Joe McKee

Joe McKee

Al confine tra la vita e il sogno

intervista di Lorenzo Righetto, Antonino Branca
In questa carriera solista hai preso una direzione diversa dalla tua precedente esperienza con gli Snowman. Ma, allo stesso tempo, iniziasti quando la band era ancora insieme. Com’è stato cambiare completamente il tuo stile musicale? Sapevi fin dall’inizio di non stare scrivendo per gli Snowman?
Sapevo che queste canzoni erano diverse da quelle degli Snowman. Sono state una sorta di “piano di fuga” dal gruppo. Erano qualcosa che nascondevo agli altri, in modo da avere qualche forma di espressione separata. Sapevo che dovevano essere suonate da me e basta, composte da me e basta, essendo canzoni profondamente personali. Hanno a che fare con la mia infanzia e con il mio senso di nostalgia e di perdita per il posto in cui sono cresciuto. Sentivo il bisogno che fossero brani musicali tranquilli, catartici, curativi, e sapevo che, all’interno delle restrizioni degli Snowman, non potevo raggiungere quel tipo di stato d’animo.

Burning Boy” tratta, in maniera molto evocativa e inquietante, col passato, in una descrizione veramente plastica dei ricordi. La tua biografia dice anche che hai scritto le canzoni a Londra. Qual è stato il motore creativo più importante di questo lavoro? Si trattava semplicemente di nostalgia, o anche dell’espressione di un grande cambiamento nella tua carriera musicale, l’immagine degli Snowman che si scioglievano?
Mi trovavo in un periodo molto tumultuoso della mia vita. La mia band si stava disfacendo intorno a me, così come la relazione con la mia compagna a quei tempi. Inoltre, mi sentivo molto isolato, perduto a Londra. Mi mancava un certo calore, il conforto del mio passato. Volevo tornare a quei momenti, a quei luoghi. Queste canzoni furono trascendenti, in questo senso. Un modo per trasportarmi in un luogo che non esisteva più.
Catturare quella sensazione di nostalgia, di perdita, era il mio obiettivo principale. Penso che la musica dovrebbe sempre cercare di comunicare qualcosa non altrimenti comunicabile.

La mera intensità del disco mi fa temere che possa essere una sorta di lavoro “one-shot”, derivante da una situazione molto specifica. Guardi a questa carriera solista come a un progetto a lungo termine, invece?
Continuerò a comporre e pubblicare musica con il mio nome, d’ora in poi. Non voglio più nascondermi dietro a uno pseudonimo. Voglio essere sfrontato, in quel senso. Suppongo che, pubblicando cose sotto il mio nome, la gente assumerà che queste avranno un suono determinato, ma io sono inquieto per natura e sarò sempre in cerca di ulteriore significato per la mia musica. Cercherò sempre di comunicare qualcosa che non ho già detto. Mi piacerebbe essere più prolifico, comunque. Vorrei che i miei album fossero come un archivio del mio stato mentale in un certo momento. Una finestra che dà sulla mia immaginazione.

Sei tornato a casa (nei Darling Ranges, a sud di Perth) per registrare le canzoni di “Burning Boy”. Il tuo ambiente di casa ha dato loro un’ulteriore forma?
Quando tornai a casa, capii che le cose non esistevano più nel modo in cui le avevo lasciate. Era confortevole, ma in un certo senso non lo era, per l’incertezza, l’insicurezza. Il cambiamento è inevitabile, naturalmente. Finii la maggior parte delle canzoni a Londra, ma alcune vennero completate tornando prima a Melbourne, poi a Perth. Mi sentivo come se stessi riportando le canzoni al loro legittimo luogo di nascita. È sempre importante, per un artista in viaggio come me, ricordarsi di dove è nata la scintilla creativa. Mi sentivo come se stessi portando i miei figli nel posto in cui ero cresciuto.

Quello che abbiamo trovato particolarmente interessante e affascinante riguardo al tuo disco è l’intervallo di sfumature nelle canzoni, che mostrano un lato diverso a ogni ascolto. Cosa indicheresti come “ispirazione di fondo” per “Burning Boy”? David Sylvian sembra un riferimento ovvio, ma un nostro collega lo ha definito “un album perduto di psych-folk californiano anni 60/70”...
Non avevo ascoltato alcunché di David Sylvian prima di aver registrato l’album. La gente l’ha tirato fuori diverse volte. Vedo le somiglianze. È bello sapere che ci sono persone, là fuori, che la pensano sulla mia stessa lunghezza d’onda. Sono certamente ispirato dalla musica psych-folk americana, così come dalla tropicalia latino-americana dei 60/70.
Ma penso di essere più in relazione con la scuola europea della psichedelia: Robert Wyatt, Scott Walker e così via. Più che altro, volevo comunicare qualcosa che mi suonasse onesto, un sound a metà tra l’Europa e l’Australia, insomma. Sono cresciuto con un po’ di confusione riguardo alla mia nazionalità. Mi sentivo inglese in Australia e australiano in Inghilterra. Non ho mai avuto un vero senso di appartenenza. Suppongo che la mia mentalità da “straniero” venga da qui.

joemckee_iiUna parte di queste sfumature non è dovuta solo alla composizione, agli arrangiamenti e all’interpretazione, ma anche alla produzione. Cerchi di ricreare la stessa atmosfera durante i live?
Presento le canzoni in modo più scarno, dal vivo. Sebbene nuotino nel riverbero, nel delay, nel feedback, nei loop. Costruisco uno strato dopo l’altro, ma uso anche il silenzio come uno strumento importante per sedurre l’ascoltatore. Mi piace attrarre l’ascoltatore col silenzio, piuttosto che stordirlo col volume. Mi piace riempire lo spazio tra un membro del pubblico e il performer, immergendomi nella folla.
Non mi piace l’idea di dividere il pubblico da chi si esibisce. Mi piace condividere l’esperienza sullo stesso livello. È importante che il locale sia uno spazio intimo, piuttosto che un pub, un club. Spesso ho degli ospiti che suonano con me. Persone diverse in ogni città. A volte violinisti, a volte tastieristi o percussionisti.

Una parte importante della tua espressione di artista, di ciò che è pomposamente chiamata la tua “poetica”, è il concetto di sogno. C’è una forte componente onirica, ad esempio, nei brani degli Snowman. Era il tuo contributo a dare quella patina onirica alla musica della tua precedente band?
Beh, scrivevo il 98% dei testi e della musica degli Snowman, per essere del tutto onesto. Il contributo degli altri era vitale, aiutavano con gli arrangiamenti, ma il concetto di partenza e le canzoni stesse cominciavano sempre da me. Sono sempre stato attratto dal territorio del surreale. I sogni giocano una parte importante nella mia vita. Faccio sogni che influenzano il modo in cui vivo. Faccio sogni che sembrano fare da profezie.
Sono un sognatore per natura. Mi piace esplorare l’universo senza fine all’interno della mia testa. È un posto meraviglioso da esplorare, l’ignoto. Rimango sempre attratto dalle cose che non capisco. La musica è un modo, per me, di capire queste cose. Una canzone è in sé un sogno. A occhi aperti.

In “Burning Boy” trovo, tuttavia, un’attitudine molto emotiva, più “terrestre”. Ti trovi a tuo agio con questa immagine? È quello che volevi esprimere in questo disco solista ed è ciò che è cambiato dalla tua esperienza con gli Snowman?
Il nome “Burning Boy” viene dall’idea di bruciare un terreno, per rigenerarlo. Questo disco è un incendio della mia infanzia, così da poter andare avanti. Parla di ripartire da zero. Da solo. Volevo togliere tutta la rabbia e concentrarmi sulla mia energia nel cercare delle risposte. Sono ancora in cerca. Probabilmente, lo sarò sempre.

C’è anche un grande senso del teatrale, in “Burning Boy”. Qual è, nella tua mente, la scenografia delle tue canzoni?
L’ambientazione è la memoria di un luogo nel quale sono cresciuto. Ma da una prospettiva futura, col senno del poi, attraverso vetri colorati di rosa e in uno stato di sogno dall’altra parte del pianeta.

Sarebbe azzeccato sostenere che sei un ascoltatore attento di certe espressioni della 4AD, su tutte quelle del progetto This Mortal Coil?
Lavoravo in una cucina di un ristorante francese, quando avevo sedici anni. Lo chef veniva da Parigi. Dapprima mi sembrò un uomo duro ma, quando seppe della mia passione per la musica, si aprì e condivise con me della musica meravigliosa. Fu la prima persona a introdurmi alla 4AD e ad artisti come Cocteau Twins, This Mortal Coil e Dead Can Dance. Ero rapito da queste sonorità e inevitabilmente esse sono presenti nei miei lavori, dato che furono una parte formativa della mia vita di giovane ascoltatore. Mi ricordo ad ascoltare “Song To The Siren” dei This Mortal Coil in “Lost Highways”, il film di David Lynch. Tutto sembrava trovare un senso, in quel momento. Amo collegare i punti e trovare i paralleli tra diverse forme d’arte.

Potresti darci una breve descrizione della scena musicale australiana, dal tuo punto di vista?
La scena musicale australiana è incredibilmente fertile, al momento. Parte della musica migliore nel mondo sta venendo fuori proprio là. Purtroppo nessuno, in nessuna parte del mondo, sembra fregarsene, perché diamo la schiena al pianeta. Alcune delle cose che preferisco adesso vengono dall’Australia: Lost Animal, Rabbit Island, Montero, Pikelet, Charge Group, Ned Collette... La lista continua.
Discografia
Burning Boy (Dot Dash, 2012)                       

8

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Video

Darling Hills
(da "Burning Boy", 2012)

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Recensioni

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