Great Lake Swimmers

Great Lake Swimmers

Il nuotatore solitario

intervista di Alessandra Reale

La regione dei grandi laghi in Ontario: è in un piccolo paese racchiuso tra quegli scenari mozzafiato che ha origine il percorso artistico di Tony Dekker, deus ex-machina del progetto Great Lake Swimmers. Schivo e introverso, dotato di una straordinaria sensibilità tanto musicale quanto umana, Tony è rimasto una persona semplice e alla mano nonostante il successo internazionale ottenuto coi Swimmers. A pochi mesi dalla pubblicazione del suo ultimo Ep “Song Sung Blue”, in questa intervista Tony ripercorre la storia del suo progetto, dagli esordi in un granaio fino all’imminente uscita del suo quarto album “Lost Channels”.

Partiamo con un classico: la scelta del nome. Immagino che “Great Lake Swimmers” possa essere in qualche modo legato ai grandi laghi che si estendono tra Ontario e Stati Uniti, e le tue origini canadesi rafforzano l’evocazione di questa immagine. Ma perché “swimmers”? 
Sono cresciuto in una piccola comunità agricola sulla riva nord del Lago Erie, in Ontario, e ho cari ricordi di quando da piccolo nuotavo nel lago. Da allora ho trascorso la maggior parte della mia vita in quella tasca di terra compresa tra i laghi Erie, Ontario e Huron. La parte di nome che si riferisce al nuoto all’inizio mi sembrava solo una cosa appropriata, e poi ha preso forma nella mia mente anche come metafora di speranza.

Domanda da cento milioni di dollari. Come nasce l’idea di diventare musicista?
Non ho sempre desiderato diventare un musicista. In origine volevo essere uno scrittore, ma mi dilettavo anche a scrivere canzoni e così quando mi sono spostato a Toronto ho iniziato a suonarle. Da lì la musica ha lentamente cominciato a prendere in consegna la mia vita. In qualche modo, è stata l’idea di diventare un musicista che ha scelto me.

Lo stile dei Great Lake Swimmers è stato paragonato a quello di diversi artisti della scena folk, da Neil Young a Sam Beam al Mark Kozelek dei Red House Painters. Qual è stato finora, tra tutti quelli che hai potuto leggere in giro, il paragone che ti sentiresti di definire più azzardato e più lontano dalla tua musica? E quale quello che ti è più caro e che ti lusinga maggiormente?
Non presto molta attenzione a questo tipo di confronti. E’ certamente un onore essere menzionato nella stessa frase in cui compare Neil Young. Ho grande rispetto per questi artisti, ma allo stesso tempo mi sento isolato rispetto a loro.

L’attuale formazione dei Great Lake Swimmers può essere considerata un po’ come un’estensione corale di quello che nel self-titled d’esordio rappresentava in realtà il tuo moniker solista. Com’è nata la collaborazione con gli altri componenti del gruppo?
Ho ancora un atteggiamento mentale piuttosto solitario, quando scrivo canzoni. Ho bisogno di starmene in un posto tranquillo e sono in genere alquanto refrattario alla collaborazione. Tuttavia, dopo aver dato inizio a questo progetto, grazie ai live di Toronto ho avuto la grande fortuna di incontrare dei musicisti abbastanza simili a me. Nel corso del tempo, suonando insieme a loro in molti spettacoli, si è evoluto in modo naturale un maggior spirito di collaborazione.

Passiamo al discorso (weewerk). Il tuo rapporto con questa etichetta discografica ha in sé qualcosa di romantico: il primo album a firma Great Lake Swimmers porta infatti il numero di catalogo 01, essendo anche il primo album licenziato ufficialmente dalla giovane label canadese nel 2003. Da allora, tutti gli album dei GLS sono stati pubblicati da (weewerk), e anche dopo la firma con la Nettwerk nel 2007, ancora oggi il management della band è affidato a Phil Klygo, deus ex-machina di (weewerk). E’ la storia di un sodalizio artistico, ma è forse anche la storia di un’amicizia…
Phil è stato uno dei primi ad ascoltare la mia musica al di fuori della mia cerchia di amici, dopo che avevo registrato il primo album a nome Great Lake Swimmers. Sin dal primo disco Phil ha lavorato instancabilmente su tutta la produzione dei Great Lake Swimmers, e penso di condividere con lui gli stessi ideali di sensibilità indipendente. (weewerk) è nata in veste di spazio artistico, di salone d’arte, e il nostro primo album è stato originariamente pubblicato come un’opera d’arte, con tutte le copie originali assemblate a mano, utilizzando appunto lo spazio espositivo di (weewerk). L’album ha quindi cominciato ad avere una vita propria e altre band sono state coinvolte in questo spazio artistico, così che (weewerk) è cresciuta fino a diventare una casa discografica indipendente. Phil ha contribuito al progetto dei Swimmers fin dall’inizio, e a seguito della nostra firma con Nettwerk è passato a un ruolo più di tipo manageriale.

Il self-titled d’esordio dei GLS è stato registrato “nel corso di diversi mesi in un granaio abbandonato” nel sud dell’Ontario. Le atmosfere desertiche e l’immediatezza negli arrangiamenti dell’album sembrano essere in perfetta sintonia con questa ambientazione. Come mai hai optato per una location così particolare? E quanta influenza ha, in generale, la location sulla tua ispirazione contingente e sul mood complessivo dell’album?
La location del silo è stata inizialmente scelta per via della sua acustica, che è pazzesca, meravigliosa. Dopo aver registrato lì alcuni dei primi brani ci siamo resi conto che i microfoni catturavano molto più del solo riverbero. Oltre al naturale riverbero sonoro del silo, infatti, riuscivamo a raccogliere suoni del paesaggio circostante, come vento, pioggia e i cori dei grilli che venivano fuori soprattutto quando registravamo a notte fonda. Piuttosto che provare ad azzittire questi suoni, abbiamo deciso di accoglierli, e ciò che si sente nei brani è esattamente ciò che era presente quando abbiamo registrato; nulla è stato aggiunto o tolto. Credo che utilizzare un approccio del genere, documentando anche un luogo, oltre che un gruppo di canzoni, ti faccia tirare fuori una performance diversa rispetto alla tua solita. Un posto speciale o con un qualche genere di energia diventa una sorta di serbatoio profondo dal quale tu possa poi tirar fuori la performance, se questo che ho appena detto può avere un senso.

La seconda prova dei GLS, “Bodies And Minds”, sembra virare su atmosfere folk-pop, complice forse anche l’ingresso in scena di altri musicisti e la conseguente inquadratura più corale dei brani. Cosa è cambiato nel tuo approccio alla scrittura musicale, da quando i GLS sono diventati una band?
In realtà il mio approccio alla scrittura musicale non è cambiato: vado in un posto tranquillo, rimugino su qualche idea per un po’ di tempo; poi porto le canzoni quasi completate ai musicisti coi quali suono e iniziamo da lì. Spesso ho già nella mia testa molta della strumentazione da usare e un sacco di idee per quegli arrangiamenti che la band mi aiuterà poi ad eseguire. Per la stessa ragione dai tempi di “Ongiara” c’è stato un coinvolgimento più pesante del gruppo nello sviluppo dei brani.

Nel 2005, insieme a numerosi artisti della scena indipendente canadese e statunitense (Mark Kozelek, Broken Social Scene, Sufjan Stevens, Hot Chip, Rosie Thomas, giusto per citarne alcuni), i GLS hanno preso parte alla realizzazione dell’album “See You On The Moon!: Songs For Kids Of All Ages”. L’intento nella realizzazione dell’album era quello di mettere insieme canzoni scritte e pensate per bambini. Bambini di tutte le età, come suggerisce il sottotitolo. “See You On The Moon”, il brano dei GLS che dà anche il titolo alla compilation,  ha ricevuto numerosi consensi ed è stato incluso dalla radio canadese Cbc Radio 3 tra i migliori singoli (canadesi) del 2006. Questo risultato è forse il sintomo di una Sindrome di Peter Pan conclamata e irreversibile? Battute a parte, quanto è importante la capacità di “restare bambini”, per un musicista?
Creare una canzone per bambini è stato un modo per uscire fuori dal mio solito approccio al songwriting sperimentando qualcosa di diverso. E’ stato molto divertente farlo, e il brano in questione ha un po’ preso una sua vita indipendente. Quando stai scrivendo una canzone, è difficile prevedere come questa verrà poi percepita dagli ascoltatori. Non ho alcuna aspirazione a registrare canzoni rivolte ai bambini, ma quella di “See You On The Moon” è stata proprio una grande esperienza.
Per rispondere alla domanda, tuttavia, credo che l’idea di giovinezza sia un sentimento che viene da dentro. Personalmente, il processo di scrittura di una canzone e l’idea di fare musica sono per me un qualcosa di ancora piuttosto misterioso, perciò suppongo che questo sia anche un modo per mantenersi giovani.

Nel 2007 è uscito “Ongiara”, che si discosta parzialmente dalle atmosfere intimiste dei due predecessori e si arricchisce di arrangiamenti più corposi rispetto al precedente “Bodies And Minds”, risultando in una peculiare coralità “a tutto tondo” e in un lavoro più solido. A questi cambiamenti corrisponde anche una diversa tensione emozionale durante la scrittura dei brani?
Dopo aver scritto un sacco di materiale per “Ongiara”, avevo le idee molto precise per la strumentazione e gli arrangiamenti. Ero in grado di far intervenire gli altri in specifiche parti dell’album e alla fine “Ongiara” si è rivelato, rispetto alle prove precedenti, un po’ più corposo sul versante arrangiamenti, senza esserne tuttavia appesantito. Mi piace il fatto che “Ongiara” abbia ancora un’atmosfera leggera e ariosa, e questo aspetto era veramente importante per me. In ultima analisi, comunque, credo che si tratti solo di percepire davvero di che cosa le canzoni abbiano bisogno. Considero infatti le canzoni come piccoli universi, e per ciascuna devi seguire quel sembra più giusto all’interno del suo universo.

La storia del titolo è piuttosto divertente, perché in barba a tutti coloro che ci avrebbero trovato volentieri un qualche significato “spiritualista-metafisico-cervellotico”, “Ongiara” è semplicemente il nome del traghetto che vi trasportava alla sede in cui è stata registrata la prima versione dell’album. Come nasce questa scelta?
All’inizio ho pensato che il nome della nave suonasse misterioso e che sarebbe potuto essere un gran titolo per un album. Quando ho iniziato a fare qualche ricerca sull’origine della parola, è venuto fuori che il nome deriverebbe da quello di una pacifica tribù di indigeni che vivevano nella regione del Niagara in Canada, dove sono cresciuto anch’io. Così, dopo questa scoperta, la scelta di “Ongiara” come titolo per l’album è stata veramente facile.

Parliamo del tuo nuovo Ep, “Song Sung Blue”, colonna sonora originale dell’omonimo documentario diretto da Greg Kohs e incentrato sulla tragica storia d’amore del duo Lightning & Thunder, band-tributo a Neil Diamond. E’ la prima volta che componi una original soundtrack? Qual è stato il tuo approccio “tecnico” per scrivere i brani dovendoli adattare alle varie scene del film?
Questo è stato il mio primo tentativo di scrivere una colonna sonora, e l’ho trovato creativamente gratificante su un sacco di livelli. Innanzitutto i temi e le idee esistevano già, quindi si è trattato solo di arricchire un qualcosa che era già sullo schermo. Normalmente quando inizio a scrivere una canzone ci deve essere almeno un’idea o un seme o qualcosa che funga da scintilla per avviare il processo. Questo non è stato necessario con la scrittura di una colonna sonora: potendo riprodurre le immagini su uno schermo in studio, prendevo i vari strumenti e suonavo mentre il film era in corso, così da riuscire a sviluppare le idee direttamente da lì. E’ stato un processo alquanto intuitivo e mi è piaciuto molto farlo, sebbene si trattasse di una esperienza per me decisamente insolita.

Credi che per un musicista avere un “canovaccio fisso”, come può essere una sequenza di immagini per una colonna sonora o un tema da rispettare per un concept, sia un fattore che vincola la creatività o pensi che possa stimolarla ulteriormente/in modo diverso?
Per me la creatività è stata ulteriormente stimolata, perché non avevo paura di provare, per canzoni o brani strumentali, delle idee che di solito non sperimento nel mio songwriting (come, ad esempio, suonare oggetti in sottofondo, utilizzando i loop e altri trucchi da studio) pur mantenendo ancora il tutto piuttosto naturale e utilizzando gli strumenti acustici ai quali sono abituato. Per riuscire a far questo sono stato sicuramente in grado di espandere i miei confini creativi.

L’Ep contiene anche una cover della celebre “Song Sung Blue” di Neil Diamond, che scorre sui titoli di coda del documentario. Che sensazioni hai provato nel reinterpretare questo brano di Diamond?
Pensavo di poter trarre alcuni degli aspetti più malinconici della canzone e di mettere un po’ più a fuoco la strumentazione folk, così da ottenere un risultato diverso prendendo in considerazione un’altra angolazione di quello che ritengo sia un capolavoro pop. Una cosa simile non funziona sempre, una volta che inizi fare le pulci a un brano, ma la scrittura musicale di “Song Sung Blue”, come nel caso della maggior parte del songwriting di Neil Diamond, è così forte da riuscire a sopportare questo tipo di trattamento avendo ancora un senso, suonando ancora veramente bene anche in una luce diversa. Si è trattato certamente di una sfida, ma è stato anche un processo molto gratificante quello di riportare una canzone del genere fino all’essenziale.

Fino a che punto ritieni che si possa “impersonare” un brano, in una reinterpretazione? In altri termini, quanto credi che ci si possa spingere in profondità nel rielaborare un brano altrui senza rischiare da un lato di distruggerne l’identità e dall’altro di restarne completamente estranei/esclusi?
Non sono sicuro di avere la risposta a questa domanda, perché non ho mai avuto (e non ho) alcuna intenzione di impersonare le canzoni. Per quel che riguarda la mia versione della cover di “Song Sung Blue”, ho cercato di vivere il brano e di trasformarlo in qualcosa di personale, rendendogli nel contempo omaggio. In un certo senso, è stato come dare al brano un’altra identità, ma penso che ci sia un che di divertente in questo, e la forza di “Song Sung Blue” è dimostrata dal fatto che il brano non va in pezzi, nelle mani di qualcun altro.

In uno dei tuoi testi dici: “Sto facendo una lista di canzoni da poter cantare da solo”. Immagina di dover elencare tre brani altrui che vorresti appunto “cantare da solo”, dedicandoli a te stesso. Quali sceglieresti?
Sceglierei “Fare Thee Well, Miss Carousel” di Townes Van Zandt, “The Angel Of Death” di Hank Williams e “I’m Goin’ Down” di Bruce Springsteen. Ciascuna di queste canzoni possiede a suo modo una grande forza.

Come vivi il rapporto con la tua musica, quando sei sul palco?
Quando sono sul palco ho le stesse sensazioni che si provano quando si sta in una chiesa, o qualcosa del genere. Cerco di comportarmi come se fossi in un tempio o in un luogo speciale. Scavo a fondo in me stesso per tentare di ricreare le sensazioni che ho provato nel luogo in cui ho scritto la canzone che sto cantando. E’ importante per me riuscire a trasmettere ciò che provavo in quel momento, ma non mi impunto tentando di riproporre pedissequamente la canzone com’è sull’album. Poiché si tratta sempre di uno spazio o di un posto diverso, la canzone ovviamente suonerà e sarà trasmessa in modo differente ogni volta.

Su YouTube si trovano numerosi video dei GLS, tra i quali ne spiccano tre (“To Leave It Behind”, “Backstage With The Modern Dancers” e “Your Rocky Spine”) firmati da Scott Cudmore, un giovane e talentuoso video-maker (The National, Hayden, Simon Wilcox, tra le altre sue “vittime”). Com’è nata la vostra collaborazione?
Ho incontrato Scott per la prima volta attraverso la sua serie di “sanguinamenti dal naso”, “Nosebleeds”, che consiste in un set di fotografie, fatte appunto da Scott, dove le persone vengono ritratte in strane ambientazioni, con il naso sanguinante e del sangue sul volto. Ho posato per uno dei suoi scatti e poco dopo abbiamo collaborato alla realizzazione di un video per “To Leave It Behind”, canzone contenuta nel nostro album “Bodies And Minds”. Scott crea cortometraggi e video musicali nello stesso modo in cui un songwriter affronterebbe la scrittura di una canzone, a mio parere. Ha una grande sorgente di idee e di entusiasmo, e tra le persone che sono dietro l’obiettivo di una macchina fotografica è una delle poche di cui io mi fidi.

A proposito del tuo coinvolgimento in “Nosebleeds”, sul sito di Cudmore ho trovato appunto la fotografia che ti riguarda: sei davanti a un camino, con lo sguardo volto verso il basso e dei fiori bianchi in mano... e con del sangue rappreso sotto il naso. Mi racconti di questa insolita esperienza?
Come ho già detto, questo è stato il mio primo progetto con Scott ed è stato molto interessante vederlo creare un’ambientazione attorno a un’idea. L’idea era quella di evocare un sentimento di disagio e realizzare un’immagine che raccontasse una sorta di storia, anche se non era chiaro di che cosa effettivamente trattasse quella storia o in che direzione stesse portando. Quella foto è uno strano piccolo scampolo di astrazione.

Qual è stato il video più difficile da girare? E l’aneddoto più buffo?
In realtà il video per “To Leave It Behind” è stato fatto con un budget e un lasso di tempo talmente limitati che abbiamo dovuto fare in fretta per riuscire a includere tutte le riprese, perché a un certo momento ha iniziato a farsi buio. Non ho proprio alcun aneddoto divertente a riguardo, ad eccezione del fatto che il video era praticamente finito nell’arco di poche ore, una volta che tutto era stato messo a punto e che noi eravamo pronti per girare. Si tratta di un testamento dell’inventiva di Scott e della sua capacità di portare le cose a termine entro parametri molto ristretti.

Il release del vostro quarto album, “Lost Channels”, è previsto per la fine di marzo del 2009. Mi dai qualche anticipazione?
Sono davvero entusiasta per l’uscita del nuovo album. E’ stato registrato con i miei amici Erik Arnesen, Julie Fader, Darcy Yates e Greg Millson, oltre che con Erin Aurich e Mike Olsen agli archi, Paul Aucoin al vibrafono, e i due Swimmers d’eccezione, Serena Ryder, che canta in “Everything Is Moving So Fast”, e Bob Egan (della band canadese Blue Rodeo) alla pedal steel. Abbiamo registrato un sacco di materiale nella regione delle 1000 Isole, un’area che si trova lungo il fiume St. Lawrence tra Ontario e Stato di New York e che abbiamo scoperto grazie al nostro amico e fotografo del posto Ian Coristine. Alcune delle sue foto si possono trovare sul sito 1000 islands photo art. Il nuovo album si chiamerà “Lost Channels” per via di un’area lungo il fiume St. Lawrence, e uscirà il 31 marzo 2009.

Abbiamo aperto l’intervista parlando del significato del nome “Great Lake Swimmers”, e per chiuderla ho scelto una curiosa definizione di nuoto trovata sul web: “Swimming:  From the outside looking in, you can’t understand it. From the inside looking out, you can’t explain it”. Pensi che questa citazione si possa trasporre in qualche modo anche alla musica?
Sì, credo che potrei essere d’accordo. La musica è un mondo insolito da navigare perché è piena di un numero impressionante di idiosincrasie.

(25/02/2009)

Discografia
 Great Lake Swimmers ((weewerk), 2003) 
Bodies And Minds ((weewerk), 2005) 
 Hands In Dirty Ground (Ep, (weewerk), 2006) 
 Ongiara (Nettwerk, 2007)  
 Song Sung Blue Ep (Ep, (weewerk), 2008)

 

 Lost Channels (Nettwerk, 2009)  
 New Wild Everywhere (Nettwerk, 2012) 
 A Forest Of Arms (Nettwerk, 2015) 
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