Gomma

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Rabbia e decadenza di provincia

intervista di Gabriele Senatore

Scegliere di intervistare i Gomma è stato un po’ un piccolo investimento. La formazione viene da Caserta e sono tutti molto giovani. La cantante, Ilaria, ha 18 anni; Giovanni ha 21 anni e suona la chitarra; Matteo è il bassista e ha 20 anni; Paolo suona la batteria ed è il maggiore tra loro con i suoi 27 anni. Dopo una demo e un primo album dal titolo “Toska”, hanno prodotto un debutto decisamente interessante quanto difficile da catalogare. La band è stata notata presto dalla V4V Records, ed è stata scelta per il difficilissimo compito di accompagnare Calcutta nella sua tournée. Ma non sono rimasti all’ombra del cantautore di Latina: negli ultimi mesi hanno collezionato ottime esibizioni e dei numeri non indifferenti di visualizzazioni attorno alle loro tracce, considerando che si tratta del loro primissimo lavoro.
Ero già a Caserta per altri impegni, quando mi accordo per incontrarli nel centro del capoluogo di provincia in un desolato mercoledì sera. E la desolazione di provincia è qualcosa che farebbe contento Vasco Brondi, con le sue strade male illuminate, i locali chiusi e i tavolini ribaltati fuori dai bar, tanto che dopo quattro passi con tutta la band decidiamo di sederci su una panchina abbattendo ogni formalità. Inizialmente si parla delle loro passate esperienze, tra cover band e persino un progetto techno, poi si comincia con l’intervista. Una nota per il lettore: non lasciatevi ingannare dalla semplicità dei ragazzi e dalla loro spontaneità, ne capiscono davvero di musica e hanno talento da vendere nonostante siano ancora ventenni. Hanno solo un batterista che parla troppo!


Iniziamo dalle banalità: perché GOMMA?
Giovanni: Perché no! Il nome se lo inventarono Matteo e Ilaria, ci piaceva perché era indefinito e poteva avere più di un significato. Abbiamo scelto di non legarlo a niente in particolare, in modo che la gente possa pensare quello che vuole. Qualcuno lo interpreta come un inno alla versatilità.
Matteo: Al di là del significato abbiamo scelto una parola che ci suonasse bene, tra le varie parole che avevamo pensato, ed era Gomma e l’abbiamo scelto.
Giovanni: Cioè nel senso che comunque la scelta era tra Anestesia, Gomma, Clistere, Ratto Selvaggio… (ridono)

Ripercorriamo momento per momento il vostro debutto: come vi siete conosciuti, come è nata la demo di “Aprile” e quando è arrivato “Toska”.
Giovanni: Al Nobel… No anzi al Golden Globe! (ridono) Fondamentalmente, decidemmo di mettere “Aprile” sulla pagina così per gioco, senza particolari aspettative. Poi, ci contattarono un po’ di etichette e tra queste c’era quella di Michele (V4V Records), abbiamo parlato e ci è piaciuta molto l’idea che lui stava portando avanti con la sua etichetta. Infatti, la maggior parte dei suoi gruppi erano quelli che ascoltavamo in macchina; lui ci propose di fare un album, che noi abbiamo realizzato in poco più di due settimane. Abbiamo scritto molte canzoni anche perché ci servivano pezzi da suonare ai live, e quindi è stato scritto abbastanza in fretta (Matteo sottolinea che però sono stati bravi). Adesso che è uscito l’album, lo stiamo suonando in giro finché non scriviamo le nuove canzoni, ci scocciamo di quello vecchio e facciamo scocciare la gente anche di quello nuovo.

Michele Montagano della V4V Records come vi ha scoperto?
Giovanni: Noi lo chiamavamo Montagàno, poi ci siamo accorti di una certa assonanza e abbiamo cominciato a chiamarlo Montàgano… Lui ci contattò tramite internet, e ci chiese di fare un live in Abruzzo, dove lui vive. Il primo concerto è stato a Roseto degli Abruzzi, in questo lido molto bello. Fu un live che andò veramente bene, prima di tutto perché era il primo, poi perché suonavamo con due dei miei gruppi preferiti, cioè i Bruuno e i Futbolin, con cui ci sentiamo ancora adesso… Oggi stesso ho sentito Carlo Zulian (voce dei Bruuno). Michele, poi, ci è anche venuto a trovare in studio quando abbiamo registrato, ci ha fatto compagnia quando abbiamo fatto i live con Calcutta e adesso praticamente lo sentiamo più delle nostre rispettive madri.

Siete molto giovani, e penso possiate vantare già un bel successo. Come sentite la prospettiva di fare musica come professione, di farne il vostro futuro?
Giovanni: Per adesso non penso sia l’idea di nessuno.
Matteo: Per ora no, è ancora qualcosa di così… indefinito. Economicamente non è ancora così redditizio.
Giovanni: Non si fattura, Zio! (ride) Fondamentalmente, Matteo è il primo che si laurea di noi, Paolo è fuori corso di ottomila anni, Ilaria lasciamo stare, e anche io sto cercando di laurearmi, quindi per ora abbiamo altri obiettivi. Per il momento è una cosa bella, divertente, la facciamo e ci piace!
Ilaria: Comunque stiamo affrontando le cose con molto impegno. Nonostante non la prendiamo già come una professione, stiamo rinunciando a molte cose per andare in giro, suonare e registrare.
Matteo: Cioè Ilaria ha lasciato scuola, e molti di noi stanno andando a rilento con l’università proprio per suonare e fare date e annullarne il meno possibile.
Ilaria: Per adesso vorremmo che rimanesse un hobby o una passione, poi si vedrà.

Qual è il filo conduttore di "Toska"? Ci sono delle tematiche ricorrenti che ritornano nei testi del disco?
Giovanni: Penso l’ansia…
Ilaria: Non c’è un vero filo conduttore, se devo essere sincera, di base almeno no. Però a livello di intenzione ci sono dei temi comuni, che sarebbero le ispirazioni ricorrenti per le canzoni, ovvero le nostre esperienze personali. Però non c’è un filo che le collega in maniera precisa.

Veniamo un po’ alle tracce; la saga di Alice mi ha colpito molto per la sua narrazione à-la Massimo Volume, ma sicuramente più nevrotica e aggressiva. Come nascono questi due brani che aprono e chiudono "Toska"?
Ilaria: Semplicemente, ci siamo visti io e Giovanni a casa mia un paio di giorni e abbiamo scritto questo testo che era una sorta di monologo. All’inizio non c’era l’intenzione di farlo diventare un vero e proprio pezzo; lo abbiamo scritto come se fosse un audiolibro, senza pensare se potesse stare nel disco o meno. Poi, riflettendoci su, abbiamo deciso di separare i due pezzi e abbiamo realizzato “Alice Scopre” e “Alice Capisce”. Questa storia scritta a quattro mani è stata presa un po’ da riferimenti letterari e non, risentendola, e suonandola anche dal vivo, abbiamo concordato di inserirla nel disco.

Alessandro” è una delle tracce dal suono più violento e dal testo più ossessivo, quasi paranoico nel ripetere “Continuano come aerei di carta/ I tuoi capelli a fiondarsi sulla mia faccia”. Da dove proviene la forza espressiva di questo pezzo?
Ilaria: Non avevamo scritto nessun pezzo con un ritornello definito e frequente, mi andava di scriverlo e il pezzo era anche abbastanza lungo. La cosa è venuta molto da sé, io avevo già questo semi-testo scritto e lavorandoci su è venuta fuori "Alessandro".
Giovanni: La caratteristica dei nostri pezzi è che durano poco e non hanno struttura… Poi, senza togliere che Michele ci fece “Volete andare a Sanremo?”. Ora dovendo andare a Sanremo ci serviva qualcosa che si attenesse alla forma-canzone, con strofa, ritornello e quindi è nata “Alessandro”, che è anche una canzone d’amore, il tema proprio di Sanremo!

Quindi Sanremo 2018 con i Gomma?
Giovanni: Non l’abbiamo fatto quest’anno soltanto perché c’era anche Clementino e non volevamo fargli concorrenza, dato che anche lui è campano… Sicuramente saremmo andati al ballottaggio con lui, pareva brutto.
Matteo: E poi ha fatto un pezzo per Sanremo bruttissimo… (viene prontamente zittito da Giovanni che dice a nome dei Gomma che loro amano Clementino, ndr)

Abbiamo citato i Massimo Volume. Restando in tema post-rock, c’è qualche influenza particolare? Ma soprattutto è un genere a cui vi sentite vicini, dato che ultimamente venite accostati a quel tipo di musica?
Giovanni: Questa è una domanda un po’ difficile per me. Per tutti noi, la musica è una cosa che si fa innanzitutto, poi la gente ne parla, però fondamentalmente noi ascoltiamo tutto. Io ho capito, che è una cosa che noi già facevamo, che è molto più utile ascoltare generi veramente lontani da quello che fai perché altrimenti diventa come un cane che si morde la coda; ti convinci che devi fare quello e il resto della band fa la stessa cosa. Se invece, realizzi che veramente puoi fare quello che vuoi con la musica, poi magari ti vengono fuori delle cose diverse e ti diverti anche di più. Poi, volendo parlare di gusti personali, paradossalmente l’unico gruppo su cui ci troviamo tutti quanti sono i Verdena.
Ilaria: Sì, infatti, però poi effettivamente nel disco non abbiamo influenze dai Verdena.
Paolo: Infatti, pensavo che il nostro disco fosse qualcosa di nuovo, invece…
Giovanni: No! Non c’è assolutamente niente di nuovo. A dire il vero, siamo comunque un po’ malati nel senso che ascoltiamo di tutto. Appena esce qualcosa lo vogliamo sentire, anche se è il nuovo singolo di Ghali, anche se è qualcosa di lontano dai nostri suoni. Poi i cd in macchina li fa Paolo e quindi ci mette anche dentro i Thegiornalisti, i Coldplay

Allora su di te torniamo dopo con una domanda su questo!
Giovanni: Guarda parlando di commercializzazione, ho già reso noto su Facebook che il nostro prossimo live dev’essere come quello di Lady Gaga al SuperBowl; Ilaria deve volare tipo “Mission Impossible”, poi stiamo contattando vari gruppi di modelle e ballerine di cui mi sto occupando (guarda la fidanzata con terrore), di cui Matteo si sta occupando, io farò la coreografia.

Passando al fronte emo-core, c’è qualche album di questo genere che vi ha colpito particolarmente?
Giovanni: Parlando per me, l’omonimo dei Fine Before You Came del 2006, quando cantavano ancora in inglese, che la sento la cosa più vicina. Altrimenti emo-core, un album a caso dei Van Pelt o qualsiasi album che puoi trovare nel vecchio catalogo della Dischord Records o della Green Records, tipo i Rites Of Spring.

Con questo “Toska” mi è sembrato di sentire un sound abbastanza minimale, ma senza togliere alla potenza del suono, che a volte carica l’ascoltatore con dei veri "wall of sound". Mi chiedo quindi se non ci sia stata qualche influenza shoegaze.
Giovanni: In studio ricordo bene che Matteo voleva il basso à-la My Bloody Valentine.
Paolo: C’è anche da dire che la pedaliera di Giovanni era ridicola all'inizio. Ultimamente sta comprando dei pedali decenti. Noi gli dicevamo sempre di buttarla via; lui non è che l’ha buttata, ma l’ha affiancata a dei pedali nuovi.
Matteo: Mentre registravamo l’album ascoltavo molto i New Order, i Joy Division, poi anche i My Bloody Valentine, quindi ho tratto da loro il tipo di suoni di basso che volevo inserire.
Ilaria: Però voglio dire una cosa, tutte le influenze che ci sono nel disco sono assolutamente casuali! Nessuno nella band dice “Ho quella idea, voglio fare quella cosa”. Ci mettiamo in saletta, suoniamo e fine. Molti dei pezzi che sono anche nel disco sono nati in maniera assolutamente casuale, ad esempio “Alice Capisce” l’abbiamo improvvisata in un live all’inizio, poi ci è piaciuta e l’abbiamo rifatta.
Giovanni: Alle volte possono sembrare quasi delle jam session registrate.

Dato che Paolo mi ha nominato i Thegiornalisti, a me viene in mente che avete anche aperto i concerti di Calcutta e vi chiedo: qual è la vostra posizione verso questo piccolo rinascimento dell’indie-pop italiano?
Paolo: Calcutta quando ci ha scelto aveva un live fatto per un pubblico minore rispetto a quello che ha adesso. Poi, affiancandogli un po’ di componenti, lo hanno reso vendibile. Voglio dirlo, alla fine quando hanno mixato l’album, l’obiettivo è stato quello di renderlo un po’ più pop, perché il nostro disco inizialmente suonava più pesante. Anche perché l’obiettivo è quello di farlo arrivare più lontano possibile e bisogna trovare sempre il compromesso, tra noi, l’etichetta e la fruibilità per il pubblico. Le persone devono pur campare. E infatti il live di Calcutta ha fatto sold-out all’Atlantico a Roma ed è la testimonianza che è riuscito a vendere.
Ilaria: Semplicemente, l’indie-pop in Italia c’è sempre stato, non è che sia nato in questi anni. Solo che negli ultimi tempi si tende più a trasformarlo in qualcosa alla portata di tutti, di un pubblico che sente Tiziano Ferro, ma anche di un pubblico che ascolta cose più grezze. Calcutta faceva i primi concerti in condizioni pessime, a terra con la gente che gli tirava cose addosso. Però le “produzioni” sono riuscite ad estendere il target dell’indie.
Paolo: Attualmente, ad esempio, sono molto pochi gli artisti che fanno il nostro genere capaci di fare grandi numeri.
Giovanni: Di tutti questi di cui stiamo parlando, però, devo dire che Calcutta ha il merito di essere stato uno dei pochi che erano veri in quello che facevano. Come anche I Cani lo era. Hanno la fortuna di aver contato su un momento storico in cui delle persone, delle linee editoriali si sono affiancate a loro e hanno deciso che volevano provare a scommettere su questa cosa e noi veniamo proprio dopo tutta questa ondata dell’anno scorso. Quindi Calcutta ha sicuramente avuto il merito di aprire i rapporti con alcune persone che gestiscono determinati mondi. Te ne accorgi anche dal fatto che adesso Calcutta passa anche su radio nazionali, scrive testi per artisti come Max Pezzali, quindi vuol dire che un interesse verso questo mondo si sta creando.
Paolo: Anche band che sono una via di mezzo come i Management del Dolore Post-Operatorio e gli ultimi Gazebo Penguins alla fine non fanno gli stessi numeri di un pezzo dei Thegiornalisti. Se vedi le views su YouTube dell’ultima dei Management del Dolore Post-Operatorio, ti accorgi che sono le visualizzazioni che un singolo dei Thegiornalisti farebbe in un giorno.

La citazione di “A Bout De Souffle”, secondo me, colpisce in pieno chi ascolta per la prima volta “Elefanti”. Qual è il legame tra voi e la canzone con il capolavoro di Godard?
Giovanni: A parte che per intero penso di averlo visto soltanto io, “A Bout De Souffle” fa parte di una mia storia personale. Una persona particolare (Matteo svela l’aria di mistero asserendo che si tratta della nonna di Giovanni) mi trasmise un messaggio che era quello di non inquinare i ricordi che hai, cercando di rivivere la stessa cosa, oppure al contrario modificando l’idea che hai di quella cosa, e soprattutto di non condividere i ricordi intimi con persone che non lo meritano. E quando vidi questo film, nella scena in cui il protagonista è a letto con la compagna e dice questa frase, per me è stato come dire “Quando sei felice non farlo sapere a troppe persone”, come anche “Quando sei triste, tienilo un po’ per te”.

In una passata intervista, Iosonouncane mi rispose che quando lui realizza un disco è come se facesse un film, pensa a un soggetto, a una sceneggiatura, ma anche a un comparto di immagini che devono essere evocate dalla musica. Dato che alcuni vostri testi sono quasi narrazioni, sentite la stessa tendenza nella vostra musica?
Ilaria: Io scrivendo i testi sì. Riporto esattamente cose che succedono, quindi è inevitabile che io pensi a scene particolari, a immagini che ho visto personalmente. Sicuramente non è un pensare tutto come una sceneggiatura, sono episodi molto singolari.
Giovanni: Io mentre sto scrivendo solitamente penso alla musica e basta. Nel senso non ho delle immagini presenti. Poi magari, quando riascolto associo a qualche cosa di visivo. Paolo, cosa ti evoca la tua figura di batterista?
Paolo: Non so, quell’atmosfera punk… Quei canestri… Un po’ di canestri a cui la gente si appendeva… (cfr. Fugazi)

Vi vorrei evitare la domanda sulla provincia e sul territorio, anche perché provengo anche io dalla provincia campana e mi dovrei un po’ rispondere da solo.
Giovanni: Se mi chiedono com’è Caserta, io dico un mortorio! Cosa ci trovi? Strade desolate, locali chiusi, tavoli sottosopra, esci e non c’è più nessuno quando i negozi chiudono, che puoi fare se non suonare! Al nord c’è lavoro, la gente non ha tempo, lì si fattura Zio!

Adesso vi aspetta una tournée in giro per l’Italia… e poi?
Ilaria: A dire il vero, dovremmo cominciare anche ora a registrare nuovo materiale, spero che avremo il tempo. Ci metteremo a scrivere sicuramente qualcos’altro a breve.



Discografia
 Toska (V4V, 2016)

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Recensioni

GOMMA

Toska

(2017 - V4V)
L'esordio della band campana, nel solco del miglior post-rock italiano

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