John Grant

John Grant

Tales About The Queen Of Ghosts

intervista di Guia Cortassa

Incontro John Grant a Milano, in Santeria, un paio d’ore prima dello showcase in cui presenterà alla stampa il suo nuovo disco, “Pale Green Ghosts”, proprio nel giorno dell’uscita ufficiale. È visibilmente stanco, reduce da un tour de force di ospitate in numerosi studi televisivi e radiofonici della città, a conferma della grande attenzione che il cantautore di Denver sta attirando sulla propria produzione. Fin dalle prime battute, al mio arrivo all’appuntamento, è chiaro che la nostra sarà più una chiacchierata che una vera e propria intervista, e la cosa aiuterà a portare alla luce dei lati ancora poco noti della musica dell’ex Czars.

Sei stata a qualche festival...

Sì!

Lo vedo dal tuo polso...

Ah, sì! Sono i braccialetti dell’End of the Road.
Oh! È un festival così bello!

Sì, lo è veramente
È veramente stupendo, no?

Sì, sì. Non ci torneremo quest’anno e un po’ ci dispiace. Siamo andati per due anni di seguito.
Ho visto, e anche quest’anno è molto buono!

Sì, ci saranno i Sigur Ros, Belle & Sebastian...
Ho letto anche io, sarà di nuovo eccellente!

Allora, oggi è il giorno della pubblicazione ufficiale del tuo disco. Come ti senti?
Sono molto agitato, anche se continuo a dimenticarmene... voglio dire, per me ormai è uscito da un anno [ride]. È emozionante, sono contento che sia finalmente fuori.

Cosa ti aspetti, questa volta?
Non mi aspetto mai niente! [ride] Mi limito ad aspettare e vedere. Spero che alla gente piaccia, e al momento sono più concentrato sul partire e suonare nei primi spettacoli live, è questo quello di cui mi preoccupo ultimamente. Ho due concerti molto grossi questa settimana, a Londra e di ritorno a Reykjavik.

Ah sì, perché adesso sei in Islanda...
Sì, ed è eccezionale.

Come si vive lassù?
È veramente bello, molto rilassato, il paesaggio è bellissimo, ho incontrato delle grandissime persone, ho trovato molti amici.

Hai registrato lì “Pale Green Ghosts”...
Sì, tutto l’album.

Ne hai anche scritte delle parti?
Qualche cosa è stata anche scritta lì, per esempio “Glacier”, e vi ho finito molte delle canzoni, tipo “Blackbelt”. Ho scritto anche molto, lì.

Ti ha influenzato il luogo, in qualche modo?
Sì, assolutamente, ma penso che ciò che mi ispiri di più sia andare in studio tutti i giorni, cosa che alle volte è un po’ difficile. Comunque, lassù è semplicemente splendido, penso l’ispirazione sia stata più generale, anche se “Glacier” è nata guardando un paesaggio.

Quando è uscito “Queen of Denmark” ti saresti aspettato l’accoglienza che ha avuto? Ha vinto un Mojo Award come miglior disco dell’anno...
No, non me lo aspettavo per nulla, ed è ancora difficile crederci...

Davvero?
Sì, anche ora non ci credo. Non me lo aspettavo, quindi è stato molto emozionante per me.

Ciò che mi ha stupito quando ho sentito la prima volta “Queen Of Denmark” è stata la sua sincerità, il raccontare tutto esattamente come fosse, senza bisogno di aggiungere fiction – sai, mi è capitato di parlare con alcuni cantautori, che mi hanno detto “devo aggiungere della finzione alle mie storie perché non posso lasciare tutto esplicito”– ma tu non l’hai fatto...
No, infatti. Anche se, certamente, in qualche modo potrebbe essere considerata finzione, perché è solo la mia percezione del mondo, che magari non è necessariamente la realtà per qualcun’altro. Ma per me è la verità, o, per lo meno, tanto quanto posso essere vero con me stesso. Ci sono tanti modi di differenti di guardare alle cose, no? E qui ce n’è invece solo uno, il mio, per questo sono sicuro che possa essere considerato fiction, perché è stato tutto filtrato dalla mia mente, e ciò che avresti visto tu se ci fossi stata mentre quelle scene stavano accadendo, sarebbe stato molto diverso, ne sono sicuro. È passato tutto dall’apparato della mia mente. Ma credo che ciò che è importante, per me, sia essere il più onesto possibile su come percepisco le cose.

Non hai avuto paura di essere giudicato dalle persone che avrebbero ascoltato il disco?
No. Proprio no. Qualche volta ci penso, e non voglio essere giudicato, ma onestamente, non mi importa molto; sono stato giudicato a lungo, e lo sarò sempre di più, io stesso giudico gli altri, credo che tutti lo facciano.

Beh, è umano.
Sì, è una cosa molto umana, e non importa. Ciò che mi importa è imparare a vivere la mia vita, in un modo che non sia per me distruttivo. È importante per me cercare di imparare a divertirmi, a essere compassionevole, a entrare in relazione con le persone; imparare a amare, e a permettere a me stesso di essere amato, che sembra essere una cosa molto difficile per me. Sono queste le cose importanti.

Leggendo tutte le interviste e gli articoli su di te che sono usciti online finora mi sembra che molto spesso la tua storia personale preceda la tua musica. Come cantautore, come la vivi?
Sì, le persone vogliono parlare di me prima di voler parlare della mia musica. Non mi dà fastidio. Perché la musica puoi ascoltarla, è lì per quello, e magari non vuoi discuterne più di tanto. Ma parlare di me, di chi sono, è parlare della mia musica, non si possono tanto separare le due cose, nel mio caso. Non è un problema.

Tu sei un ottimo pianista...
No, lui è un ottimo pianista, il tizio che sta suonando ora [Chris Pemberton, che nell’altra sala sta facendo le prove per lo showcase, ndr], io sono solo ok...

Sono molto curiosa di sapere quale sia stata la tua “educazione musicale”, non ti ho mai sentito parlarne.
Beh, non ho avuto una grande istruzione musicale, sono cresciuto prendendo lezioni di piano, pianoforte classico, ma in modo privato, non sono mai andato a scuola.

Con quali ascolti sei cresciuto?
Dal punto di vista classico, mi piaceva molto suonare musica ragtime, come Scott Joplin, Joseph Lamb, William Bolcom. Allo stesso tempo –andavo spesso a lezione negli anni Ottanta– mi piacevano molto il pop e l’elettronica, ascoltavo gli Eurythmics, i Missing Persons erano una delle mie band preferite, poi Devo, Cabaret Voltaire, Yello, Chris & Cosey, Fad Gadget, D.A.F., New Order, Depeche Mode –tonnellate di Depeche Mode–, Ministry, Skinny Puppy; anche molta elettronica industrial, il genere era chiamato Electronic Body Music Order, cose che arrivavano dal Belgio, tipo Play It Again Sam, Click Click e Front 242. Ma mi piaceva anche Jean Michel Jarre e tanta Italo Disco italiana, anche se non ne so molto. L’Italia ha un’ottima produzione elettronica.

Come funziona il tuo songwriting? Come nasce una tua canzone?
È sempre diverso, molto spesso da un ritornello, altre volte può essere qualsiasi cosa, anche solo un’idea o una parola che mi piacciono. Può essere un’intuizione al piano, una melodia, ma molto spesso è il ritornello. Certe volte tutta la canzone [schiocca le dita] arriva immediatamente, in dieci-venti minuti, magari mezz’ora, cose del genere. È raro, ma alle volte succede. Altre volte mi viene una parte della canzone, e poi non riesco a finirla per mesi, ma so che ce la farò se non mi ci ostino, se lascio che arrivi da sé. Certo, ci puoi lavorare, ma se qualcosa non viene subito non bisogna preoccuparsi, perché arriverà più tardi – anche se è difficile ricordarselo mentre ci sei dentro [ride].

Quindi, la sonorità di “Pale Green Ghosts” è legata ai tuoi ascolti del passato; ma sei partito dall’inizio con l’idea di un disco elettronico, o il sound è arrivato mentre ci lavoravi?
Ho sempre voluto farlo, lo volevo fin dagli inizi, ma non è mai stato il momento giusto. Ora, finalmente, lo era. Mi è sembrata una cosa molto naturale, perché è una parte importante del mio passato, e anche un’enorme parte del presente, ascolto ancora molta musica elettronica, e, sai, amo i sintetizzatori, amo il loro suono!

La prima volta che ti ho sentito suonare live è stato nel 2011 all’End of the Road Festival. Eri sul palco con solo un synth, ed è stata una sorpresa, non mi aspettavo una cosa simile. Poi ti ho sentito, sempre all’End of the Road, l’anno successivo, nel 2012, stavolta avevi un piano e un violino, e il risultato era completamente diverso...
Sì, è vero. Stavo finendo il disco in quel periodo, e non volevo esibirmi, perché non avevo mai suonato quelle canzoni prima, e non ero davvero pronto. Ero stanco, e volevo rimanere concentrato sul disco da ultimare, perché mi mancavano ancora due mesi prima del termine. Ma è stato lo stesso una bella occasione

Come presenterai “Pale Green Ghosts”, live?
Con una band completa. Ci sarà molta elettronica, ma anche una chitarra, il basso, e computer e tastiere. Suoneremo per lo più i pezzi nuovi, dall’ultimo disco, con qualcosa di vecchui qua e là.

Sempre all’ultimo End of the Road ho sentito per la prima volta “GMF”, che è la canzone a cui mi sono immediatamente legata nel nuovo disco. Ho visto un video, che credo sia la clip ufficiale, in cui giochi a basket, l’ho trovato la chiave esatta per riuscire a capire “Pale Green Ghosts”. Sei d’accordo?
Sì, posso capirlo, ha senso. Concordo sul fatto che possa essere così, per qualcuno. È difficile da dire, per me, perché lo capisco, e arriva da me. Ma è interessante che tu lo dica.

Allo stesso modo, il titolo del disco, che hai raccontato riferirsi agli alberi sulla strada che eri solito percorrere quando abitavi in Colorado, suggerisce qualcosa di intimamente legato a fantasmi dal passato più personali...
Sì.

Quindi, forse ancora più che “Queen Of Denmark”, questo disco può essere ritenuto una specie di auto-aiuto?
Non lo so. Può essere. È molto possibile. Non ho mai pensato in questi termini, ma è decisamente un disco molto più dark per me, per alcuni aspetti.

Riesco a vedervici molte, diciamo, “contraddizioni”. Un pezzo come “Blackbelt”, per esempio, con il suo testo, ha invece una base e un sound dance; di primo acchito uno può pensare a qualcosa di disimpegnato, che possa essere ballato in discoteca, ma ascoltandone attentamente il testo, invece...
Sì, mi piace fare queste cose, mi piace mettere insieme elementi che non necessariamente si appartengono. Ma per quanto riguarda l’auto-aiuto, per me anche “Queen Of Denmark” era una cosa simile. Mi interessa un tale punto di vista, ma non ne sono sicuro, suppongo che quello che sto facendo sia cercare di capire la mia storia, e cercare di capire il mondo, che sembra una cosa per me molto difficile. Tendo molto a scappare, in tanti modi diversi, come nei film –tutto pur di evitare di guardare allo specchio e dover avere a che fare con questo [indica il proprio corpo]– quindi per me è anche un modo di affrontare me stesso.

Parlando di influenze, mi ha incuriosito che tu abbia usato Rachmaninov come ispirazione, come fonte per un sound elettronico tipo quello della title track.
Ci sono state molte persone che hanno lavorato così nel passato, come questo artista giapponese, Tomita, che ha fatto un intero disco con Debussy suonato esclusivamente con un sintetizzatore, quindi magari è un’idea vecchia, ma ciò che credo lo renda differente è che ho usato Rachmaninov in “Pale Green Ghosts” per la sezione di archi, basandomi sul Preludio in Do# minore, che è una delle mie composizioni preferite.

Sì, è bellissimo. Io amo molto Rachmaninov.
Anche io, e mi è semplicemente successo che, lavorando a “Pale Green Ghosts”, il preludio vi calzasse perfettamente, e fosse per me un modo di omaggiare una delle cose che amo di più, oltre a farmi sentire anche molto intelligente [ride]. Ma adoro quel pezzo, è una delle cose più belle che abbia mai sentito.

Riesco anche a cogliere –ma magari questo è più legato al mio background, piuttosto che al tuo – un suono molto jazz nei tuoi dischi. Forse maggiormente in “Queen Of Denmark” che nell’ultimo, penso per esempio al piano in “Where Dreams Go To Die”. È possibile?
Sì! È molto interessante questo commento, non l’avevo mai sentito prima, ma ha senso, perché il jazz è stato una parte molto importante anche per il mio background, per lo più con Nina Simone, che è una delle mie influenze più grandi. Credo sia una delle migliori cantanti di sempre, non penso che qualcun altro possa... no, è la migliore, la GMF [ride], l’ho anche sentita dal vivo una volta. Lei è riuscita tantissimo a mettere insieme jazz e musica classica, in tanti incredibili modi diversi, come in “Little Boy Blue” con Bach. Credo sia un commento veramente interessante, e penso sia vero, anche se non ci ho mai pensato.

Io lo sento più nelle esibizioni live che sul disco, ma quella parte di piano nella canzone è così jazz, ed è stano perchè allo stesso tempo, in “Queen Of Denmark” sento tantissimo i Beatles. Il modo in cui riesci a far convivere le tue influenze jazz e classiche con il pop è sorprendente – mi chiedo se tu lo faccia intenzionalmente.
Oh, grazie, è molto bello sentirselo dire. Lo faccio intenzionalmente, e non è per niente semplice, perché si cerca sempre di lasciar accadere le cose in modo naturale. Ma è la mia intenzione. E deve funzionare. Se non funzionasse non ci sarebbe da preoccuparsi, perchè non arrivererebbe.

Un’ultima domanda: so che hai collaborato con Hercules & Love Affair. Come è stata quest’esperienza, e cosa dobbiamo aspettarci?
A dire il vero non lo so. Trovo difficile collaborare con altre persone, perchè mi sembra sempre di non fare le cose bene con loro quanto riuscirei a farle da solo, credo di riuscire meglio quando lavoro da solo. Non so se [Andrew Butler] userà qualcosa di ciò che abbiamo fatto insieme nel nuovo disco, ma credo sia possibile, e dovremmo anche tornare in studio, non so quando però, suppongo alla fine di marzo, quando avrò due minuti liberi. Adoro lavorare con Andy, è una persona estremamente intelligente ed è un amico, quindi è anche un’ottima opportunità di stare un po’ insieme, che è la cosa più importante per me. Credo anche di poter riuscire a fare meglio con lui, abbiamo bisogno di più tempo per lavorare insieme, quindi non so cosa uscirà da questa relazione, ma sicuramente qualcosa di cool.

Grazie, John.
È stato un piacere, grazie a te.

(Grazie a Marco Aimo/ Cooperative Music per aver reso possibile l’incontro)

***

Dipingi la luna e le stelle (in un cielo d'autunno)


di Francesco Amoroso


Da quando John Grant, a cinque anni dall'ultimo album con gli Czars ("Sorry I Made You Cry"), è ritornato alla ribalta con il proprio clamoroso e lodatissimo album solista d'esordio, "Queen Of Denmark", la stampa specializzata non ha lesinato di offrire al pubblico, attraverso interviste, retrospettive e articoli che flirtano apertamente con il gossip, ogni particolare della vita privata dell'artista statunitense.
E' pur vero che il passato di John, fatto di abuso di alcolici e droghe, di vita sempre sull'orlo dell'esaurimento nervoso (e, a volte, anche oltre), di una omosessualità vissuta in maniera difficile ma, al contempo, ostentata, entra prepotentemente nelle canzoni che compongono "Queen Of Denmark", album autobiografico e sincero fino al midollo, ma a soffermarsi (a volte morbosamente) sugli aspetti privati della vita di Grant si correrebbe il rischio che le straordinarie qualità musicali di uno dei lavori meglio riusciti del 2010
finissero per passare in secondo piano.
"Queen Of Denmark", invece, ci ha restituito un grande talento che sembrava ormai perduto e ha finalmente regalato al nostro un importante successo di critica e una messe di premi e riconoscimenti che, anche a distanza di quasi un anno dall'uscita dell'album, continuano ad arrivare.
John, che non è comunque mai stato reticente sul proprio passato, sembra, tuttavia, non essersi affatto montato la testa e rimane una persona affabile, cortesissima e molto disponibile.
La sua cordialità è evidente anche quando, tra il
soundcheck e l'inizio di un concerto del suo tour europeo, lo raggiungiamo via telefono.
Nonostante le bizze della linea, che cade un paio di volte, e l'approssimarsi del momento di salire sul palco (con la necessità di scaldare la propria voce), sembra genuinamente lieto di concederci un po' del suo tempo per poter condividere con il sottoscritto e con i lettori di OndaRock i propri pensieri e le proprie passioni musicali e culturali, assicurandoci, alla fine, che tornerà presto in Italia dove ha, ogni volta, ricevuto un'accoglienza calorosissima.
A dispetto dello sguardo inquieto (e inquietante) di alcune sue fotografie, un vero
gentleman di altri tempi.

In ogni intervista che hai concesso la tua storia personale è sempre stata almeno altrettanto importante della tua musica e del tuo album. Per te va bene? Come ti fa sentire?

È chiaro che vorrei sempre parlare di musica, ma mi sembra inevitabile che si finisca di parlare di me e della mia storia, visto che la mia musica è così personale e gli argomenti che tratto sono dedotti dalle mie esperienze di vita. Dubito che si possa parlare di quest'album separandolo completamente dalla mia storia personale. E' una cosa che capisco e accetto e, in fondo, non ho assolutamente nulla da nascondere.

Proviamo allora a parlare più della tua musica, visto che della tua storia personale si conosce già tanto. Magari potremmo partire dalla tua storia "musicale". Perché, per esempio, pensi che gli Czars non siano mai riusciti a raggiungere il successo che probabilmente meritavano?
Fondamentalmente penso che non fosse il momento giusto per nessuno di noi. Non era la band in cui avrei dovuto suonare. Forse avremmo dovuto scioglierci dopo un solo album, perché da subito si sono manifestati grossi problemi di ego. Volevo comandare e non ne facevo mistero, ma nessuno era disposto a farsi comandare e poi i miei problemi personali non hanno certo aiutato a far sì che nella band si creasse l'atmosfera giusta.
Mancavano, soprattutto, le motivazioni giuste per essere in una band: volevamo solo avere successo, non eravamo in una band per fare musica insieme a degli amici, ma per provare a sfondare nel music business.

Avete, comunque, scritto degli album notevoli e un certo numero di canzoni da ricordare. Sei d'accordo? E quali preferisci?
Credo che l'ultimo album della band, "Goodbye", sia il più riuscito, quello dove l'amalgama delle nostre diverse e confliggenti personalità abbia funzionato di più. Quanto alle canzoni ce ne sono molte che mi piacciono ancora e che, del resto, continuo a proporre dal vivo, ma non esito a dirtene una, "Paint The Moon": sono ancora molto legato a quella canzone e la suono quasi sempre anche nel mio attuale tour.

Pensi che sarebbe stato possibile per te scrivere brani come quelli che sono su "Queen Of Denmark" se fossi rimasto con gli Czars?
Direi proprio di no. Non c'era la possibilità nella band per me di esplorare il mio mondo interiore. Non ero accettato per quello che ero, ero in continuo conflitto e non è facile fare i conti con te stesso se devi continuamente fare i conti con gli altri. E' proprio quello che i Midlake hanno fatto per me: darmi la possibilità di essere me stesso in tutto e per tutto, così, senza mai sentirmi giudicato. Solo in questo modo ho avuto la possibilità di esprimermi al meglio e di tirare fuori davvero tutto quello che avevo dentro.

Dopo l'esperienza e il definitivo divorzio dagli Czars hai quasi deciso di abbandonare la musica. Cosa ti hanno dato i Midlake per farti ritrovare l'entusiasmo e come vi siete conosciuti?
Come ti ho detto la cosa più straordinaria che hanno fatto per me è stato accettarmi per quello che sono, senza mai provare a giudicarmi e, soprattutto, senza mai darmi l'impressione che fossero lì per dare una mano a un povero "sfigato", a un malato che aveva bisogno di aiuto e compassione. All'epoca tentavo di costruirmi una vita a New York, ancora una volta. E non mi sentivo troppo bene con me stesso. Quindi non è stato facilissimo accettare la sfida di trasferirmi per un po' di tempo in una piccola cittadina del Texas a provare a incidere un album che in gran parte non avevo neanche scritto. Diciamo che allora stavo per compiere quarant'anni e cominciavo a considerarmi un po' un perdente, per non avere una mia vita, un compagno, una casa, una macchina e per non essere riuscito a raggiungere nessuno dei miei obiettivi. Ma sono stato davvero colpito dalla schiettezza della band: loro mi chiedevano solo di andare in Texas e di incidere con loro un album. E solo perché ci conoscevamo e loro mi apprezzavano come artista.
Ci conosciamo da anni poiché sia gli Czars che i Midlake incidevano per la Bella Union, anzi noi eravamo lì sin dall'inizio e loro sono arrivati molto dopo (e hanno avuto successo molto prima!).

Ma l'idea del suono di "Queen Of Denmark" a chi è venuta? Sono stati loro a influenzarti? Quel suono così anni Settanta è stata una tua scelta o è venuto da un loro suggerimento?
Rivendico l'idea del sound complessivo dell'album. Volevo fare un album che suonasse come i Carpenters! Avrei sempre voluto fare brani con quel particolare vibe ma tutto sommato credo che non ne fossi capace. E, invece, i Midlake hanno fatto emergere tutte le influenze anni 70 dalla mia musica. Era quello che volevo e i Midlake erano davvero la band perfetta per questo. Soprattutto loro hanno la capacità tecnica di ottenere da un brano il suono che preferiscono. Io non capisco nulla di amplificatori, di registrazioni, di valvole, mentre loro sapevano qualsiasi cosa. Così mi bastava chiedere e loro riuscivano a ottenere per me il suono che volevo. Sono stati totalmente disponibili e, anche quando dopo i primi tentativi le cose non sembravano andare per il verso giusto, con pazienza e tranquillità si sono messi al lavoro per far suonare il disco come volevamo che suonasse.

Nel disco, comunque, non ci sono solo riferimenti evidenti agli anni 70, ma anche gli anni 80 sono molto citati, in particolare per l'uso dei synth. Nessuno fa più degli assolo di synth come possiamo sentire in "Caramel" o in "It's Easier". Del resto utilizzi molto i synth anche quando suoni dal vivo.
E' verissimo. Non sono stato solo influenzato dalle band dei Seventies come i Bread, i Journey, o i Supertramp (per tacere degli ABBA), ma ho amato e ascoltato anche tantissime band che negli anni 80 facevano un uso smodato dei sintetizzatori. Potrei citartene infinite: dagli ovvi New Order ai Visage, dagli Yazoo ai Blancmange e agli Alien Sex Fiend. Ho adorato i primi lavori degli Eurythmics: "In The Garden", "Sweet Dreams", "Touch" sono stati importanti per me e li amo ancora. Ma anche band come i Depeche Mode, gli Ultravox, i Bronski Beat... ho adorato i Bronski Beat. Tutta questa musica è stata importante per me e, in qualche modo, ho anche provato a omaggiarla... anche se nessuno era d'accordo con quegli assolo di synth. Non sono di moda, ma era esattamente quello che volevo.

Come e quando hai scoperto di saper cantare e c'è qualche cantante che ti ha particolarmente influenzato?
Ho iniziato a cantare molto presto nel coro della chiesa. Mi risultava molto naturale, ma non ero considerato affatto il più bravo. Però ho continuato a farlo e il responso favorevole della gente quando cantavo mi ha spinto a continuare.
Credo che il mio modo di cantare non sia influenzato particolarmente da nessuno perché canto così come mi viene. E' ciò che mi riesce di fare e non provo a forzarmi per fare qualcosa di diverso. Quando provo a forzare un po' la mano, magari strillando o provando un cantato più urlato e vicino al punk, lo sento meno mio, meno vero.
Devo comunque dire che, se dovessi trovare delle influenze, senza dubbio dovrei citare delle cantanti donna: Kate Bush su tutte. "Hounds Of Love" è stata per me un'esperienza indimenticabile. Ma anche il modo di cantare di Liz Fraser dei Cocteau Twins o di Lisa Gerrard dei Dead Can Dance mi hanno sempre affascinato. In fondo anche Brendan Perry (sempre dei Dead Can Dance, ndr) posso considerarlo in qualche modo un'influenza. E, per quanto le nostre attitudini siano piuttosto diverse, citerei Frank Black dei Pixies: lui per me è un genio anche nell'espressione vocale, ha uno stile unico e irripetibile, ma se dovessi scegliere mi piacerebbe saper usare anche quel registro.

Abbiamo parlato della musica e del tuo stile vocale. Che mi dici, invece dei tuoi testi? Sono così personali e a volte crudi, ma riescono a essere ironici, acuti, profondi. Mi sembra quasi un modo di scrivere più inglese che da songwriter americano.
Lo prendo come un complimento. In realtà, però, se ti dovessi citare un nome, un'influenza, dovrei dirti senza dubbio Mark Eitzel (degli American Music Club, ndr): lui mi ha insegnato che i testi servono a tirare fuori tutto quello che hai dentro. Non devi sempre tentare di scrivere frasi a effetto, o scrivere ogni volta il tuo masterpiece. Anzi puoi anche, e devi, scrivere delle grosse porcherie, perché sarà da queste cose che poi potrebbe venir fuori il tuo capolavoro. Credo che il suo modo di scrivere i testi, sempre personali e spesso anche romantici o tragici, ma senza rinunciare mai all'ironia, mi abbia molto aiutato a trovare la mia voce.

In effetti nei tuoi testi si può spesso trovare dei rimandi a un immaginariodecisamente pop, come i riferimenti a mostri e alieni. Sono in qualche modo delle metafore che usi per esprimere qualcosa di più personale?
Che dirti? I mostri, gli alieni, tutta la fantascienza sono sempre stati di grande importanza per me. Per un certo periodo ho fantasticato che le persone con cui avevo a che fare erano appunto dei mostri e che, di conseguenza, forse prima o poi sarei potuto tornare alla normalità e disfarmi definitivamente di queste presenze moleste. Quindi direi che sia stato piuttosto naturale usare questo tipo di figure nei miei testi.
Anche i film horror del passato fanno parte del mio immaginario: film come "Rosemary's Baby" o gli stessi episodi di "Alien", ma anche "Dracula" di Francis Ford Coppola, anche se non è stato apprezzato da tutti, per me è stato un film straordinario. Non credo che adesso ci siano più film di questo genere che riescano ad avere un grande appeal sulle persone. Tutto si riduce a cose truculente e disgustose. Però una volta questo genere di pellicole erano davvero nel profondo dell'immaginario delle persone. Così è facile e naturale, per me, utilizzare certe "immagini" nei miei testi.
Molta gente pensa che io sia più influenzato dall'Europa che dall'America, forse perché ho vissuto in Europa per tanti anni, ma, in fondo rimango un ragazzo che è cresciuto tra il Michigan e il Colorado e la mia cultura è profondamente intrisa di una serie di icone popular così tipicamente americane

Ed è questo il motivo per il quale citi nomi come Sigourney Weaver o Winona Ryder? Perché hai voluto inserirle in una tua canzone?
Le cito perché fanno davvero parte della mia cultura e della mia vita. Sigourney Weaver, per esempio, l'ho sempre amata, ho adorato il suo personaggio in "Alien" e volevo citarla quasi per un omaggio. Parlo delle cose che, in un modo o nell'altro, mi ispirano. Mi chiedo solo se lei abbia mai sentito la canzone e cosa ne pensi.

Magari ora che il tuo disco ha ricevuto una nomination per gli awards di Mojo, sarà più facile che lo ascolti...

Non so, lo spero.
Quanto a Winona Ryder (e a Keanu Reeves che, però, non cito!) il tutto nasce dal fatto che il loro tentativo di imitare un accento inglese nel film "Dracula" era piuttosto ridicolo e mal riuscito e io ho sempre avuto la tendenza a parlare in maniera piuttosto forbita. Anche io volevo imitare l'accento british, anche se non so se abbia mai davvero funzionato. Così li ho citati perché, in qualche modo, anche loro parlavano di me.

A proposito delle nomination di Mojo, proprio oggi abbiamo saputo che hai avuto ben tre candidature: per il miglior album, con "Queen Of Denmark", per la migliore canzone con "I Wanna Go To Marz" e come migliore live performance (quest'ultima si è trasformata in un "MOJO Best Live Act Award", ndr). Che effetto ti fa cominciare a raccogliere tutti questi riconoscimenti?
Prima di tutto vorrei dirti che la canzone si è sempre chiamata solo "Marz". La maggior parte della gente continua a chiamarla "I Wanna Go To Marz", ma il titolo è semplicemente "Marz". Detto questo, devo dirti che mi fa sentire molto bene, davvero! E' proprio una bella sensazione. Chiaramente sto tentando di non dare troppo valore a queste cose, perché so che ci sono talmente tante band che valgono, talmente tanti buoni cantanti che so che presto tutto potrebbe passare. Sto provando, inoltre, a non farmi troppe domande: so che la mia musica sta piacendo a tante persone è ciò mi fa felice e perché dovrei rovinarmi questo momento?

Ho letto che all'inizio non sei riuscito davvero a goderti il successo e le lodi che ti sono arrivate per "Queen Of Denmark", poiché ti trovavi in un momento non facile della tua vita e non eri dell'umore adatto. Le cose sono un po' cambiate adesso, quindi?
Direi di sì. Sto cominciando a far funzionare la mia vita, in qualche modo. Provo a godermela un po' di più. Ci sono ancora molti problemi irrisolti, molte cose difficili da affrontare, continuo a preoccuparmi troppo del futuro e a pensare troppo al passato, ma ciononostante sto provando a godermi il momento. Sto diventando un po' più bravo, spero.

In un'intervista hai detto che le cose continuavano a non funzionare bene per te perché continuavi a voler essere cool, "volevi ancora essere gli MGMT", perché il ragazzino dentro di te voleva ancora essere accettato dai più fichi della scuola...
Sì, in fondo una parte di me vorrebbe ancora essere in uno di quei gruppi di cui tutti parlano, sempre sulla cresta dell'onda e che piacciono ai ragazzini più cool come gli MGMT o i Cut Copy, e so che questo non mi succederà mai. Ma, allo stesso tempo, penso di aver raggiunto un punto della mia vita nel quale non voglio davvero essere nient'altro che me stesso. Ho più di quarant'anni e forse ho imparato ad accettare ciò che vedo ogni giorno quando mi guardo allo specchio. Vedere sempre lo stesso me stesso mi ha aiutato ad accettarmi e a non voler più essere ciò che non sono.

Alla fine pensi che il tuo album d'esordio possa considerarsi più un album dai connotati oscuri e un po' tristi oppure che il risultato finale possa essere visto come pieno di speranza?
Direi senza dubbio che sia un album in qualche modo "uplifting". Ha certamente i suoi momenti cupi e oscuri, ma mi sembra che ci sia sempre quella dose di ironia che bilancia un po' le cose.

Durante questo periodo di tour e di promozione sei riuscito a scrivere qualche nuovo brano? E pensi di inciderlo ancora con le stesse persone?
Sì, ho scritto molto, davvero e mi auguro di poter presto cominciare a lavorare sul mio secondo album. Vorrei che fosse diverso dal precedente: non voglio che la gente si annoi di me. In ogni caso, spero davvero di poter lavorare di nuovo con i Midlake. E' un problema di impegni. Abbiamo programmato di cominciare a registrare a gennaio, visto che da qui a fine anno avrò ancora molti concerti da fare. Vedremo se riusciremo a liberarci dei nostri rispettivi impegni per quel periodo e a essere di nuovo lì in Texas per registrare, anche perché i Midlake stanno per finire il loro nuovo album e subito dopo, naturalmente, dovranno cominciare un nuovo tour. Vediamo se riusciremo a capire quando sarà possibile lavorare insieme.

Un'ultima domanda: quale è il tuo rapporto con il pubblico e con i fan? Ti piace suonare dal vivo?
Mi piace molto. Amo suonare di fronte a una platea.
Ma la cosa che davvero apprezzo di più è parlare con la gente dopo i concerti, vedere tanti volti nuovi, guardarli negli occhi, vedere i loro sorrisi, scambiare opinioni, sentire cosa pensano della tua musica, conoscere persone nuove provenienti da tanti posti diversi. Quando sei sul palco finisci per chiuderti in un mondo a parte, in una dimensione tutta tua. Così, alla fine di ogni concerto è un po' come calarti nuovamente nella realtà ed è a volte davvero eccitante.

Le dieci canzoni preferite da John Grant (grazie a Fiore):

1. Abba - SOS
2. Yello - Sometimes
3. Icehouse - Icehouse
4. Kate Bush - Night Of The Swallow
5. Eurythmics - No Fear, No Hate, No Pain (No Broken Heart)
6. Missing Persons - Noticeable Ones
7. Dead Can Dance - De Profundis
8. Cocteau Twins - Beatrix
9. Sinead O'Connor - Success Has Made A Failure Of Our Home
10. Journey - Something To Hide


(18/09/2011)



Discografia
 CZARS 
   
 Moodswing (1996) 
 The La Brea Tar Pits Of Routine (1997) 
 Before...But Longer (Bella Union, 2000)6,5
 The Ugly People Vs. The Beautiful People (Bella Union, 2001)  7
 X Would Rather Listen To Y Than Suffer Through A C Of Z's (live ep, Bella Union, 2002)
Goodbye (Bella Union, 2004)7,5
 Sorry I Made You Cry (Bella Union, 2005) 7
   
 JOHN GRANT 
   
Queen Of Denmark (Bella Union, 2010)8
Pale Green Ghosts (Bella Union, 2013)7
Grey Tickles, Black Pressure (Bella Union, 2015) 7
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JOHN GRANT

Grey Tickles, Black Pressure

(2015 - Coop-BellaUnion)
Dualismo sonoro e tematico per l'album più difficile dell'ex-Czars

JOHN GRANT

Pale Green Ghosts

(2013 - Bella Union)
Il tortuoso viaggio nel pop d'autore di John Grant si tinge di elettronica e malinconia easy-listening ..

JOHN GRANT

Queen Of Denmark

(2010 - Bella Union)
Lo sferzante, tormentato e commovente esordio dell'ex-frontman degli Czars, accompagnato dai texani Midlake ..

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