Innocence Mission

Innocence Mission

Una liturgia domestica

intervista di L. Righetto, A. D'Addato

Dopo anni che ascolti la sua voce e le sue canzoni, è un momento emozionante quello in cui puoi parlare con Karen Peris, mettere per iscritto quella "conversazione" che lei s'immagina con i suoi ascoltatori. Ci sono tante domande che andrebbero fatte, molte che rimarranno silenziose, ma prima di tutto è giusto parlare dell'ultimo album di The Innocence Mission, un'altra dimostrazione di speranza e di amore per il prossimo.

Penso che “Hello I Feel The Same” rappresenti un passo cruciale in un processo di sottrazione riguardante l’arrangiamento delle vostre canzoni. La vostra musica ora è fatta di movimenti minuti, quasi silenziosi che esprimono un senso di profonda intimità. Sei d’accordo con questa analisi? È un buon modo per definire il sound degli Innocence Mission a questo punto della vostra carriera, o vorresti segnalare qualcos’altro tra le peculiarità di questo disco?
Sono contenta che tu senta un senso di spazio nelle registrazioni. Riguardo all’espressione di un’intimità, è importante per noi che le canzoni abbiano un’importanza per gli altri in ascolto, che non siano confessioni insomma. La mia speranza nello scrivere canzoni è che sia come entrare in conversazione con altre persone. Forse, spero, avere abbastanza spazio nella musica lascia un po’ di posto per i pensieri di chi ascolta.

Vorresti dirci qualcosa riguardo al titolo del disco? Sembra denotare una certa gioia riguardo ad alcuni aspetti della propria identità che non possono essere modificati, o che forse hanno bisogno di rimanere inalterati.
Credo di capire ciò che intendi, ma per me il titolo parla di ciò che potrebbe essere universale, o connesso. Ciao, mi sento proprio come te. Siamo nel mondo insieme. Questo è in parte in risposta ad alcune lettere che ho ricevuto, ma intendeva essere, spero, uno scambio di comprensione, riguardo a quel che può essere difficile nella vita, ma anche a quel che c’è di bello.

Secondo noi la sequenza “Tom On The Boulevard”–“Washington Field Trip” rappresenta uno dei momenti più intensi della vostra intera discografia. Ci puoi dire qualcosa sulla nascita di queste canzoni?
“Washington Field Trip” è stata scritta in un periodo di quattro anni – non sono sicura del perché ci è voluto così tanto. Per molto tempo è stata solo una strofa con alcune immagini – essere di fronte all’edificio del Campidoglio, una gita scolastica. Poi, quando ho sentito per la prima volta che Papa Francesco sarebbe venuto negli Stati Uniti, ho iniziato a pensare alla ragazza della canzone in un viaggio per vederlo a Washington. Mi rendeva felice poter cantare il nome “Francesco” nella canzone. Lo sentivo come qualcosa che volevo davvero registrare così continuavo a provare a scriverlo. A un certo punto, i boccioli di ciliegia arrivarono – mia mamma adorava andare a Washington per vederli tutti gli anni e ho provato molte volte a scriverne, e dei fiori sugli alberi che ti si attaccano alle scarpe, facendosi portare via in quel modo. Quindi, questa magari è una combinazione strana di immagini, ma i fiori degli alberi diventarono una connessione con le buone intenzioni che vengono portate con sé e riprodotte, il bisogno di essere utili.
“Tom On The Boulevard” è per mio figlio e per il suo primo amico, adesso hanno entrambi 17 anni e devono decidere riguardo all’università, al loro futuro. Questo è un argomento che ha occupato molto i miei pensieri negli ultimi anni, e ci sono almeno alcune delle canzoni del disco che vengono da grandi cambiamenti nella vita, e come potrebbe essere difficile per chiunque di noi attraversarli – e anche, quali sono le cose buone che vengono dal cambiamento, come apprezzare la preziosità della vita, specialmente delle persone a noi più care.

Penso che la caratteristica più interessante della vostra musica sia il dialogo tra gli arrangiamenti, delicati, a volte scheletrici, il suono della tua voce bianca e i testi che evocano una serie di istantanee di famiglia e memorie infantili localizzate in un paesaggio rurale, di provincia. Il ricordo vivido di momenti passati e il senso di stupore di fronte alle meraviglie del mondo ha indotto alcuni critici a menzionare Emily Dickinson come una possibile tua influenza. È così? Chi sono i riferimenti più importanti per i tuoi testi?
Ammiro Emily Dickinson, ma non la conosco bene come dovrei. Alcuni poeti che leggo molto sono Pablo Neruda, Kristina Ehin, Li Young Lee, Elizabeth Bishop, Gerard Manley Hopkins. Anche se alcune delle poesie di Neruda sono difficili, ci torno sempre. Parli di meraviglia, e questo è il sentimento che apprezzo di più nelle sue poesie. Leggere mi rende sempre così eccitata per le parole. Similmente, ascoltare Tracy Ann Campbell (Camera Obscura) mi fa sempre venire voglia di cantare. Tom Rosenthal, Yann Tiersen, Sufjan e anche Jose Gonzales sono fonti di ispirazione. E un album più vecchio, “Colour Green” di Sybelle Baier, è stato molto motivante e liberante per me, lo scoprii Don, che me lo comprò proprio mentre cominciavo a scrivere “Hello I Feel The Same”.

Permettici di parlare un po’ della vostra carriera, siamo molto eccitati dall’idea di parlare con te. Immagino che un po’ dell’empatia che sentiamo con la vostra musica venga dall’udibile sinergia tra te e Don – quindi volevamo farti una domanda più personale, se non ti dispiace. Puoi dirci come vi siete conosciuti, come vi siete innamorati?
Ci siamo conosciuti al liceo, mentre lavoravamo alla recita scolastica, “Godspell”. La prima volta che ho visto Don è stata durante le prove, quando mi girai per vedere chi stava suonando la chitarra in modo così perfetto, all’inizio della canzone “Day By Day” – era lui! In un certo senso, siamo cresciuti insieme. Sono così grata per lui, è la miglior persona che conosca.

Nel ripercorrere la vostra carriera, abbiamo individuato una specie di fioritura nella vostra musica, nel songwriting e nel suono, che abbiamo fatto coincidere con l’uscita di “Glow”. Sei d’accordo e, se è così, cosa ha provocato lo sbocciare di un’identità più solida?
Ero molto giovane (teenager o appena ventenne), quando ho scritto i primi due dischi, e vorrei tanto aver potuto vedere e sentire in modo più chiaro a quei tempi, invece di cantare come qualcun altro, così che il mio canto suona impostato in qualche modo, e le mie canzoni non sono come avrebbero dovuto essere. Vorrei aver fatto molto meglio. Per noi, i dischi che cominciano da “Birds Of My Neighborhood” sono quelli a cui ci sentiamo vicini.

Inoltre, anche se amiamo la vostra produzione recente, abbiamo un debole per “Birds Of My Neighborhood”. A parte “Now The Day Is Over” (che è esplicitamente una raccolta di ninne nanne) e i vostri dischi solisti, è probabilmente la vostra uscita più intima. È davvero un disco magico, che riesce sempre a commuovermi e a suggestionarmi, con i suoi paesaggi innevati e ventosi. Puoi dirci qualcosa sulla genesi di quel disco?
Sono davvero felice dei tuoi pensieri su “Birds Of My Neighborhood”. Fu il primo album che facemmo completamente da soli (anche se era ancora per una casa discografica più grande, la Rca). Alcune delle canzoni, come “Lakes Of Canada”, furono scritte appena dopo essere tornati a casa da tutto il tour che facemmo per “Glow”, ma ci volle un certo numero di anni per finire l’album e, in quel periodo di tempo, ci trasferimmo dal nostro studio in città (senza riscaldamento, molto freddo) alla soffitta della nostra casa (anche questa molto fredda!) e infine a uno studio più permanente che mio padre aiutò Don a costruire. La cosa più importante, almeno per quanto riguarda le canzoni, è che scrivevo molto riguardo al nostro desiderio di avere dei bambini, la difficoltà e la speranza di farlo. Poi, quando ci siamo resi conti che il primo figlio stava arrivando, finalmente, la gioia, mista alla paura che qualcosa andasse storto, diventarono una causa simile per la scrittura. Quindi, questo fu il periodo di quel disco.

Una connessione che trovo con gli artisti di oggi è quella con Sufjan Stevens, che ha fatto anche una cover di “Lakes Of Canada”, e ne ha parlato. Sento anche una connessione ancora più pronunciata e profonda con il suo ultimo disco, “Carrie & Lowell”. Lo conosci di persona?
Abbiamo lavorato con Sufjan un paio di volte. È venuto a cantare con noi a un concerto a New York poco prima di Natale un po’ di anni fa, e abbiamo cantato insieme in un album del nostro amico Denison Witmer, che Don stava registrando. Fu gentile con noi. Ammiriamo così tanto la sua musica, è sempre così commovente e coinvolgente.

È difficile paragonare la vostra musica a quella di chiunque altro, ma, se dovessi, indicherei Mark Kozelek, anche se il vostro background, il vostro “messaggio” è diverso, ovviamente – ma lui esprime una spiritualità e lo fa in un modo che non posso che mettere in relazione con voi. Arriverei a dire che è un po’ la vostra pecora nera. Sei d’accordo? Cosa ne pensi delle sue uscite più recenti?
Mi ricordo ancora quando ascoltai i Red House Painters per la prima volta. Adoravamo l’album dell’ottovolante e lo ascoltavamo spesso, siamo anche fan di uno dei dischi più recenti di Mark, “Admiral Fell Promises”, che è bellissimo. Ci siamo incontrati brevemente, più che altro per aver contribuito a un album-tributo a John Denver qualche anno fa. Penso di capire cosa intendi con questa connessione.

Come ultimo argomento, vorrei parlare della tua attività live, che sembra molto limitata e/o localizzata al momento. È per questioni puramente logistiche, familiari, o anche perché non vi interessa più di tanto? Quali sono le speranze di vedervi suonare in Europa?
Abbiamo smesso di fare concerti, in effetti, quando i nostri figli erano piccoli, perché sembrava uno stravolgimento della nostra routine familiare e non volevamo allontanarci da loro. Inoltre penso che sentirei di essere una mamma molto meno pacifica se avessi l’ansia dei concerti addosso. Poi, negli ultimi anni la mia voce si è deteriorata da non permettermi di cantare per lunghi periodi di tempo, cosa richiesta nei concerti. Ma sono grata che basti per scrivere e registrare, e sto cercando di recuperare un po’ di forze per cantare più a lungo. Mi manca davvero il senso di comunione nel fare concerti, mi manca stare con le persone. Ci piacerebbe molto visitare l’Italia un giorno, è un nostro sogno.
Grazie davvero per queste domande meditate e le parole gentili.

Discografia
 The Innocence Mission (1989)

5

 Umbrella (1991)
6
Glow (1995)
8
Birds Of My Neighbourhood (1999)
8
 Christ Is My Hope (2000)

7

 Small Planes (2001)7
 Befriended (2003)6,5
 Now The Day Is Over (2004)7
 We Walked In Song (2007) 7
My Room In The Trees (2010)8
Hello I Feel The Same (2015)7,5
pietra miliare di OndaRock
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