Little Steven

Little Steven

Keep on rockiní in the crazy world

intervista di Claudio Fabretti
“Questa è la più grande band con cui abbia suonato, siamo in tour da oltre un anno e ci divertiamo da matti”. Sfodera il suo ghigno entusiasta da eterno ragazzino, Steven Van Zandt, per gli amici Little Steven, che incontriamo in occasione della sua esibizione a Roma, a Villa Ada, insieme ai Disciples of Soul. Si presenta all’appuntamento in un noto hotel di Via Veneto con bandana d'ordinanza in testa, infradito e variopinto camicione indosso, dal quale spunta un tripudio di collane, anelli e braccialetti. Ed è sempre un vulcano in ebollizione, che travolge tutti gli argomenti toccati, dal suo ultimo album solista all’amicizia con Springsteen, dalla partecipazione alla serie-tv “I Soprano” all’America folle di Donald Trump.

Little StevenChe tipo di tour stai proponendo insieme ai Disciples of Soul?
Un ritorno alle radici, con quel mix di rock e soul che suonavamo già nel New Jersey negli anni 70, quando collaboravo con Southside Johnny & The Asbury Jukes, ed è sempre stato un mio marchio di fabbrica. Era anche il suono del mio primo album solista, poi ho cambiato rotta. Ma in questo tour proponiamo anche molto altro: blues, hard-rock, folk-rock, salsa, musica da cinema alla Ennio Morricone, blaxploitation... Alterno miei pezzi a diverse cover, anche per me insolite, come quelle di brani di James Brown, Etta James e tanti altri. È una bella sfida per me cimentarmi con brani altrui e dare loro una veste completamente nuova.

Un fuoco che si è riacceso con “Soulfire”, il disco con cui sei tornato sulle scene nel 2017...
Sì, “Soulfire” mi ha rimesso in moto. Ero un po' intimorito, dopo tanti anni in cui non avevo composto nulla. Ma ho ritrovato una grande carica e mi sono detto che se questo suono funzionava sul disco, poteva avere un'ottima resa anche dal vivo. Ma per riuscirci ho dovuto davvero trovare i migliori musicisti in circolazione: c’erano parti di archi, parti di fiati, parti vocali… serviva la cura di ogni dettaglio. Abbiamo anche il vantaggio di suonare insieme da oltre un anno: un risultato difficile da raggiungere oggi, che ti permette di trovare sempre un affiatamento maggiore.

Hai al tuo attivo tante battaglie politiche, come quella di Artists United Against Apartheid, che partorì anche la celebre “Sun City” e mise insieme personaggi come Miles Davis, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Pat Benatar, Lou Reed, Peter Gabriel, Bobby Womack, Jackson Browne, U2, Keith Richards, Hall & Oates, Gil Scott-Heron e tanti altri. Per la politica hai lasciato anche la E Street Band per un periodo. È ancora al centro della tua vita?
Certamente. Ho sempre voluto politicizzare tutto e tutti. Oggi però la situazione è molto cambiata. Negli Stati Uniti l'arte è ormai considerata un lusso, è forse l’unico posto al mondo in cui questo avviene. Così oggi vedo la musica più come un rifugio dalle follie della politica, qualcosa che riesce a fare ordine in mezzo al caos.

Prima invece qual era il suo ruolo?
Negli anni 80, ad esempio, c'era Ronald Reagan, questa specie di nonno cowboy: tutti lo amavano, ma intanto la sua amministrazione faceva cose terribili, lavorando nell'ombra. E c'era bisogno di tirare fuori tutto il marcio, di portarlo alla luce e raccontarlo al pubblico attraverso le canzoni.

E oggi non ci sono più segreti...
Fanno tutto alla luce del sole e ne sono contenti. Trovano normale prendere duemila bambini e separarli dai genitori. E a loro non importa nulla, cercano solo un deterrente per fermare l'immigrazione. E funziona, credetemi. Tragicamente, è così. Ma che razza di bizzarro, folle e immorale strumento per respingere gli immigrati può essere quello di rubare i loro figli?

Little StevenCom'è stato possibile l'avvento di Donald Trump alla Casa Bianca?
Per me non è neanche lui il problema. Lui è un simbolo, una distrazione. Il problema è il Partito Repubblicano. Era il partito di mio padre, un ex-marine, un conservatore alla Barry Goldwater. E lui non riconoscerebbe il Partito Repubblicano di oggi. Nemmeno Reagan lo riconoscerebbe. Sono completamente folli: a loro non importa della Costituzione, dell'essere americani, dell'uguaglianza di diritti, per le donne, per i gay. Purtroppo, questo sistema che abbiamo, basato sulla competizione tra due partiti, trasforma tutto in un campionato, dove ci sono solo i fan delle due squadre e nessuno che guarda a quali politiche stanno portando avanti.

Eppure all’inizio i Repubblicani hanno osteggiato Trump in ogni modo…
Vero, però adesso sono al 100% con lui.

Come si combatte la paura che alimenta questa intolleranza?
Verrebbe da dire che anzitutto bisogna registrarsi e votare: è tutto quello che puoi fare. Ma, in generale, bisogna discutere, approfondire i problemi. Non puoi gestire un milione di immigrati, ormai, è troppo tardi. Devi prevenire il problema, fermando in tempo i conflitti che sono all'origine dell'esodo. E poi bisogna lavorare attivamente all’integrazione di queste persone nella nostra società. Ma la politica continua a pensare a tutto tranne questo.

Anche Barack Obama, quindi, ha fallito?
Lui e Bill Clinton sono due persone molto intelligenti, due dei migliori oratori che abbiamo avuto dai tempi di John Fitzgerald Kennedy. Eppure non sono riusciti a far capire agli americani che chiudersi nei nostri confini non serve a nulla, che la globalizzazione può fare solo bene a tutti. E quando i buoni non fanno bene il loro lavoro, scendono in campo i cattivi. La storia è sempre questa.

La tentazione di ricostruire muri e frontiere è molto forte anche in Europa...
Già, e la Brexit è un altro disastro, una follia. Il progresso che abbiamo realizzato si è manifestato attraverso l’Unione europea, attraverso trattati internazionali come Nafta e Tpp, attraverso l’abbattimento del Muro di Berlino. Di questo passo, lasceremo governare il mondo a nazioni fuori controllo come la Cina, oppure la Russia, che nel ventunesimo secolo si mette a invadere un altro paese (l'Ucraina, ndr). What the fuck!

Purtroppo anche in Italia le posizioni nazionaliste sono molto in voga. A proposito, che rapporto hai con il paese dei tuoi nonni?
Sempre ottimo, è stato magnifico ad esempio suonare davanti a centomila persone al Circo Massimo con la E Street Band, sembrava che il tempo si fosse fermato. Però le mie radici sono abbastanza lontane. E poi la comunità italoamericana, a dire il vero, è molto diversa dagli italiani. Pensano ad esempio che si debba mettere sempre l’aglio nella pasta (ridiamo). A parte gli scherzi, la comunità italiana è una parte molto importante della società americana.

Tornando alla musica: 50 anni insieme a Bruce Springsteen...
Ssssss... diciamolo piano, per favore!

Meglio di un matrimonio: qual è il vostro segreto?
Ci piacciamo. Bruce è l'unica persona che abbia conosciuto ad avere lo stesso mio modo di concepire il rock'n'roll. Siamo simili nel modo di lavorare, nell'etica, nei gusti. Per noi non era show business, non era un lavoro per fare soldi, non era un hobby. Era tutto, era un sogno.

Little Steven - Bruce SpringsteenChe cos'era la scena musicale degli anni 60-70, quando vi siete conosciuti?
Era il selvaggio west: pieno di freak, di pazzi rinnegati, di discografici senza scrupoli, pronti a fare soldi in fretta. Ad esempio, sfruttando la Beatlemania facendo un film in due mesi come “A Hard Days Night”. Non c'era un'idea di longevità, di prospettiva. La mentalità era prendi i soldi e scappa. Anche i musicisti degli anni 50, quei grandi geni del rock’n’roll all’inizio erano solo dei simpatici ragazzi che non sapevano bene in quale contesto si stessero muovendo, era tutto nuovo, tutto in evoluzione, e solo nel decennio successivo si è capita la loro importanza. Negli anni 70, invece, era tutto più strutturato, c’erano basi più solide per l’industria musicale. Ma la fortuna mia e di Bruce è che abbiamo sempre messo la nostra amicizia davanti a tutto. Avevamo questo sogno in comune, l’abbiamo realizzato insieme. E basta che mi chiami al telefono, e sono sempre pronto a partire con lui per qualche nuovo progetto.

Ha anche qualche difetto, Springsteen?
Scrive troppe belle canzoni. Non sopporto questa sua prolificità, lo invidio! E poi è uno che ha avuto sempre la fortuna di fare solo il musicista. Scherzando con lui gli ho detto: “Ora che devi fare gli show a Broadway 5 giorni su 7, finalmente capirai cosa significa lavorare!”.

Da grande fan dei Lone Justice - band decisamente dimenticata oggi, purtroppo - ho l’occasione di chiederti come fu lavorare con loro e con Maria McKee. Per me resta una straordinaria cantante, spero che negli Stati Uniti la ricordino ancora...
Sì, ricordo quell’esperienza negli anni 80. Il mio amico Jimmy Iovine stava producendo questo nuovo gruppo, i Lone Justice, ed era in difficoltà per il loro secondo album (“Shelter”, 1986, ndr), aveva bisogno di altre canzoni, così sono venuto a dargli una mano, ho scritto 2-3 pezzi. Loro erano bravi, e Maria in particolare, aveva questo timbro un po’ alla Stevie Nicks, altra cantante con cui Jimmy ha lavorato. Però credo che abbia sbagliato a lasciare la band, è stato un grave errore. È un principio che per me vale sempre: se hai una grande band, non puoi darlo per scontato, devi sempre pensare che difficilmente da solo sarai in grado di ottenere quello che riesci a fare con loro.

Van Zandt con Gandolfini nei SopranoMolti ovviamente ti ricordano anche nei panni di Silvio Dante nella serie-tv “I Soprano”. Com'è nata la tua carriera di attore?
Non è stata una mia idea, anzi, a dire il vero non immaginavo nemmeno che sarei potuto diventare un attore. Mi chiamò David Chase, il creatore della serie. Io non avevo mai recitato, ma lui era convinto delle mie possibilità. “David, non sono un attore”, cercai di spiegarli. “Sì che lo sei, vedrai”, mi rispose. All’epoca non avevo niente da fare e decisi di accettare la scommessa. E ho avuto la fortuna di avere accanto a me la migliore scuola di recitazione possibile. Sul set andavo dietro a James Gandolfini e gli altri straordinari attori del cast: non c’era bisogno neanche di parlare, bastava seguirli.

Un tuo ricordo di Gandolfini, attore immenso che ci manca molto…
Lui era il boss anche sul set, era il capofamiglia di tutti noi, quasi un regista aggiunto. Una persona di grande umanità. Sul set mi ha sempre trattato con rispetto, come se fossi un suo collega che recitava da una vita. Invece ero solo un chitarrista-aspirante attore.

Poi ci hai preso gusto e hai ripetuto la parte del gangster nella serie “Lilyhammer”.
Sì, una serie che ho scritto e prodotto, oltre a recitarvi e a comporne le musiche. Tre stagioni per 24 puntate complessive: non male, anche se speravo andasse più avanti. È una buffa storia di gangster, ma ambientata in Norvegia, un paese in cui al crimine non pensa nessuno, al punto che la gente lascia aperte anche le porte di casa. È anche questo aspetto divertente che mi ha attirato, oltre alla possibilità di lavorare alla produzione del progetto.

È ancora in piedi, invece, l'ipotesi di un film sui Soprano?
Credo di sì, ma non sono stato mai coinvolto nel progetto, perché è un prequel, ambientato 20-30 anni prima. Serviva uno più giovane: anche con la chirurgia estetica non sarei riuscito ad avere la parte!

(9 settembre 2018)

(Versione estesa di un'intervista pubblicata sul quotidiano Leggo)

Discografia
 LITTLE STEVEN 
   
 Men Without Women (1982) 
 Voice Of America (1984) 
 Freedom - No Compromise (1987) 
 Revolution (1989) 
 Greatest Hits (1999) 
 Born Again Savage (1999) 
 Lilyhammer: The Score (2014) 
 Soulfire (2017) 
 Soulfire Live! (2018) 
   
 BRUCE SPRINGSTEEN 
   
Born To Run (Columbia, 1975)

8,5

Darkness On The Edge Of Town (Columbia, 1978)

7

The River (Columbia, 1980)

9

 Born In The Usa (Columbia, 1984)

7

Live 1975-1985 (live, Columbia, 1986)

7

 Greatest Hits (anthology, Columbia, 1995)

 

Tracks (anthology, Columbia, 1998)

 

 18 Tracks (anthology, Columbia, 1998)

 

 Live In New York City (live, Columbia, 2001)

6,5

 The Rising (Columbia, 2002)

6

 The Essential Bruce Springsteen (anthology, Columbia, 2003)

 

 Devils & Dust (Columbia, 2005)

6

 We Shall Overcome - The Seeger Sessions (Columbia, 2006)

7

 Hammersmith Odeon, London 1975 (Columbia, 2006) 
8
 Magic (Columbia, 2007)

5

 Live In Dublin (Columbia, 2007)

5

 Working On A Dream (Columbia, 2009)

5

 The Promise (Columbia, 2010)

7,5

 Wrecking Ball (Columbia, 2012) 

6

 High Hopes (Columbia, 2014)

5

   
  SOUTHSIDE JOHNNY & THE ASBURY JUKES 
   
 I Don't Want To Go Home (1976)  
 Live At The Bottom Line (1976)  
 This Time It's for Real (1977)  
 Hearts Of Stone (1978)  
 Havin' A Party (1979)  
 Better Days (1991)  
 Jukebox (2007)  
   
 ARTISTS UNITED AGAINST APARTHEID  
   
 Sun City (1985)  
pietra miliare di OndaRock
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