James Leyland Kirby

James Leyland Kirby

Alla ricerca dei ricordi smarriti

intervista di Raffaello Russo

Oltre una dozzina di diversi alias, un'etichetta ormai dismessa e una pletora incommensurabile di dischi, produzioni e download gratuiti rappresentano l'incredibile biglietto da visita di James Leyland Kirby, musicista inglese di Stockport e stravagante outsider della scena elettronica, ambient e noise dell'ultimo decennio.
Sulla scia dell'attenzione suscitata dal suo monumentale "Sadly, The Future Is No Longer What It Was" e dal precedente album "Persistent Repetition Of Phrases" pubblicato a nome The Caretaker, lo abbiamo raggiunto per farci raccontare il suo peculiare approccio alla musica e le sue multiformi esperienze umane e artistiche.


La tua storia artistica è molto lunga e la tua produzione monumentale, ma solo da poco sei riuscito a catturare l
'attenzione, grazie all'album a nome The Caretaker e all'ultimo "Sadly, The Future Is No Longer What It Was". Con ogni probabilità, tutto è dovuto agli strani misteri della critica, eppure riesci a dare una spiegazione razionale del perché? Pensi che in questi due ultimi lavori sia cambiato qualcosa nel tuo modo di fare musica?
Per quanto concerne The Caretaker, si tratta di un progetto iniziato intorno al 1997, la cui prima pubblicazione ufficiale, nel 1998, ebbe un discreto riscontro sulla stampa, così come le sue uscite successive. A un certo punto all'inizio degli anni 2000, mi ero semplicemente stancato di provare a promuovere quello che stavo facendo, perché assorbiva tante energie che sentivo di voler convogliare su nuove attività che mi permettessero di realizzare quel che volevo e di fare progetti musicalmente saggi. Il fatto che molta gente si sia nuovamente interessata alle mie produzioni soltanto nell'ultimo anno o due rappresenta probabilmente una testimonianza del lavoro che ho portato avanti, visto che adesso ogni recensione o intervista dipende soltanto dal merito che mi viene riconosciuto.

Questi due ultimi lavori sono stati anche i primi dopo la chiusura della V/VM Test. Puoi raccontarci dell'esperienza della tua etichetta e dei motivi che ti hanno indotto a concluderla?
In fondo, con la V/Vm mi sono divertito un sacco per un bel po' di tempo, nonostante sia convinto che sulla stranezza del risultato complessivo abbia influito il fatto che molte di quelle produzioni non abbiano ricevuto alcun rispetto o considerazione proprio perché realizzate su V/Vm Test. E poi mi sembrava un buon momento per tracciare una linea nella sabbia così da evitare di rimuginare quello che avevo fatto fino ad allora e invece guardare nella direzione di quello che avrei potuto fare, verso nuove sfide che implicavano maggiori rischi e richiedevano maggiori energie.

A margine dell'attività dell'etichetta, hai offerto molte delle tue opere in download gratuito: cosa pensi dell'attuale modo di fruizione e diffusione della musica? E come ti spieghi che la filosofia del free download abbia attecchito soprattutto in ambito elettronico e sperimentale?
Ritengo di aver offerto la mia musica nel miglior momento possibile, in un periodo in cui la maggior parte degli altri musicisti mi dicevano che ero stupido a dar via così tanta musica gratuitamente e che in questo modo stavo svalutando il mio lavoro. Queste stesse persone adesso si affannano nel disperato tentativo di vendere qualcosa o di trovare qualcuno interessato al loro lavoro. In tutto ciò è come se ci fosse una specie di karma per cui le persone sono interessate in quello che faccio e mi supportano proprio perché per tanti anni ho scelto di regalare loro la mia musica.
Al momento c'è davvero troppo di tutto in giro perché ognuno possa mettere a fuoco alcunché, penso che siamo tutti un po' persi, sempre alla ricerca di nuove cose e dopo che le abbiamo trovate avvertiamo ancora il bisogno di scoprirne altre. I picchi di attenzione sono molto brevi, tanto che la stessa ottica con cui faccio musica è cambiata. Adesso il mio scopo principale è di farla nel miglior modo di cui sono capace, non posso fare di più. Se la gente è interessata e supporta il mio lavoro, in un periodo come questo si tratta di un risultato brillante, visto che nessuno le punta una pistola alla testa per farlo e visto che molto raramente mi preoccupo di promuovere qualcosa di mio.
Per quanto diffusi sono diventati i download gratuiti, penso che molta responsabilità sia da attribuire alla sensazione di molti artisti elettronici o sperimentali di non essere in grado di vendere i propri lavori: per questo offrono tanta musica gratuitamente, forse perché anche loro non intendono prendersi dei rischi dal punto di vista economico nel realizzare qualcosa che potrebbe fargli perdere dei soldi. Io invece amo il rischio, sono sempre a un solo disco dalla bancarotta, ma anche molto vicino a quel bar notturno dove posso bere gratis...

Nella tua sconfinata discografia troviamo una certa varietà di stili e generi, dall'ambient al dark-ambient, dal noise al drone. Ci sono artisti che reputi decisivi per la tua formazione musicale o anche semplicemente affini al tuo modo di fare musica? Nessuno che mi venga in mente, visto per me si è sempre trattato di fare le cose che mi interessavano e non quelle che potevano offrire un ritorno. Per gli altri invece il problema è che troppa gente pensa in primo luogo alle vendite e alla celebrità. Per molti si tratta di una carriera, non di una specie di esperimento inteso a dimostrare quello che ognuno è in grado di fare. Posso ritenermi fortunato, perché in nessun caso sono stato finanziato o sostenuto per quello che ho fatto, così sono riuscito a sopravvivere solamente grazie alle persone che hanno dimostrato attenzione per il mio lavoro e hanno voluto acquistarne il risultato.

La tua prolificità è probabilmente unica, ma quasi tutti gli artisti operanti in territori sperimentali presentano produzioni copiose. Da cosa nasce la tua urgenza espressiva? E, in generale, ritieni che la maggiore mole di produzioni da parte di chi fa questo tipo di musica dipenda dal fatto che sia più "facile" da concepire e realizzare rispetto, ad esempio, a un disco di "canzoni"?
Al giorno d'oggi è possibile fare tante cose grazie agli strumenti a disposizione, ammesso che si abbia il tempo per realizzarle. Purtroppo tanta gente si lamenta di non avere tempo, ma davvero a volte ci si dovrebbe soltanto rinchiudere in studio e concentrarsi sulla creazione. Io posso realizzare musica soltanto quando sono ispirato, mentre certi giorni mi sveglio e mi rendo conto che semplicemente questo non è possibile. Quando sono nello spirito giusto, posso veramente attingere dalla mia energia e ispirazione.
Nel corso degli anni ho realizzato già tante cose, ma adesso sto lavorando ancor più intensamente del solito per produrre una mole di musica più ingente di sempre: quella che vede la luce nei miei dischi è solo la punta dell'iceberg.
Penso che sia fondata l'idea che un album di canzoni richieda tempi di lavorazione più lunghi, anche se in fondo tutto è relativo, perché il lavoro è sempre lavoro. Un album che mi richiede due giorni può essere migliore di quello che una band ha impiegato cinque anni a comporre, poiché ritengo che lavorando intensamente e rapidamente su un'opera si possano convogliare al meglio le energie, anche se può essere vero pure il contrario.

Sempre a proposito della tua straordinaria prolificità, ci racconti com'è nata e come hai vissuto l'esperienza dei 365 pezzi per un anno?
Volevo fare qualcosa che nessun altro aveva fatto prima. Alla fine avrò composto qualcosa come 600 tracce e io stesso ne avrò ancora ascoltate all'incirca una cinquantina: alcune erano certamente valide, mentre in altre era riconoscibile la velocità e l'esigenza di comporre, ma il punto è che tutta questa operazione mi ha di fatto indotto a una propensione lavorativa quotidiana. In un certo senso mi ha aiutato a trascorrere quell'anno (2006, n.d.r.), nel corso del quale sono stato malato e mi sono spostato in diversi Paesi: in quell'anno ho pure fatto un tour negli Stati Uniti e per quasi tre mesi non ho potuto camminare in maniera normale dopo che mi ero rotto un ginocchio durante un concerto in Belgio. È stato un anno davvero pazzo, ma anche un grande progetto posto in essere senza alcun supporto finanziario, visto che guadagnare qualcosa in quel periodo per me è stato praticamente impossibile.

Come nascono le tue composizioni? Quali sono i tuoi spunti, sia a livello tecnico che di ispirazione?
La condizione ideale dal punto di vista mentale è svegliarsi la mattina con la testa libera da tutte quelle stronzate quotidiane che ci circondano, così da poter impiegare il tempo immergendosi soltanto e interamente nel lavoro. Una delle ragioni dei tanti diversi stili e alias sotto i quali ho prodotto musica è il fatto che compongo in maniera ogni volta diversa anche a seconda del mood. Ad esempio, non mi capita tutti i giorni di voler creare una musica per pianoforte per emozioni da cuori spezzati: a volte non riesco a entrare in un determinato spazio emozionale giorno dopo giorno senza subirne le conseguenze, per questo diventa essenziale cambiare di continuo registro a seconda dell'ispirazione.

Le tue performance dal vivo sono ben distanti da quelle di un laptop-artist immobile e distaccato dal pubblico. Come nasce l'esigenza di dare una sorta di "dimensione fisica" alla tua musica? Cosa pensi di esprimere in questo modo?
Da qualche tempo sto tornando a concentrarmi di più sul suono, mentre per un lungo periodo pensavo quasi di più alle performance e a come tuffarmi in mezzo ai locali dove suonavo, in maniera totalmente contrapposta a quegli spettacoli noiosi che consistono soltanto nel vedere una persona dietro una macchina. Il fatto è che i miei strumenti sono il laptop e lo studio nel quale compongo, per cui è difficile suonare dal vivo con le attrezzature che utilizzo per realizzare la mia musica. Questa non è certo una giustificazione, e proprio per questo sono tornato a progettare qualcosa di veramente emozionale, visto che proprio adesso sto lavorando con un amico a dei visuals molto personali, che possano essere proiettati in contemporanea con la musica che suono dal vivo.
Ad essere onesto, non mi piacere suonare troppo dal vivo, anche se allo stesso tempo presto terrò un concerto a Madrid e l'indomani farò il dj con musica anni 80 in un locale insieme a un sacco di ragazze spagnole che conosco. E in tutta sincerità preferisco quello che non suonare dal vivo la mia musica, che almeno in questo periodo per me rappresenta qualcosa di molto più personale.

E qual è il tuo rapporto col laptop in genere?
Mi piacciono i laptop. Viviamo tutti questa fase pericolosissima per la musica creata al computer, perché oggi sembra che chiunque cerchi a tutti i costi di impiegare questi controller così dannatamente tristi: come se dovessero utilizzarli soltanto perché hanno un luccicante Mac Powerbook con tutte le sue luci ed estensioni quando poi alla fine fanno nient'altro che la solita vecchia merda già sentita un milione di volte prima ancora che comincino a suonare. Quindi nessuna emozione, nessun musicista che voglia mettere del suo nella sua musica, e questa è un'altra delle ragioni per cui non amo molto suonare dal vivo. Detesto vedere queste stesse cose in continuazione.

Il continuo sviluppo di software sempre più avanzati e sofisticati ha influenzato il tuo modo di lavorare e la tua musica? Per te rappresentano un mero supporto "tecnico" o incidono anche sul momento creativo?
Non ci penso mai davvero seriamente quando compongo la mia musica, mi interessa molto di più il risultato finale. Credo che molti si preoccupino troppo dei nuovi software e di mostrare di trovarsi "qui ed ora", mentre io tendo ad avere una visione di un'evoluzione più complessiva di quello che sto facendo ora alla luce delle mie esperienze passate. In questo modo, sento di poter controllare quel che sono in grado di fare e quando lo voglio fare molto più di quanto non mi sia mai capitato in passato.

Nel tuo disco a nome The Caretaker in molti hanno ravvisato un suono "grammofonato", che conferisce all'opera un tocco vintage ruvido. Ti ritrovi in queste considerazioni? Se sì, puoi spiegarci come è nato quel particolare effetto sonoro?
Semplicemente, quel suono proviene da un materiale di base imperfetto. Credo soltanto di aver posto una certa enfasi su quelle imperfezioni in alcuni dischi, impiegandole come texture o toni.

"Persistent Repetition Of Phrases", per il suo titolo e per la musica in esso contenuta, è stato ricondotto - tra tutti da Simon Reynolds - al concetto filosofico di "hauntology" (coniato da Derrida e riferito alla persistenza delle idee rivoluzionarie). Si tratta di qualcosa che senti vicino alla tua idea di musica? Se sì, puoi spiegarci come concepisci l'idea di persistenza applicata alle tue composizioni?
Alla gente piace molto operare classificazioni e mettere delle etichette alle cose, ma per me i miei dischi sono quasi al di fuori di qualsiasi scena e comunque non si tratta di qualcosa a cui penso più di tanto.
Le mie composizioni sono spesso incentrate sulla memoria e sui processi di ricordo. Era la stessa cosa con la musica pop nel materiale di V/Vm, mentre le mie composizioni attuali conducono ancora la stessa operazione incentrandosi sul concetto del tempo.

In generale, che peso pensi possa avere l'aspetto concettuale nella musica, in particolare in quella elettronica e (post-)industriale?
Avere un buon concept può essere importante ma non è certo essenziale. A volte la musica è così valida che la gente prova a costruirci intorno dei concetti, ma la cosa più importante rimane sempre il lavoro in sé, tanto meglio se poi l'idea di base vi aggiunge qualcosa.

In tema di concetti, uno che ricorre molto spesso nella tua musica è quello del ricordo. Basti pensare a titoli quali
"Theoretically Pure Anterogarde Amnesia", "Deleted Scenes / Forgotten Dreams", "Memories Live Longer Than Dreams", che ripropongono l'eterna lotta nella mente umana tra immaginazione, ricordo e oblio. La musica per te è un mezzo attraverso il quale far rivivere i ricordi o cristallizzarli in un passato immutabile?
Il rapporto col passato è sempre mutevole e attraversa cambiamenti continui, rimuoviamo i brutti ricordi concentrandoci su quelli positivi. Il tempo è capace di alterare persino la realtà. Gran parte del disco di The Caretaker è incentrata sulla riscrittura del passato ed è quello che esprime lo stesso nome scelto per l'etichetta che pubblica i miei nuovi lavori, "History Always Favours The Winners", visto che ormai è necessario autoconvincerci di essere in qualche modo vincitori, anche soltanto per riuscire ad alzarci in piedi ogni giorno.

"Sadly, The Future Is No Longer What It Was" è forse il tuo lavoro più accessibile, quello che più di altri è riuscito a rendere efficace dal punto di vista emozionale una musica che può spesso incontrare limiti comunicativi. Come hai vissuto la composizione di quest'opera? Quali sono i sentimenti che per suo tramite hai inteso esprimere?
Si è trattato innanzitutto di un album sincero, relativo a un periodo totalmente folle della mia vita, coinciso con il mio trasferimento qui a Berlino, dove cercavo semplicemente di sopravvivere nonostante in quel momento avessi poco interesse nel mio lavoro. Avevo troppo di tutto e mai abbastanza: troppo bere (spesso gratis), troppe ragazze, troppe nottate tirate tardi, insomma il caos più totale. La cosa curiosa è che la maggior parte della gente che mi circondava in quel periodo mi vedeva tutto il tempo in giro che ci davo dentro con quel tipo di vita. Quando alla fine ho mandato loro le copie del lavoro nessuno poteva crederci, visto che non avevano idea di quando l'avessi realizzato e, se devo essere onesto, non ce l'ho nemmeno io!
È stato un tempo perso, una vera e propria corsa sulle montagne russe, che non è ancora terminata, anche se adesso non è più portata così all'eccesso.

Infine, cosa possiamo aspettarci da te in futuro e cosa ti aspetti tu dalla musica?

Sto lavorando su un sacco di cose diverse e insieme a molte persone che per me rappresentano uno splendido veicolo di ispirazione. Per quanto mi riguarda ho soltanto bisogno di lavorare sodo e suonare tanto per trovare l'equilibrio necessario per non cadere da quella corda sottile sulla quale sto camminando, tesa tra gli estremi opposti di lavorare tutto il tempo o fare baldoria tutto il tempo.
Credo di aver bisogno di cavalcare un altro po' la mia fortuna per sopravvivere facendo quello che mi piace, anche se oggi non è così facile. Ma mi piace mettermi alla prova, vivere alla giornata senza avere la benché minima idea di quello che può succedere, mentre continuo a cercare quel sorriso da un milione di dollari nei locali notturni...

Si ringrazia Alberto Asquini per la preziosa collaborazione

Discografia
 V/VM

 

 Up-Link Data Transmissions 12'' (V/VM Test, 1996)

 

 Third Eye Foundation / V/VM split 12'' (Fat Cat, 1997)

 

 
Masters Of The Absurd (V/VM Test, 2000)

 

 
Sick Love (V/VM Test, 2000)

 

 The Green Door (V/VM Test, 2000)

 

 
HelpAphexTwin/1.0 mini (V/VM Test, 2001)

 

 HelpAphexTwin/2.0 mini (V/VM Test, 2001)

 

 InvalidObject Series (If) (Fällt, 2001) 
 Sometimes Good Things Happen (V/VM Test, 2002) 
 HelpAphexTwin/3.0 (V/VM Test, 2002) 
 Untitled (Piehead, 2002) 
 Dimitri Shostakovich: The Missing Symphony (V/VM Test, 2002) 
 HelpAphexTwin/4.0 (V/VM Test, 2003) 
 Stigma (V/VM Test, 2004) 
 Sabam (V/VM Test, 2006) 
 The Death Of Rave (The Source) (Vukzid, 2006) 
 The Death Of Rave (Additional) (Vukzid, 2006) 
 V/VM 365 (V/VM Test, 2006) 
 White Death (Vukzid, 2006) 
 Radio Mix 2003 (Vukzid, 2007) 
 There Was A Fish...In...The Percolator (V/VM Test, 2008) 
   
 

THE STRANGER

 
 The Stranger (Phthalo, 1997) 
 Bleaklow (V/VM Test, 2008) 
   
 THE CARETAKER

 

 Selected Memories From The Haunted Ballroom (V/VM Test, 1999)

 

 A Stairway To The Stars (V/VM Test, 2001)

 

 We'll All Go Riding On A Rainbow (V/VM Test, 2003) 
Theoretically Pure Anterograde Amnesia (V/VM Test, 2005) 
 Additional Amnesiac Memories (V/VM Test, 2006) 
Deleted Scenes / Forgotten Dreams (V/VM Test, 2007) 
Persistent Repetition Of Phrases (Install, 2008) 
 Recollected Memories From The Museum Of Garden History (Vukzid, 2008) 
 Recollections From Old London Town (Wire Magazine, 2009)  
An Empty Bliss Beyond This World (History Always Favours The Winners, 2011) 
 Patience (After Sebald) (History Always Favours The Winners, 2012) 
 Everywhere At The End Of Time (History Always Favours The Winners, 2016) 
   
 LEYLAND KIRBY

 

 Lost Moments, Errors And Accidents #001 (History Always Favours The Winners, 2009)

 

 Lost Moments, Errors And Accidents #002 (History Always Favours The Winners, 2009)

 

Sadly, The Future Is No Longer What It Was (History Always Favours The Winners, 2009)

 

 Intrigue & Stuff Vol. 1 & 2 (History Always Favours The Winners, 2011) 
Eager To Tear Apart The Stars (History Always Favours The Winners, 2011) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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