Gianni Maroccolo

Gianni Maroccolo

Vent'anni di new wave italiana

intervista di Tommaso Franci
La new wave italiana si è formata attorno alle sue linee di basso: prima i Litfiba, quelli veri, poi l'ultima fase dei Cccp e la metamorfosi nei Csi, quindi, insieme ai compagni di sempre (Ferretti, Magnelli, Canali), la nuova creatura dei Pgr. In mezzo, l'attività di produttore e talent scout. Quando nel 2004 ha debuttato come solista con "ACAU La nostra meraviglia", Gianni Maroccolo ha potuto finalmente raccogliere quanto aveva seminato fino a quel momento. Ecco l'intervista che ci ha concesso in esclusiva, durante il tour dei Pgr e prima di accompagnare sul palco i Marlene Kuntz.

Grazie per la disponibilità e il tempo che hai deciso di concedermi. Dato che tu sei una delle personalità più importanti del rock italiano, avrei pensato di non farti le solite domande circa i tuoi progetti presenti o futuri, ma di parlare con te del rock in generale. Ossia di che cosa tu pensi del rock, di che cosa tu cerchi di comunicare tramite il rock e soprattutto se tu ritieni che sia o sia stata possibile in Italia una forma di rock originale, in qualche modo paragonabile a quella americana e inglese. O viceversa se tu usi il rock come mezzo per comunicare contenuti che siano altri dalla musica stessa. Io ho una teoria. Il rock è un sottogenere della musica popolare che viene fatto con tre strumenti, chitarra-basso-batteria, derivato da un'esasperazione del rhythm and blues, sorto in America intorno al 1967 ed esauritosi, se non morto, intorno al 1991, quando ha consumato la sua carica propositiva. Adesso abbiamo vari movimenti che, al di là dei vari ismi, possono essere ridotti a revival.

Io sono stato casualmente arruolato al rock. Intorno alla fine degli anni Settanta ascoltavo molta musica elettronica (Brian Eno, Tangerine Dream, Neu!), ma anche Can o Zappa; adoravo i Pink Floyd, perché anche se la loro forma espressiva non era quella del classico rock 'n' roll e, per quanto siano stati definiti psichedelici e lisergici, avevano lo spirito rock. I Pink Floyd avevano un sacco di influenze blues (giri armonici eccetera). Ancora prima ascoltavo musica di Canterbury (Soft Machine, Robert Wyatt, Peter Hammill). Ascoltavo anche molto rock. Avevo i primi tre album dei Led Zeppelin, dei Black Sabbath. Andavo matto per certe cose di David Bowie, per Lou Reed… gli Stooges poi, che hanno inventato il punk. Ascolti molto eterogenei insomma. Sono stato casualmente arruolato al rock perché conoscevo Aiazzi e abbiamo casualmente formato i Litfiba alla fine del '79, in maniera vergine. Conobbi un insieme di gruppi rock grazie a Ghigo e Piero di cui ignoravo l'esistenza. Apprezzavi poi un po' di tutto in quel periodo ed era imperante il tipo di cultura che passava Siouxsie and the Banshees, Bauhaus eccetera. Con gli anni Ottanta, sono stato sconvolto dai Residents e soprattutto dai Tuxedomoon. Per certi aspetti anche dai primi due album dei Police: commistione tra un tipo di musica che non ho mai amato, il reggae, e di un modo assai originale di legarla con quello che stava succedendo in quegli anni. Quello che mi piaceva molto dei Police era l'energia che scatenavano. Li ho visti due volte dal vivo. Sbagliavano, andavano fuori tempo, acceleravano, come noi stasera, ma avevano energia da vendere, che i punk veri come i Sex Pistols si sognavano! Come musica urlante, ho amato più il punk americano che non i Sex Pistols. I Dead Kennedys: il gruppo per eccellenza punk fu quello di Jello Biafra.
Ritornando al discorso dell'indole rock, probabilmente sei stato fin troppo buono a dire che è morto nel '91, perché secondo me è morto molto prima. E comunque sia, la cosa che io amavo del rock non era tanto l'aspetto formale: trovo che ci sia un'indole che ha a che fare con il Dna, con il carattere, con il modo di rapportarsi alla vita. Non è il classico discorso che il rock è una missione di vita. Ma mi rendo conto che i musicisti rock sono persone nella vita diverse da altre: hanno storie comuni, una visione della vita simile, anche ideologie simili, praticano una sorta di ideologizzazione della musica. Non è mai stata la sola canzone a fare il rapporto con il pubblico, è stato anche un tentativo, spesso pure riuscito male, di esprimere qualcosa che fosse percepito a livello collettivo, che desse la possibilità di riflettere sulle cose. E questo lo noto in tanti gruppi. Dylan, che non amo, aveva quest'indole qui. Anche se le sue canzoni sono una palla disumana. Neil Young ha iniziato che era un cantautore country: ma quello è uno che ha il rock dentro; se poi fa un disco di chitarra e voce o fa un disco country, non vuol dire. I PGR, qualsiasi cosa facciano, hanno quell'indole. Ci può essere Ferretti più punkettone, io più rockettaro, Canali per il rock ancor più duro. Ma ci accomuna il fatto che ci si emoziona e si vibra per le stesse cose. In Italia negli anni 80 Gianna Nannini era definita rock. 4-5 anni fa vidi un'intervista a Biagio Antonacci che diceva: mi sono ispirato ai Sex Pistols e ai Clash per fare un album e finalmente ho fatto un album rock. Io credo che la musica rock sia un territorio assolutamente blindato a chi rockettaro lo è davvero. E questo non vuol dire essere tatuato, avere giubbotti di pelle eccetera, ma avere il rock dentro. Perché altrimenti sarebbe semplice. Basterebbe mettere un distorsore alla chitarra ed ecco la musica rock. Non è così, tanti ci hanno provato, ma hanno fallito. Altra cosa che fa parte della musica rock è il concerto, mai come nella musica rock il concerto è la forma principale di espressione, il fine che si pone un musicista. Mentre l'ottanta per cento di chi fa musica la fa per il nuovo disco, per noi fare un nuovo disco significa riprendere a suonare a contatto con la gente. E solo chi ha questo tipo di vibrazione può capire e trasmettere rock. Ulteriore cosa che è scomparsa è il potere aggregante che il rock ha avuto. Da 7-8 anni ciò non c'è più. Ma non perché il genere non si sia evoluto formalmente: perché ci sono stati cambiamenti culturali, sociali eccetera. Come la politica non influisce più nella vita delle persone, così non influisce più il rock. Esso ha avuto per parecchi anni un grosso potere potenziale, ma è stato utilizzato al "minimo sindacale", e ora non ce l'ha più; ora la musica vive in una dimensione di musica fine a se stessa. Anche la musica rock, che come hai detto tu fa parte della musica popolare, diventa musica e basta. Io non parlo di questo per dire che si stava meglio quando si stava peggio. È la vita che va avanti; tutto il mondo è più veloce, si consuma più velocemente, le avanguardie stentano di più ma ci sono e chissà dove ci porteranno; la musica rock rimarrà in auge come oggi è in auge la musica napoletana, la taranta salentina o la musica irlandese. Non avrà più il potere di creare un movimento di pensiero al di là di chi cantasse e che cosa cantasse, come è stato negli anni Settanta e Ottanta. Il discorso che hai fatto tu sulla morte del rock lo sentii fare già negli anni Ottanta.

Parlo molto volentieri con te perché sei una persona sincera, dici cose significative e avrei tante domande da rivolgerti. Ho parlato del 1991 per questo motivo. Pensavo a vari gruppi, cosiddetti gruppi post-rock, che però in realtà facevano forme di rock minimalista, come gli Slint , non so se li conosci; gli Slint hanno fatto un album fondamentale nel 1991, che a mio avviso sancisce la fine del rock … e non tanto il grunge dei Nirvana - nel '91 è uscito " Nevermind ", che concilia il livello commerciale con le cose da dire, perché Cobain aveva cose da dire, e l'abilità di dirle alle masse… conciliava pop e punk, con testi veramente significativi… anche perché poi si parla bene dicendo che questo si è ucciso per la fama e il successo… però quando tu ti uccidi non è un piccolo passo… vorrei mettere chiunque con un fucile alle tempie e dirgli: che cosa scegli? La vita o il successo? Comunque, io farei questa distinzione: i Nirvana sono stati l'ultimo gruppo propositivo a livello commerciale e gli Slint sono stati l'ultimo gruppo propositivo a livello, per così dire, avanguardistico. Ora io ti vorrei portare a un'altra riflessione. Ritengo che il rock sia nato grazie a un grande movimento sociale che ha portato una massa notevole di persone a una cultura che non definirei medio-alta, ma medio-bassa. Ossia, anche i cosiddetti punk facevano comunque le loro brave scuole superiori e quindi avevano concetti, grossolani banali e ingenui quanto vuoi, ma derivanti da filosofia e poesia, che ad esempio i cantanti folk di inizio secolo non avevano. Il problema è - e così arrivo alla domanda che ti voglio fare, ossia se il rock sia una forma d'arte - per far sì che il rock sia una forma d'arte bisognerebbe metterlo sullo stesso livello della poesia o della letteratura. Senza fare grandi nomi di poeti o pittori, dico: a tuo avviso è probabile che il rock sia una sorta di "né carne né pesce" mosso da una serie di contenuti, magari provenienti da filosofia, poesia eccetera, che avevano enucleato i medesimi contenuti, vedi il nichilismo, secoli prima del rock, e che esso poi ha banalizzato, divulgato alle masse, perché venivano letti in modo ingenuo da diciottenni? Perché il rock è fatto da giovani, gli album fondamentali del rock li hanno fatti gente tra i 18 e i 23 anni, non c'è storia, che sono riusciti a comunicarli grazie all'immediatezza del suono, perché il rock è più semplice della classica e avanguardia… ma ha avuto una grandissima potenza a livello sociale, che ha portato ragazzi di 15-16 anni ad avere crisi esistenziali che si sono poi manifestate o in una depressione più o meno passeggera o addirittura nel suicidio.

Il binomio rock n'roll uguale semplicità e forma di espressione meno complessa, più semplice, sia nei contenuti dei testi sia nel modo di suonare, mi trova in disaccordo e dovrebbe trovare in disaccordo chiunque abbia fatto un percorso come me: ho studiato musica al conservatorio, ho studiato il contrabbasso, ho fatto fonologia, musica elettronica, ho studiato storia della musica, musica contemporanea, dodecafonica eccetera … per poi arrivare a fare rock 'n'roll: credo non ci sia niente di più difficile di essere semplici e creativi allo stesso tempo. Intendo, di riuscire a essere diretti e comprensibili avendo una forma-base abbastanza alta, non una semplicità fine a se stessa. Per quanto possa essere un po' bohemienne, una canzone come "Imagine" non la trovo semplice; la trovo una bellissima canzone punto; anche se poi, nel mio privato, ascolto roba molto più astrusa. Come musicista ho provato, abbiamo provato anche noi CSI o PGR, a fare delle "canzoni", e non è poi così semplice. Riguardo al contenuto dei testi, che devono avere la capacità di comunicare con delle persone ai concerti in maniera universale e inseriscono i vissuti personali dell'autore, credo che ciò sia una cosa naturale, che manda avanti l'arte e la cultura in genere da sempre.

Credo che il rock sia una forma di comunicazione tra le migliori. Io ho 45 anni, ho un background di un certo tipo, ho studiato certe cose, ne ho lette altre, ho avuto dei punti di riferimento che è ovvio facciano parte del mio bagaglio, oltre che culturale, intimo, direi, a livello di inconscio. Ora, nel momento in cui mi metto a suonare o compongo, in quel momento sto mettendo tutto ciò che è il mio bagaglio di 30 anni di ascolti di musica, di innamoramenti, di approfondimenti, di studio di certi artisti; lo stesso credo che valga anche per chi scrive certi testi: non si inventa niente di nuovo se non si ha ben chiaro ciò che ci ha preceduto; questo non vale solo per la musica, ma anche per la vita in genere. Non mi sentivo nemmeno negli anni 80, quando ho iniziato coi Litfiba, di definire il rock 'n' roll, "arte". Mi sento ancora, però, di definire la musica una delle migliori forme d'arte possibili. E ciò considerando le evoluzioni che ci sono state dalla fine degli anni 60 a oggi, l'evoluzione della vita, dell'essere umano, del modo di comunicare in genere, coi problemi che si creano tra la velocità del progresso e una massificazione totale, per cui tutto diventa globale, globalizzato, globalizzante... - non voglio fare un discorso politico, sia chiaro, parlo di cose concrete: negozi di dischi chiudono perché vige solo la grande distribuzione. Il mercato ti offre l'8, il 10 per cento della musica che viene prodotta e suonata nel mondo. Poi sta a te andarti a cercare la musica che ti interessa o accontentarti di quella e non cercarne altra. Però credo che in quest'evoluzione, dove in parte c'è anche involuzione a livello umano, la musica debba continuare a essere considerata una delle forme d'arte possibile.

Ognuno vive i propri giorni. Se andando a ritroso, scavando nel passato, ci si rende conto che in determinati momenti storici, c'è stata più innovazione, più ricerca o c'è stata più qualità non vuol dire… Anche nell'arte, pittura, scultura, è la stessa cosa, anche in forme d'arte più moderne come la comunicazione o anche nella politica, che è nata come forma d'arte. Non è questione di accontentarsi. Oggi abbiamo una classe politica di un certo tipo. Non solo in Italia, diciamo noi come mondo occidentale. Non possiamo esimerci dal definirla classe politica, però, anche se è fatta di faccendieri e di personaggi che poco hanno a che fare con la politica e sono molto servi del potere da non riuscire minimamente a controllarlo, cosa che almeno fino a 20 anni fa la politica riusciva a fare, cercando di mediare e di frenare il potere economico…ora, non ci riesce più, la politica non riesce più nemmeno a far questo, non ha il potere di influire sul potere economico… però non puoi non chiamarla classe politica, non puoi dire che non facciano politica; puoi dire che fanno pessima politica, che sono dei pessimi politici; così come potresti dire dei PGR che sono dei pessimi artisti, ma non che non facciano arte… magari arte di bassa lega, di bassa qualità. E comunque non sta a noi, né alla mia generazione, far parte delle avanguardie. C'è da capire cosa le avanguardie ci doneranno. Noi, forse, lo siamo stati nel nostro meschino contesto italiano, abbiamo fatto parte, nel bene o nel male, dell'avanguardia musicale di fine anni 70-inizio anni 80. Ma, tornando a noi, o definisci la musica una forma d'arte o non puoi definire gli Slint arte e i Nirvana no. Non puoi dire che la Pausini non faccia arte e i PGR sì: la Pausini fa musica e i PGR fanno musica; facciamo parte di uno stesso calderone. Ognuno poi propone ciò che è e che può.

Venendo a un discorso meno astratto e più di vita vissuta, vorrei proporti quest'altra considerazione. Prendiamo il caso di un ragazzo di vent'anni che ha una grande passione per esibirsi in pubblico, manifestare quello che ha dentro, e l'ha sempre trattenuta perché convinto della morte del rock… non se l'è mai sentita di andare con altri due o tre amici, rinchiudersi in una cantina, fare accordi e mettere su una canzone… però non è semplice. Può ovviare a questa mancanza per la quale può anche soffrire, passando da musicista rock a critico. Chi fa rock, come chi fa il critico tipo quel ragazzo, ha un bisogno di espressione che magari non è riuscito a sfogare in altre forme d'arte. Magari perché per essere buoni pittori o scrittori ci vuole un background culturale e tecnico di fatto superiore a quello che serve per essere un buon artista rock. Per esempio, citami qualsiasi musicista rock importante: sono convinto che come ore-studio allo strumento ne abbia fatte meno di quelle che ha fatto uno scrittore o un pittore. Questo penso sia provabile e decide dell'alto livello artistico della pittura e del basso livello artistico del rock...
Bisogna tenere conto del talento. Il discorso che fai tu non farebbe una grinza, altrimenti. Se uno decide di fare il musicista classico, sa che se il suo fine è di suonare in un'orchestra, dovrà studiare quel tot di anni che servono a lui per diventare musicista di quarta o quinta fila. Un direttore d'orchestra o uno che vuole fare composizione studiano di più perché quello è il loro obiettivo. In questo discorso, però, non si tiene conto del talento. Uno come Paganini non ha avuto bisogno di studiare più di tanto: aveva un talento pazzesco. Punto e basta, non si discute. Il talento va poi riconosciuto. Se hai dei limiti, devi vedere se sono davvero tali oppure se sono dei pregi perché magari ti differenziano da altri. La tecnica e lo studio sono una cosa che deve essere legata principalmente a quello che tu vuoi fare e dire. Se tu nella vita vuoi disegnare un gufo per tutto il tempo, su un albero, per terra, su una macchina eccetera, studierai per far quello; poi il tuo talento, il tuo estro. Ti permetterà di fare gufi per tutta la vita. Strada facendo vorrai ampliare gli orizzonti, cambiare, e ristudierai, questo è ovvio, sperimenterai delle cose, entrerai a contatto con altri artisti, sarai condizionato da quello che ti circonda, ma inizialmente la molla che fa partire qualcuno a prendere in mano uno strumento e a provare a suonare, che sia rock o altro, è solamente la passione e l'istinto e alla fine la capacità di comprendere il proprio talento e di studiare per poter riuscire a esprimere ciò che vuoi esprimere. Se tu vuoi guidare un motoscafo, non serve passare anni e anni a studiare una guida per macchine di F1, di tir, di camion, di corriere, ecc. Se tu vuoi guidare un motoscafo, vai a scuola sei mesi, ti prendi il patentino e impari a guidare un motoscafo… Se poi hai del talento e questo motoscafo lo mandi a 1000, è per merito del tuo talento; ma non hai bisogno, almeno che non sia una tua esigenza profonda, di imparare a guidare tutto ciò che è motorizzato. Questo vale per la musica. È la stessa cosa.

Io credo di avere un background ampio a livello non tecnico, ma di esperienza, sperimentazione, piccole prove e studi, che ho approfondito nel tempo finalizzandolo alla ricerca di quegli strumenti che mi permettessero di esprimermi come desideravo. Sono un bassista anche abbastanza atipico, ho imparato a suonare il basso da autodidatta e da lì mi sono applicato per inventare qualcosa che fosse il più personale possibile e che mi rappresentasse. A volte ho problemi con la tecnica perché non riesco a esprimermi solo attraverso il basso, e allora cosa faccio? Suono un po' di tastiere, conosco bene i synth, programmo delle cose, suonicchio un po' la batteria... dipende da ciò che uno ricerca della vita. Se uno vuole ritrovarsi su un palcoscenico a suonare musica rock, gli basta studiare in rapporto al talento che ha, perché io mi ricordo che quando iniziai a suonare la chitarra acustica avevo 11 anni, mettevo su un Lp e in 10 minuti me lo ritiravo giù a orecchio; mi tiravo giù la parte del basso, della voce, tutto; un mio amico che mi ha insegnato a fare i primi tre accordi, per andare a tempo o suonare decentemente la chitarra, ci ha messo il triplo del tempo, ma era questione di doti, io ero più portato e lui meno. Per fare le stesse cose che facevo io, lui aveva bisogno di stare tre mesi in più sullo strumento. Però a me interessava studiare per raggiungere lo scopo di poter fare quello che desideravo fare. E questo vale per tutta la musica. Se vuoi conoscere un synth, la musica dodecafonica, minimalista, l'elettronica d'inizio 900, le loro evoluzioni ecc., hai bisogno di studiare un po' di più; se vuoi fare del rock 'n' roll e hai del talento, forse, puoi studiare un po' di meno ed è raro comunque che nella musica rock si trovino persone, a parte rare eccezioni, tecnicamente eccelse. Ma si trovano delle grandi creatività, perché tu mi parli del '91, ma io credo che un disco come "Ok Computer" dei Radiohead non sia da considerare un disco privo di creatività. Non si ha a che fare con musicisti tecnicamente eccelsi, ma dotatissimi a livello creativo. Quello che serviva a loro per potersi esprimere è arrivato attraverso lo studio. Ma puoi studiare quanto vuoi, se non hai il talento, non esiste gruppo, né arte, ma solo esecutori più o meno eccellenti.

Bisogna insomma avere qualcosa da dire…
Io sono felice di avere passato questi 14 anni - e spero di passarne ancora, tra l'altro - con Giovanni; perché mi è sempre piaciuta di lui, anche nei CCCP, quando tutto poteva avere una parvenza rivoluzionaria, la sua capacità di costringere le persone a riflettere, sgradevole o provocatore che fosse, estremo ed eccessivo, ma con una grande capacità di rimettere in discussione i suoi pensieri e sé stesso. Per molti potrebbe essere segno di incoerenza, per me di elasticità e di grande spessore intellettuale oltre che umano. La musica che io adoro di più, a livello di testi, è quella che ti costringe a riflettere. A fermarti e dire: che sta dicendo questo? La musica che ti pone dei problemi. Che poi il rock sia arrivato a condizionare, spesso in maniera eccessiva, giovani generazioni confuse, che non avevano punti di riferimento, può anche essere. Ma se si guarda dall'altra parte, crescendo con quella musica si sono formati generazioni di politici, scrittori, registi, belle persone, ricche proprio perché affini a un certo modo di vedere la vita.

Se il rock è morto e il vuoto esistenziale delle persone è rimasto, tu consiglieresti ancora a dei ragazzi di metter su un gruppo rock o no?
Quello che fa male alla musica in genere è etichettarla o porle dei confini. Consiglierei a chiunque, se appassionato, di prendere uno strumento e di imparare a suonarlo. A parer mio, è più interessante che andare in discoteca o non saper che fare dalla mattina alla sera o andare a giocare a pallone. Sarebbe meglio non avere finalità, io non ne avevo all'inizio. Ti vedi con degli amici, due volte a settimana, e si suona. Senza dire: tra sei mesi facciamo provini, poi il disco, il concerto ecc. Questo rovina un po' la musica. Io con i Litfiba ho fatto il primo album dopo cinque anni che suonavamo assieme. Se c'è la passione verso la musica e la voglia di provare a divertirsi, suona due o tre ore e finisci la serata in una birreria, ma non creare un gruppo a 18 anni col discorso provini, registrazioni e qui e là, perché non ha senso. Soprattutto nella musica di gruppo. Se la musica la fa un solista, un compositore, cantautore, è un discorso; hai a che fare con te stesso, hai una crescita che può essere anche più veloce. La musica d'insieme è difficile. Quattro-cinque ragazzi che si trovano insieme e provano a proporre qualcosa di vagamente personale devono per forza andare per sottrazione, ognuno deve levare qualcosa che sa fare, che vorrebbe fare eccetera. Trovare il giusto equilibrio richiede tempo e disponibilità. Nella musica d'insieme si va per sottrazione, ognuno rinuncia a qualcosa, perché l'importante è l'insieme, è la canzone che deve venir fuori, ma col contributo di tutti. Se fare musica equivale a "fra un anno bisogna fare un disco, guadagnare ecc.", allora non la consiglio a tutti, perché la musica ha a che fare col talento e il talento ha bisogno del tempo per esprimersi. Per esprimere il talento bisogna mettere in previsione che si parte per divertirsi e per conoscersi e poi, se ci si rende conto che potrebbe funzionare, da lì in poi si lavora duro e si vede di costruire qualcosa concretamente.


Chi ha scritto il testo di "Eroe" o "Eroi nel vento"?

Piero.

Chi ha scritto il testo di "Regina di cuori"?
Piero.

Come ti spieghi questo cambiamento? Nella maggior parte dei gruppi si vede questa escalation: uno si dice: "Lo stesso autore non può essere". Questa persona si è bevuta il cervello - non parlo di Pelù, il mio era solo un esempio - o volontariamente, per altri, fini cambia le sue capacità espressive?
Credo che cambi la vita delle persone. I desideri. E di conseguenza si può fare scelte che possono apparire pesanti, quasi senza rendersene conto, così, ci si ferma a riflettere e si reputa ciò che si è stati fino a quel momento qualcosa di imperfetto, di non ancora espresso. Si ha l'impressione di aver raggiunto una certa consapevolezza, se anche c'è del successo insieme, poi, si dice: "Cambiamo seriamente" . La vita cambia le carte in tavola, talora aumentando la qualità delle cose, talora diminuendola. Talora cambiando e basta. Ma la persona è la stessa. È la vita che le gira intorno a essere diversa.

Quindi la stessa persona può dire "scatti ai nervi e i sensi che/ le ombre dei sogni scuotono" e "regina di cuori mi mandi di fuori"?
Che posso risponderti? È così. Anche Giovanni non scrive sempre nello stesso modo… se uno ascolta il primo album dei PGR, quasi non riconosce il Ferretti dei CSI.
Il fattore commerciale non c'entra?
Non più di tanto. Può entrarci psicologicamente: vedendo che una cosa funziona, si continua per quella strada. Anche perché ti può venire di pensare: voglio essere più diretto, farmi capire di più, essere meno contorto eccetera. E si prova con due o tre pezzi. Successe anche nei Litfiba, ma a un certo punto della vita si dice: quello è ciò che voglio fare e non il resto; e si decide quale seguire delle due strade. Me ne sono andato anche perché a me interessava evolvere il "resto". Ma intendiamoci: io non mi sento né migliore né peggiore di chi è rimasto in quella storia. Mi sento per forza di cose diverso. Perché a un certo punto della nostra vita, le vite di ognuno di noi sono cambiate

Tu dichiarasti all'epoca di avere trovato con i CSI la tua vera strada...
Sì. Credevo di averla trovata, anche se i CSI sono durati sette anni e poi ci siamo sciolti. Comunque mi ritengo fortunato. Fortunato perché ho fatto ciò di cui avevo bisogno io. E non era giusto costringere gli altri Litfiba a fare cose che non volevano fare. Alla fin fine ero io il diverso, non loro.

I Litfiba sono il gruppo italiano più trasformista. Anni 80 new wave , anni Novanta grunge, poi dance-pop…
Credo sia bello essere condizionati dalle cose che succedono in giro. Chi ha vissuto i Litfiba prima maniera capisco possa trovarsi spaesato. Ma lo trovo normale. Stesso discorso vale per il passaggio CCCP-CSI-PGR.

Se non altro hanno cambiato nome…
Un' ipotesi a cui ho sempre pensato. Forse avremmo dovuto avere il coraggio di sciogliere i Litfiba nel 90, e magari ripartire tutti per la propria strada dicendo: signori, questa storia per ora è finita. Ma non era certo, allora, una scelta facile per nessuno.

Il problema è che chi va su un palco e canta a migliaia di persone poi le ferisce. Non è semplice...
Perché le persone hanno aspettative, ma noi musicisti siamo essere umani. Non bisogna avere aspettative. Aspettarsi solo della bella musica, delle belle parole.

Ma le persone sono deboli...
Capisco, ma non può essere una responsabilità di chi suona non "deludere" le aspettative che le persone, deboli o meno, si creano. E poi non credo che vi siano musicisti che vanno su un palco con l'intenzione di "ferire" il proprio pubblico.

Però se tu sei una persona pubblica, senza voler crocifiggere nessuno, tu devi riflettere che hai una responsabilità, che parli a un raggio di persone grandissimo. I principali artisti contemporanei nessuno li considera. I Litfiba a quanti milioni di persone arrivano?
Lo capisco, ma è così, questo fa parte di quanto ti ho detto da prima … la musica ha perso proprio questo tipo di funzione qui, non ce l'ha più, non aggrega più. Il rock oggi è puro intrattenimento.
Ma questo vale sia per chi arriva a milioni di persone che per quelli che tu definisci "artisti contemporanei".

Ti porto un esempio vicino. Mi rincresce parlarti dei Marlene Kuntz perché te ne parlano tutti. Hanno fatto a metà 90 grandi album hard-rock , ma ora fanno musica molto più soft.
Quando mi parli di comunicazione e di qualità di testi e parole...

Anche i testi sono peggiorati, troppo barocchi e compiaciuti…
Peggiorati? Una tua opinione, io direi cambiati, in parte evoluti. Il bello dei Marlene Kuntz è che, a parer mio, sono in evoluzione e hanno il coraggio di sperimentare.

Si, certamente, ma i Marlene Kuntz non li consideravo sul piano dei gruppi commerciali…
Dopo sei album ci può stare un cambiamento. E poi perché mai i Marlene Kuntz non dovrebbero essere considerati un gruppo commerciale e i Litfiba sì? Non lo capisco. Chi è che stabilisce chi è commerciale e chi non lo è? Quali sono i parametri che determinano tali differenze?

A Godano la voce deve essere andata via…
Perché?!

Ai primi tour le barriere di protezione venivano divelte e ci si buttava giù dal palco…
Sì, lo capisco…

Adesso ai concerti mi tengo le mani in mano…
Evita allora di venire ai concerti che faremo adesso...

No, ma stasera avete picchiato duro... anche se l'acustica era pessima.
Non dicevo i PGR, noi in questo senso non abbiamo problemi.

Giusto, è ovvio, vai in tour coi Marlene…
Sì.

Certo, e chi altri doveva andarci? Sullo stile cantautorale, però, i Marlene…
Sarà un concerto più atmosferico, ma non vuol dire più moscio.

Grazie molte. Buona fortuna.
Di niente. Anche a te.

(Siena, Auditorium Essentia, 31 marzo 2005)
Discografia
 ACAU La nostra meraviglia (Blackout/Universal, 2004)

 

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