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La rivincita del pop

intervista di Giuliano Delli Paoli

L’avevamo lasciata un’estate fa con il tormentone “Alfonso”, degna consacrazione radiofonica di un promettente album d’esordio. A distanza di pochi mesi, la ritroviamo al soldo di una delle più celebri etichette pop italiane, la benemerita e sempreverde Carosello Records, pronta a regalarci l’atteso salto di qualità, tra estenuanti tournee, meritate rivalse professionali e una ritrovata felicità...

Da Manuale Distruzione ad Abbi cura di te: partendo dal titolo di questo tuo secondo disco l’umore e le intenzioni sembrano quasi contrapposte rispetto al recente passato: è un’altra parte di te, magari più ottimista, che vuole uscire fuori o più semplicemente un invito a difendersi dalle proprie debolezze anche attraverso la musica e le tue canzoni?
Io credo che sia una semplice conseguenza. E’ arrivato un momento di crescita e di rivoluzione nella mia vita, quindi ho deciso di non congelarmi più nelle tristezze adolescenziali e tentare di seguire in tutto e per tutto la felicità. E’ la ricerca della felicità dopo tanti anni in cui non riuscivo ad avere un equilibrio tutto mio.

Il successo ottenuto dopo diverse peripezie formative, penso soprattutto all’esperienza vissuta a Leeds, ha un sapore ovviamente diverso, certamente più speciale. Cos’è cambiato in te, come musicista, dall’incontro con Davide Pavanello (e quindi anche i primi concerti di supporto a Max Gazzè), alla recente esibizione del primo maggio? Ti senti cambiata in qualche modo? Come stai vivendo questo momento?
Resto assolutamente la stessa persona di sempre, di quando avevo quattrodici anni, con una maturità in più, sicuramente. L’unica cosa che è cambiata è che riesco a pagare l’affitto con la musica... (ride)

Il passaggio alla Carosello segna un secondo passo in alto importante della tua carriera. Sotto il profilo strettamente produttivo sei stata seguita e sorretta comunque dalla stessa squadra di lavoro Inri. Eppure, in "Abbi cura di te" è intuibile fin dai primi brani un arricchimento considerevole del sound globale. L’introspezione dei testi resta, ma è cullata da arrangiamenti decisamente più ariosi, di certo più vari sotto il piano ritmico. Tutto è semplicemente migliorato con l’esperienza acquisita, o hai sentito di premere per davvero l’acceleratore solo adesso?
La risposta è molto semplice: "Manuale Distruzione" l’ho pagato io. Adesso invece ho avuto l’opportunità di lavorare con grandi professionisti. Dietro questo lavoro c’è un team molto più forte. Nel momento in cui si potevano chiamare gli Gnu Quartet a suonare gli archi, li abbiamo chiamati. Non è che non avessimo voglia di sognare in passato, più semplicemente non potevamo farlo più di tanto, ecco.

A proposito di Sanremo e della tua voglia di salire sul palco dell’Ariston (la tua presenza spero arrivi quanto prima perché checché se ne dica Sanremo è sempre Sanremo), mentre scrivevi la "Rivincita dei buoni" hai immaginato proprio quel tipo di ambiente? Mi sembra un brano perfetto per la tradizione melodica sanremese…
Sì, è assolutamente sanremese. Ricorda l’atmosfera degli anni Sessanta/Settanta che non ritroveremo più a Sanremo. Quindi sono andata a scavare nella nostra cultura musicale meno recente.

Il brano "Caruso Pascoski" è un omaggio al film di Francesco Nuti "Caruso Pascoski di padre polacco"? Com’è nata questa canzone?
Palesemente sì. E’ nata perché è uno dei miei film preferiti, perché ho un ricordo fortissimo di me e mio padre davanti alla televisione a guardare questo film. E’ nata perché io amo Francesco Nuti alla follia e perché è totalmente collegata al concetto del disco. Nel senso che Caruso rincorre l’amore, lo perde e se lo riprende. Quindi è un messaggio d’amore molto forte e molto positivo.

In "Pose plastiche" chiosi “Non se ne può più del vostro ego”, scaraventandoti un po’ verso l’odierna tendenza globale di immortalarsi sempre e comunque, finendo così nel perdere di fatto una certa naturalezza, una propria sincerità estetica. Tutto questo è ovviamente amplificato dalla rete, dai social, etc.. Che rapporto hai con il web e come giustifichi e interpreti questa sorta di egocentrismo virtuale collettivo?
In realtà con quella frase lì mi riferivo un po’ a quei personaggi che nonostante abbiano fatto il loro corso, sono così tanto pieni d’ego che vogliono rimanere con le unghie e con i denti ancorati a delle posizioni che non possono più permettersi. Certamente, il web amplifica questo genere di situazioni. Una volta certe situazioni, certe feste, certi contesti erano abbastanza limitati e nascosti, oggi tramite i social possiamo assistere in prima persona a queste amplificazioni.

Palagonia e Torino sono due dimensioni diversissime. La prima incarna la tua terra, le tue origini, mentre la seconda è stata un po’ la tua città d’adozione. Dentro di te, cosa conservi con maggior cura dell’una e dell’altra?
Penso che in realtà sono una cosa sola. Catania e Torino si somigliano tantissimo, per quanto possa sembrare strano. Certo non è il modo di viverle e nell’estetica, però per due fattori principali si somigliano. Sono due città ricchissime, piene di vita, passione e tantissima cultura. E poi sono tutte e due città del Sud. Nonostante Torino sia al Nord, è piena di terroni come me (ride...). Io sono l’esempio lampante di quella comunità che vive a Torino e mangia gli arancini.

In "Ciao per sempre" saltano fuori archi ariosi e in bella mostra e una sezione ritmica più pulsante. Mentre le parole trasudano disincanto e una dovuta leggerezza ai vari addii che la vita ci impone. Com’è nato questo meraviglioso incastro/contrasto tra parole e musica?
E’ stato facile riuscire a parlare di leggerezza e di un addio, perché in realtà questo brano non tratta di me. E’ la storia d’amore di un’amica, alla quale ho voluto - diciamo - contribuire anch’io in modo molto leggero rispetto a quanto poi non faccio nella realtà. E quindi “ciao per sempre” quasi un arrivederci, ma c’è questo “per sempre” che in fondo chiude la porta a chiave. Il contrasto è tipico della mia musica. Anche in "Alfonso" quando gridavo “che vita di merda”, lo facevo con un sorriso, con questa vocina molto tenera che sembravo una schizofrenica. E poi è quello che sono, musicalmente sono schizofrenica, scrivo delle cose molto profonde e poi te le faccio passare in maniera molto leggera. E’ una caratteristica talmente mia che non mi abbandonerà mai.

In "Finché morte non ci separi" canti con tua madre. Quando hai deciso di portarla con te in studio? Che emozione hai provato?
Stavo tornando a Torino, ero in autostrada, mentre pensavo a questo disco, era l’estate scorsa, mentre pensavo a "Fin che morte non ci separi", mi sono chiesta “sarebbe bello far cantare anche mia madre”, poi pensavo: oddio ce la farà mai, riuscirà a interpretare, a cantare bene, è la prima volta che entrerà in studio etc. Invece è stata perfetta. Ci ha mandato a casa a tutti quanti. E’ stato molto emozionante. Si è emozionata tantissimo. Superato l’impatto iniziale, è andata avanti come un treno. Quasi non voleva andarsene più... (ride)

Pur svariando maggiormente tra un’emozione e l’altra, l’amore e i suoi percorsi dominano sovrani un po’ in tutto il disco. Penso soprattutto alla canzone che dà il titolo all’album. Secondo te, per una donna fino a che punto è lecito rischiare tutto per amore?
Onestamente un uomo solo è un uomo finito. L’amore è necessario che ci sia. E’ lecito rischiare nel rispetto di se stessi e degli altri. Il prezzo della felicità ha un limite. Nel momento in cui offendi e distruggi qualcun altro diventa ben altro, egoismo e così via.

La tua scorsa tournée è stata intensissima e hai raccolto un enorme e meritato successo. Sei arrivata fino a Los Angeles e New York. Cosa raccogli da questo primo tuo lungo viaggio nel mondo della musica? Cosa dobbiamo aspettarci dal nuovo tour? 
Ho imparato tantissimo e ho incontrato tantissime persone che mi hanno insegnato anche cose piccole ma fondamentali. Sicuramente raccolgo ancora l’umiltà. Nel senso che salgo sul palco guardandomi sempre i piedi e ricordandomi da dove arrivo, e quello che ho fatto per arrivare fino a lì. L’esperienza americana mi ha insegnato che si può sempre fare di più, ti confronti con tanti mostri, gente che sale sul palco e spacca i culi. Quest’estate arriverà tantissima grinta perché questo disco è pieno di musica elettronica e ve ne accorgerete...



Discografia
 Manuale Distruzione (Inri, 2014)6,5
Abbi cura di te (Carosello, 2015) 6,5
 Nel Caos di Stanze Stupefacenti (Carosello, 2017)5,5
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