Gengahr

Gengahr

I semi del pop

intervista di Stefano Bartolotta
L'uscita del secondo disco dei Gengahr ci ha dato la possibilità di inviare un po' di domande via mail a Felix Bushe, voce e principale autore della band. Le sue risposte raccontano di quanto sia stato spontaneo per il quartetto virare verso il sound più ampio che caratterizza questo secondo lavoro rispetto all'esordio.

Avete detto che la vostra visione di ciò che devono essere i Gengahr è diversa rispetto a quando avete fatto il primo disco, ed è chiaro dall’ascolto dei due lavori. C’è un momento che definisce questo cambio di visione, o è avvenuto spontaneamente?
Penso che il cambiamento sia stato molto naturale. La vita è troppo breve per ripetersi, quindi l’ambizione è sempre quella di fare qualcosa di nuovo ogni volta. Per me, i grandi artisti sono quelli che continuamente danno l’impressione di reinventarsi, facendo comunque in modo di far capire che sia una cosa naturale allo stesso modo della precedente incarnazione. Questa è l’ambizione sottesa a ciò che facciamo.

Avete anche detto che avete registrato una versione del disco rispetto alla quale, alla fine, non vi sentivate a vostro agio, però avevate fiducia che, con le canzoni che avevate, sareste stati in grado di registrare qualcosa che vi sarebbe piaciuto. Cosa non vi piaceva esattamente, il suono in sé, o il modo in cui interagiva con il songwriting? Avevate la sensazione che il songwriting non fosse valorizzato abbastanza dal suono?
Penso che, fondamentalmente, il lavoro che avevamo chiuso non desse la sensazione di essere abbastanza naturale e umano. Abbiamo avuto un sacco di tempo per stare in studio ed eravamo molto concentrati sul fare qualcosa di perfetto, e ciò ha finito per soffocare un po’ le registrazioni. Ciò che abbiamo imparato da questo processo è che le imperfezioni possono spesso dare un soffio di vita a una canzone e che dovrebbero essere prese in modo convinto assieme a tutto il resto

Per via dell’importanza della fase del songwriting nel vostro lavoro, almeno da quello che dite, vi chiedo come funziona nella band. C’è un autore principale, o scrivete collettivamente? Scrivete musica e testi in modo separato o più o meno nello stesso momento?
Io sono assolutamente l’autore principale nella band. Ho sempre scritto le canzoni, però collaboriamo molto nella parte musicale. Vengono spesso condivise idee da John, Hugh e Danny e poi spetta a me il compito di prenderle e scriverci attorno una canzone. Il processo non ha regole stabilite e tende a cambiare da canzone a canzone. Penso che ciò aiuti a mantenere il songwriting vario e non prevedibile.

Penso che la differenza principale tra i due dischi, sia in termini di songwriting che di suono, sia che questo nuovo è più diretto e ambizioso allo stesso tempo. Le nuove canzoni danno una grande sensazione di energia, positività e consapevolezza. Siete d’accordo?
Spero proprio che sia così! Sicuramente abbiamo acquisito molta consapevolezza dalle nostre esperienze sul primo disco, anche grazie ai riscontri di critica e di pubblico e alla maggior parte dei concerti. Aver suonato anche per un pubblico ampio e aver sentito l’amore che ci è stato dato ci ha davvero permesso di crescere e di sentirci più sicuri di ciò che stavamo facendo.

Per via dello stile, sia melodico che vocale, penso che potrei cantare queste canzoni, o almeno la maggior parte di esse, sotto la doccia o mentre sto guidando. Vi piacerebbe che ogni ascoltatore la pensasse così?
Ahah... naturalmente! Da cantante, non c’è nulla che mi renda più felice che sentire altre persone che cantano le mie canzoni. Lo adoro, è una sensazione meravigliosa.

Ho l’impressione che abbiate lavorato molto sulla tracklist e che abbiate messo all’inizio le canzoni più pulite, abbiate continuato con quelle dal suono un po’ più sporco e caratterizzato dai riverberi e abbiate finito con quelle più sognanti.
Sì, penso che ci sia una sensazione generale nella musica che ora i dischi siano meno importanti e che tutti ascoltino solo i dischi su Spotify o mettano le canzoni che preferiscono nelle playlist. Forse siamo dei puristi, ma per noi questa è ancora una parte importante della realizzazione di un album. Capire la maniera perfetta per far viaggiare l’ascoltatore nella nostra musica è sicuramente molto importante.

Di cosa parlano i vostri testi? C’è stato un cambiamento tra quelli del primo album e quelli del secondo, come è avvenuto per gli altri elementi di cui abbiamo parlato?
Le mie intenzioni per questi disco erano piuttosto semplici: volevo essere più personale con la speranza che, aprendomi di più e svelando un po’ di più di me stesso, l’ascoltatore si sentisse connesso in modo più diretto con le canzoni.

La mia canzone preferita del disco è “Pull Over (Now)”, ditemi tutto quello che volete su di essa.
È anche una delle mie preferite. Penso che sia la canzone che guarda più avanti rispetto al disco, verso ciò che potremmo fare in futuro. Penso che sia per questo motivo che mi piace così tanto.

State per andare in tour in Europa, e verrete anche in Italia, cosa possiamo aspettarci dai vostri concerti? Adatterete forse le canzoni vecchie alla vostra visione attuale o sarete fedeli alle versioni in studio?
Serve sempre un certo equilibrio quando si suona dal vivo. Cerchiamo di mantenere le canzoni come sono nella versione in studio abbastanza da fare in modo di suonare caldi e familiari, però cerchiamo anche di metterci un po’ più di energia, in modo da realizzare performance che il pubblico merita.

A proposito di concerti, suppongo che apparirete anche in alcuni festival all’aperto quest’estate, dopo l’ampio tour nei club. Avete studiato qualcosa di diverso per le due situazioni?
Sono situazioni sempre un po’ diverse, sì. Suonare nei club è sempre divertente, il suono è forte, si suda, sai cosa puoi aspettarti. I concerti all’aperto possono dare qualche problema in più. Credo che, comunque, abbiamo la fortuna che il nostro sound funzioni bene in entrambi gli scenari.

L’album verrà pubblicato anche in cassetta, che è ormai di nuovo una realtà, e personalmente ne sono molto felice. Poi c’è anche un pacchetto di semi per i primi ordini. Sono idee vostre o vengono dall’etichetta?
No, queste sono idee che volevamo mettere in pratica noi. Eravamo ragazzini negli anni Novanta, quindi ci ricordiamo delle cassette ed esse hanno avvuto un ruolo importante nelle nostre prime esperienze musicali. Per quanto riguarda i semi, siamo sempre stati molto amanti della natura e ci sembrava una buona idea per rendere il mondo un pochino più verde!

Discografia
 A Dream Outside (Transgressive, 2015)
Where Wilderness Grows (Transgressive, 2018)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Gengahr su OndaRock
Recensioni

GENGAHR

Where Wildness Grows

(2018 - Transgressive)
Un indie-pop fanciullesco, più adatto a fate e folletti che a uomini e donne

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.