Grand Archives

Grand Archives

L'armonia della provincia

intervista di Lorenzo Righetto
Per quanto amante del basso profilo, Mat Brooke, leader dei Grand Archives, è senza dubbio un personaggio di primo piano della scena attuale di Seattle. Dopo quindici anni di esperienza, sempre ad altissimi livelli, rappresenta un fratello maggiore, una saggia e ombrosa figura a cui guardare con una certa reverenza. La sua musica, fin dai tempi dei Carissa's Wierd, passando per la breve esperienza con la Band Of Horses (in cui ha lasciato un marchio indelebile), si è consolidata negli ultimi anni coi Grand Archives all'insegna delle contraddizioni che lo hanno sempre accompagnato. Chiaroscuri che si affacciano sulla disperazione più nera da una parte e la spensieratezza più genuinamente yankee dall'altra, sobrietà formale alternata a intensità e potenza... Mat Brooke ci riceve poco prima del suo concerto alla "Casa 139" a Milano, che si terrà nonostante problemi di voce lo abbiano costretto ad annullare la precedente data di Barcellona. 

Iniziamo con una domanda semplice. "Keep In Mind Frankenstein" (titolo del nuovo album, ndr): è solo un riferimento alle diverse anime che convivono nel disco o c'è qualcosa di più che stai cercando di dirci?

No... Diventò una sorta di battuta tra amici, mentre eravamo in studio di registrazione, riguardo all'idea di un Igor che costruisce una canzone mettendo insieme parti diverse. Qualsiasi cosa diventi poi alla fine... Questo è tutto: una sciocca battuta.

Ho letto che siete stati a Index, sulle montagne vicino a Seattle, per registrare il disco e che lì sono successe diverse cose divertenti. Avete composto canzoni nel bel mezzo della notte con un ukulele, visitato luoghi infestati dai fantasmi, costruito strani strumenti con le vostre mani... Hai una storia da raccontarci?

E' bello, sai, quando stai registrando, andarsene dalla città, su tra le montagne. Ti porti dietro i fucili ad aria compressa, spari alle lattine di birra e ti diverti... Barbecue, tutte le sere. Qualche volta siamo stati alzati tutta la notte a registrare, fino a che non sorgeva il sole. Non ci sono interferenze dal mondo esterno. Se vogliamo stare alzati tutta la notte possiamo, perché la mattina non ci aspetta il lavoro. Un intero mese di vacanza a concentrarsi sul disco.

A proposito del tuo lavoro, volevo chiederti del tuo bar di Seattle, il Redwood. Mi sembra che sia qualcosa di più di una semplice occupazione... Perlomeno, mi pare un po' strano che un musicista smetta, almeno in parte, di suonare per metter su un bar. Mi sbaglio?

In effetti no. Gli unici due talenti che ho sono fare musica e tenere un bar. C'era un posto, vicino a dove abito, era in affitto e ho pensato che fosse il momento giusto. Avevo un paio di altri amici e decidemmo di buttarci insieme e di aprire un bar. Niente di che ma, sì, mi piace parecchio. E' decisamente una delle mie attività preferite.

Ho letto anche che avete avuto qualche problema con il vicinato, per il rumore... Immagino che sia una cosa normale.

Lo è... Ci è voluto un anno, ma adesso siamo amici, i vicini e noi. Vengono al nostro bar.

O perlomeno non fanno al tiro al bersaglio con la gente fuori dal locale... Tornando al vostro disco, mi pare che abbiate cambiato un po' il vostro sound. Forse sei ritornato alle prime cose della tua carriera e, allo stesso tempo, forse ti stai avvicinando a ciò che hai in mente per i Grand Archives.

Non siamo andati, in realtà, in studio di registrazione con l'intenzione di costruire un sound particolare. Abbiamo registrato un bel po' di roba, circa 20 canzoni. Molte di queste erano upbeat, molte erano più "delicate". Eravamo nel pieno dell'inverno: in quel periodo i pezzi più tranquilli ci suonavano meglio. Così siamo andati dalla nostra etichetta discografica (la SubPop, ndr), abbiamo suonato tutto ciò che avevamo e loro ci hanno detto: "Ci piacciono le più tranquille". Da qui deriva anche il fatto che il primo disco fosse più pop.

gafoto2_01E' stato registrato in estate... Una questione di stagione, insomma (ridacchia e conferma, ndr). Il vostro primo disco era pieno di personaggi e, con loro, di storie particolari. Come quella di Louis Riel, controverso politico canadese, di George Kaminski, carcerato e collezionista di quadrifogli. Il personaggio principale di "Keep In Mind Frankenstein" sembra essere Topsy (che appare nel primo pezzo, "Topsy's Revenge", ndr). La sua storia, immagino, è popolare negli Stati Uniti ma non in Italia, per quanto ne so. Ce la vuoi raccontare?
Certo. E' una storia terribile. Siamo a New York, Coney Island, un grande carnevale. Avevano questi elefanti che venivano maltrattati. Un giorno, l'addestratore spense la sigaretta sulla lingua di uno degli elefanti (Topsy, ndr), al che immagino che l'elefante ne avesse avuto abbastanza, tanto che lo schiacciò sotto la sua zampa. L'addestratore morì e così decisero che avrebbero dovuto abbattere l'elefante. Provarono a impiccarlo, ma non funzionò. Allora provarono ad avvelenarlo, ma anche quello non funzionò. A quel punto Thomas Edison si presentò e lo uccise per elettroshock. Questa è più o meno la base della canzone.

Quando e come avviene la sua "vendetta" ("Topsy's Revenge" sta per "La vendetta di Topsy", ndr)?

Qualche giorno dopo. Misteriosamente, qualcosa rovesciò un barile di petrolio e un po' di cose andarono a fuoco. A molte persone piace pensare che quella fu "la vendetta di Topsy".

L'altro personaggio che incontriamo è "il romanziere di Oslo" (dalla canzone "Oslo Novelist", ndr). Di chi si tratta?
Non lo so (ride, ndr). Del tutto inventato. Mi piacerebbe che si trattasse di qualcuno di reale, ma è libera associazione.

Ho notato che, sulla vostra pagina di Myspace, siete definiti come appartenenti al genere "Grunge/ Grunge/ grunge" (ride, ndr). Dite sul serio, nel senso dell'appartenenza a Seattle e così via, o si tratta di una provocazione?

No, no, è solo una specie di battuta che gira a Seattle. Quest'ultima, ovviamente, per molti anni ha dovuto vivere sotto la cappa del grunge, così ora guardiamo a quei tempi con un tantino di sarcasmo.

A proposito della scena di Seattle, hai suonato lì per più di qualche annetto. Cosa ne pensi di quello che Seattle è oggi, nel mondo musicale? Segui le band? Pensi che si stia muovendo qualcosa, di nuovo? Dalla tua "posizione", voglio dire...

Quando sei immerso nella vita di Seattle, sembra che ci sia sempre qualcosa in movimento. C'è un'intera schiera di etichette discografiche e di club. Sembra sempre che ogni settimana esca una dozzina di nuove band. Ogni tanto qualcuna di queste riesce a sfondare al di fuori di Seattle e dintorni, ma è difficile tenere traccia di chi sta facendo bene e chi no.

Chi sta "facendo bene", secondo te?

Oh, è difficile da dire.

Posso suggerirti un nome?

Immagino che diresti "Fleet Foxes". Stanno facendo piuttosto bene, sì. Quei ragazzi lavorano duro e penso che stiano facendo parecchio bene, quindi... E' fico.

Penso che tutti i tuoi dischi, negli anni, abbiano sempre avuto una forte "spinta" cantautorale. Hai mai pensato di prender su la chitarra e iniziare una carriera solista?

Ehm... Non penso che sarebbe particolarmente divertente. Lo è di più avere i tuoi amici sul palco e comporre con una collaborazione. Mi sembra che farlo da solo diventerebbe... Noioso.

Dunque, ho una domanda spinosa. Ti sei dato una spiegazione sul perché i Carissa's Wierd (la prima band di Mat, ndr) non hanno mai sfondato? E' stata solo sfortuna? Te lo chiedo perché trovo quei dischi eccezionali, tanto che solo il caos mi sembra una spiegazione possibile. Cosa ne pensi, qual era la tua sensazione, ai tempi?

Eravamo giovani. Probabilmente, ci sabotammo da soli, il più delle volte. A un certo punto, delle etichette avevano mostrato interesse, ma noi avevamo un'etica "giovane". In fin dei conti ci buttammo la zappa sui piedi a ogni occasione che ci capitò. Ciononostante, fu un bel periodo. Tutti coloro che facevano parte della band da lì sono partiti per fare qualcos'altro, musicalmente. A proposito, tutti i dischi (dei Carissa's Wierd, ndr)  saranno ristampati.

Volevo proprio chiederti questo (con un groppo in gola, ndr).

Sì. Un'etichetta discografica chiamata "Hardly Art", una sussidiaria della SubPop, ristamperà tutti i dischi. Quest'anno.

E' magnifico, perché si tratta di dischi pressoché introvabili... Riguardo ai frutti che gli ex-membri dei Carissa stanno cogliendo, come prodotto di quell'esperienza: collaborate tutti, ancora. Jenn è qui (Jenn Ghetto; col suo progetto, S., segue in questo tour i Grand Archives, ndr), hai fondato la Band Of Horses con Ben (Ben Bridwell, cantante e ora leader del gruppo, ndr), Sera Cahoone appare nei tuoi ultimi  dischi e viceversa... Vi vedo come un'entità più grande ma ancora solidamente connessa. E' così?

Sì, decisamente. Con l'eccezione di Ben, tutti viviamo ancora a Seattle. Ci vediamo probabilmente almeno due o tre volte a settimana. Seattle è una città piuttosto piccola, se si guarda alla comunità musicale. Ogni volta che qualcuno dei Carissa's Wierd ha un nuovo progetto o si trova in studio di registrazione, in genere ci si contatta e si collabora. Una bella cosa, proprio. Seattle è sempre stata una casa accogliente, per noi.

Suonerete qualcuna delle vecchie canzoni stasera?

Dei Carissa's Wierd, vuoi dire? Non saprei, vedremo se avanza tempo. Guarda, quando i dischi verranno ristampati, il primo lo sarà in giugno, faremo un concerto di reunion a Seattle. Quella sarà la prima volta (dopo tanto tempo, ndr) che ci troviamo sul palco e suoniamo tutti insieme (Jenn ci confesserà, più avanti, che a quello show potrebbe aggiungersi un tour vero e proprio, ndr).

OK, credo sia tutto. Grazie mille e buon concerto.

Oh, grazie a te.

Il pubblico di Milano, sebbene non gremisca la sala, tributerà ai Grand Archives un'accoglienza non solo rispettosa ma anche calorosa, come si conviene a un live genuino e suonato con passione. La serata è introdotta, come già ricordato, dall'esibizione di Jenn Ghetto: il suo progetto S. riprende ed estremizza le spinte sadcore presenti nei Carissa's Wierd, con un sound scarnificato, composto da voce e due chitarre dagli arpeggi che si intrecciano. Stupisce, però, come sappia coinvolgere mettendo insieme un live vario, formato da canzoni che si dibattono in continuazione, sfuggendo spesso ai clichè del genere che interpreta. I Grand Archives arrivano subito dopo e presenteranno il nuovo disco con una massiccia alternanza con le "hit" ampiamente presenti nel loro album d'esordio. La voce di Mat non è di certo al meglio, ma la stoffa e l'esperienza gli permettono di mascherare problemi che impedirebbero ad altri di esibirsi. Spicca invece l'assenza del fido Ron Lewis, che ha lasciato i nostri per i conterranei Shins, quando ci si accorge che le armonie vocali non riescono a imporsi a dovere. Tutte piccole imperfezioni che non impediscono ai Grand Archives di divertire e appassionare, muovendosi tra riproposizioni fedeli e interessanti rivisitazioni più muscolari, come quella di "Willoughby". Una bella serata: ci si potrebbe mettere la firma, perché fossero tutte così.
Discografia
 Grand Archives (Ep, self-released, 2007)

 

 The Grand Archives (Subpop, 2008)

6,5

Keep In Mind Frankenstein (Subpop, 2009)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

GRAND ARCHIVES

Grand Archives

(2008 - Sub Pop)
Il progetto del cantante/chitarrista Matt Brooke, ex-Band Of Horses

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