Johann Sebastian Punk

Johann Sebastian Punk

I piani catastrofici di un giovane glam-rocker

intervista di Marco Bercella

Eccoci faccia a faccia con la creatura musicale Johann Sebastian Punk che ha da poco fatto uscire la sua opera prima “More Lovely And More Temperate”. In realtà, quel che esce dalla lunga chiacchierata con Massimiliano Raffa, messinese di venticinque anni che è anche la mente programmatica del progetto, è tutto fuorché "temperate". Massimiliano è anzi eccessivo, un provocatore sopra le righe con delle idee precise sul da farsi: un bel “piazza pulita” della scena musicale italiana, in modo da poter scrivere un rotondo zero sul calendario e ricominciare proprio da lì, con la sfrontatezza di chi vuole ribaltare l’understatement imperante, abolire la mediocrità, rifiutare la moderazione, e riportare sotto mentite spoglie nella testa del pubblico l’antico fuoco che animò il rock’n roll. Ma soprattutto - come avrete modo di leggere – Massimiliano vuole far parlare di sé: noi pensiamo che ci stia riuscendo, e qui sotto ne scoprirete i motivi.

Se dovessi presentare il progetto JSP a chi non lo conosce cosa gli racconteresti?
Devo fare una premessa. Ho cominciato molto presto ad ascoltare musica, avevo più o meno undici o dodici anni, e all’epoca non sapevo nemmeno suonare. Però sentivo di avere già qualcosa da dire, e già da allora pensavo che quanto avevo da dire si ponesse come ambizione quella di cambiare la storia della musica, e quindi sono cresciuto con questa convinzione un po’ assurda. Allora avevo la percezione che stesse cambiando davvero qualcosa, anche se la previsione si è rivelata poco lungimirante, visto che ora siamo in una incredibile fase di stallo. Però io volevo essere parte di quel cambiamento, e allora ho iniziato a comporre subendo il fascino della musica aleatoria, della musica concreta, di Edgar Varèse e John Cage e pensavo che si potesse costruire un ponte fra quel tipo di musica e il pop. Poi, via via mi sono sempre più avvicinato alla forma-canzone ma con un approccio sempre fortemente sperimentale, con alla base la convinzione che potesse essere qualcosa di nuovo. Johann Sebastian Punk, che è l’ultimo progetto che ho lanciato ma anche il primo a uscire su disco, è invece qualcosa che programmaticamente va in controtendenza rispetto a quello che ti ho appena detto, perché il mio intento ora è quello di fotografare il momento di confusione totale in cui versa il mondo della musica. È stato come operare una descrizione, che però è fatta con uno spirito diverso rispetto a quello che sta animando le recenti produzioni musicali, che è uno spirito che osa poco, ed è per questo motivo che mi richiamo a molte sonorità del passato.

Già, però ci sono tanti modi per avvicinarsi al passato, ma tu hai scelto una chiave di lettura un po’ curiosa, visto che la tua cifra stilistica sembra provenire dal glam. E’ vero che ora c’è una macedonia di stili che si sovrappongono, sia in Italia che all’estero, ma credo che si muovano su altre coordinate…
Sì è vero, questo non è decisamente il momento del glam e le cose assimilabili al glam che sono uscite negli ultimi anni non sono state poi così fortunate. Uno dei dischi che più ho amato in questi anni è stato “Daffy's Elixir” di Bryan Scary, del quale so che avete anche parlato in radio a Blah Blah Blah, e che si rifaceva ad alcune cose glam. E’ stato un disco che però non ha avuto alcuna fortuna…

Un altro è Bobby Conn…
Esatto, Bobby Conn è un altro che è sì riconosciuto a livello internazionale, ma che non ha avuto un grandissimo successo a livello di pubblico, è rimasto molto nella nicchia. Però se vale la legge dei vent’anni, gli anni Dieci potrebbero essere quelli del ritorno agli anni Settanta, così come gli anni Zero, di cui stiamo vivendo ancor agli strascichi, fanno molto riferimento agli anni Ottanta. Insomma, se dovesse valere la regola dei vent’anni, potrei pensare che il glam potrebbe anche tornare, anche perché se sento certe cose di Miley Cyrus o di Lady Gaga, mi viene in mente più il glam che non certe cose degli anni Ottanta.

E cosa mi dici della scena italiana?
Ecco, c’è un altro motivo che mi ha portato a ripescare il glam e riguarda proprio la scena italiana. Nonostante non abbia nulla a che vedere con quanto propongo, questa è la scena con cui giocoforza mi devo misurare: vivo in Italia, ho un ufficio stampa italiano e in Italia devo cercare le date per i miei concerti, e qui da noi in questo momento vige un’estetica perdente. È un’estetica grigia, provinciale, quella del cantautore che canta “Oh ma quanto è grigia la provincia di Parma” e che andrebbe immediatamente superata, visto che è da dieci, quindici anni che impera.

Trovo che l’ambiente musicale nostrano sia molto autoreferenziale, con i tanti che scrivono recensioni su quei musicisti, e quei musicisti che si alimentano di quelle recensioni, in un circolo vizioso piuttosto perverso…
Però la storia impone dei cambiamenti e, secondo me, quasi ci siamo. In questo senso vorrei cavalcare il cambiamento, anche se rischio di essere ridicolizzato dall’altrui indifferenza: una cosa che temo è quella di restare una voce isolata…

Ma è davvero tutto da buttare? Anche io non amo l’atmosfera predominante, però sento anche delle buone canzoni dalle nostre parti…
Quel poco che riesco a filtrare non mi piace. Se dovessi dirti i dischi italiani che mi sono piaciuti negli ultimi vent’anni, ti direi “Dieci Stratagemmi” di Battiato, e quello degli Addamanera “Nella tasca de il zio”, di cui un membro è casualmente uno fra coloro che mi ha prodotto il disco e un altro ci suona un pezzo. Quindi quello che amo dell’Italia, eccetto ovviamente Battiato, è tutto nel mio disco, anche perché un’altra che mi piace è Beatrice Antolini che ha curato la produzione esecutiva. Come vedi, faccio davvero fatica a trovare dei musicisti italiani che mi piacciano.

Johann Sebastian PunkMusica e immagine. A giudicare dal look che ti sei scelto, penso che tu non gradisca troppo l’understatement che è nella cifra stilista di gran parte delle proposte musicali odierne, specie italiane…
In effetti far uscire questo disco è stata una cosa rischiosa e in controtendenza anche dal punto di vista estetico. Ma è proprio qui che sta la sfida, è il bello di questo gioco. Ricollegandomi al discorso di prima sull’estetica italiana un po’ da “guardiamoci le scarpe” ma non nel senso di shoegaze, un paio di anni fa ho scritto una canzone dal titolo “Voglio vivere a Voghera” con cui volevo prendere per il culo quel modo di scrivere canzoni, e quel pezzo scritto nella mia cameretta è finito in rotazione su Radio Deejay. Allora non ero nemmeno iscritto alla Siae e quindi non ne ho potuto beneficiare in termini economici, però lì mi sono reso conto di quanto sia semplice colpire con il tema banale, terreno, italiano, provinciale. E allora mi sono detto “facciamo esattamente l’opposto, vediamo cosa succede se faccio tutt’altro”, perché se scrivo una canzone nella cameretta con quattro accordi e finisce in rotazione, e in poco tempo raccolgo seimila clic su YouTube, voglio capire cosa accade se faccio il contrario. Per rispondere alla tua domanda, nell’ultimo concerto avevo addosso una pelliccia e nient’altro sotto, ero pieno di brillantini, con un anello fosforescente con dentro una lampadina…

Parlami un po’ dell’album. Io lo definirei ambizioso, volutamente sopra le righe, con delle buone intuizioni, con alcune  canzoni forti, ma con una produzione migliorabile. Del resto, ti misuri con una materia insidiosa, quella che fu di Steve Harley, dei T Rex, degli Sparks, ma a tratti anche di Yes e Suede…Tutta gente che non a caso aveva alla console Alan Parsons, Tony Visconti, Muff Winwood, dei monumenti della produzione…
Questo è un aspetto importantissimo, la produzione è qualcosa a cui avrei voluto badare di più, però il mio è stato un album prodotto in totale solitudine, perché l’ho registrato a casa suonando tutti gli strumenti, e poi quando mi sono ritrovato il prodotto in mano, sono andato da Enzo Cimino, il batterista dei Mariposa che è un mio caro amico e fa anche il fonico, e gli ho chiesto di mettermi un po’ tutto a posto. Così lui ha cominciato a lavorare quasi esclusivamente in analogico su un materiale che è quasi interamente registrato in digitale, ha recuperato dei compressori degli anni Settanta, e la cosa ha un senso proprio perché è completamente diversa da quelle dei dischi italiani di oggi. Se li ascolti, infatti, scopri che hanno tutti più o meno la stessa grana, più o meno lo stesso suono, in particolare quello della batteria. Preferisco di gran lunga la produzione del mio lavoro, sulla quale ho sentito dei pareri molto contrastanti: alcuni dicono che non è all’altezza di quanto vorrei proporre, ma altri hanno apprezzato questa contrapposizione continua fra digitale e analogico, notando che comunque si tratta di una realizzazione diversa dallo standard.
È un suono che si ispira agli anni Settanta, ma trovo anche che sia piuttosto moderno, e in fin dei conti questo album l’ho fatto uscire per farmi un po’ conoscere, perché in realtà covo dei piani catastrofici per il prossimo che farò. Siccome ho già tutto in testa, mi servirà una produzione molto grossa, ed è per questo che voglio andare in Inghilterra dove so già con chi registrarlo. Solo che lì avrò bisogno di quelle risorse che questa volta non avevo, visto che “More Lovely And More Temperate” è costato zero.

La produzione esecutiva è di Beatrice Antolini, come l’hai conosciuta, e quanto ha voluto entrare nei contenuti dell’album?
Nei contenuti non è affatto entrata. Ha deciso di entrare nella produzione esecutiva a disco fatto, come del resto Daniele Calandra della Sri Productions, ed è proprio lui che lo ha fatto ascoltare a Beatrice che ha deciso di entrare nel progetto visto che ne è rimasta molto affascinata, nonostante la sua proposta sia molto diversa dalla mia. Lei è una molto ritmica, che bada molto alla precisione, registra in griglia, è metodica, mentre “More Lovely And More Temperate” è un lavoro piuttosto grezzo, tanto che in alcuni passaggi ho insistito per mandare fuori tempo la batteria, ho suonato alcune parti con delle chitarre leggermente scordate, perché volevo restituire un senso di inafferrabilità che lei comunque ha trovato affine alla sua sensibilità.

So che anche Enrico Ruggeri ci ha messo una buona parola… Il che non mi stupisce, perché nel tuo album ci sento molte delle sue passioni musicali degli anni 70. Forse, rispetto ai suoi ascolti, mancano gli Stranglers, ma la teatralità degli Sparks e di Klaus Nomi come riferimenti c’è tutta nel tuo disco…
Sì, la buona parola ce l’ha messa, ma è andata così: c’era da festeggiare il trentennale della sua carriera solista al Mei di Faenza e lui è stato chiamato a scegliere la migliore cover del suo repertorio che una serie di musicisti hanno proposto. Io mi sono presentato con la versione in inglese di “Contessa” che però amplifica l’aspetto decadente del primissimo Ruggeri. Con lui c’è stata una bellissima conversazione prima della nostra esibizione a Faenza, e siccome io ero addobbato con una parrucca un po’ come Klaus Nomi, abbiamo parlato di Klaus, degli Sparks, e gli ho detto che in canzoni tipo “My Mistake” degli Split Enz ci sento molto di quei Decibel.

È stata una specie di corrispondenza di amorosi sensi…
Sì, anche se credo che non esista qualcosa di più lontano del nuovo disco di Enrico rispetto al mio, lui ha mostrato molto interesse. Poi si è anche incontrato con Beatrice qualche settimana fa negli studi del Roxy Bar da Red Ronnie e lei gli ha dato il cd. Proprio stamattina ho visto che su Twitter, Ruggeri ha scritto diversi tweet in cui caldeggiava l’ascolto del mio album: questo mi ha fatto un enorme piacere, e l’ho anche ringraziato pubblicamente.

Per molti versi, la parabola di “More Lovely And More Temperate” mi ha fatto venire in mente il film di Brian De Palma “Il Fantasma del palcoscenico”. La colonna sonora è di Paul Williams, recentemente tornato alla ribalta coi Daft Punk. È un musical eccessivo in tutto ed esageratamente ambizioso:  va a recuperare citazioni da “Il Fantasma dell'Opera”, “Il Gobbo di Notre Dame”, “Faust”, il “Rocky Horror Picture Show”, e mette insieme dramma, teatralità e parodia in un contesto di malcelata ironia…
Ne ho sentito molto parlare, ma purtroppo non l’ho mai visto, però mi sono assai riconosciuto nella tua descrizione, perché tutti connotati che mi hai illustrato sono riscontrabili nell’idea che sta alla base del mio lavoro. Io sono un grande amante del “Il Fantasma dell'Opera”, in molti hanno sentito degli elementi del “Rocky Horror Picture Show”, nonostante non sia stato per me un elemento di formazione, e non credo che mi abbia influenzato più di tanto. “Il Gobbo di Notre Dame”è un’altra cosa che mi piace, quindi a questo punto mi hai incuriosito. Ma poi come è andato questo film?

All’inizio non fu un successo, non fu molto capito dalla critica e dal pubblico, ma poi è diventata una pellicola cult e ha rappresentato la rampa di lancio per Brian De Palma…
Allora devo andarmelo assolutamente a vedere, perché potrei aver trovato il corrispondente filmico del mio album: la parodia sta alla base del messaggio che voglio trasmettere, spero che questo arrivi al pubblico, e quindi questo film me lo guardo stanotte, se lo trovo!

Pensi di fare un tour? Sono curioso di sentire come riporterai la tua fiera multicolore dal vivo…
I mezzi a diposizione non sono tantissimi però, secondo molti, noi siamo di gran lunga meglio live che su disco. Non suoniamo spessissimo perché non abbiamo un’agenzia di booking, e poi la crisi – per via dei costi – sta imponendo di fatto ai locali di rivolgersi ai dj, oppure al cantautore col chitarrino che fa la canzoncina del cazzo, mentre noi siamo in quattro. Considera poi che il nostro tastierista, Johnny Scotch, sale sul palco con un piano elettrico, un synth, e un rack. Poiché le orchestrazioni dell’album sono irriproducibili, abbiamo stravolto tutti i brani con chitarra, basso (Pino Potenziometri), e batteria (Albrecht Kaufmann), con Johnny che fa mille cose. Io naturalmente canto e suono la chitarra, ma facciamo uno spettacolo quasi teatrale e questo elemento è molto più forte dal vivo, anche perché il coinvolgimento del pubblico è una parte centrale delle nostre esibizioni. Mi ritaglio sempre dei momenti in cui faccio salire sul palco qualcuno del pubblico, lo coinvolgo, e molte persone sono pronte a giurare che io sia il migliore frontman che abbiano mai visto on stage. È un live molto potente, e io ho una capacità di avvicinare il pubblico alla musica che non si vede spesso: so già che chi leggerà l’intervista dirà “ma chi cazzo si crede di essere questo?”. Ecco, tutte le persone che lo penseranno saranno invitate ai nostri concerti, che non sono tantissimi perché, come dicevo, i promoter e le agenzie di booking hanno messo in piedi una sorta di cartello, tanto che i nomi che girano sono sempre gli stessi. Per il momento non sono riuscito a organizzare un vero e proprio tour, ma spero di farlo in autunno. Abbiamo presentato il disco a Bologna, e durante quel live abbiamo venduto una quantità di dischi che raramente si riesce a vendere a un concerto.
Non è facile coinvolgere il pubblico italiano underground, perché vive il dramma di subire il cliché dell’Italia caciarona, quella che canta “Popopopopopopoo” e allora, quasi per reazione, ti ritrovi ai concerti delle minchie morte che non cantano e che non ballano. Per loro il rock’n roll non c’è mai stato capisci?

Sono un po’ i sintomi di quell’understatement di cui ti dicevo prima…
Certo, perché vogliono allontanarsi da quell’idea che si ha dell’Italia caciarona, quindi poi è chiaro che si vanno ad ascoltare Dente e quelle porcate là. Tutta gente che si atteggia come appassionata di musica, ma che a quindici anni non suonava con la scopa davanti allo specchio ripetendosi “io voglio diventare una rockstar”. Io a quindici anni andavo a prendere i vestiti di mia sorella, li indossavo, mi guardavo allo specchio e mi ripetevo “io spaccherò il culo al mondo”. Bene, io questa tendenza so che riuscirò a invertirla, devo solo trovare il modo per abbattere questi cartelli, queste mafiette, e farmi vedere più spesso in giro: io ho trovato la formula per invertire la tendenza. La gente ai miei concerti si avvicina, balla, si diverte: come ti dicevo, invito sempre una ragazza a ballare con me sul palco, e non c’è n’è mai stata una che mi abbia rifiutato un “limone” (per i pochi che, per scarsa malizia, non dovessero cogliere l’associazione, trattasi del classico “bacio alla francese”, ndr), e ti dirò di più, una volta è salito un uomo e, sebbene io sia eterosessuale dichiarato, lui voleva un “limone”, e un “limone” ha avuto. Perché quello è spettacolo, e stai tranquillo che la gente si diverte molto: l’inversione di tendenza di cui parlo, passa anche attraverso queste cose.

Ultima domanda: passami la tua canzone dell’isola deserta da mettere in radio, e dammi anche una motivazione della tua scelta…
Dopo aver detto tutte queste cose sulla teatralità, sull’immagine, sul glam, la mia canzone dell’isola deserta non c’entra assolutamente nulla con quel mondo, ed è “Construção” di Chico Buarque. Una delle canzoni più toccanti e più drammatiche che siano mai state scritte, contenuta nel disco che porta lo stesso titolo del 1971. In quel momento il Brasile viveva nel pieno della dittatura militare e Chico fu costretto per un periodo ad abbandonare il paese venendo in Italia, tanto che da noi le sue canzoni sono state tradotte e reintepretate da tanti musicisti. Con quella canzone mi emoziono ogni volta, perché lì ci vedi il grande artista: è la storia di un uomo che muore sul posto di lavoro, di questo muratore che cade da un’impalcatura, però a ogni strofa viene sovvertito l’uso di alcune parole ricorrenti, e questo crea diversi piani interpretativi. La prima strofa è quasi cronaca, la seconda esprime i risvolti psicologici del protagonista, nella terza la denuncia sociale si fonde con il dramma esistenziale e termina con “Deus lhe pague” (Dio li ricompensi), che è anche il titolo del pezzo che apre l’album, e lì viene inflitto un attacco durissimo al potere. È un brano che riesco ad ascoltare anche dieci volte di seguito e riesce a emozionarmi sempre nella stessa misura.

Sebbene nel corso della chiacchierata ci siano state un paio di occasioni per parlarne, Massimiliano ha evitato di tirare in ballo la stringata e poco lusinghiera recensione di OndaRock. Solo alla fine, praticamente “off record” e quando mi ha chiesto notizie sui tempi di pubblicazione di questo pezzo, mi ha detto: “Spero di aver reso bene l’idea, perché a me piace molto il clamore. Anche la storia della recensione negativa di OndaRock (nella rubrica Dieci Piccoli Italiani n. 34, ndr), sul momento mi ha fatto restar male, però poi mi sono detto ”cerchiamo di volgerla a mio favore”e così, se non fosse stato per la polemica che ne è seguita e che anch’io ho alimentato, magari molti non si sarebbero accorti del disco e non lo avrebbero comprato. Alla fine, quindi, quell’articolo si è rivelato un buon business, perché malgrado i nomi dei partner che puoi leggere sul retro del cd, in realtà sono piuttosto solo in questa cosa (ho solo un piccolo ufficio stampa a supportarmi), e quindi devo necessariamente puntare sul clamore,  sulla notizia, e questa volta credo di esserci riuscito”. Quando si dice avere le idee chiare.

Discografia
 More Lovely And More Temperate (Sri/Audioglobe, 2014)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Johann Sebastian Punk su OndaRock
Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.