Hjaltalín

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L'ensemble scaldacuori

intervista di Matteo Meda
Una chiacchierata con l'orchestrina che ha portato il calore del pop da camera alla ribalta in Islanda.

Di nuovo a parlare con degli islandesi, direi che è stato un gran bell'anno per la vostra isola!

Beh, sì, suppongo di sì. Non so a cosa tu ti stia riferendo in particolare, ma è vero, sono uscite un sacco di belle cose, un sacco di turisti quest'estate che ci hanno aiutato a tenere in piedi la nostra fragile economia, e un bel po' di festival. Quel che c'è di bello nella nostra scena musicale è che i veterani continuano a rimanere fortissimi, e nel frattempo vengono fuori giovani di talento.

Ma c'è una differenza sostanziale fra molti dei vostri connazionali e voi: l'uso dell'inglese nei testi! Si tratta di una decisione precisa?
In realtà sì, c'è qualcuno che usa l'inglese ma magari lo alterna all'islandese. Nel nostro caso non si tratta di una decisione vera e propria, semplicemente è successo nel corso degli anni. Siamo tutti molto legati alle nostre origini e alla nostra lingua, ma il vantaggio dell'usare l'inglese è che può essere compreso in tutto il mondo e rendere tutto più semplice se si vuole pubblicare musica o suonare all'estero.

Cosa facevate prima di suonare e come avete iniziato la vostra avventura?
Abbiamo iniziato alle scuole superiori con un concorso di cantautorato, è stata la nostra prima esperienza insieme. Abbiamo cambiato stile e sperimentato a lungo, come capita a tutte le band nella prima fase della loro attività. Poi abbiamo scritto un brano che è diventato rapidamente una hit nelle radio islandesi, e Benni Hemm Hemm e Gunny Tynes dei Múm si sono offerti per produrre il nostro primo album. Abbiamo iniziato a girare in tour, poi abbiamo registrato il secondo album, "Terminal", con ambizioni sinfoniche che abbiamo poi potuto sfogare dal vivo in quello che sarebbe diventato "Alpanon". Dopo un'altra serie di concerti abbiamo iniziato a lavorare al terzo disco, che è uscito in Islanda l'anno scorso e ora in tutt'Europa. Per il resto, io e Gummi siamo amici da quando eravamo molto giovani, e già allora ci insegnavamo l'un l'altro a giocare con le orecchie. Poi alla scuola superiore ci siamo inconrati tutti. Viktor e Axel suonavano in un gran gruppo, i Búdrýgindi, che era già riuscito a sfondare parecchio ai tempi. Högni l'abbiamo incontrato durante le lezioni di coro di un grandissimo direttore, Þorgerður Ingólfsdóttir, e nello stesso coro cantava anche Sigga e abbiamo deciso che volevamo pure una voce femminile. Mancava giusto un basso e così, quando è arrivata Rebekka, siamo passati da 5 al definitivo assetto a 9 che abbiamo tuttora.

“Enter 4” è il primo lavoro con cui sconfinate oltre l'Islanda. In che termini può rappresentare un'evoluzione per voi?
In realtà anche i primi due dischi erano riusciti a riscuotere attenzione oltreoceano, e li abbiamo anche portati in tour, ma questo ha riscosso senza dubbio molta più attenzione. Musicalmente è un passo importante, perché è totalmente diverso da quel che avevamo fatto in precedenza. Sicuramente è più coerente e coeso di "Terminal", che era invece più eterogeneo (sebbene in maniera interessante, oserei dire). Credo che con "Enter 4" possiamo aver trovato un suono base da continuare a sviluppare negli anni a venire.

Che cosa significa il titolo del disco?

Rappresenta parecchie cose, ma 4 si riferisce alla quarta dimensione. Non vogliamo spiegare troppo, perché è un vero mistero, ma chi volesse provare a capirlo può cercare un video su YouTube dove Carl Segan spiega cosa sia la quarta dimensione.

Come siete arrivati a questo concept e come è nato da esso il disco?

Era da un po' che non ci vedevamo e così decidemmo di trovarci per una serie session in una cittadina a qualche ora di macchina da Reykjavík, dove siamo rimasti soli per giorni suonando tutto il giorno. Molte delle canzoni uscite da lì sarebbero poi finite sul disco. Proprio durante queste session abbiamo smesso di utilizzare tracce preregistrate perché le canzoni ci piacevano così come ci erano uscite, nonostante non fossimo in uno studio vero e proprio. Da allora passò un po' di tempo prima che Högni diventasse bipolare. Questo colorò tutto il rimanente del processo di produzione del disco, che si legò in maniera stretta al suo cammino verso la guarigione, rendendo il tutto molto più personale.

Più in generale, avete qualche punto di riferimento artistico?
Sì, ma ciascuno ha i propri. Ascoltiamo tutti tanta musica diversa, e credo sia un'ottima cosa. Possiamo arrivare ad ascoltare e apprezzare la musica Cajon o i canti dei monaci tibetani, nonostante siano lontani anni luce dalla musica che facciamo. Ma qualcosa rimane da qualche parte, magari nascosta nella coscienza, e in qualche modo tutto ciò che si vede e si sente fa la differenza. Penso che anche i nostri viaggi e le persone che incontriamo sia in Islanda che fuori siano un'importante fonte d'ispirazione.

Un rapporto molto stretto lega spesso i musicisti islandesi con gli scenari dell'isola. Che relazione c'è fra la vostra terra e la vostra musica?
La relazione c'è, ma non è così ovvia come molti credono. Noi tutti adoriamo la nostra terra, l'antica cultura nordica, gli scenari, l'oscurità dell'inverno e la luce dell'estate. Ma non stiamo pensando a quello mentre facciamo musica, è solo una parte di noi. In realtà le band islandesi sono piuttosto internazionali, in un certo senso: tutti noi seguiamo quel che viene pubblicato e i suoni che emergono dalla scena odierna.

Come nasce una vostra canzone?
Ciascuno si presenta con un'idea su cui ricercare, oppure improvvisiamo in studio fino ad arrivare a qualcosa che possa diventare una canzone. Poi scriviamo i testi e lavoriamo alle sovraincisioni. Ma il processo spesso richiede parecchio tempo: a volte tutto scorre liscio, altre ci si blocca e diventa una questione scrupolosissima. E qualche volta non si arriva nemmeno in fondo a tutto questo. A conti fatti è interessante che tutto questo prenda il nome di canzone: una canzone può esistere ma non avere vita, e non c'è modo di assicurarsi che essa sia valida o meno. Si deve solo lavorare e lavorare mettendo in gioco le proprie abilità. Ed essere pazienti, molto pazienti. Ma non sarebbe divertente se tutto questo fosse diverso da così.

A guardarvi sembrate molto più un'orchestrina che una band. Come vi trovate a dividere idee, progetti, gusti e a condividere un esperienza fra così tante menti (e cuori) diversi?

Musicalmente parlando, credo che si sia tutti consapevoli del fatto di essere tanti, quindi ciascuno prova ad agire mettendo in primo piano il beneficio di tutti e non solo il proprio. Questo significa che ogni tanto è necessario che il singolo faccia qualcosa di poco rilevante, o addirittura, alle volte non faccia proprio niente. Ma quando ci si rende conto che non è la persona che importa, ma la musica, è di sicuro una liberazione. Si può arrivare a essere soddisfatti senza aver di fatto messo mano a niente, perché a quel punto è possibile che gli altri stiano dando vita a qualcosa che tu rischi solo di rovinare, con un tuo intervento. Dal punto di vista pratico e umano-personale, ci teniamo in contatto via internet e cerchiamo quando possibile di stare insieme in maniera più tranquilla e informale. Può essere una sfida, ma in generale, ci dividiamo un po' gli incarichi così da ottimizzare il lavoro.

Rispetto a questo, come costruite generalmente i vostri concerti?
Questa è una bella domanda. Normalmente cerchiamo di costruire una scaletta che abbia un inizio forte e una fine altrettanto forte, con qualcosa in mezzo che dia senso al tutto. A parole può sembrare facile, ma in realtà diventa una vera sfida riuscire a portare a termine un concerto. Ci piace chiudere con un pezzo lungo e drammatico, ma anche un bis un minimo ironico se noi e il pubblico siamo dell'umore per farlo. Non ci piace neanche suonare tutto il tempo seguendo lo spartito, alcuni di noi (fra cui me) hanno un passato nel mondo dell'improvvisazione, quindi se ci è concesso ci piace colorare la performance in questa maniera più spontanea, senza per questo distorcere il messaggio della canzone.

Arriverete in Europa col vostro tour?
Si, nella primavera del 2014. A breve annunceremo le date!

Cos'altro avete intenzione di fare nei prossimi mesi?
Abbiamo una serie di concerti in Islanda durante le vacanze, fra cui uno a Pasqua alla Harpa, la nuova sala concerti di Reykjavík. Questo sarà molto, molto divertente, credo. Ci troveremo anche a gennaio per lavorare al nuovo materiale, prima di partire per le date europee del tour.
Discografia
 Sleepdrunk Seasons (Kimi, 2007)
 Terminal (Borgin, 2009)
Alpanon (CD+DVD live, Borgin, 2010)
 Enter 4 (Sena/Sleepdrunk, 2013)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Sweet Impressions
(videoclip, da Terminal, 2009)

Feels Like Sugar
(videoclip, da Terminal, 2009)

Lucifer/He Felt Like A Woman
(videoclip, da Enter 4, 2013)

Myself
(videoclip, da Enter 4, 2013)

Crack In A Stone
(videoclip, da Enter 4, 2013)

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Recensioni

HJALTALIN

Terminal

(2009 - Borgin)
Il secondo album della next big thing islandese è un musical corale dalle mille sfaccettature ..

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