Lawrence English

Lawrence English

Un pellegrino nella giungla

intervista di Matteo Meda
Raramente i cosiddetti "dischi di transizione" riescono a svettare nella carriera di un artista: ma in quelle insolite occasioni in cui l'eccezione conferma la regola, si tratta quasi sempre di capolavori. Ed è proprio quello che è successo quest'anno a Lawrence English, esteta che ha scritto pagine indimenticabili dell'ambient music contemporanea costruendo, a partire dalle sue origini industrial, un soundscape in continua evoluzione, distintosi per l'incredibile capacità poetica a fronte di un paesaggismo di tipo strettamente realista. In pochi sono riusciti, come lui, a disegnare scenari tanto terreni e concreti quanto lirici e suggestivi, fondendo un mezzo "idealistico" e formale come il drone ambientale e la sostanza pura delle field recordings. Il tutto attraverso un curriculum che, per collaborazioni e valore complessivo, parla da sé. Ma quest'anno il sound artist di Brisbane ha superato sé stesso, evadendo dai confini apparentemente perfetti da lui stesso tracciati in quindici anni di intensa attività, e lanciandosi in quella ricerca sulle possibilità d'impatto emotivo-spaziale della musica ambientale in cui già gli amici Tim Hecker e Ben Frost si sono distinti di recente. Una svolta il cui racconto, ricco di sorprese, è solo una delle tante scoperte fatte durante la chiacchierata virtuale concessaci da questo curioso, geniale, schietto e instancabile avventuriero.

Voglio cominciare chiedendoti qualcosa sul tuo ultimo disco, che è pure uno dei miei lavori ambient preferiti di sempre. Raccontami del percorso con cui sei arrivato a realizzarlo.

Onestamente, è un lavoro nato nel corso di un periodo di rabbia prolungata e bruciante, causata da una serie di incursioni politiche che abbiamo dovuto subire qui in Australia e presenti in realtà in tutto il mondo. Negli anni passati, da queste parti, abbiamo dovuto assistere a una serie di inaccettabili attacchi, che ci hanno privato delle condizioni per definirci una nazione "vivibile" e, secondo me, pure di quei valori che abbiamo tanto faticato ad acquisire. I nostri recenti problemi nel rispettare i diritti umani dei rifugiati (e non solo!) e le scandalose politiche con cui stiamo mandando a marcire l'ambiente e l'ecosistema australiano hanno generato in me una frustrazione che, insieme ad altre, rappresenta il cuore pulsante di "Wilderness Of Mirrors".

Quindi, per la prima volta, possiamo parlare di un tuo disco "politico"? Che relazione c'è, a questo punto, tra il titolo e questo concept?
Il titolo è legato a due referenze storiche. La prima ha origine in un poema di T.S. Elliot, "Gerontion", un meraviglioso e denso gioco di parole. Il secondo arriva invece dalla Guerra Fredda, dove la Cia e il Kgb si sfidavano a colpi di false informazioni (test. misinformations, ndr) il cui risultato erano appunto questi cicli di risposte forgiate su un nulla di fatto. Mi è sembrata una metafora forte, in grado di riflettere il modo in cui la musica è stata creata, e per questo ho scelto di provare ad applicarla al disco. I pezzi sono nati tutti nel corso di un processo di interazione: ogni parte è stata registrata come "risposta" a una precedente, e in ciascuna si modifica un singolo dettaglio - uno strato sonoro in più, uno in meno. Il risultato è stato piuttosto curioso: capita che una sequenza inizi con un elemento ritmico o melodico che nel corso dello sviluppo interattivo si perde, formando di minuto in minuto sempre più una sorta di spettro armonico.

Dove hai registrato e concepito il disco?
Si è trattato, a dire il vero, di una combustione molto lenta. Mi è servito molto tempo per arrivare al punto di poterlo considerare completo. Durante quel lungo periodo stavo elaborando un sacco di pensieri profondissimi sul concept attorno a cui costruire il disco. Credo sia molto molto facile fare musica oggi, ma che al tempo stesso questo comporti nel musicista una grandissima responsabilità: quella di creare qualcosa che possa davvero coinvolgere e toccare l'ascoltatore. Credo fermamente nell'idea che non tutto necessiti di essere pubblicato, di divenire pubblico. Il privato è uno spazio ancora fortissimo, ma che ultimamente pare nessuno tenga più in considerazione. Queste domande, questi dubbi giocano un ruolo fondamentale nel dare forma a un disco: e in particolare per "Wilderness Of Mirrors" hanno dato un contributo fondamentale, e continueranno a darlo anche per quel che riguarda la sua trasposizione dal vivo.

E che strumenti hai usato per registrarlo?
In verità si è trattato di un lavoro su fonti sonore principalmente acustiche, per quanto pesantemente trasformate e trattate. La sequenza iniziale, per esempio, è eseguita con un piano suonato con un e-bow (archetto per chitarra, ndr). Quasi tutte le sequenze sono state registrate con un range molto simile, generando un input di suono piuttosto forte, che ha causato a sua volta un effetto di saturazione caotica. A mio modo di vedere, è una maniera per colorare il suono fin dalla sua prima istanza, così che non ci sia modo di tornare indietro. In questo modo si riesce a creare suono che nasce pulito e diviene armonicamente distorto nel corso del suo sviluppo.

A mio parere, peraltro, si tratta di un punto di svolta importante nel tuo percorso sonoro. Tu che ne pensi?
Posto che si tratta di impressioni puramente soggettive, credo che questo disco porti a compimento in maniera convincente e forse definitiva una serie di idee già sviluppate in altri lavori, soprattutto "Kiri No Oto" e "The Peregrine". Entrambi, dal mio punto di vista, condividevano quel tipo di interesse estetico che ho evoluto anche su "Wilderness Of Mirrors", al contrario per esempio di "A Colour For An Autumn", che era invece centrato su un flusso molto più tonale. Credo che quel che rende "Wilderness Of Mirrors" così diverso dai miei lavori precedenti sia la forza d'impatto, strettamente collegata con le performance dal vivo - intese sia dal mio punto di vista di musicista, che da quello di spettatore. La pienezza fisica, la saturazione sonora di questo disco affondano gran parte delle loro radici nella dimensione live: mi sono concentrato moltissimo sul tentativo di rendere anche su disco la pressione sensoriale che il suono esercita quando si propaga nell'aria in maniera compatta, una delle caratteristiche che preferisco della dimensione live.

La mia lettura del disco, senza conoscere questi dettagli, era andata curiosamente in tutt'altra direzione: quella di un viaggio nel sacro, inteso come una forma inedita di "oscurità interiore, emotiva"...
Mi fa davvero piacere! Io credo che con la musica, tutta la musica, si debba avere un rapporto strettamente personale, legato all'interiorità dell'ascoltatore e, per riflesso della musica, del musicista stesso. Si tratta di qualcosa che ci re-incorpora a noi stessi. Quando senti un suono, il momento in cui lo percepisci è istantaneo e impossibile da realizzare, se ne va prima ancora che tu possa avere anche solo pensato di afferrarlo. E non può tornare indietro, perché la combinazione delle condizioni che l'hanno generato non si ripeterà mai. Perciò quel che ti resta veramente, in assenza del suono, è la memoria di esso, il ricordo, un'esecuzione interiore di tutte le sue complessità e variazioni. Una relazione speciale, insomma, che la nostra sensorialità uditiva ci permette di instaurare.

Ho notato, peraltro, una serie di elementi in comune con due dei dischi più quotati di quest'anno in campo ambient: "A U R O R A" di Ben Frost e "Virgins" di Tim Hecker. La mia idea è che tutti e tre, ciascuno a modo suo, abbiate cercato di lavorare sull'impressione e sull'impatto. Ma tu, a differenza loro, hai raggiunto - forse consciamente o forse no - un equilibrio straordinario tra forma e sostanza. Concordi nel vedere questa relazione? 
Credo che ciò che collega me, Ben e Tim sia in effetti l'interesse nelle potenzialità fisiche del suono, fino ad arrivare al punto in cui la saturazione è ricercata e superata. Per quel che riguarda Ben, "A U R O R A" lavora sulla saturazione di basse frequenze e ritmo. Mentre Tim si è concentrato sempre sulla collisione tra melodia e armonia. Ho avuto il piacere di essere coinvolto in entrambi questi straordinari dischi, per Ben come una sorta di motivatore e provocatore in post-produzione, mentre per Tim aiutandolo sul campo a lavorare alle sequenze sonore. Nutro la più profonda stima e il massimo rispetto per questi due gentlemen, credo stiano creando entrambi dei lavori mozzafiato!

Cosa rappresenta questo disco nel tuo percorso artistico?
Per me rappresenta da un lato la conclusione di alcune domande e ricerche su un certo tipo di estetica, e dall'altro l'inizio di un nuovo approccio al lavorare sul suono. Quest'ultimo passa indubbiamente attraverso il coinvolgimento di una sensibilità socio-politico-culturale che fino a prima non c'era. Le femministe della seconda ondata avevano ragione: il personale è politico.

Passiamo ora all'altra tua pubblicazione di questo finale di anno, la collaborazione con Werner Dafeldecker, "Shadow Of The Monolith". Dove, quando e come avete deciso di dar vita a questo progetto?
Io e Werner siamo stati così fortunati da essere stati invitati, nell'estate del 2010, dalla Argentine Antarctic Division a visitare due delle loro basi. Andrea, il curatore del tutto, è stato incredibilmente disponibile e ci ha permesso di organizzarci per raccogliere materiale video e sonoro. Ci siamo fermati lì per più di un mese e stiamo ancora elaborando la marea di field recordings che abbiamo raccolto. Oltre a quest'uscita in collaborazione, l'anno prossimo pubblicherò anche un disco solista, "Viento", contenente registrazioni da quell'esperienza, stavolta centrate su registrazioni del vento in Patagonia e Antartide. Non vedo l'ora che possano finalmente emergere anche questi reperti sonori, perché fra di essi ci sono alcune delle migliori registrazioni che abbia mai realizzato, suonano terribilmente cicloniche!

Ed esattamente, come sei passato (in questo caso, siete passati) dalle registrazioni grezze al soundscape del disco?
Abbiamo voluto riflettere ed espandere le esperienze sonore che abbiamo condiviso sul posto: dall'incredibile quiete al rumore geologico, sotto terra come in mare, e abbiamo cercato di tracciare una linea che collegasse tutto questo. Alcuni dei brani che ne sono risultati sono frutto di field recordings totalmente inalterate, la natura più pura del suono in Antartide può risultare sorprendentemente aliena. Un'esperienza incredibilmente profonda.

Come vi siete divisi il lavoro e come avete bilanciato i rispettivi contributi?
Una delle cose migliori riguardo il collaborare con un artista come Werner è la sua apertura mentale e pratica nei confronti del processo creativo. Credo che entrambi fossimo concentrati in primis sul dar vita a un disco intenso e considerevole. Questo è stato lo stimolo principale, unito all'idea che il tutto dovesse scorrere in maniera il più possibile organica. Il disco è frutto del materiale registrato e rielaborato da entrambi. Uno scambio piuttosto naturale e credo che molto del merito sia da attribuire proprio alla generosità e all'apertura di Werner. Lui è semplicemente un genio!

Le tue precedenti esperienze con l'arte del field recording hanno rappresentato, in qualche modo, un bagaglio importante per elaborare i suoni?
Personalmente credo che le registrazioni effettuate in quella spedizione siano state il culmine di un percorso che ha toccato molti altri luoghi, tra cui l'Amazzonia e l'Outback australiano. Sono stato in grado di mettere insieme una serie di tecniche e approcci che ho sviluppato senza sosta nel corso degli ultimi dieci anni. Ho imparato comunque tantissimo da questo viaggio, qualcosa che a sua volta risulterà fondamentale per le prossime avventure.

Hai lavorato a "Shadow Of The Monolith" nel medesimo periodo in cui hai realizzato “Wilderness Of Mirrors”?
No, in realtà gran parte delle registrazioni del lavoro con Werner erano già complete nel 2011. Ci siamo concentrati per un periodo entrambi solo su quello, appena prima che iniziassi a lavorare su "The Peregrine". Poi il tutto è rimasto fermo fino a quando non ho incontrato Michalis (Moschoutis, ndr) della Holotype, che si è detto interessato a pubblicarlo: non abbiamo avuto dubbi né esitazioni nello scegliere di far uscire il disco per lui.

Durante la tua carriera, hai pubblicato con un sacco di etichette diverse... Fra queste esperienze, qual è stata per te la migliore? E tu, invece, come gestisci il tuo lavoro con la meravigliosa Room40?
Devo ammettere di aver avuto la grande fortuna di realizzare i miei progetti con tantissime etichette straordinarie. Credo che ciascuna di essa sia stata a modo suo generosa e impeccabile nei miei confronti. Ovviamente, ho avuto anche esperienze negative, per lo meno rispetto alla maniera in cui sono abituato a lavorare: dando, cioè, più importanza al rapporto personale che agli affari. Il lavoro a cui sono interessato non è quello che si consuma in termini di rapporti commerciali, ma che si concentra semmai sull'intesa e sull'unione delle forze con lo scopo di creare la miglior situazione possibile per realizzare ogni progetto. E questa è la maniera con cui lavoro anche con Room40, e credo sinceramente sia il "segreto" che ci ha permesso di mettere la firma su così tanti dischi splendidi. Credo così fortemente negli artisti con cui lavoro da voler essere la miglior "casa" possibile dove i loro lavori possano trovare posto.

Qui in Italia abbiamo parecchi artisti che si stanno avvicinando al mondo dell'ambient music, del drone e dell'elettroacustica, ovvero quelli che sono un po' i tuoi poli creativi. Quali sono i tuoi artisti preferiti al momento, o per lo meno quelli che ti capita più spesso di voler ascoltare?
Questa è bella (ride). Credo che la cosa migliore che io possa fare per risponderti sia incollare qui la mia top 10 di quest'anno, o no?

1. Scott Walker + SunnO))) - Soused
2. Ben Frost - A U R O R A
3. Grouper - Ruins
4. Xiu Xiu - Angel Guts
5. Blank Realm - Grassed Inn
6. Alessandro Cortini - Sonno
7. Deru - 1979
8. Tujiko Noriko - My Ghost Comes Back
9. Earth - Primitive And Deadly
10. Andy Stott - Faith In Strangers
11. Swans - To Be Kind
12. Loscil - Sea Island
13. The Bug - Angels and Devils
14. Einstürzende Neubauten - Lament
15. Black Rain - Dark Pool

Secondo me, “Wilderness Of Mirrors” è un disco perfetto per essere eseguito in una chiesa - il perché credo di avertelo spiegato prima e non sto a ripetermi. Tu che ne pensi? In che posti ti piace suonare di solito?
Mi piacerebbe davvero tanto poter sfruttare l'acustica di una chiesa o di una cattedrale. Ritengo il decadimento una delle qualità più importanti del suono, e una delle più intense su cui lavorare. L'architettura di una chiesa, poi, sarebbe un elemento vitale tanto quanto l'architettura della performance stessa. I primi compositori di musica corale sapevano tutto questo e oggi tutti noi che facciamo musica dovremmo tenere altrettanto a mente questi concetti.

A proposito di live, dove ti trovi in questo momento? Hai in programma un tour specifico per "Wilderness Of Mirrors"?
Ora sono in Portogallo per alcuni concerti, e poi tornerò in Islanda per lavorare a un progetto con Ben Frost. A gennaio sarò di ritorno in Europa per celebrare con alcune date il decenale DI Room40, e mi piacerebbe moltissimo eseguire "Wilderness Of Mirrors" in queste occasioni. Le date per ora confermate sono:
22/1 Praga, Spectaculare Festival (con John Chantler e Heinz Riegler)
23/1 Londra, Café OTO
28/1 Berlin, CTM
29/1 Copenhagen, Jazzhouse
31/1 Basilea, HEK (con John Chantler e Rafael Anton Irisarri)

E per concludere, a quali altri progetti stai lavorando in questo periodo?
Ho appena ricevuto una commissione da parte di una galleria d'arte contemporanea nella mia città natale (Brisbane, ndr) che mi terrà occupato per gran parte dell'anno. Sto lavorando da un po' con Jamie Stewart degli Xiu Xiu a un progetto collaborativo che si chiamerà HEXA. La prima performance di questa nuova creatura sarà ad aprile, e mi piace pensare che riusciremo a pubblicare un disco prima della fine dell'anno. Infine, sto cominciando a lavorare sul prossimo disco solista, che per ora è ancora un cantiere aperto, ma sono quelle prime fasi sempre e comunque divertenti.
Discografia
 

DOGMACHINE
(Aaron Cheak, DonnaMatrix, James Clark, Kraig Wilson, Lawrence English, Mark Fink, Stephen Birt)

  
 

Headwound (EP, Oracle, 1995)

  
 

LAWRENCE ENGLISH

  
 CD & LP
  
 Transit (Cajid Media, 2005)
 Happiness Will Befall (Crónica, 2005)
For Varying Degrees Of Winter (Baskaru, 2007)
Kiri No Oto (Touch, 2008)
 Studies For Stradbroke (Winds Measure, 2008)
A Colour For Autumn (12k, 2009)
 It's Up To Us To Live (ltd, Sirr, 2009)
The Peregrine (LP, Experimedia, 2011)
 And The Lived In + Songs Of The Living (Room40, 2012)
 For/Not For John Cage (Line, 2012)
 Lonely Women's Club (Important, 2013)
Wilderness Of Mirrors (Room40, 2014)
 Viento (LP, Taiga, 2015)
 Approaching Nothing (Baskaru, 2016)
Cruel Optimism (Room40, 2017)
  
 

EP, 12", 7", MiniCD, CD-R, Cassette

  
 map51f9 (MiniCD, Room40, 2002)
 Ghost Town (MiniCD, Room40, 2004)
Liminology (CD-R, Autumn, 2005)
 Sukinkutsu (CD-R, Autumn, 2006)
 For Footprints In The Snow (MP3, Grain Of Sounds' "Sonic Scope Quaterly" series, 2006)
 Japan Tour Cassette (Cassette, Room40, 2009)
 Site-Listening: Birsbane (MiniCD, Room40, 2010)
 Incongrous Harmonies (7", Touch, 2010)
 Live At Cafe OTO (MP3, Free Music Archive, 2011)
Sukinkutsu No Katawara Ni (CD-R, Wind Measure, 2013)
Parting Waves (EP, MP3, Room40, 2014)
  
  
 LAWRENCE ENGLISH & STEPHEN VITIELLO
  
 Acute Inbetweens (Crónica, 2011)
 Fable (Dragon's Eye, 2014)
  
  
 ALTRE COLLABORAZIONI (LAWRENCE ENGLISH)
  
 CD & LP
 Plateau (with Ai Yamamoto, Phono-Statique, 2007)
 Merola Shoulders (with Domenico Sciajno, Phono-Statique, 2007)
 Euphonia (with Tom Hall, Presto!?, 2008)
U (with Tujiko Noriko & John Chantler, Room40, 2008)
 HB (with Francisco López, Baskaru, 2009)
 Big Sit (ltd, split with Guy Webster & Tom Hall, !Metro Arts, 2009)
 A Path Less Travelled (with Minamo, Room40, 2010)
Split (split with Alberto Boccardi, Fratto9 Under The Sky, 2012)
Slow Walkers (with Liz Harris/Grouper as Slow Walkers, Peak Oil, 2013)
 Shadow Of The Monolith (with Werner Dafeldecker, Holotype, 2014)
  
 EP, 12", 7", MiniCD, CD-R, Cassette
 Omsess (ltd, MiniCD-R, with Jason Elliott & John Parker as Ubique Trio, Room40, 2003)
 Anyone Can Play.... Anyone Can Sing.... (EP, MP3, with Ben Frost, Dreamland, 2004)
 LERFAUSNZNWSD12006 / LERFAUSNZNWSD22006 (ltd, 7", split with Richard Francis, Autoprodotto, 2006)
 One Plus One (MiniCD, with Philip Samartzis, Room40, 2006)
 Gradually You Feel The Tide At Your Neck / 9 (ltd, MiniCD-R, split with Jeph Jerman, Compost And Height, 2008)
 Less Artists More Condos #8 (ltd, 7", split with Xiu Xiu, Famous Class' "Less Artists More Condos" series, 2013)
  
  
 I/O
  
 Illectronica EP (ltd, EP, Inventing Zero, 2001)
Calm (Room40, 2002)
A Picturesque View, Ignored (L. English, H. Riegler, T. Patton as I/O3, with Toop & Scanner, Room40, 2002)
  
  
 OBJECT
  
 Pandemic (Quatermass, 2003)
Asobi (Sensory Projects, 2006)
  
  
 HOLY FAMILY
(Lawrence English & John Chantler)
  
 Anoint (ltd, cass, Digitalis, 2010)
 A Rising Tide Of Halos (ltd, cass, Sanity Muffin, 2012)
  
  
 HEXA
(Lawrence English & Jamie Stewart)
  
 Factory Photographs (Room40, 2016)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Lawrence English su OndaRock
Recensioni

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Cruel Optimism

(2017 - Room40)
Il primo album "corale" del sound artist australiano è un atto di protesta in tempi bui

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(2016 - Baskaru)
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Viento

(2015 - Taiga)
Il maestro australiano torna con quaranta minuti dedicati al vento

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Wilderness Of Mirrors

(2014 - Room40)
Una nuova prospettiva di interazione tra impeto e sacralità nell'ultimo lavoro dell'australiano ..

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