Hezekiah Jones - Chris Bathgate

Hezekiah Jones - Chris Bathgate

Musica folk per la fine del mondo

intervista di Gabriele Benzing, Alessandra Reale

Philadelphia Ann Arbor: 770 chilometri circa. Una distanza equiparabile, in Italia, a quella tra Milano e Bari; praticamente l’estensione in verticale di una buona parte dello stivale. Ma negli Stati Uniti gli spazi e i relativi tempi di percorrenza sembrano accorciarsi magicamente, per lo meno da un punto di vista soggettivo.
Quando poi insieme alle distanze geografiche risultano notevolmente ridotte anche quelle umane, ecco che diventano possibili il confronto, la collaborazione ed eventualmente anche l’amicizia. “Folk Music For The End Of The World”: così si intitola la compilation della Yer Bird Records in cui si sono incrociate di recente le strade artistiche di Chris Bathgate e di Hezekiah Jones. E così si potrebbe riassumere anche il percorso intrapreso da due songwriter che, a dispetto della latitudine che li separa fisicamente, sembrano abitare una terra comune, fatta di radici profonde eppure intimamente contemporanee.
Hezekiah Jones, moniker dietro il quale si nasconde il songwriter della Pennsylvania Raphael Cutrufello, ha esordito nel 2006 con l’album “Hezekiah Says You’re A-Ok”, cui ha fatto di recente seguito l’EP “Come To Our Pool Party”. Chris Bathgate, che ha da poco completato gli studi alla University of Michigan, ha alle spalle una manciata di dischi ed EP autoprodotti, culminati nella realizzazione di “Throatsleep”, e nel 2007 ha dato alle stampe “A Cork Tale Wake”, il suo primo album per una casa discografica vera e propria. Entrambi si sono fatti conoscere attraverso le risorse del web, entrambi sembrano voler tradurre nel loro personale linguaggio la più tradizionale delle forme musicali.
Abbiamo chiesto a Raphael e Chris di confrontarsi con le stesse domande, in un gioco di specchi in cui l’uno sembra riflettersi nell’immagine dell’altro: un’intervista doppia che è come un’immersione in profondità nel presente del cantautorato americano.


Pre-war folk, freak-folk, folktronica: c’è ancora spazio, oggi, per un songwriter nel senso più classico del termine?

Raphael: Non credo che una buona canzone debba rientrare in un genere specifico. Secondo me un songwriter abbastanza bravo nel suo mestiere dovrebbe scrivere canzoni in grado di raggiungere facilmente chiunque, indipendentemente dal tipo di veicolo musicale utilizzato. A mio avviso ci sono ancora in giro dei songwriter di questo tipo, ma spesso manca loro il riconoscimento da parte della massa, quel riconoscimento che avrebbero potuto ricevere in tempi passati, e ciò è legato ai notevoli cambiamenti che si sono verificati nell’ultimo ventennio all’interno dell’industria musicale. Il mercato musicale cerca produzioni annacquate fino ad un certo grado, e credo che alcuni dei migliori songwriter non siano disposti ad abbassarsi a soddisfare questo genere di aspettative.
Chris: Sì, credo che ci sia spazio per un cantautore in tutti i generi, oggi come sempre. E ritengo che la nostalgia lo assicurerà. Ci sarà sempre gente che ambisce a scrivere l’archetipo perfetto.

Oggi, nell’ambito della cosiddetta musica indie, sembra quasi che la semplicità sia un fardello di cui liberarsi il più in fretta possibile, in nome di un intellettualismo sempre più fine a sé stesso. Tu che cosa ne pensi?
Raphael: Non sono convinto del fatto che la semplicità sia un fardello. Continuo ancora ad apprezzare ciò che è semplice, e cerco per quanto mi sia possibile di mantenere le cose in tale stato. Credo che la semplicità sia liberatoria e secondo me è più facile avvicinarsi a qualcosa che non sia pieno di troppi fronzoli. Mi piacciono le canzoni brevi che siano semplici e dirette. L’anno scorso al Philadelphia Museum Of Art abbiamo avuto la fortuna di ospitare una mostra di Andrew Wyeth, un uomo che dipinge le scene possibilmente più trascurate d’America e le mette in risalto estraendone l’assoluta bellezza proprio nella loro semplicità: il dipinto di una casa colonica, un uccello nel cielo, una finestra. Per quanto riguarda il discorso dell’intellettualismo, poi, non c’è niente di più intrigante per me dell’abilità nell’esprimere un’idea o una nozione complessa scomponendola in una forma di “semplicità” concisa e comprensibile.
Chris: Non sono d’accordo. Credo che la semplicità nella “musica indie” sia piuttosto predominante e non sia da considerare affatto un fardello. Gli Spoon potrebbero essere un buon esempio, come anche Cat Power: alcune delle loro canzoni sono incredibilmente semplici, e sono apprezzate tanto quanto qualsiasi altro loro arrangiamento più elaborato e complesso. L’arte del songwriting per me è in linea generale una questione di scelte: a volte voce e chitarra sono sufficienti ad esprimere un’idea, mentre altre volte è necessario ricorrere a tracce contenenti quindici chitarre. Penso che se da una parte si potrebbe percepire la semplicità come un fardello, dall’altra si potrebbero considerare coraggiosi coloro che fanno canzoni molto elaborate. Un cantautore potrebbe venire giudicato per aver scritto una canzone con tre accordi ed una melodia ripetitiva, ma alla fine questa è una scelta che spetta al songwriter e se modifica la propria tecnica o i propri metodi o le proprie idee per paura del giudizio, beh… forse dovrebbe crescere un po’.

Qual è, se esiste, il punto di equilibrio tra fondare le proprie radici in una tradizione e cercare di spingersi oltre?
Raphael: Credo che per la maggior parte dei musicisti esista un punto di equilibrio in questo senso. È qualcosa di relativamente innato, nella maggioranza dei casi: ogni musicista all’inizio cerca di imitare una particolare sonorità o un qualche artista; ad un certo punto, lungo il percorso formativo, la sua personalità inizia a fare capolino, forse subito agli esordi o forse qualche anno più tardi. Se uno fosse soddisfatto solo delle proprie radici, non ci sarebbe alcuna progressione: l’idea di andare oltre è la spinta grazie alla quale molte persone prendono in mano uno strumento e cominciano a suonare, ma nell’atto stesso di andare oltre ciascuno sta costruendo appunto su quel background, su quelle radici che rappresentano il suo punto di partenza.
Chris: Penso che esista un punto di equilibrio. All’infuori del mio impegno nello scrivere canzoni, io suono molta musica per violino, che è di origine prevalentemente europea. Alcune delle canzoni per violino sono contemporanee ma per la maggior parte si tratta di pezzi vecchi, suonati da molti anni. Al giorno d’oggi ci sono numerosi formati e molteplici apparecchiature che consentono di preservare queste canzoni, mentre prima di avere i mezzi per registrarle venivano tramandate soltanto oralmente, per cui si trasformavano nel tempo passando da un esecutore all’altro. Credo che gran parte di questa musica abbia ancora mantenuto una traiettoria di cambiamento, a dispetto dei puristi: nuove melodie per violino vengono scritte tuttora e alcune hanno arrangiamenti inediti, ma nella maggioranza dei casi sono piuttosto fedeli alla struttura originaria. Perciò, per quanto riguarda il concetto di andare oltre quel che la tradizione rappresenta, beh, forse è necessario essere ben addentrati nella sua dinamica prima di farlo, e forse è proprio qui che si trova il punto di equilibrio.

Cosa significa per te “good vibrations”?
Raphael: Domanda interessante. Mi piace pensare che le “good vibrations” siano vibrazioni che possono originare dal loro stesso interno, e mi piace poter credere che tutti noi abbiamo almeno un po’ di controllo sulle nostre vibrazioni in generale. In quest’ottica credo che una “good vibration” sia una vibrazione che ha la forza e la capacità di trasformare vibrazioni più cupe. Può avere senso questo discorso?
Chris: a. un’oscillazione intorno ad un punto di equilibrio, nello specifico un’oscillazione che risulti piacevole
b. “Come To Our Pool Party” di Hezekiah Jones
c. Ciò che Brian Wilson mette insieme sotto l’effetto di un buon trip di acidi.

Esprimi un desiderio: se dovessi scegliere tra poter scrivere un verso degno della penna di Dylan o una linea melodica da fare invidia ai Beatles, per che cosa opteresti?
Raphael: Dipende dal momento della giornata in cui ho la possibilità di scegliere: prima di colazione, dopo che ho bevuto, durante un pisolino…. Chi non vorrebbe scrivere almeno una canzone che fosse allo stesso livello o addirittura migliore di una melodia di Dylan o di un pezzo dei Beatles? Personalmente credo di apprezzare di più la scrittura di Dylan, ma la produzione degli album dei Beatles è talmente perfetta e le canzoni funzionano così bene nel loro complesso…… Entrambi hanno un enorme archivio di pezzi da classifica: deve essere una bella sensazione.
Chris: Preferirei scrivere una canzone che faccia invidia ai Beatles.

Che cosa occorre ad una canzone per riuscire a raggiungerti in profondità?
Raphael: Per avere una qualche chance di accoccolarsi dentro di me, la prima qualità che una canzone deve avere è l’onestà. I brani che mi conquistano davvero li ascolto e li riascolto a ripetizione. Non so esattamente quali siano le motivazioni grazie alle quali certi brani riescono a raggiungermi così in profondità: possono essere canzoni folk o metal, non ha importanza. Credo di essere particolarmente sensibile ai temi universali che sono nascosti dietro a piccoli dettagli, come anche a specifici argomenti che appaiono di poca importanza ad un primo ascolto. Will Oldham ha sempre avuto un suo modo speciale di conquistarmi, e ultimamente c’è un ragazzo dell’Ohio, che suona sotto il moniker di Nostra Nova, con diverse canzoni interessanti. Anche i testi arguti e ben sviluppati sembrano giocare la loro parte in questo processo.
Chris: Una canzone per conquistarmi deve avere qualche aspetto nel quale io mi possa immedesimare o identificare. La maggior parte delle volte sono i testi a svolgere questo ruolo, ma non sempre. Qualche anno fa Ross Huff (un trombettista che suona spesso con me) mi ha intonato una melodia che ha subito raggiunto in profondità la mia anima. Mi piacerebbe ricordare di chi fosse, mi pare che si intitolasse “Ghost”.

In una sua celebre affermazione lo scrittore americano T.S. Eliot ha detto: “L’unico modo per esprimere emozioni nella forma d’arte è per mezzo di un correlativo oggettivo; in altre parole, una serie di oggetti, una situazione, che potrebbero essere la formula di quella particolare emozione.” Quanto c’è di personale nell’immaginario delle tue canzoni? E sei d’accordo con quanto sostenuto da Eliot?
Raphael: Credo che ci sia molto di me in alcune delle canzoni, se si esclude il fattore “fiction”. Immagino che per lo più i songwriter prendano in genere spunto dalle proprie esperienze o da quelle della gente che li circonda. Molte delle mie canzoni sono piccole storie basate su eventi della mia vita, o su idee che sento il bisogno di esprimere. Sono d’accordo con Eliot: credo che la formula sia importante quando si cerca di spiegare un concetto o di rendere a qualcun altro il senso del discorso. Si cerca sempre qualcosa che riesca a trasferire agli ascoltatori un quadro di sensazioni e di idee, ed è difficile farlo mentre si saltella dappertutto.
Chris: Mi ritengo il prodotto delle mie esperienze e dei miei pensieri, e questo è quel che rappresentano anche le mie canzoni. Sono d’accordo con Eliot: per esprimere un’emozione noi tendiamo ad affidarla a situazioni che suscitino la stessa emozione, piuttosto che esternarla direttamente.

Che cosa non vorresti che si dicesse mai della tua musica?
Raphael:
“Noiosa, non consequenziale, con le canzoni che sembrano tutte uguali”: questo genere di commenti. Ho sentito dire molte delle cose che non avrei mai voluto sentir dire, ma devo anche riconoscere, d’altro canto, che ho ricevuto diversi commenti lusinghieri. Cerco di non dare troppo peso né alle cose positive né a quelle negative, per evitare di esserne distratto in un senso o nell’altro. Preferisco quando alcune persone di cui mi fido mi fanno qualche critica dopo gli spettacoli: ho alcune persone di fiducia che sono molto sincere sull’esito delle mie performance live, e questa è una cosa che apprezzo molto.
Chris: Passo.

È più difficile trovare l’ispirazione giusta per scrivere una canzone o il coraggio necessario per affrontare un pubblico?
Raphael:
Trovo che sia più difficile portare a conclusione le canzoni. Lo scorso anno ho suonato moltissimo dal vivo, in veste di Hezekiah Jones. Negli anni precedenti suonavo le tastiere negli StillWillis, e questa con Hezekiah Jones è la mia prima esperienza nel ruolo di chitarrista dal vivo e come frontman di una band. Ciò ha naturalmente richiesto una enorme quantità di energia da parte mia, tanto che non sono davvero riuscito a trovare il tempo per completare diverse canzoni, e ne ho ancora adesso molte incompiute, lasciate a metà: alcune potrebbero anche restare così. Qualche volta dal vivo eseguo una di queste mezze canzoni, “Toronto”, che dura in totale trenta secondi; credo che sorprenda la gente nel momento in cui finisce, quasi prima di iniziare. A volte mi piace proprio perché è così.
Chris: Direi che è più difficile trovare l’ispirazione, visto che è questa a facilitare il lavoro. Scrivere quando non ti senti ispirato e le parole non scorrono è sicuramente più difficile che affrontare un pubblico.

Quale fingerpicker ti ha maggiormente impressionato dal vivo?
Raphael:
Ho visto Paul Curreri suonare a Philadelphia non molto tempo fa. Sono rimasto ipnotizzato. Sono stato rapito dal suo modo di suonare, dalle melodie, dalle canzoni e soprattutto dalla sua presenza: è davvero un personaggio impressionante da andare a vedere. La stessa cosa potrei dirla per Tommy Emmanuel. L’ho visto quando lavoravo come cuoco in un locale fuori Philadelphia; là ho assistito ad alcuni spettacoli incredibili, e l’australiano Emmanuel si è esibito in uno di quegli spettacoli. Un vero showman, dovrebbero metterlo su YouTube.
Chris: Matt Jones. È un mio amico e questa la considero davvero una fortuna, poiché Matt è il miglior songwriter che abbia mai incontrato finora. Da piccolo ha studiato il ragtime e lo suona ancora di tanto in tanto al piano, se lo tormento abbastanza. Provate ad immaginare un Doc Watson impazzito per il ragtime, e raddoppiate in profondità e stravaganza il suo stile di picking. Andate ad uno spettacolo live di Matt Jones, provare per credere.

La partecipazione ad una compilation, oltre ad avere il vantaggio di ampliare il pubblico di ascoltatori dei singoli partecipanti, può rappresentare una buona occasione per conoscere altri artisti e far nascere eventuali collaborazioni. In che misura sei d’accordo con questa affermazione?
Raphael: Sì, naturalmente sono d’accordo. Sono stato abbastanza fortunato da incontrare alcuni degli artisti che hanno preso parte alla compilation “Folk Music For The End Of The World”, prodotta da Yer Bird. Ho anche avuto l’opportunità di suonare in alcuni spettacoli con O’Death, Chris Bathgate e Sarah White, cosa che probabilmente non sarebbe mai accaduta se non ci fosse stata la compilation di mezzo. È bello incontrare artisti provenienti da altre parti del paese e/o del globo, mi piace farmi un’idea di ciò che sta succedendo altrove. Faccio molti spettacoli a Philadelphia insieme a numerose band con le quali sono entrato in amicizia, e trovo positivo estendere le amicizie in territori che vanno al di là della mia città.
Chris: Sono d’accordo. Mi piacciono molto le compilation alle quali ho preso parte, ed ho ascoltato e incontrato una buona parte degli artisti che vi comparivano. Io e Raph abbiamo intenzione di incidere su vinile uno split quest’estate.

E a proposito di questo, le vostre strade musicali si sono già incrociate diverse volte. Che opinione ti sei fatto del tuo compagno di intervista, sia da un punto di vista musicale che da un punto di vista umano?
Raphael:
Sono riuscito a fare alcuni spettacoli con Chris e a passare un po’ di tempo con lui negli ultimi mesi. Sono un grande ammiratore della musica di Chris: Yer Bird mi ha mandato “Throatsleep” qualche tempo fa, ed è stato il classico esempio di album che non ha lasciato il mio lettore per diverse settimane. Mi è piaciuto al punto da arrivare a prestarlo a mio fratello, ritenendo che potesse apprezzarlo anche lui, e da allora non l’ho più rivisto. Dal punto di vista umano posso dire che Chris è un ragazzo veramente genuino, proprio come la sua musica. È stato un padrone di casa molto disponibile nei pochi giorni che ho trascorso in Michigan per via degli spettacoli che abbiamo fatto nella sua zona. C’è una buona sintonia tra noi, e abbiamo intenzione di fare altri spettacoli insieme in futuro: in questo senso prevedo che sarà una buona annata.
Chris: Dal punto di vista musicale, trovo che Raph sia incredibile. Ho un grande rispetto e una profonda ammirazione per le sue doti di scrittura e sono un po’ invidioso delle sue capacità e della sua solidità in sede live. Personalmente trovo che sia straordinario su entrambi i fronti. Raph ha anche una grandiosa risata, dovreste provare a telefonargli e a raccontargli una barzelletta, solo come pretesto per ascoltarla.

MySpace: una risorsa capace di ribaltare le consuete dinamiche della scena musicale o solo una congerie di esibizionismo da cui diventa sempre più difficile distinguersi?
Raphael: MySpace ha ovviamente i suoi punti-forza e le sue debolezze. I musicisti che utilizzano MySpace ne traggono beneficio nella possibilità di raggiungere persone con le quali non avrebbero altrimenti modo di relazionarsi nella vita di tutti i giorni, e tra queste persone naturalmente vi sono sia gli ascoltatori che i rappresentanti delle label. Per quanto mi riguarda, se non fosse stato per MySpace forse non sarei mai entrato in contatto con Yer Bird, l’etichetta che poi mi ha preso sotto la sua ala protettrice. Attraverso le meraviglie di MySpace ho anche avuto modo di imbattermi in nuova musica e nuovi amici che ora apprezzo molto. In ogni caso, c’è un sacco di musica da rimuovere, un sacco di gente strana da rimuovere, e poi un sacco di pubblicità di tessere di credito da Macy’s e la pornografia, e queste cose mi ricordano costantemente il perché io non vada necessariamente sempre d’accordo con buona parte della cultura popolare e dei principali mezzi di comunicazione virtuali odierni. Come ho detto: punti-forza e debolezze.
Chris: Trovo che MySpace sia un ottimo strumento per molti musicisti, ma non penso si tratti di una moda passeggera, credo invece che sarà presente per lungo tempo. La cosa strana di MySpace è come tutto sia così interconnesso: cinema, musica, teatro, pornografia, spam, tutti insieme nello stesso posto. Il lato commerciale e quello personale dello scambio di corrispondenza si mescolano insieme in un modo piuttosto insolito. Non credo però che ci sia davvero qualche possibilità di emergere nel mondo di MySpace. Sembra che funzioni in entrambe le direzioni: i “perdenti” hanno la loro pagina MySpace tanto quanto gli artisti che appartengono a major conosciute a livello nazionale. Nessuno emerge mai da MySpace. MySpace aiuta solo molte persone a trovare la musica alla quale sono interessati…e la gente cerca quella stessa musica proprio su MySpace.

Nell’era degli mp3 sta tornando prepotentemente in auge il mercato del vinile. Una moda passeggera, uno dei tanti segnali di insofferenza alla modernità, un consapevole risveglio nostalgico, o…?
Raphael: Probabilmente si tratta di un cosciente risveglio nostalgico, o almeno è quello che spero. Mi piacciono i dischi, e mentre il futuro sembra venirci incontro più velocemente possibile, il recupero dei vinili può forse rappresentare per la gente l’opportunità di ristabilire una connessione con il passato, prima che sia tutto perso definitivamente. Il futuro della musica è nei microchip inseriti nel cervello (o così sarà se il Dio-Robot prenderà il sopravvento), e nei prossimi quattro–sei mesi i giradischi faranno probabilmente la fine del dodo o dei dinosauri.
Chris: Credo che il risveglio del mercato dei vinili abbia molto a che fare con quello degli mp3, nonché con l’attuale valore di mercato di un compact disc. Secondo me l’acquisto e l’ascolto di un vinile, in particolare di un vinile nuovo, aiuta a recuperare quella fiducia nell’album inteso come concreto artefatto, una fiducia che purtroppo è andata perduta nel tempo. Anche la nostalgia ha parecchio a che fare con questo processo, ma dal punto di vista di un artista il fatto è che in questo modo puoi essere sicuro che l’esperienza musicale sarà la stessa ogni volta: sai che la gente starà ad ascoltare la tua musica in casa e presterà con ogni probabilità più attenzione all’artwork, aprendo l’album, fermandosi a sfogliarne il contenuto, eccetera. Questo chiaramente è il genere di considerazione che viene fatta nell’ottica di un songwriter, e da questo punto di vista capisco il motivo per cui molti artisti possano voler pubblicare musica nuova esclusivamente in forma di vinile. Il commercio di vinile rappresenta anche un modo per procurarsi vecchi album a poco prezzo: conosco alcune persone che possiedono enormi collezioni di vinili e nella maggior parte dei casi a permetterglielo è la possibilità di acquistare molti dei vecchi album che desiderano a prezzi estremamente bassi.

Il disco che ti ha cambiato la vita.
Raphael:
“Days In The Wake” di Palace Brothers. Non avrei mai imbracciato una chitarra se non fosse stato per quell’album. Mi ha dato il lusso di non sentire il bisogno di impressionare la gente con la mia tecnica, visto che ne ho poca, ma allo stesso tempo mi ha aperto gli occhi verso la bellezza delle esibizioni più crude e la mentalità del “less is more”, nonché verso l’idea di una buona canzone che riesca a prendere il sopravvento su tutto il resto.
Chris: “Being There” degli Wilco.

Se tu fossi il vecchio Hezekiah Jones protagonista della poesia “Black Cross”, per che cosa saresti disposto ad andare anche incontro al patibolo?
Raphael:
Credo che la mia sia la risposta classica: sacrificherei la vita per la famiglia e le persone che amo. Non morirei per un qualche credo, perché non credo nei credo. Forse morirei per dei libri. Amo i libri, proprio come il vecchio Hezekiah, anche se, a differenza di quanto accade al protagonista della poesia, essi non rappresentano la mia “rainy season”, ma potrebbero comunque sempre diventarlo: se si trattasse degli ultimi libri sulla terra e se questi contenessero dei grandi racconti o qualcosa di altrettanto importante, prenderei in considerazione la possibilità di morire per loro, se ciò potesse garantirne la futura sopravvivenza.
Chris: Beh, non sono poi così sicuro che Hezekiah in quella poesia abbia sacrificato la sua vita, piuttosto mi sembra che sia stato impiccato ingiustamente a causa degli ideali in cui credeva: è un martire per le proprie idee, non si è immolato. Se mi chiedete per quali motivi o valori morirei, risponderei che sono molto pochi, e chiudo qui il discorso.

Prendendo spunto da una canzone di Chris: supponi di dover subire un reset della tua memoria e di poter mantenere solo il ricordo di una tua canzone da recuperare al momento del risveglio (“Save One For The Morning”). Quale brano scegli e perché?
Raphael:
Se dovesse essere una delle mie canzoni, credo che sceglierei “Circumstance”, nella speranza che questa potesse poi dare una spinta alla memoria per farmi tornare in mente anche tutto il resto. Credo che poi dovrei mettermi sotto e ricominciare a scrivere moltissimo, o forse a quel punto dovrei semplicemente cambiare mestiere. Forse potrei essere un valido ideatore di panini. Avocado, emmenthal e pancetta tra due fette di pane integrale. Non sembra invitante?
Chris: “Coda”. I ricordi che quella canzone suscita sono molto importanti per me.

Citando una canzone di Raphael: which side are you on? (interpretazione politic….ahem, libera)
Raphael:
Hmmmm, come rispondere… Non mi piace discutere di politica, perciò cercherò di essere breve. Sono registrato come indipendente nelle liste elettorali. Non ho alcuna fiducia nel Partito Repubblicano o in quello Democratico, e non ho intenzione di votare per il minore fra due mali. Voto per i Verdi ad ogni elezione nella speranza che raggiungano il 5% dei voti, così da garantire loro i fondi federali nelle elezioni in corso; finora non ci sono ancora mai arrivati, ma confido sempre nel futuro. Le guerre negli Stati Uniti sono molto impopolari oggigiorno, presso l’opinione pubblica. Ormai però, purtroppo, da tempo i grandi affari hanno preso il sopravvento sul governo, dirottandone le scelte, e la guerra è un grande affare. Come direbbe George W. Bush: “I soldi hanno sempre la meglio sulla pace”.
Chris: Vi posso garantire che sto dal lato giusto.

Un pensiero rivolto al tuo compagno di intervista.
Raphael:
Ciao Chris, grazie per avermi fatto dormire sul tuo divano per qualche giorno. Ora finalmente capisco l’importanza dello “spreader gun” e del Dio-Robot: ti ringrazio per avermi illuminato in proposito. Non dimenticarti di portare “Highlander” quando ritorni a Philadelphia, e magari porta anche un po’ di ciambelline e qualcos’altro da stuzzicare.
Chris: Hey Raph, sono impaziente di iniziare il nostro tour estivo lungo la east coast e indietro fino al Michigan. Inoltre, quand’è che la Super Humble Country Band comprerà uno scuolabus da usare per girare in tour?

E uno per i tuoi intervistatori.
Raphael:
Queste domande sono state difficili da affrontare. Vi ringrazio per avermi dato l’opportunità di scrivere come se fossi stato di nuovo al College; ho cercato di fare del mio meglio. Spero che nel vostro bel continente vada tutto bene. Mi piacerebbe poterlo visitare quanto prima, perciò fate un po’ di spazio sul vostro divano o sul pavimento.
Chris: Grazie per tutte queste interessanti domande. Mi spiace di averci messo così tanto tempo a finire di rispondere.
 

Discografia
  HEZEKIAH JONES

 


   

 


  Hezekiah Says You’re A-ok (Yer Bird, 2006)

 


  Come To Our Pool Party (Ep, Yer Bird, 2007)

 


     
  CHRIS BATHGATE  
     
  Silence Is For Suckers (Self-released, 2005)  
  Throatsleep (Self-released, 2006)

 


  A Cork Tale Wake (Quite Scientific, 2007)

 


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