio ma mi gratifica.
Penso che potrei prendermi una pausa da questa folle specificità, per un momento, nel prossimo disco, però. La mia nuova sfida sarà capire se posso scrivere canzoni d’amore più generiche, con un ritornello. Sarà come farsi togliere i denti. Ma anche divertente, un gioco. Per me è sempre stato trenta strofe prima di scrivere un ritornello. Non riesco a ripetere qualcosa quando potrei riempire quello spazio con del nuovo linguaggio. Ma immagino che ci sia qualcosa da dire sulla ripetizione.

frontierruckus_viiiSiete ripetutamente citati, sulle webzine, come una band anti-Mumford. Come reagiscono i musicisti al banjo che diventa mainstream?
Non ho mai sentito una canzone dei Mumford per intero, quindi non sono davvero qualificato per commentare su di loro in un modo o nell’altro. Quello che posso dire è che mi auguro davvero che la gente investighi il lavoro specifico che hanno sotto mano quando parlano di noi e non abbozzino goffamente qualcosa basandosi su un insieme di riferimenti così povero. È l’onnipresente difetto dei giornalisti, di questi tempi. Ogni idiosincrasia, ogni sfumatura è spazzata via rozzamente dal bisogno immediato di qualificare le cose attraverso i paragoni più inappropriatamente imposti in quel momento. Che ti piaccia il disco o no, sono sicuro che esiste una piccola galassia di dettagli rispetto alla quale commentare nel merito. Lo so perché li ho messi deliberatamente. E, guarda un po’, non hanno neanche una remota connessione a questa o quella band che non ho mai sentito. Se stiamo parlando dell’influenza delle radio dei 90, invece, beh andiamo sul sicuro!
Questo rende domande precise e ragionate come queste un vero piacere.

Immagino che gli show dal vivo siano ora la principale fonte di entrata per le band, e voi avete fatto parecchi concerti. Avete abbastanza confidenza da registrare un live?
Alcuni fan ce l’hanno chiesto. Non ci abbiamo pensato seriamente, ma direi che mi piace l’idea di poter mettere insieme tutte le nostre canzoni da album differenti fino a farle coincidere in nuove configurazioni e relazioni. Abbiamo un bel repertorio, a questo punto, ed è sempre una sfida metterle insieme coerentemente in un live. Ho provato a fare una cronaca delle setlist di ogni serata ma è diventato troppo frustrante. Molte delle canzoni suonano molto diverse dal disco rispetto a come le suoniamo adesso dal vivo. Sarebbe carino documentare l’esperienza di vederci dal vivo piuttosto che in qualche clip tremante di YouTube. La gente dice: “Siete una grande band dal vivo.” Forse faremo un live set quintuplo di noi che tentiamo di suonare tutte le canzoni che abbiamo scritto. Avrebbe i suoi alti e bassi. Naturalmente incoraggiamo le persone a fare bootleg e anche a seguirci come se fossimo i Grateful Dead.

So che avete suonato in Italia, durante lo scorso tour. Che cosa ti ricordi?
Per molti di noi era la prima volta in Italia. Davvero bellissimo. Mi piacerebbe vedere tutte le diverse regioni e come contrastano, perché siamo stati solo al Nord. Siamo stati a Milano durante un giorno libero e siamo stati in giro tutto il giorno. Ho mangiato del cocco fresco da un baracchino dove veniva irrorato d’acqua. Un sacco di persone attraenti sotto il sole bollente.

Discografia
 The Orion Songbook (Lower Peninsula, 2008) 
 Deadmalls And Nightfalls (Lower Peninsula/Ramseur, 2010)
 
 Way Upstate And The Crippled Summer Pt.2 (Ep, Lower Peninsula/Ramseur, 2011) 
Eternity Of Dimming (Quite Scientific, 2013)
 
 Sitcom Afterlife (Quite Scientific, 2014) 
 Enter The Kingdom (Sitcom Universe/Loose, 2017) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Rosemont
(live session, da "The Orion Songbook", 2008)
What You Are
(live session, da "The Orion Songbook", 2008)
Nerves On The Nightmind
(da "Deadmalls & Nightfalls", 2010)
The Tower
(live session, da "Deadmalls & Nightfalls", 2010)
Pontiac, The Nightbrink
(live, da "Deadmalls & Nightfalls", 2010)
Mona And Emmy
(live session, da "Way Upstate And The Crippled Summer Pt.2", 2011)
Careening Catalog Immemorial
(da "Eternity Of Dimming", 2013)
Eternity Of Dimming
(da "Eternity Of Dimming", 2013)
Dealerships
(da "Eternity Of Dimming", 2013) 
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