Gino Vannelli

Gino Vannelli

La voce bianca della fusion

intervista di Marco Bercella

Coincidenze della vita. Lavorare per giorni alla monografia di Gino Vannelli e scoprire per caso, un minuto dopo aver scritto l'ultimo punto dell'ultimo periodo, che l'artista oggetto delle tue cure sarà nella tua città di lì a due giorni per presentare la sua autobiografia ("Stardust In The Sand" - Azzurra Music), corredata da un cd che ripercorre le tappe salienti della sua ultratrentennale carriera. Esiste un'occasione migliore per togliersi le ultime curiosità, e per sentire dalla sua viva voce tutte quelle sensazioni che noi, ascoltatori votati alla penna, cerchiamo faticosamente di catturare fra le note e di mettere poi nero su bianco? Proprio grazie alla cortesia del management italiano del cantante, siamo riusciti ad avvicinarlo a margine dello showcase che si è tenuto a Milano, fra i muri del Mondatori Multicenter, dinnanzi a un pubblico attento e con la cornice di una Piazza Duomo brulicante di via vai e di luci natalizie.
Gino è in forma smagliante, completo nero, fisico atletico e la chioma che è la perfetta sintesi tra il fitto cespuglio dei suoi anni 70 e il taglio corto del decennio seguente. E ci troviamo ad affrontare, non senza sorpresa, una loquacità che, per come avevo studiato il personaggio nella sua timida riservatezza, era ben lontana dalle mie più rosee aspettative. Un bel regalo di Natale, non c'è che dire, il cui compendio proviamo a trasferirvi con questa intervista.


Allora Gino, ho appena ultimato la monografia a te dedicata, così questo tuo libro arriva a proposito.  Mi puoi raccontare come è nato?

L'idea del libro è venuta quando Marco Rossi della Azzurra Music mi ha proposto di registrare "The Best And Beyond", il  nuovo disco che contiene le reinterpretazioni dei miei successi. Per la verità, l'idea originaria era quella di scrivere delle brevi note a commento di ogni brano, ma poi mi sono reso conto che le canzoni diventavano l'occasione  per soffermarmi sui miei ricordi.  E così  questi appunti hanno finito col diventare tanti piccoli racconti che ho raccolto in  "Stardust In The Sand".
Mi ha fatto molto piacere scrivere, e raccontare le mie storie, e mi piace anche parlarne. Per quanto però io possa parlare alla gente,  non è mai come cantare, per me. Perché è solo quando canto che la mia mente si isola dal resto, ed è come ritornare bambino. Esattamente come quando mio padre mi trovava a cantare da solo, a voce alta nella mia stanza:  già allora io cantavo a me stesso.

Quali sono gli aneddoti della tua vita privata che ti ha fatto più piacere rendere pubblici?
Naturalmente quando incontrai mia moglie, ma devo confessare che le parti che mi hanno divertito di più sono tutte quelle in cui mi sono comportato come un pazzo. C'era un club a Boston che si chiamava  Pall's Mall, un posto davvero terribile ma anche una tappa obbligata per chi voleva farsi conoscere. Ci feci un sopralluogo la sera prima di suonare: come mi avevano anticipato, l'urina gocciolava realmente dal soffitto, tanto che avevo sempre gli occhi puntati sul mio drink. C'era un tale seduto al pianoforte che suonava e cantava, ma che nello stesso tempo smoccolava contro il mondo intero, e  poi sputava imprecando verso il pubblico. Mi sembrava abbastanza familiare, ma non potevo dire di conoscerlo (era il 1976), così mi girai e, rivolgendomi al mio tour manager,  dissi: "Credo che questo tipo non andrà proprio da nessuna parte". Il giorno dopo incontrai questo single piano player che soggiornava nel mio stesso hotel, e qualcuno mi disse: "Gino, ti presento Billy Joel".
Ecco, questi momenti in cui ti sbagli sul conto delle persone sono i più divertenti da ricordare, perché ogni artista ama pensare di sé stesso come a un genio. E allora ho ritenuto che la cosa migliore da fare fosse quella di intrattenere dicendo la verità, ed è per questo che ho intitolato un capitolo "Dei minori e piedi di argilla": quando si dice che qualcuno ha i piedi di argilla, significa che quel qualcuno è molto umano. Ed io sono, per mia fortuna, molto umano.

Ho sempre avuto l'idea che la famiglia fosse molto importante per te. Hai dedicato "Yonder Tree" a tuo padre, senza parlare di   "Brother To Brother" e dei tuoi fratelli Joe e Ross con cui hai inciso molti album. E' vero che ha contato così tanto, e perché?
In che senso intendi? La famiglia è la famiglia...
Naturalmente intendo nella tua esperienza artistica. È chiaro che la famiglia sia  importante per tutti...
Sì, la famiglia è importante per tutti. Ma ho capito cosa intendi: io e i miei fratelli siamo sempre andati molto bene insieme perché abbiamo lo stesso modo di vedere la musica. Amiamo tutti la musica e tutti facciamo musica, perciò... abbiamo da sempre un modo di vivere comune.
...e quanto ha influito questo sulle tue scelte artistiche e sulla tua musica?
Beh, io ho sempre tirato dritto per la mia strada. Me ne sono andato di casa che avevo diciotto anni e mi sono trasferito a New York per due anni. Mio fratello Joe era bravissimo alle tastiere e ovviamente voleva stare con me, perciò era tutto perfetto, è stata una scelta del tutto spontanea. Quanto a Ross, lui era un ottimo ingegnere del suono, dunque è stato tutto molto...
...naturale?
Esattamente, infatti prima che mi facessi questa domanda non ci avevo mai nemmeno riflettuto sopra.

Quando uscì "Crazy Life" c'erano pochi bianchi che dedicavano così tanta attenzione al soul e al jazz declinati alla pop music. Se penso al pop soul, mi vengono in mente Hall & Oates, mentre al pop jazz gli Steely Dan, e anche tu appunto. Siete tutti arrivati troppo presto rispetto ai tempi: ti consideri per questo un precursore?
Non spetta a me dirlo. Mettiamola così: mi è capitato spesso di registrare qualcosa che le gente ha apprezzato solo dieci anni dopo. Magari sulle prime il pubblico è perplesso, ma dieci anni dopo vengono a dirti che il tal album è il loro preferito. A volte ci vuole una decina d'anni, è tutto quello che posso dirti.

Mi piacerebbe sapere com'erano i tuoi rapporti con la "A&M". Forse dopo "People Gotta Move" del 74 si aspettavano che tu ti mettessi a fare disco-music...
No, con la "A&M" non ho mai avuto grossi problemi, sono sempre stato molto libero, i problemi ci furono con la Arista, che mi bloccò l'uscita di "Twisted Hearts" nel 1982. A seguito di quell'episodio dovetti star fermo per molto tempo, e fu molto dura per me... 
Ad ogni modo, quanto è stato difficile per un artista come te conciliare la tua musica con le pressioni legate alla vendita dei dischi?

Eh, questa è una bella fregatura: da un lato vuoi ovviamente avere successo e perché ciò accada c'è bisogno dell'etichetta che investa dei soldi, e poi di tutto lo staff, dei musicisti ecc. Dall'altro lato io ho sempre voluto sperimentare cose nuove, diverse, e questo in teoria mal si concilia con le esigenze di tipo commerciale. Non saprei, forse io sono stato soltanto fortunato, ma ho sempre avuto abbastanza successo da poter andare sempre avanti a fare musica e a suonare quello che più mi piaceva.

Nel corso della tua carriera hai abbracciato molti stili musicali. Dal jazz al soul, dal progressive al musical, persino il  pop elettronico. Qual è il genere che ha più influenzato la tua formazione?
A me piacciono tutti. Ma una cosa è certa: ho sempre amato le armonie, soprattutto mi hanno sempre interessato le armonie che fondono generi diversi, mi piacciono gli ibridi fra la musica elettronica, la fusion, la musica classica e il jazz. Ho sempre studiato al pianoforte il cambio degli accordi e delle armonie, cercando di creare ogni volta qualcosa di nuovo e un po' diverso.
Segui la tua anima...
Beh sì. Forse la mia anima è nelle orecchie, dal momento che sono proprio le orecchie a dirmi che cosa devo fare.

Quando mi capita di parlare di te con ascoltatori occasionali  (quelli che ascoltano la radio in auto per andare al lavoro, per intenderci), tutti mi citano soprattutto la tua hit anni 80 "Black Cars". Trovo che sia una grande canzone, ma anche molto riduttiva (e per certi versi fuorviante) per rappresentare la tua musica. Qual è la tua idea al riguardo?
Sì, è vero. In effetti, è una cosa che succede...
...ma la reputi positiva o negativa?
È negativa se permetti che lo sia, ma in assoluto non lo è affatto. Ho scritto tantissime canzoni e ho fatto tantissime altre cose, non mi sono fermato a quella. Se mi fossi fermato a "Black Cars" e se fossi ricordato così, per quella canzone, beh allora sarebbe una cosa negativa. Ma io immediatamente dopo mi sono messo a fare cose diverse,  prima facevo cose diverse, e anche più tardi, nel corso della mia carriera.
Ma fu un grande cambiamento per te approdare all'electronic pop...
Sì, ma c'è stato un altro grande cambiamento anche dopo, quando negli anni 90 ho inciso "Yonder Tree", creando un sound totalmente acustico...
...in chiave jazz...
Sì, in una chiave jazz. L'album ha venduto nel tempo: all'inizio non aveva venduto molto, visto che alla gente non era piaciuto. Ma poi, come ti ho detto, anche in questo caso qualcuno è saltato fuori dieci anni dopo a dire che quello era il suo album preferito.

C'è un tuo disco che non rifaresti, o che faresti in modo diverso? Però non dirmi "Brother to Brother",  sennò me ne vado...
Ad esempio c'è un remake di "The Surest Things Can Change" nella mia ultima raccolta che io preferisco all'originale...
Dici sul serio?
Certo, penso sia addirittura molto meglio. Ora capisco che ci siano delle persone che sono affezionate all'originale perché sono dei nostalgici, ma per me è diverso...
...se la metti così, allora io sono un nostalgico!
Se penso alla mia performance, sia vocale che musicale, è proprio migliore. E anche il mio modo di cantare nell'esecuzione di "Put A Weight On My Shoulders" è da preferire in questo nuovo album rispetto all'originale. (a questo punto, avrei voluto fare una serie di considerazioni del tutto soggettive su quanto contino anche altri elementi, oltre a questi, per formulare un giudizio su un'opera, ma il rischio era quello di trasformare l'intervista in un dibattito infinito, ndr...)
Quindi conta davvero molto la tecnica per suonare della buona musica? Ci sono due scuole di pensiero differenti: molti pensano che contino soprattutto le buone idee, altri che senza la tecnica non si vada da nessuna parte...
Perché non avere entrambe?
Già, ma la tecnica è più o meno importante?
E' ugualmente importante. Per essere un buon musicista o un buon cantante devi avere tanto la tecnica quanto le buone idee,  sennò non  è interessante.
Ok, ma ci sono molti gruppi che pur non avendo musicisti eccellenti suonano canzoni pop strepitose. Non sei d'accordo?
Certamente, può anche funzionare per qualche canzone, forse... Ma stiamo parlando di artisti, oppure di canzoni? Perché stiamo su due piani differenti, secondo me!

Tu e Joe siete dei grandi talent scout di musicisti. Mi vengono in mente il chitarrista Carlos Rios che ha debuttato in "Brother To Brother", oppure e Enzo Todesco che ha suonato la batteria  nel tuo world tour del 1991. Cosa deve possedere un giovane musicista per suonare assieme a Gino Vannelli?
Deve essere disposto a lavorare duro. Certamente deve avere capacità, talento e passione. In un certo senso deve essere come un viaggiatore, un esploratore. Ma deve anche fare moltissima pratica per il tour,  per gli spettacoli dal vivo. Detesto quando in tour qualcuno non è preparato.
Enzo Todesco fu una grande sorpresa per me quando lo vidi da vivo. Penso che sia stato difficile ricoprire il ruolo che fu di Mark Craney, eppure...
Sì era un tipo molto giovane, anche io quando l'ho sentito sono rimasto meravigliato.
Anche tu sei batterista. Chi è secondo te il miglior batterista che ha suonato con te?
Vinnie Colaiuta è un batterista incredibile. Ha suonato e registrato con Frank Zappa, prima di cominciare una grande carriera...

Quali sono i  tre album di altri musicisti che porteresti in un'isola deserta, e perché?
Intanto diciamo che sarebbe dura stare su un'isola deserta. Probabilmente porterei una raccolta di Debussy suonata da Eugene Ormandy, e una raccolta di Gershwin diretta da Leonard Bernstein. Dopodiché non saprei...
Accidenti... solo musica classica? Niente pop o rock?

No, non penso, forse un disco di Stevie Wonder, o qualcosa dei primi Steely Dan. O magari un disco di Natale di Perry Como (questo titolo è accompagnato da un gesto con le braccia, a indicare la vista di Piazza Duomo illuminata a festa che si intravede dal terrazzo dinnanzi a noi, ndr ).

Io mi aspetto un tuo concerto in Italia con molti strumentisti sul palco, Joe al moog,  le coriste e tutto il resto, un po' come quello incredibile che vidi nel 91 qui a Milano. Devo continuare a tenermi questo desiderio, o è una cosa che presto o tardi rifarai?
Lo farò, succederà!
Perché ultimamente suoni spesso in unplugged...
Beh, ho anche un gruppo west coast e c'è la volontà di andare in tour con loro, magari il prossimo anno.

Si ringrazia Laura Lucia Rossi per il paziente e puntuale supporto in fase di stesura.

Discografia
 Crazy Life (1973, A&M)

6,5

 Powerful People (1974, A&M)

7


Storm At Sunup (1975, A&M)

7,5


The Gist Of The Gemini (A&M, 1976)

8

 A Pauper In Paradise (A&M, 1977)

6


Brother To Brother (A&M, 1978)

8

 Nightwalker (Arista, 1981)

6,5

 Black Cars (Polydor Dreyfus, 1984)

6

 Big Dreamers Never Sleep (Polydor Dreyfus, 1987)

6,5

 Inconsolable Man (Vie, 1990)

5

 Live In Montreal (live, Vie, 1991)

7

 Yonder Tree (Verve Forecast, 1995)

6

 Slow Love (Verve Forecast, 1998)

 5

 Canto (Vik Recordings, 2003)

4

 These Are The Days (Hip-o, 2006)

5

 A Good Thing  (Cmm, 2009)

5

 The Best And Beyond  (antologia, Azzurra, 2009)

5

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