Lucius

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Esperienze e duro lavoro

intervista di Stefano Ferreri e Stefano Bartolotta
I Lucius suoneranno domenica 2 novembre al Magnolia di Milano per la prima volta in Italia. l'occasione era propizia per mandarere alla band un po' di domande via mail. Ci ha risposto Holly Laessig e dalle sue risposte si evince come la band sia alla costante ricerca del miglioramento tramite l'esperienza e il lavoro incessante.

Nel vostro paese siete stati talvolta descritti come “una versione aggiornata del classico pop girl group, stile Supremes”, ma secondo noi queste sono descrizioni pigre. Pensate che sia corretto includervi in un contesto puramente revivalista o siete d’accordo con noi sul fatto che ci sia di più nella vostra musica?
Ovviamente riteniamo di avere qualcosa di più da offrire rispetto a ciò che già esiste, altrimenti non faremmo quello che stiamo facendo. Non ci possiamo ritenere offesi da descrizioni così brevi, soprattutto da questo punto di vista, perché la verità è che per la maggior parte delle volte è l’indicazione di un riferimento ad attirare ascoltatori. Penso che poi quando le persone ascoltano direttamente possano farsi un’idea più precisa. E poi non so, le Supremes non è certo un brutto paragone!

Nello specifico, riteniamo che nella vostra musica ci sia un'ispirazione da quel tipo di band, ma ci piace il modo in cui la rivitalizzate, il modo in cui lo fate è uno dei motivi principali che rende bella la vostra musica. Siete d’accordo? Ci sono altre influenze che vi hanno ispirato?
Quel periodo ha certamente influenzato le nostre melodie e il nostro stile, ma siamo continuamente ispirati da ogni tipo di periodo, posto, persona, situazione e cosa. Noi cinque veniamo tutti da mondi musicali e artistici diversi e siamo stati in grado di far sì che ognuno esplorasse quelli degli altri. Ciò crea un’abbondanza di idee su cui lavorare.

Solo recentemente “Wildewoman” viene distribuito anche dal nostro lato dell’Oceano Atlantico, e recentemente abbiamo anche scoperto che avevate già pubblicato un disco, cinque anni fa, dal titolo “Songs From The Bromley House”. Cosa ci siamo persi? C’è una possibilità che prima o poi anche quel disco venga distribuito qui?
“Songs From The Bromley House”, nonostante la presenza dello stesso nome, faceva parte di un progetto diverso. “Wildewoman” è il disco di debutto dei Lucius per come li conosciamo ora.

Troviamo “Wildewoman” un disco bellissimo, quindi doveva essere accoppiato con una copertina bellissima. Secondo noi, la misssione è stata compiuta con quel quadro di Evelyne Axell. Come l’avete scelto?
Ci siamo imbattuti nel quadro grazie alla nostra amica Tika Buchanan che ha lavorato con noi come disegnatrice grafica. Ha grande occhio e ci ha mostrato una serie di lavori nei quali si era imbattuta e che includeva quello. Ci ha colpito più degli altri grazie alla sua sfrontata intensità e abbiamo capito che era lui. Così abbiamo contattato il figlio dell’autrice, che è stato più che disponibile, è stato davvero gentile e voleva proprio che lo usassimo.

Recentemente è stata pubblicata una versione deluxe di “Wildewoman”. Cosa potete dirci di essa? C’è qualche bonus track che consigliate particolarmente?
È una compilation di sessioni live, cover e versioni alternative che abbiamo realizzato nel bel mezzo del nostro intenso tour. Siamo molto contenti di condividerla e non saprei quale traccia suggerire in particolare, perché su questo cambio idea troppo spesso. Abbiamo comunque scelto tute le tracce con molta attenzione, quandi speriamo che piacciano tutte.

Abbiamo letto che avete collaborato con i San Fermin, i Rentals e, più recentemente, Tweedy. Vi sono piaciute queste collaborazioni?
Assolutamente! Adoriamo fare collaborazioni e non potremmo dire nulla di male su nessuna di queste esperienze. Questi nomi che avete menzionato sono tutti diventati delle nostre ispirazioni come arrangiatori, performer e autori. Diamo molto valore a tutte queste opportunità.

Cosa vi ha fatto scegliere il nome Lucius per la band?
Era il nome del bulldog inglese di Jess, purtroppo ora ci ha lasciati.

Io (Stefano Bartolotta) vi ho visti all’end Of The Road Festival lo scorso settembre. Sono rimasto particolarmente impressionato da quante impostazioni diverse avevate sul palco: alcune canzoni erano suonate con quattro diverse percussioni, altre erano basate sulle chitarre, oppure sulle tastiere, oppure ancora erano acustiche. Questo rispecchia ciò che avete fatto in studio per realizzare l’album o avviene solo sul palco?
Il disco è stato realizzato con una serie di costruzioni sperimentali, dal basso verso l’alto, ri-registrando, ri-arrangiando, facendo overdubbing, non c’erano piani precisi. Da quell’esperienza e continuando a suonare dal vivo, abbiamo capito come ricreare live il disco. Ora abbiamo le impostazioni stabilite (nonostante le regole siano sempre fatte per essere rotte), e sono curiosa di vedere come incideranno sulla realizzazione del prossimo disco.

Quel concerto è stato suonato all’aperto su un palco grande in un pomeriggio di sole pieno; ora invece immagino che suonerete al chiuso in posti piccoli. Pensate che la vostra musica dal vivo abbia la stessa forza in entrambe le situazioni, o ne preferite una rispetto all’altra?
Non c’è preferenza, ma c’è certamente una differenza. I festival sono divertenti perché sono all’aperto e perché incontri altri musicisti – anche se talvolta molto brevemente – e ti senti quindi parte di una comunità, però sei lontano dal pubblico e non ci sono necessariamente i tuoi fan, quindi c’è un po’ di disconnessione col pubblico. I piccoli club al chiuso sono spesso il contesto migliore perché sei faccia a faccia con i tuoi fan che si agitano e senti quindi il riscontro immediato.

Come sta andando il vostro tour europeo? Quanto siete contenti di venire in Italia? Siete già stati da noi?
Sta andando tutto molto veloce e non vediamo davvero l’ora di venire in Italia, sarà la nostra prima volta. Continuiamo a immaginarci tutto il buon cibo di cui godremo.

Immaginiamo che il 2014 sia stato molto intenso per voi, ma anche molto soddisfacente. State già lavorando al prossimo disco o alla fine del tour vi prenderete un po’ di vacanza?
Stiamo già lavorando al prossimo disco e abbiamo in programma di continuare anche dopo la fine del tour, fin quando non inizieremo a registrare. Un po’ di vacanza? Cosa sarebbe?

Siete senz’altro molto più conosciuti da quando è stato pubblicato “Wildewoman” rispetto a prima. Volete suggerirci altre band al momento sconosciute ma che meriterebbero anche loro una maggiore notorietà?
Abbiamo tanti amici che se lo meriterebbero. Per dirne solo alcuni, You Won't, Elaphant, Lapland, the Happy Hollows, Pearl & The Beard.
Discografia
 Songs From The Bromley House (2009, autoprodotto) 
Wildewoman (2014, PIAS) 
Good Grief (Play It Again Sam, 2016) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Turn It Around
(da Wildewoman, 2014)

Tempest
(da Wildewoman, 2014)

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