King Krule

King Krule

L'enfant prodige del post-dubstep

intervista di Martina Gamberini, Simone Coacci, Gianluca Dominoni, Eleonora Premoli

King Krule è il nome d’arte dietro cui si cela il giovanissimo cantante e musicista Archy Marshall, che ad appena diciannove anni ha pubblicato il suo acclamato album d’esordio "6 Feet Beneath The Moon". L’artista inglese dai capelli rossi sarà tra pochissimo nel nostro paese per un’unica data: suonerà il 7 aprile sul palco del Circolo Magnolia di Segrate (Milano). In attesa di vederlo dal vivo, abbiamo avuto modo di farci una lunga chiacchierata telefonica per conoscere qualcosa di più su di  lui e sulla sua musica. Con un marcato accento cockney, Archy ci ha raccontato dei suoi primi tour in giro per il mondo, del modo di cantare che lo contraddistingue, del suo processo creativo e di quali sono state le principali influenze che l’hanno portato al suo unico e variegato genere musicale.

Iniziamo a parlare del tuo nome d’arte. Ho letto che King Krule prende ispirazione dal film "King Creole", in cui recita Elvis Presley. Come mai hai deciso di sceglierlo? Esiste una particolare ispirazione legata alle immagini e alla colonna sonora o l’hai scelto soprattutto perché suona (indubbiamente) molto bene?
Esatto, "King Creole" di Micheal Curtiz. Mi piace davvero tanto questo film e uno dei motivi principali per cui ho scelto il nome King Krule credo proprio sia legato al fatto che io adori la sua colonna sonora. "Crawfish" ad esempio è una delle mie canzoni preferite della soundtrack. Ma è anche vero che l’ho scelto perché suonava effettivamente molto bene come nome d’arte.

Sei reduce da un tour negli Stati Uniti e ad aprile suonerai per la prima volta da noi, in Italia, passando prima per la Francia. Com’è stata finora l’accoglienza che hai ricevuto dal vivo? E quali sono le principali differenze che hai notato tra i vari paesi in cui ti sei esibito, in particolare tra i due continenti?
Ci sono decisamente delle differenze abissali tra i vari paesi. Sono appena tornato da un tour nel Sud-Est asiatico, prima ero in Australia e che dire, sono state esperienze diverse, ma entrambe incredibili. In Australia le persone sembrano molto attente alla musica, al suo significato, il pubblico era davvero impaziente di vedermi suonare dal vivo, probabilmente anche perché questa terra è così distante dall’Europa. Quando siamo arrivati abbiamo avuto un’accoglienza fantastica. Anche in Giappone il pubblico è molto attento durante l’esibizione; sotto questo aspetto ho trovato delle somiglianze con quello che ho incontrato a Parigi, davvero tranquillo e rispettoso, hanno un approccio all’ascolto della musica dal vivo molto particolare e diverso. L’America è stata un continuo succedersi di stati, ho suonato in tantissimi posti molto diversi tra loro. Ad esempio, in città universitarie come Berkeley e Boston ho avuto un’accoglienza strepitosa. Come vedi, ogni volta cambia, ogni concerto è diverso da quello primo e ammetto che per questo motivo prima di esibirmi sono sempre nervoso. Il pubblico è un elemento davvero importante per me.

Dunque presto suonerai in Italia. E’ la prima volta che visiti il nostro paese?
Sì, è la mia prima volta in assoluto in Italia. Non vedo davvero l’ora di suonare a Milano. Sono molto curioso all’idea.

E ora parliamo un po’ di te e della tua musica. Hai una voce molto particolare, con un timbro basso e ben definito. Quando ti sei accorto di avere questo fantastico potenziale? E da dove prende ispirazione il tuo modo di cantare?
Ho iniziato a cantare quando ero molto piccolo e naturalmente da allora il mio timbro di voce è diventato sempre più basso. Le influenze nel mio modo di cantare vengono da moltissimi artisti; Chet Baker, ad esempio, è stato molto importante per me, amo il modo in cui controlla le sue dinamiche. Diverse influenze vengono anche dalla scena punk, ad esempio da Malcolm Owen dei Ruts e da quella rock, da cantanti come Frank Black dei Pixies. Ho preso ispirazione anche da diversi artisti funk e soul come Donny Hathaway, George Benson, e persino da cantanti dub e reggae.

Quelli che hai citato prima sono anche tra i tuoi artisti preferiti, giusto? Ho letto che ami da sempre band come i Pixies, gli Style Council, i  Damned, i Talking Heads. Tu sei molto giovane e questi sono artisti  che hanno tutti una certa età; come ti sei avvicinato alla loro musica?
I più li ho scoperti da solo, quando ero ancora molto giovane, soprattutto attraverso internet. Ma molte delle mie conoscenze le devo anche alla musica che ascoltavano i miei genitori e mio fratello maggiore.

Tantissime, diverse influenze che ti hanno portato a un tuo genere musicale molto variegato e di sicuro assai personale…
Sì, assolutamente. Credo che la musica debba essere in primo luogo qualcosa di personale. Principalmente io faccio musica per me stesso, perché attraverso di essa posso liberare tantissime emozioni, parlare di me e delle cose che mi sono accadute. E poi è grazie alla musica che riesco a sentirmi bene con me stesso, che posso cantare, stare su un palco ed essere quel ragazzo che ho sempre voluto essere.

E cosa mi dici invece della musica contemporanea? Che cosa ti piace ascoltare?
Tanti artisti, di vario genere. I Mount Kimbie, ad esempio, li ascolto tantissimo, li ho sempre seguiti. Dalla zona Sud-Est di Londra sta uscendo tantissima musica, tutte cose davvero valide e interessanti. Ultimamente ho ascolto molto Madlib e Freddie Gibbs, artisti su questo genere, oltre a Ratking e Metro zoo, che seguo più  o meno da sempre. C’è davvero tantissima bella musica in giro in questo momento.

Nelle tue canzoni si respira spesso un’atmosfera onirica, caratterizzata da forti chiaroscuri, quasi espressionista. Si ha come la sensazione di essere immersi in un sogno ad occhi aperti, una visione di trasfigurare la realtà che ti circonda. In passato hai dichiarato di avere avuto seri problemi d’insonnia; quanto hanno influito nel plasmare questa tua particolare sensibilità?
E’ vero, per un lungo periodo di tempo ho vissuto la mia vita al chiaro della luna, senza mai vedere la luce del giorno, un po’ come un vampiro. E, sì, questa abitudine ha influenzato molto il modo in cui vedevo il mondo. Vivendo di notte ne vedevo una faccia differente. Le strade vuote e il silenzio fanno apparire tutto in modo diverso, ti fanno pensare in modo diverso.

I versi delle tue canzoni evocano immagini suggestive, in particolare grazie alle descrizioni di paesaggi urbani brulli e desolati che sembrano voler riflettere una sorta di tua oscurità interiore. Puoi descriverci il tuo approccio alla scrittura dei testi? 
Tengo quasi sempre con me un quaderno in cui appunto diverse osservazioni e poesie che mi vengono in mente durante il giorno. Le annoto senza preoccuparmi troppo delle parole da usare. Poi quando ho realizzato una melodia che mi convince inizio ad ascoltarla più e più volte cercando di abbinarci i versi delle mie poesie. Do moltissima importanza ai testi delle canzoni, facendo attenzione ad ogni singola parola che utilizzo.

Hai iniziato a rilasciare Ep prestissimo, dal 2010, quando avevi solo sedici anni! Quando hai iniziato a fare musica?
Credo di avere da sempre voluto fare il musicista. Sì, è di sicuro sempre stato quello che volevo fare nella mia vita. Ho iniziato a fare musica quando avevo otto anni, componevo già delle canzoni mie… che non erano per forza belle. Diciamo che spero di essere migliorato da allora.

Com’è crescere nella periferia di una grande città? E vivi ancora lì?
Mi piace dove sono cresciuto. E, sì, vivo ancora qui, nella casa in cui sono nato. L’anno scorso me ne ero andato per undici, dodici mesi, ma ora sono tornato a stare qui. La casa però è vuota, al momento non ci vivono né mia madre né mio fratello. E’ fantastico perché, avendo la casa tutta per me, ho potuto sistemare le varie stanze come volevo e molte le ho fatte diventare sale per la musica.  

Credi che senza le esperienze che ti sei trovato a fronteggiare durante la tua vita saresti diventato ugualmente un musicista?
Non so dirlo per certo, ma credo che tutte le esperienze,  positive e negative, che ho vissuto fino ad ora siano state fondamentali nel portarmi dove sono adesso. Non so dove potrei essere altrimenti in questo momento. Magari fabbricherei tappeti.

Prima, parlando dei tuoi artisti preferiti, hai citato i Mount Kimbie, con cui hai collaborato recentemente. Come ti sei trovato a lavorare con questo duo elettronico?
Come ho detto prima li adoro. Mi piace tantissimo la loro musica e mi piaceva anche prima di conoscerli personalmente. E’ stata una collaborazione molto importante per me. Loro sono bravissimi in quello che fanno, li trovo geniali, e insieme abbiamo lavorato davvero bene. E’ stato proprio un bel periodo, una bellissima esperienza.

E c’è qualche artista con cui ti piacerebbe collaborare in futuro?
Sì, mi piacerebbe lavorare con Shakira. Non so cosa ne verrebbe fuori, ma mi immagino qualcosa che suonerebbe davvero bene.

Infine, ti voglio chiedere: quali sono i tuoi progetti a breve-medio termine? Stai lavorando a nuove canzoni? 
Scrivo nuove canzoni praticamente ogni singolo giorno della mia vita, quindi diciamo che i piani per il mio prossimo futuro sono di continuare a fare quello che sto facendo.

Dunque per quando possiamo aspettarci un seguito di "6 Feet Beneath The Moon"?
Presto.

Grazie mille Archy, questa era l’ultima domanda. Ci vediamo a Milano allora!
Grazie a te, a presto!

Discografia
6 Feet Beneath The Moon (XL Recordings, 2013) 6.5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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