John Lemke

John Lemke

Il mondo in una valigia

intervista di Matteo Meda

Una volta all'anno come minimo, la Denovali Records decide di lanciare tramite il suo catalogo un nome nuovo di zecca. Fra le migliori scoperte di quest'anno c'è sicuramente John Lemke, a dire il vero non proprio l'ultimo degli arrivati visti gli ingenti trascorsi presso la Bbc nel ruolo di sound designer per spot pubblicitari e compositore di soundtrack. Nativo di Glasgow e cresciuto musicalmente lavorando per teatri e balletti, campione dell'arte interdisciplinare, Lemke ha debuttato l'anno scorso con un curioso full-lenght e uno splendido gioiello sulla breve durata, "Walizka", che gli ha fatto seguito quest'anno. Il tutto donando una nuova linfa vitale a un universo in costante espansione (ma ultimamente sempre più pericolosamente vicino al cliché) come quello della cosiddetta modern classical. Contaminazione è la parola chiave della sua miscela, che pesca in egual dose dal dub, dall'elettronica downtempo, dalla tradizione popolare e dal jazz. Per conoscere meglio la sua non troppo nota storia, abbiamo raggiunto direttamente John, che ha provato a sintetizzarla rispondendo alle nostre domande.

La prima volta che ho ascoltato qualcosa di tuo - si trattava di "People Do", l'anno scorso - mi sono accorto immediatamente di quanto fosse difficile inquadrare il tuo suono. Per questo ho trovato sorprendente scoprire si trattasse del tuo primo lavoro! Se mi passi il gioco di parole, quanto è "vecchia" la tua musica?

Effettivamente è piuttosto strano. Gran parte della mia vita l'ho trascorsa facendo musica in vari ambiti e da allora ho sempre pensato di voler sviluppare il mio suono attraverso uno o più dischi. Ho iniziato a pensarci qualcosa come tre o quattro anni fa, e ho portato avanti il "sogno" fino a quando non ho capito di poterlo realizzare. Per gran parte di questi anni ho immaginato il mondo sonoro che la mia musica avrebbe abitato, ma ho capito quale fosse per davvero solo quando ho iniziato a lavorare ai brani di "People Do". Alla fine non è stato particolarmente sorprendente, anche perché sono sempre stato un po' un late bloomer.

Quali sono le fonti da cui prendi ispirazione per il tuo sound?
Il sound design è sempre stato incredibilmente importante per il mio lavoro, al pari dell'affascinante universo acusmantico. Che fossero field recordings piuttosto che strumenti particolarmente strani o oggetti, è a questo genere di cose che mi sono sempre ispirato. Registro un sacco di suoni, fuori e dentro lo studio, per cui quando inizio a lavorare con alcuni di essi non so mai da dove arrivino precisamente, e questo è molto eccitante. E mi piace altrettanto cercare suoni inusuali negli strumenti tipici, come pianoforte e chitarra. Il mio mantra segue un unico criterio: se ho già sentito un suono da qualche parte, tendenzialmente non mi interesserà lavorarci. Idem se un suono non suscita in me una qualche forma di emozione. Suoni nuovi ce ne sono un sacco, ovunque, e non capisco come mai, nonostante questo, un sacco di persone continuino a tornare indietro e riutilizzare il repertorio musicale del passato, specialmente quando si tratta di elettronica. Una parte importantissima della mia idendità musicale viene proprio da questa maniera idiosincratica di vedere il suono.

Quanto ti senti vicino al filone cosiddetto modern classical e quanto invece al mondo dell'elettronica sperimentale? Sono in ogni caso componenti che formano parte del tuo suono?
Non credo di poter dire che ci sia qualche genere particolare che faccia parte, in maniera più o meno importante, di quel che faccio. Modern classical è una definizione che viene attribuita a una grande varietà di artisti, spesso per il solo fatto di lavorare con il pianoforte, per cui è una classificazione piuttosto discutibile, secondo me. Non ascolto quel tipo di musica, comunque, né mi ci rivedo: non avendo ricevuto un'educazione musicale classica e non essendo uno strumentista particolarmente brillante, ho sempre voluto concentrarmi sull'intuizione e sull'esplorazione nel mio cammino come musicista. In quel senso mi sento più vicino ai compositori sperimentali che lavorano con l'elettronica: anche se, per fortuna, stiamo vivendo in un'epoca nella quale queste definizioni perdono di senso ogni giorno, sembrano sempre più separazioni puramente linguistiche che scompaiono alla prova del pratico.

Ho notato anche che usi l'elettronica col contagocce, quasi solo per sviluppare il ritmo, ma facendo sì che non arrivi mai a surclassare l'elemento melodico. Si tratta di una scelta stilistica precisa?
Direi proprio di sì. Ho sempre voluto che i miei lavori avessero un lato ritmico significativo, forse per reazione al fatto che in passato - nelle composizioni per il teatro e la televisione - mi sono occupato quasi esclusivamente di ambient music. Comunque, reputo fondamentale anche il contesto: mi piace che l'elemento ritmico nella mia musica abbia una base organica, che origini dalla mia percezione acustica e sia formato da suoni provenienti dal mondo reale. Per cui anche se i suoni sono gestiti elettronicamente, riescono a mantenere la loro natura vitale. Se riuscissi a far sì che il lato elettronico della mia musica suonasse esattamente come se eseguito da un ensemble con strumenti acustici, ne sarei decisamente felice. L'incontro di questi due mondi, comunque, è forse il fulcro attorno a cui ruota il mio interesse musicale.

Invece, in "Walizka" il pianoforte assume quasi ovunque il ruolo di guida... Lo vedi come il tuo strumento principale?
L'immediatezza sonora del pianoforte mi esalta parecchio, assieme alla quantità di suoni inusuali che se ne può tirar fuori. Il piano che ho usato in "Walizka" è un relitto che apparteneva a mio nonno e ha probabilmente più di cent'anni. Ha semplicemente un tono splendido ed è piuttosto facile da suonare. Suppongo che la mia ossessione per quello strumento abbia messo ultimamente il pianoforte davanti a tutto il resto, ma è probabile che il tutto cambi piuttosto regolarmente.

Quindi, che strumenti hai usato?
Per il momento principalmente il piano, come hai detto tu. Il mio primo strumento, quello con cui ho iniziato, è la chitarra elettrica, anche se ultimamente non l'ho usata quasi mai. Poi sintetizzatori analogici di ogni sorta, basso elettrico, archi, percussioni e una selezione ingente di microfoni a contatto e unità di effetti, che ho usato per creare i suoni ritmici.

"People Do", il tuo primo disco, è uscito qualche mese prima di "Walizka", la cui prima stampa risale a qualche tempo prima. Si tratta peraltro di due lavori che raccolgono composizioni stilisticamente piuttosto diverse. Cosa è cambiato nella tua musica a cavallo fra queste due uscite?
"Walizka" è uscito inizialmente come teaser per "People Do" e quindi lo precede, ma è composto in realtà da materiale più nuovo, per questo ho voluto ripubblicarlo con Denovali assieme ad alcuni remix. Per me non è nient'altro che una naturale evoluzione del suono di "People Do": ho voluto approcciarmi alle composizioni in maniera più diretta, immediata, così che i pezzi fossero anch'essi più diretti, ma al tempo stesso più densi a livello atmosferico. Anche a livello di produzione ho cambiato qualcosa: se per l'album ho optato per un metodo minuziosissimo, nell'Ep ho voluto usare solo i suoni che avevo raccolto ed elaborato e delle fonti sonore principalmente analogiche, così da rendere il tutto più organico. Questa è la direzione che ho intenzione di seguire anche nel futuro prossimo, suppongo sia perché invecchiando si diventa sempre più ortodossi nel fare le cose!

Ma a guardare gli artwork delle edizioni su Denovali, si direbbe che i due lavori abbiano anche parecchio in comune...

Anche se si tratta di due uscite totalmente diverse, hanno in comune il fatto di essere state concepite più o meno nello stesso periodo - ho iniziato "Walizka" subito dopo aver concluso "People Do". Ho passato la gran parte di questi due anni viaggiando per l'Europa: porto ancor oggi con me l'influenza di quei luoghi che sono presenti in maniera massiccia in entrambi i lavori, non solo per le field recordings che ho registrato proprio durante i soggiorni, ma anche nel mood e nelle atmosfere. Volevo qualcosa che rappresentasse tutto questo nell'artwork, per cui assieme a Łukasz Bernacki (il designer che se ne è occupato, ndr) abbiamo fotografato una serie di oggetti raccolti proprio durante questi miei viaggi, visti attraverso una lastra di vetro opaco. Ne è uscito un tot di immagini fortemente impressioniste, che secondo me si collegano parecchio alla musica, anche se spero sempre siano comunque aperte all'interpretazione di chiunque.

Sei nato e vivi in Scozia, e francamente ho trovato parecchie immagini anche dei paesaggi scozzesi nella tua musica - mi viene in mente, per esempio, la title track di "Walizka". Anche la tua terra natale gioca un ruolo importante nell'influenzare le atmosfere dei tuoi brani?
Non sono così sicuro che il paesaggio scozzese abbia una connessione diretta con la mia musica, ma per me è sicuramente molto importante avere una connessione diretta con la natura. Mi sento decisamente qualcosa di più di una semplice persona di città, ma molto dipende dai contrasti che si creano tra foreste, campi, montagne e il mare. Potrei dire che questo contrasto è rappresentato nella mia musica dall'incontro-scontro tra elettronica ed elementi acustici, ecco.

Per quel brano hai girato anche un videoclip molto bello, com'è collegato alla storia e al titolo del pezzo?
"Walizka" significa "valigia" in polacco. Si tratta di una parola bellissima anche solo nel suono, quando la pronunci è come se la lingua rotolasse. Il tema del brano ovviamente da una parte è quello del tutto, un tutto che certe volte può nascondersi anche nella più piccola valigia, e dall'altra si collega con l'idea dell'ordinare tutto a compartimenti stagni, come in una valigia. Proprio su quest'ultimo a me e a Tobias Feltus (il regista, ndr) è venuta l'idea di quell'inquietante uomo di legno - un burattino creato da Łukasz (l'artista che si è occupato anche degli artwork, ndr) - che si libera dalle manette di una valigia per vagabondare tra le stradine fumose di Glasgow. Non sono sicuro che questa "storia" si comprenda in toto guardando il video, ma di certo il risultato finale rappresenta benissimo nelle atmosfere il nostro intento.

Che mi racconti riguardo il tuo lavoro alla Bbc? So che è stata un'esperienza piuttosto lunga, durante la quale ti sei dedicato soprattutto a colonne sonore per documentari... Quanto è stata importante quest'esperienza?
In molti sensi il mio lavoro per la televisione e il cinema ha formato quel che sono oggi come artista indipendente, benché le tipologie sonore affrontate oggi non potrebbero essere più diverse da quelle a cui lavoravo all'epoca. Da una parte, attraverso i lavori che produco per la Bbc sono in grado di affinare il mio stile compositivo e le tecniche di produzione, dall'altra ho la possibilità di concedere una finestra al lato più solare, più commerciale, direi più pop della mia musica! E oltre a questo, posso anche avere la libertà di concentrarmi con delle sfide compositive e sonore i cui risultati si riflettono molto nella mia produzione autonoma. Di sicuro c'è un'analogia tipo yin e yang in tutto questo!

Ma hai lavorato anche in altri ambiti interdisciplinari, dico bene?
Il mio primo amore è il teatro sonoro, e il mio percorso musicale è iniziato proprio da lì, ma mi sono allontanato ben presto in direzione di altri media, su tutti l'animazione passo uno, che mi ha sempre affascinato molto. Ma mi piace anche portare la mia musica al servizio del teatro, della danza, dell'arte visiva e di qualsiasi altra forma espressiva. Se mi piace un progetto e mi piacciono le persone che ci lavorano, il mezzo diventa secondario.

Perché hai deciso di chiamare il tuo sito "Lost In Sounds"?
Ho creato quel sito molti anni fa per riunire i miei vari interessi e progetti, per cui ho voluto far sì che fosse il più possibile aperto, e che si focalizzasse su quel che mi rappresenta di più. Così lo stato mentale ricorrente, quando compongo, del sentirmi "perso nei suoni" mi è sembrato bello anche se adattato a nome, pronto a durare a lungo anche negli anni a venire.

Come porti la tua musica sul palco e cosa rappresenta la dimensione live per te?
Rendere le tracce al meglio in un live è sempre un esperimento che comporta il dar loro nuove forme, e francamente non credo di aver ancora trovato una maniera ideale, univoca per farlo. Può darsi che non esista ma continuerò a provarci, a cercarla. Non c'è davvero niente di meglio di suonare davanti a un pubblico che sia davvero interessato alla musica, e non c'è modo migliore di questo per guadagnare nuovi ascoltatori. Recentemente ho suonato a due Denovali Swingfest, a Berlino e Essen, ricevendo ottimi feedback dal pubblico che mi hanno davvero esaltato. Senza dubbio è la forma di motivazione migliore per proseguire il tuo percorso musicale.

Preferisci chiamarti compositore o musicista?
Non mi sono mai trovato bene con nessuna delle due definizioni, ma sono abituato ormai a entrambe. Quel che faccio si avvicina probabilmente a un'intersezione tra l'attività del compositore, quella del musicista, quella del sound designer e quella del produttore, ed è in questa via di mezzo che mi piace stare.

A che progetti stai lavorando o hai intenzione di lavorare ora?
Beh, è stato un anno piuttosto bizzarro fino ad ora - ho dovuto evacuare il mio appartamento-studio in primavera a causa di problemi strutturali della casa. Tutto è successo senza alcun preavviso, da un'ora all'altra, e fino ad ora sto vivendo un po' come un nomade, fermandomi in vari posti tra Germania e Scozia, portando con me solo una sorta di kit di sopravvivenza. Avevo appena iniziato a lavorare al secondo album, che sarà adesso parecchio influenzato da questa sorta di limbo in cui sto vivendo. Entro Novembre spero di essere tornato in studio e di stare lavorando alle registrazioni del disco, non vedo l'ora di cimentarmici. A parte questo, sto programmando per l'anno prossimo un'installazione di sound design in Portogallo con il mio amico e performer Rodrigo Malvar.

Foto di testa a cura di Łukasz Bernacki
Foto in home page a cura di Markus Werne

Discografia
 CD & LP 
   
 People Do (Denovali, 2013)

6,5

 Nomad Frequencies (Denovali, 2015)

6,5

   
 EP 
   
 Traveller (Denovali, 2013) 
Walizka (Denovali, 2014)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

The Air Between
(videoclip, da People Do, 2013)

Ivory Nights
(videoclip, da People Do, 2013)

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(videoclip, da Walizka, 2014)

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