I, Synthesist

I, Synthesist

Nuove alchimie elettro-pop

intervista di Marco Bercella
Un esercizio che può risultare facile è quello d’associare, sempre e comunque, il synth-pop alle più vacue mode che si sono succedute negli ultimi decenni. Così fu per gli anni 80, di cui spesso si menziona la propensione alla frivolezza, con ciò depennando un buon numero d’artisti (pensiamo, ad esempio, a Fad Gadget, o a Bill Nelson), così è oggi con l’electro, che toglie luce a quel pop per sintetizzatori che si muove su superfici diverse rispetto ai dancefloor più plasticosi del globo. Non è dunque un caso se l’italo-americano di stanza a New York, Chris Iannuzzi (I, Synthesist), nel definire la propria musica, la timbri come "electronic pop music", e se nel corso della nostra chiacchierata emerga chiaramente la sua propensione a privilegiare l’ascolto al ballo. Il "quattro quarti" come mezzo e non come fine ultimo, insomma, benché crediamo che sia difficile rimanere fermi di fronte a certi inviti al movimento che Chris ci lancia con molti suoi brani.
I, Sytnhesist non è un artista di primo pelo, non un volenteroso alle prime armi che s’affaccia nell’affollato universo musicale odierno, ma un personaggio con un trascorso di tutto rispetto che sta tentando semmai di svincolarsi dalle logiche asfittiche del mercato discografico e da quelle dei trend del momento, pur di avere mani e testa libere. Pop sì, ma spesso spigoloso, fatto di colpi di cassa e di giri repentini di tastiera, ma anche di inaspettate quanto estemporanee escursioni nei terreni dell’ambient, la vera palestra musicale del nostro.
Chris è giunto al secondo album: "Art Of Survival", come il precedente "Avalanche" (2004), è autoprodotto e autonomamente distribuito: ciò, se vogliamo, è un peccato, perché ha impedito a una buona fetta di potenziali ascoltatori di accedere alla sua proposta. Per quanto il debut-album si faccia preferire per una maggior qualità di fondo (provate a sottrarvi ai ritornelli micidiali e in odore 80’s di "Captain, My Captain", o di "Red Clouds", se ne siete capaci), anche "Art Of Survival" ne mantiene le dimensioni ossimoriche: un occhio al passato, ai padri delle sonorità analogiche, ma una forte attenzione a tutto ciò che il presente e il futuro possono regalare. A tutto questo si aggiunge il background ambientale che, a mo' di sfida, Chris decide di inserire all’ultimo momento nel suo repertorio recente, quasi a rivendicare il privilegio di una libertà conquistata negli anni e mantenuta a qualsiasi prezzo.
Pop elettronico in libertà, come l’intervista che ci ha concesso in esclusiva per Onda Rock.

Ciao Chris, sebbene il tam tam del web sia arrivato anche dalle nostre parti, vorrei che raccontassi ai nostri lettori delle tue origini musicali e del tuo background...
M’interesso alla musica elettronica praticamente da sempre. Ho studiato piano e, quando andavo a scuola, lavoravo con l’unico obiettivo di comprarmi un sintetizzatore. Poi ho studiato al Conservatorio per qualche anno, composizione e musica elettronica. Proprio in quel periodo lessi su una rivista che Suzanne Ciani, un nome importante della musica new age ed elettronica, stava componendo colonne sonore per pubblicità a New York. L’ho conosciuta e sono diventato suo assistente, e quest’esperienza mi ha iniziato alla composizione per sintetizzatori. Fu un periodo molto eccitante, in cui suonai anche con Peter Baumann dei Tangerine Dream e con Vangelis.
Nel frattempo collaboravo anche con alcuni gruppi, e uno di questi firmò un contratto per un’etichetta giapponese. Così ebbi la possibilità di viaggiare molto: mi fermai anche in Italia, per un anno, nei primi anni 90. Ho vissuto a Milano e poi a Modena, dopodiché sono tornato a New York.

I tuoi riferimenti sembrano ricondurci ai padri del synth-pop come Gary Numan e i Kraftwerk...
Sono cresciuto nel periodo in cui questi artisti facevano cose molto importanti, e naturalmente ho subito la loro influenza, così come quella di chi aveva influenzato loro. Come fai a non essere suggestionato dai Kraftwerk? I Kraftwerk sono importanti per la maggior parte della musica che si fa ai giorni nostri, e "Autobahn" è il maggior responsabile della mia infatuazione per la musica elettronica.

A cosa devi la scelta del tuo nome?
I motivi sono diversi. Il primo è dovuto sicuramente al mio background: Synthesist è una grande parola usata per descrivere qualcuno che crea suoni e musica sinteticamente, non trovi?
Oltre a quella che associamo ai synthesizer, si riconduce anche a qualcosa di più ampio, a un modo di pensare, a un alchimista o a un mago. Significa, insomma, associare diversi elementi, e questo rappresenta bene quello che sono e cosa voglio raggiungere.

Che tipo di strumentazione usi? Solo synth analogici, o preferisci lavorare con il laptop?
Ho ancora un synthesizer "Voyetra", che è un ibrido analogico/digitale uscito nel 1983, e una volta avevo un "Moog Modular". Adoro i synth analogici, ma utilizzo anche il digitale, ovviamente.
Sono molto felice del mio "Access Virus", che è un sintetizzatore analogico virtuale. Poi ci sono dei synth software che si stanno davvero evolvendo in ottimi strumenti: "Reaktor", ad esempio, è un grande programma e lo sto usando per le mie prossime canzoni.

Nei tuoi dischi, ti occupi di tutto in prima persona, anche della produzione e del mixaggio...
Sì, mi dedico a tutti gli aspetti, anche se ho lavorato con il mastering engineer Brian Hazard come consulente di mixaggio. Gli mandavo i mix e poi lui mi dava dei suggerimenti: mi serviva il parere di un mastering engineer, perché volevo che il missaggio fosse il più pulito possibile.
Oggi si lavora troppo comprimendo l'audio, ma per coprire gli errori di questo procedimento si finisce con il compromettere la dinamica della musica.
E’ importante per me avere qualcuno di fiducia che mi dia impressioni oggettive: è dura fare tutto questo da solo senza impazzire anche se, forse, un po’ pazzo lo sono in ogni caso!

Il fatto di lavorare da solo appartiene più al caso, o alla necessità?
Appartiene ad entrambi, direi. Anche se ora sto suonando con alcuni musicisti per una prossima uscita. Non so dove questo mi condurrà, ma per ora è divertente ed è per me una fonte d'ispirazione.

Sei arrivato al secondo album, puoi illustrarci le differenze fra il nuovo disco, "Art Of Survival", e "Avalanche"?
C'è una differente varietà di materiale in "Art Of Survival": ho persino incluso un pezzo da venti minuti che composi nel 1994. Si tratta di "The Overlook", che definirei come un brano elettronico sinfonico. Non ci sono voci, solo un ricco sottofondo di suoni, e l'ho inserito come bonus track giacché ero dispiaciuto che ci fosse voluto così tanto tempo per finire e pubblicare l'album. C'è un’altra traccia intitolata "Blue Jets", e si tratta di un brano ambient; per il resto, come in "Avalanche", ci sono anche belle canzoni e del materiale ballabile. Le differenze sostanziali sono queste, credo che un giorno sarò in grado di cogliere meglio altre sfumature: è passato ancora poco tempo per dare una risposta precisa.

Come procede la promozione del nuovo disco? Sei in tour attualmente?
La promozione è stata frustrante. Ci sono stati un sacco di problemi su come le cose sono state promosse, o sarebbe meglio dire "non promosse". Vorrei essere in tour, solo che è mancato il supporto da parte di persone che speravo potessero essere coinvolte.
Credo che l’intero sistema sia in crisi, ed è questo il vero problema: la maggior parte delle recensioni che leggo sono scritte da gente che sembra non aver ascoltato l'album. Per farti alcuni esempi, nessuno ha menzionato il pezzo di venti minuti di cui ti parlavo, mentre ho letto che "Blue Jets" sarebbe una specie di canzone svedese in stile pop. "Blue Jets" non ha batteria e le uniche voci sono in sottofondo, ma tu dimmi se è possibile dare una simile definizione!
Di questo passo, mi immagino che altri magari diranno che tutto suona alla stessa maniera, e che stavo solo cercando di fare della club-music, mentre "Art Of Survival" contiene sì delle cose ballabili, ma anche delle ballate e delle canzoni d'ascolto.

Forse l’Europa ha un contesto più adatto alle tue sonorità... Pensi di venire a suonare in Europa?
Spero di venire in Europa proprio perché il pubblico ha molta più familiarità rispetto alle cose che faccio. Anche qui negli Stati Uniti ci sono un sacco di persone che potrebbero recepire il mio tipo di sound, ma è come se ci fosse una forma d’ostracismo da parte del sistema vigente, e così l’interesse non è stimolato. Il mondo degli affari negli Stati Uniti e l'economia mondiale stanno passando un pessimo momento, quindi suppongo che sia un periodo difficile per prendersi dei rischi. Diciamo che cerco di vivere questa situazione come un’opportunità finalizzata a un futuro migliore.

Che idea ti sei fatto dell’attuale mercato discografico? Il supporto compact disc e le etichette stanno passando una fase di grande crisi. Stanno mutando gli scenari: trovi tutto questo buono per la musica pop e per gli artisti?
Ah, questa è una bella domanda! Tutto considerato, non credo sia un buon periodo per gli artisti, visto che la musica in sé viene trattata come qualcosa privo di valore. La gente "ruba" la musica, gli artisti non hanno un ritorno finanziario per il duro, durissimo lavoro che fanno.
D’altro canto è fantastico che ci sia internet e la possibilità di raggiungere le persone in ogni angolo del mondo, e inoltre si può registrare un ottimo disco anche in casa, senza aver bisogno di tanti soldi, mentre prima ciò era possibile solo attraverso un’etichetta.
Le possibilità, quindi, sono straordinarie perché ora in teoria possiamo fare davvero tutto da soli. Pensiamo però alla mole di lavoro che deve sobbarcarsi l'artista per essere responsabile della produzione, della promozione, della distribuzione, e cosi via. E’ una quantità tremenda di lavoro, con dei costi non indifferenti a carico nostro: pertanto la possibilità di copiare il vecchio modello di business è solo teorica, visto che non funziona più. Si tratta di creare un nuovo modello che riesca ugualmente a portare la nostra musica alle persone, e perciò ritengo che, nonostante tutto, questo sia un gran momento per trovare delle opportunità per un futuro migliore.

Adesso vivi a New York. Credo che non ci sia nessun altro posto al mondo che sappia esprimere contemporaneamente una scena dance e una scena rock così tanto vitali, e non da oggi. Raccontaci un po' che aria si respira da quelle parti...
Amo New York! E’ nel mio sangue, e non c'è posto uguale al mondo. Eppure, seguendo il discorso che ti facevo prima, nonostante la musica e l'atmosfera, ho visto diversi locali chiudere, poca solidarietà fra le persone, tanta rabbia fra i promoter, e infine musicisti che si flagellano l'un l'altro per guadagnare l’ipotetico controllo di qualcosa che esiste solo nella loro testa. New York vive storicamente a cicli, e negli ultimi anni ne abbiamo vissuto uno piuttosto basso.
Però qualcosa sta cambiando: vedo gruppi di persone che tentano di organizzare qualcosa di meglio, ad esempio c’è anche chi tenta di unire fra loro musicisti classici e compositori moderni, e poi con nuovi musicisti pop. E questo è fantastico e accadrà molto presto proprio qui, così siamo tutti pronti per vedere tornare New York di nuovo a livelli che le sono propri.

Mi dicevi che hai trascorso del tempo qui in Italia, e inoltre hai anche origini italiane...
E’ vero. Da parte di padre la mia famiglia è tutta italiana, tanto che possiede un ristorante italiano. Sono stato un po’ di tempo a Milano e a Modena, ma non con la mia famiglia. Ero in una band che era finita lì e poi ho vissuto per qualche mese a Modena prima di tornare a New York.. "Modena, Modena, stazione di Modena", non potrò mai dimenticare la voce che ti accoglieva alla stazione. E oggi vado ancora in un negozio di cibo d'importazione a New York per prendere prosciutto e mozzarella di bufala!

Che idea ti sei fatto della situazione musicale italiana e del pubblico italiano?
Ricordo che era il posto con il pubblico più divertente per cui poter suonare, un pubblico caloroso ovunque, mentre ora noto una meravigliosa risposta a quello che faccio dall'Italia attraverso "myspace", e questo è fantastico. Però vorrei tornare lì per sperimentarlo ancora di persona e, se tutto va bene, potrebbe accadere presto. Sto pianificando l'uscita di qualche remix, di una nuova canzone e di una cover per questa primavera, quindi spero di trovare il modo di farci scappare qualche concerto.
Discografia
Avalanche (2004)  
Art Of Survival (2008)  
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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