Iosonouncane

Iosonouncane

L'estetica di un non allineato

intervista di Valerio D'Onofrio, Daniele Modica

Jacopo Incani, più noto col nome di Iosonouncane, è uno dei musicisti italiani più originali della nuova generazione di artisti indipendenti, troppo spesso etichettati nella variegata categoria indie. Ma la verità è Iosonouncane si pone in tutt’altro ambito, probabilmente ben al di sopra della scena italiana contemporanea, per complessità della sue opere, per capacità compositiva e visionaria. Un cane senza padrone, tanto ricco di idee e spunti innovativi da rendere impossibile un raffronto con altri musicisti capaci di battere i suoi stessi sentieri tra elettronica e cantautorato. In occasione del suo prossimo tour con Paolo Angeli, abbiamo avuto il piacere di intervistarlo.

iosonouncane_paolo_angeliDopo un album come "Die", un lavoro davvero monumentale ed encomiabile, che ha ricevuto meritatissimi apprezzamenti trasversali di pubblico e critica, hai cambiato direzione e ti sei indirizzato verso le collaborazioni. La prima è lo split con i Verdena. Com’è nata questa idea?

Dall'uscita di "Die" a oggi mi sono dedicato a diversi progetti: ho pubblicato lo split con i Verdena; ho sonorizzato un'opera di Edoardo Tresoldi con una composizione di 40 minuti pensata per un organico ideale di circa 50 musicisti; ho scritto e prodotto la colonna sonora di un documentario di inchiesta ("Follow The Paintings"); ho lavorato come arrangiatore e produttore per gli ultimi dischi di Colapesce e Dino Fumaretto; ho sonorizzato un film muto con Corrado Nuccini ed Enrico Gabrielli; ho registrato una cover dei Radiohead; ho messo le mani in brani di Colombre, ARTO, Matteo Fiorino e Phill Reinolds. E probabilmente qualcos'altro che dimentico. Sono tutte esperienze pienamente pertinenti con la mia maniera di essere musicista, ovvero un lavoro in cui scrittura, stesura degli arrangiamenti, lavoro sui suoni e produzione coincidono. Quindi nulla di più naturale.

Proprio nei prossimi giorni (13, 14, 15,16 e 17 marzo) presenterai - rispettivamente a Bologna, Roma, Salerno, Lucca e Cagliari - la tua collaborazione con Paolo Angeli, un musicista apparentemente molto diverso da te. Hai già collaborato con lui in “Buio”. E’ stato semplice collaborare con Paolo? Ci sono particolari che vi uniscono che hanno reso naturale la vostra collaborazione, o, viceversa, ci sono divergenze che l’hanno resa più difficile?
È stato onestamente molto semplice. Ci siamo capiti e reciprocamente accolti con grande facilità e fin dal principio, sia umanamente che artisticamente. A unirci c'è una storia personale molto simile (la Sardegna, la partenza, Bologna) e la stessa spinta verso il viaggio. A dividerci c'è la differente natura di musicisti: un improvvisatore profondamente legato a uno strumento lui, un compositore senza legami particolari con uno specifico strumento io.

Cosa aggiunge, anche dal vivo, la musica di Paolo Angeli al mondo creato nei tuoi lavori solisti?
Il confronto con Paolo genera un'estemporaneità ricca di imprevisti che, essendo abituato a scrivere tutto nel dettaglio, difficilmente sperimenterei (non quanto meno in questi termini).

La complessità di "Die" nasconde un grande lavoro durato almeno 4 anni, immagino che ti sia costato tantissima fatica e altrettanta gioia per il risultato. Hai mai pensato o sperato che quel lavoro potesse diventare un po' il precursore di un nuova strada della musica italiana indipendente?
Non vedo nessuno che sia in grado di farlo. Negli ultimi anni sono usciti parecchi lavori o progetti che hanno evidentemente subito l'influenza del mio lavoro, ma il tutto si limita all'imitazione di alcuni caratteri estetici.

Nei tuoi album solisti fai un uso diffuso dell’elettronica (hai anche suonato allo Spring Attitude Festival, dedicato proprio a quei suoni), una componente di cui oggi si fa un grande uso-abuso e che in molti casi dà l’impressione di essere utilizzata quasi per nascondere carenze compositive. Nel tuo caso, invece, le due cose coesistono perfettamente e sembrano funzionali l’una all’altra; è stato un percorso formativo complesso, oppure era una tua idea fin dall’inizio.
Io lavoro con l'elettronica dal 2006. Sono quindi 12 anni circa che scrivo (e cioè compongo, arrangio e produco) servendomi anche di strumenti elettronici. Non c'è brano che io abbia scritto sulla sola chitarra, sul solo pianoforte o unicamente su beat e campionatori. Scrivo sempre passando dall'uno all'altro e integrando fra loro gli spunti emersi. Ho avuto fin dal principio un'idea chiara del modo in cui avrei voluto lavorare, ma ovviamente tutto cambia e si arricchisce in corso d'opera.

Non so se è mai stato tuo interesse descrivere coi tuoi dischi spaccati dell’Italia di oggi. Probabilmente è vero in “La macarena su Roma”, ma in “Die” sento forte una valenza politica data più dalla musica che dai testi, sei d’accordo?
In quanto autore, mi interessa lo spaccato di un paese solo nella misura in cui lo si assume come punto di partenza di un discorso, non come punto d'arrivo. Non mi interessa fare la cronaca di un evento o un luogo, non scelgo mai una linearità narrativa, non ho l'obiettivo dell'esaustività o della chiarezza. Detto ciò, sono assolutamente d'accordo su quanto dici a proposito di "Die". Bisogna distinguere nettamente fra cronaca e politica, e non può che avere una forte valenza politica un disco in cui ci si interroga sul linguaggio.

Oggi si parla tanto di scena indipendente italiana, per quanto sia una definizione che ormai non ha più senso. E’ indubbio constatare che la tua proposta musicale si ponga decisamente su un altro livello, sia per forma, sia per contenuti, rispetto a quello che oggi viene indicato come “indie” e che probabilmente è un nuovo mainstream. Il tuo lavoro, per quanto complesso e antitetico per certi versi a questa corrente, è riuscito comunque a trovare enormi consensi sia da parte della critica che dal pubblico, con livelli qualitativi e di produzione altissimi. Fortunatamente non sei un caso isolato, esiste una scena musicale italiana di altissima qualità che meriterebbe il giusto spazio ma che purtroppo stenta ad avere visibilità. Quali sono, a tuo avviso, i musicisti italiani che in questo momento si pongono davvero come “altro” e che reputi “artisti”?
L'elenco è lungo e Paolo Angeli è in cima.

La musica è la forma d’arte a cui tu hai dedicato la tua vita. Ma le arti spesso si influenzano vicendevolmente; quindi mi piacerebbe non farti la solita domanda sulle tue influenze musicali, bensì chiederti se c’è stato un regista o magari un pittore che, con le sue immagini, ti ha dato spunti fondamentali per lo sviluppo delle tue idee.
Il cinema è una grandissima influenza per me, tra le più importanti. Non so farti dei nomi poiché l'influenza non viene tanto da uno specifico regista, quanto dal cinema in sé come mezzo e metodo di osservazione del movimento. Per quanto riguarda la pittura, posso dirti che amo incondizionatamente gli impressionisti.

Invece nella letteratura ci sono autori che ti hanno influenzato?
Affronto il lavoro su ogni disco come un lungo percorso di ricerca e approfondimento. Ne studio il lessico, la costruzione delle immagini, la cadenza delle frasi, il suono. In questo le letture sono fondamentali. Ad ogni disco (e quindi ogni fase della mia vita) corrispondono letture differenti. Cito Ballard per quanto riguarda "La macarena su Roma" e Pavese per quanto riguarda "Die".

La resa dal vivo di brani come "La macarena su Roma", con quei momenti di interazione col pubblico quasi teatrali, grotteschi, violenti per certi versi, permette una totale immersione all'interno della tua musica dall'inizio alla fine del concerto. Qualcosa a cui forse non siamo più abituati, in un’epoca in cui non riusciamo ad ascoltare neanche un album dall’inizio alla fine senza saltare qualche traccia. In un momento storico in cui i mezzi di fruizione della musica si muovono per lo più sulle piattaforme di streaming digitale, pensi che la musica debba tornare nuovamente alla sua dimensione live? In altre parole, il concerto ha ancora una valenza culturale e in quanto tale deve essere tutelato e sostenuto? O è solo un momento ludico per il pubblico e di promozione per l’artista? Qual è il tuo rapporto con il palco?
Non posso rispondere a questa domanda in modo articolato, poiché non ci ho mai ragionato approfonditamente. E non l'ho fatto probabilmente perché la questione non mi preoccupa in modo particolare. È sicuramente vero che vi è stato un mutamento nella fruizione della musica, ma ci sarà sempre bisogno di opere compiute, articolate, anche imponenti. A me piace suonare, e mi piace particolarmente farlo con i miei musicisti. Concepisco il concerto come un momento di scontro aperto con il pubblico (come entità collettiva) e le singole persone che lo compongono. Credo che un artista abbia il dovere morale, culturale e politico di non essere accomodante né semplice, e credo che la difficoltà nella fruizione sia un bene preziosissimo, un'occasione da non sprecarsi. Da ascoltatore, non cerco consolazione o immedesimazione, ma nuove domande che mi impegnino nella ricerca di risposte. Da musicista cerco con i dischi e i concerti di dare agli altri quel che ho ricevuto dagli artisti e dalle opere per me più importanti.

Discografia
 IOSONOUNCANE
  
La macarena su Roma (Trovarobato, 2010)
Die (Trovarobato, 2015)
 Split EP (w/Verdena, Black Out, 2016)
  
 ADHARMA
  
 

Risvegli Ep (Jestrai Records, 2005)

 

Mano ai pulsanti (Trovarobato, 2011)

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Il corpo del reato
(videoclip da La macarena su Roma, 2010)

Tanca
(videoclip da Die, 2015)

Iosonouncane su OndaRock
Recensioni

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(2015 - Trovarobato)
L'opera totale di Jacopo Incani, un concept "marino" sulle distanze

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I funambolismi di Jacopo Incani e l'occhio lungo della Trovarobato

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