Joan Shelley

Joan Shelley

Radici e foglie del folk americano

intervista di Lorenzo Righetto

Bisogna un po' credere che nascere nel "Bluegrass State", il Kentucky, significhi qualcosa di per sé, perché non è da tutti, oggi, dedicare la propria carriera alla perpetuazione del folk tradizionale americano. Joan Shelley lo fa con la naturalezza di chi ne fa parte, è cresciuta là dove l'Americana si mastica, si calpesta, ci si va a letto. E con una voce calda e fragrante come il sole sulle spighe di grano.

Allora, permettimi di parlare con te di questo nuovo album. Ho amato il tuo esordio, ma penso che tu abbia raggiunto, con “Over And Even”, quella atemporalità che è probabilmente la chiave della musica folk in generale. Pensi che qualcosa sia cambiato, in questi anni, nel tuo rapporto con la musica e con il cantautorato, e come?
Ho solo cercato di scrivere di più, mostrarmi di più, invece di fare come ho sempre fatto, lasciare che le canzoni venissero a me mentre facevo qualcos’altro. Ho ascoltato di più i parolieri e gli artisti che ammiro: Will Oldham, Elephant Micah, Bill Callahan, Dolly Parton, The Weather Station, Leonard Cohen, Joni Mitchell. Quello che sembrava avessero in comune era l’acume nell’osservazione, l’intimità dell’interpretazione. Una schiettezza. Ho provato a essere più diretta in questo disco, e ad avere meno cose possibile sia per la canzone che per l’ascoltatore.

“Over And Even” è uscito solo un anno dopo “Electric Ursa”. Puoi dirci qualcosa della genesi del disco?
Questo nuovo album è venuto in fretta, non appena io e Nathan Salsburg abbiamo registrato la canzone “Electric Ursa” (la title track dello scorso disco), sapevamo che avevamo qualcosa di buono lì. Volevo fare subito un’altra sessione di registrazioni che cavalcassero la stessa onda. Avevo scritto un po’ di canzoni in primavera, dopo l’uscita di “Electric Ursa”, mentre viaggiavo da sola prima di un tour. Le riportai a casa in Kentucky e Nathan e io abbiamo lavorato sugli arrangiamenti, per poi registrarli. L’idea era di inserire solo quanto fosse necessario, e niente di più.

Il disco mi ricorda, in qualche modo, la grandezza dimessa di “Stray Age”, il suo calore senza fine, la sua forza sommessa. Hai anche condiviso il tuo nome con Daniel Martin Moore in “Farthest Field”, lui è l’ingegnere del suono in “Over And Even”, ed è stato il coproduttore del tuo esordio, “Ginko”. Come vi siete conosciuti e qual è il vostro rapporto?
Mentre io e Nathan abbiamo prodotto “Over And Even”, Daniel ha giocato un ruolo cruciale in questo disco, è stato un ingegnere pazzesco. Ha capito come mettere i microfoni giusti per la chitarra e la mia voce, ed è stato un orecchio fidato su quale take fosse quello giusto. È stato così generoso e paziente con me e Nathan, lasciandoci registrare il disco nel suo soggiorno.
Ci siamo conosciuti durante un tour che stava facendo con Ben Sollee, quando invitarono  il mio trio dei vecchi tempi, le Maiden Radio, perché aprissimo per loro in un teatro in città. Restammo in contatto e ora Daniel è il mio vicino. Siamo stati tanto in tour insieme e passato tante ore di registrazione insieme. Ci conosciamo così bene. È come un fratello.

Qual è il suo contributo specifico a questo disco e alla tua musica in generale?
Daniel è stato un grande aiuto per me, mi ha incoraggiato a seguire questo cammino, supportando i miei primi sforzi, come “Ginko”. È un campione della musica tradizionale da questa parte del mondo per le Maiden Radio. Ha una piccola grande etichetta, Ol Kentuck, che usa per pubblicare roba che sa essere buona ma a cui nessuna major dà spazio. È così che ho potuto pubblicare “Ginko” e i lavori con le Maiden Radio. È uno dei quei supereroi musicali che ci sono là fuori.

Sei tornata a un sound e a degli arrangiamenti minimali, rispetto a “Electric Ursa”. Cosa ti ha spinto a tornare a un setting più intimo?
Ancora questo va fatto risalire all’idea della schiettezza. Meno ci fosse stato tra le canzoni e gli ascoltatori, meglio sarebbe stato nel caso di questo disco. Abbiamo costruito il disco a partire dall’esecuzione delle canzoni, invece che dalla sezione ritmica come per “Electric Ursa”. Lo scheletro erano le canzoni così come le facevamo dal vivo io e Nathan.

A proposito, sono un grande fan di Nathan come chitarrista, penso che il suo stile dimesso ma espressivo sia perfetto per la tua musica e la tua voce. Come è coinvolto nel processo di registrazione? Influenza direttamente anche la tua scrittura?
Tutte le canzoni del disco (eccetto “My Only Trouble” – era in cucina quando facemmo la registrazione senza preavviso) sono state registrate con io e lui che sedevamo uno di fronte all’altro. C’è un travaso in tutti i microfoni, non puoi separare le parti. La sua chitarra, le sue armonie, il ritmo, il tono iridescente, è davvero una parte fondamentale di tutto il sound. L’essenza di questo disco è dovuta a entrambi in ugual modo.

“Over And Even” annovera anche la collaborazione di Will Oldham, un mito del folk contemporaneo. Sei in tour con Doug Paisley ed Elephant Micah, altri due dei miei artisti folk contemporanei preferiti. Dal di fuori, sembra che la scena dell’Americana odierna sia piuttosto coesa, con collaborazioni ed etichette che spuntano liberamente qua e là. Questo è anche un merito delle connessioni digitali di oggi (buffo che siano così importanti in un genere così tradizionale) o esiste un luogo fisico in cui tutto nasce?
Hai ragione, è una cosa buffa in cui l’era digitale incontra la musica tradizionale. Penso che stiamo vivendo qualcosa che sarà molto interessante osservare tra qualche tempo. Sento come una magia speciale che possa chiamare gente come James Elkington a Chicago per registrare qualche traccia in mezzo tra i suoi tour con Steve Gunn e Jeff Tweedy, o Rachel Grimes perché registri qualcosa sul suo pianoforte a casa sua, nel suo paese, e fare un disco che ciononostante suona come di un posto preciso, per me. Preferisco take presi dal vivo, amo le vecchie tecniche di registrazione e di microfonia, ma, voglio dire, abbiamo uno strumento speciale tra le mani con le cose che sono digitali, così portatili. Gente come Elephant Micah, Will Oldham e Doug Paisley ti mostrano come usarle per fare un disco potente – dall’altra parte, una cosa pericolosamente vicina all’irrilevanza proprio a causa della stessa tecnologia digitale.

Non sono mai stato a un concerto folk negli Stati Uniti, ma sicuramente qui c’è una sorta di distacco tra ciò che si suppone sia musica “popolare” (intesa come “per il popolo”, naturalmente) e il popolo stesso. A volte sembra una cosa intenzionale da parte dell’artista, sicuramente non da parte tua. È questa la situazione anche dall’altra parte dell’oceano? Qual è il tuo rapporto col suonare dal vivo e stai provando a ritrovare quel senso primigenio di fare musica folk?
Penso di capire ciò che stai dicendo – gli artisti pop che sembrano disegnati per apparire non-umani, superumani, o “perfetti”, e così le canzoni e la gente riescono affettati, o finti, fuori dalla nostra portata. Penso che ci sia una linea sottile che i musicisti devono percorrere. Vorresti metter su una maschera, durante un Evento. Il beneficio di indossare una maschera è che si tratta di un’esperienza che aiuta la gente a trascendere i limiti che sentono come individui, mentre tu provi a creare un’esperienza condivisa. È una cosa che si fa dappertutto nel mondo, in molte culture. Ma tristemente penso che nel pop ci sia una rappresentazione irrealistica e incompleta di ciò che è umano. Cio che è rinfrescante del folk è che le maschere sono meno costruite, più trasparenti e vulnerabili, forse più oscure e brutte qualche volta. È un lato che ha bisogno di più tempo, di più aria, un lato che è meglio esporre che occultare.

Ci sono speranze per un tour europeo e delle date italiane?
Stiamo lavorando su un tour per marzo, e sì, ci sono delle date a matita che speriamo possano essere in Italia, sarebbe la mia prima volta lì, quindi spero che funzioni.



Discografia
Ginko (Ol Kentuck, 2012)

7,5

 Farthest Field (with Daniel Martin Moore, Ol Kentuck, 2012)

6

 Electric Ursa (No Quarter, 2014)

6,5

Over And Even (No Quarter, 2015)

7,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
"Sure As Night" (live, da "Ginko", 2012)




"Something Small" (live, da "Electric Ursa", 2014)




"Not Over By Half" (Live session, da "Over And Even", 2015)




Npr Tiny Desk session (live session, da "Over And Even", 2015)


Joan Shelley su OndaRock
Recensioni

JOAN SHELLEY

Joan Shelley

(2017 - No Quarter)
Sotto l'egida di Jeff Tweedy, il disco della possibile consacrazione di pubblico della cantautrice del ..

JOAN SHELLEY

Over And Even

(2015 - No Quarter)
Il disco della consacrazione della cantautrice del Kentucky come una delle voci più importanti ..

JOAN SHELLEY

Electric Ursa

(2014 - No Quarter)
Il terzo disco della cantautrice del Kentucky veleggia verso una maturità un po' manierista

JOAN SHELLEY

Ginko

(2012 - Ol Kentuck)
Sotto l'ala di Daniel Martin Moore e Ben Sollee, si afferma un astro nascente dell'Americana ..

Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.