Marisa Terzi

Marisa Terzi

Canzoni della malinconia

intervista di Giuliano Delli Paoli

Dopo cinquant’anni di silenzio, Marisa Terzi ha deciso di donare al mondo le sue canzoni perdute. Brani scritti nei lontani anni 70 e custoditi gelosamente nel proprio cassetto prima dell’incontro con Jacopo Leone e l’etichetta Frittflacc. La Terzi è tra le più grandi cantautrici e poetesse nascoste della storia del nostro paese; prima di “abbandonare” la musica, dedicandosi così soltanto alla poesia e alla narrativa, è stata un vero e proprio faro della nostra canzone. Nel 1963 ha partecipato al Burlamacco d'oro con il brano “Federico“, una delle prime canzoni italiane arrangiate a bossa nova, e inclusa nel suo primo e unico album “In ricordo di una serata indimenticabile”, contenente, tra l’altro, anche alcune cover di brani stranieri con testo italiano scritti da lei insieme a tre canzoni destinate a diventare dei classici della musica leggera italiana: “E se domani”, “Mi sono innamorata di te” e “Roma nun fa' la stupida stasera”. Innumerevoli i brani presentati al Festival di Sanremo e donati ad artisti del calibro di Orietta Berti, Peppino Gagliardi, Armando Savini, così come le canzoni scritte dalla Terzi e interpretate nel corso degli anni dai vari Renzo Arbore, Mina, Joe Sentieri, Salvatore Vinciguerra, Tony Dallara, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, Iva Zanicchi, Bruno Martino, Fred Bongusto, Peppino Gagliardi, Rosanna Fratello, Piero, Gilbert Becaud. Ma è soprattutto il rapporto d’amore grande e tormentato con il celebre compositore e produttore discografico Carlo Alberto Rossi, poi diventato suo marito, a segnare profondamente la sua vita e la propria scrittura. L’abbiamo raggiunta per un’intervista esclusiva, nella quale si racconta con l’eleganza senza tempo che la contraddistingue da sempre, tra successi mai festeggiati fino in fondo, tristi addii, improvvise fughe a casa dei Brera, ritrovate passioni, e l’amore incondizionato per la musica jazz e, dulcis in fundo, la poesia, vettore supremo della propria infinita malinconia.

All’interno dello splendido cofanetto del disco, ai piedi del dipinto “Cerere” di Giovanni La Cognata, campeggia una poesia: “La malinconia colse di sorpresa i miei occhi, i pensieri tristi, le amarezze, le speranze, le illusioni”. Ascoltando le canzoni del disco la stessa malinconia/melanconia funge come linfa vitale dell’opera. Qual è il suo rapporto con la malinconia?
E’ una sottile venatura del mio carattere che non mi abbandona mai, al contrario mi fa sentire meno sola. Il rapporto con la malinconia, che per disposizione d’animo tende a un temperamento triste, campeggia in una breve poesia che non avrei mai voluto scrivere: “Ti ho detto basta quando il meglio di te dovevo inventarlo io. E mi colse di sorpresa mentre i miei occhi diventarono lucidi tanto che non poteron vederti”.

Un sogno lungo vent’anni, ben tre per realizzarlo: com’è nato questo disco e perché?
Il disco è nato per caso mentre Jacopo aspettava me e io aspettavo lui. Avevo 50 anni e poco più e Jacopo era a Milano per laurearsi in Architettura e io stavo per separarmi da Alberto, che sposai il 6 maggio del 1977 a Milano, nella cappella di Don Paolo Liggeri, ma io avrei preferito il giorno 7 per scaramanzia, infatti dopo trentanove anni di convivenza accettai la separazione consensuale. Carlo Alberto era vedovo con due figli già grandi e per arrivare al divorzio che lui voleva trascorsero sedici anni. Nel frattempo cercai una camera in affitto e per fortuna trovai alloggio da una mia amica, moglie del famoso giornalista sportivo Gianni Brera. Dopo pochi mesi, Gianni morì in un incidente stradale. I figli dei Brera vivevano poco lontano; Rina era rimasta sola, così mi fermai da lei per un paio di anni. Più tardi trovai un appartamento in affitto per qualche anno ancora, ma diversi miei cari amici erano già morti, morì anche mia madre a Chiavari dove andavano da anni con mio padre per due mesi in inverno. Due anni dopo morì lo zio dottore fratello di mia madre, medico condotto a Berceto; un anno dopo toccò a mio padre e io rimasi sola a Milano; decisi quindi di tornare a Berceto dove ero nata. Io non guidavo, così comprai un appartamentino nel cuore del paese che arredai con tanto amore perché non mi restava altro e per fortuna ero molto casalinga. Una sera Jacopo mi sentì cantare e si ricordò le parole di una canzone dal titolo: “La vacanza è finita”; così mi contattò subito, ma io tardai più di un mese a rispondergli. Jacopo viveva a Catania, ma quando mi decisi a telefonargli, lo chiamai sul cellulare e mi rispose da Parigi, dove viveva per qualche mese all’anno. Mi presentai dicendo: “Sono Marisa Terzi, la signora che canta le canzoni della Malinconia”. Ci fu un lungo silenzio, poi ci accordammo per incontrarci a Berceto. Era autunno, ma non ancora freddo. Accesi il camino e Jacopo per fortuna aveva una giacca di cotone, ma riuscì ugualmente a prendersi un forte raffreddore. Berceto è un piccolo paese vicino al Passo della Cisa, a circa dodici chilometri. Durante la cena con cappelletti in brodo alla Bolognese, il lesso con varie carni e salsine, mi accorsi di aver fatto la classica cena di Natale, ma si crepava dal caldo, così senza dire niente andai ad aprire tutte le finestre della casa, alle ore due di notte eravamo ancora a tavola: mi alzai in fretta, chiamai l’ascensore e accompagnai Jacopo al Room and Breakfast a pochi passi da casa mia. La mattina seguente andai all’albergo, alle 10 stava facendo colazione e io lo aspettai per fargli visitare il nostro Duomo, poi un taxi lo portò a Milano. Aspettai molto prima di rispondere alla splendida lettera che mi aveva scritto. Ero incerta se affrontare un’avventura così particolare per la mia età e dopo cinquant'anni che non cantavo più. Io sono sempre stata timida, così decisi di fare solo il disco.

Lei ha attraversato cinque decadi della musica italiana, defilandosi a un certo punto della sua vita dalle scene. Suo marito, Carlo Alberto Rossi, è stato il più importante compositore, editore e produttore discografico italiano, nonché arrangiatore di molte delle sue canzoni. Come mai decise di abbandonare tutto, dedicandosi solamente alla parola e alla scrittura? Com’era il rapporto artistico con suo marito?
Alberto aveva tre sale di incisione all’ultimo grido. Arrivavano molti dall’estero e io ho scritto tanti testi di canzoni per italiani e stranieri. Non c’erano ancora i cantautori e io fui tra le prime autrici di allora. La sala di incisione era il mio habitat ideale, come lo era cucinare e ho sempre avuto la passione della cucina, da brava parmigiana e figlia di una bolognese. Mio marito era compositore, editore e produttore discografico, ma non era arrangiatore. Abbandonai le scene per non entrare in competizione artistica con lui che, in quanto romagnolo doc, era molto geloso delle sue musiche, ma io lo ero altrettanto, quindi pagando decisi di incidere in altre sale che conoscevo sia a Milano che in altre città e tutto sembrava risolto, ma non fu così: arrivò la separazione consensuale e dopo sedici anni anche l’annuncio del divorzio.

Ci racconti dei suoi esordi musicali…
Nel 1963 partecipai al Burlamacco d’oro, manifestazione carnevalesca a Viareggio dove cantai “Federico”, una delle prime canzoni italiane arrangiate a bossa nova da Renato Sellani e il suo trio e siccome scelsi io i brani, cantai anche “E se domani”, “Mi sono innamorata di te” e “Roma non fa’ la stupida stasera”, tre colonne portanti della canzone italiana d’autore. Quello fu il mio unico Lp che andò anche all’estero: “In ricordo di una serata indimenticabile”.

Molte sue canzoni sono state presentate al Festival di Sanremo in varie edizioni, che ricordi ha di quel periodo?
Sì, diverse miei canzoni andarono a Sanremo: “Se tu non fossi qui” nel 1966 per l’interpretazione di Peppino Gagliardi e Pat Boone, successivamente cantata anche da Mina. “Quando vedrò” nel 1967, cantata da Los Marcellos Ferial e The Happenings. “Tu che non sorridi mai” nel 1968, interpretata da Pier Giorgio Farina e Orietta Berti. “Che vale per me” nel 1969, per l’interpretazione di Hearta Kitt e Gagliardi. “Non c’è che lei” nel 1970, per l’interpretazione di Sonia e Armando Savini, poi Tom Jones, nel disco “This is Tom Jones” e portata in tutto il mondo; eppure a noi compositori non arrivò una lira. Avremmo potuto fare causa, ma era già più che sufficiente la nostra. Vivevo il Festival dietro le quinte, con l’accettazione e con spirito di benevolenza verso mio marito.

Altri brani scritti da lei sono stati interpretati da Joe Sentieri, Rossano, Salvatore Vinciguerra, Tony Dallara, Nilla Pizzi, Luciano Tajoli, Iva Zanicchi, Bruno Martino, Fred Bongusto, Rosanna Fratello, Piero, Gilbert Becaud, Renzo Arbore e Mina; quest'ultima nel 1985 ha anche inciso una canzone di cui lei ha composto sia il testo che la musica: "You Are My Love". Potrebbe raccontarci qualche aneddoto relativo a queste sue svariate collaborazioni? Tra questi chi è il musicista a cui si sente maggiormente legata sul piano artistico? Cosa pensa di Mina e di questa sua terza giovinezza al fianco di Celentano o come testimonial di brand come la Tim?
Il musicista che io conosco più di tutti gli altri è Victor Bacchetta, al quale sono molto legata perché ha fatto tutti i primi provini dei brani che ho scritto e lo considero quasi il mio maestro. Un aneddoto riguarda "You Are My Love": arrivammo a Parigi in treno da Milano all’ora di cena e il viaggio fu rilassante, ma fui costretta a tenere la gamba stesa sul sedile vuoto davanti a me, perché il giorno prima nel fare ginnastica mi cadde la cyclette sul ginocchio sinistro e si ruppe il menisco e io non avevo il tempo per una visita e tantomeno per una risonanza. Mi limitai a tenere d’occhio il livido che si ingrandiva velocemente, ma io continuavo tutto come prima. Dovevamo arrivare assolutamente a Parigi (dove hotel e sala d’incisione erano già prenotati) da Berceto e l’occasione di incidere un cd a Parigi dopo 50 anni mi sembrava ancora un sogno. Arrivate all’hotel, andammo subito a cena. Eravamo nel quartiere latino dove i ristoranti sono attaccati l'uno all’altro e noi siamo entrate nel più vicino all’hotel. Mi soffermai a guardare la lista e mentre il cameriere attendeva l’ordine, io mi fermai a guardare il menù per godermi un sottofondo musicale soft e mentre mi guardavo intorno, vidi un apparecchio in terra con tanti cd e intanto il cameriere attendeva l’ordine, ma fui costretta a farlo aspettare i 3 minuti della durata della mia canzone “You Are My Love”, e non era cantata da Mina ma da Augusta, che io non conoscevo e che la interpretò in un perfetto inglese. Domandai alla proprietaria di farmi vedere la copertina di quel disco: era un doppio cd tutto in inglese e il mio brano era primo della facciata A, incisa a Saint Tropez. Dall’emozione tremavo tutta, pensando a ciò che avrei perso se fossimo entrate 10 minuti dopo. Fu un’emozione dopo l’altra e credevo di svenire. I brani cantati da Mina e Celentano insieme mi piacciono tutti e non mi stanco mai di ascoltarli. Della terza giovinezza di Mina non saprei cosa dire: ho un solo anno più di lei ed essendo stata baciata dal destino non posso avere rimpianti. Forse uno l’avrei: sola da trent’anni e senza un figlio avrei voluto risposarmi.

“Amore, amore mio” è a mio avviso una perla senza tempo, una canzone che racchiude nelle sue parole e nella sua struttura la natura più candida ed emozionante della canzone italiana. Com’è nata questa canzone?
“Amore amore mio” fu il primo brano che scrissi per Carlo Alberto che segnava emotivamente il primo grande amore, mentre “Avevo vent’anni” fu l’ultima canzone d’amore, sempre per Carlo Alberto, che purtroppo segnava definitivamente la fine del nostro amore.

Dall'esperienza musicale è successivamente passata alla poesia, dando prova già con le prime raccolte ("Profilo di donna", "Autografo", "Lasciatemi pensare" ed "E la sigaretta brucia...") di autentici valori d'arte che la critica ha più volte riconosciuto e che le sono valsi il Premio Lerici - Pea nel 1984, per passare in seguito anche alla narrativa con "La cugina". Che rapporto ha con la scrittura e la poesia in generale?
Mi sembra di avere sempre ispirato i testi delle mie canzoni più che a situazioni stravaganti o fantastiche alla mia vissuta e concreta esperienza umana, adattando il linguaggio dei miei testi a quello musicale delle note, ma poi capisco che per svincolarmi da quel particolare linguaggio sottomesso alla musica, mi trovo a esprimermi con l’ambizioso passaggio alla poesia e al racconto.

Ad accompagnarla nel disco troviamo musicisti di primissimo ordine, come José Luis e Victor Herrero, Cheneaux, Neilson, Gravner: un arrangiamento di stampo “jazz” composto e parimenti vibrante. Come ha trovato questi musicisti?
I quattro musicisti che mi accompagnano nel disco li ha scoperti il genio catanese Jacopo Leone: mago del pennello e di tutta l’arte fuoriclasse.

Che cosa ascolta oggi Marisa Terzi? Segue le nuove leve cantautorali? Quali sono i consigli che darebbe a una giovane cantautrice?
Marisa Terzi è rimasta a Frank Sinatra, Nat King Cole, Ray Charles, Sarah Vaughan, Diana Krall, Gilbert Becaud e continuerei all’infinito. A una giovane cantautrice consiglierei di studiare solo quello che le piace o che sente di poter cantare bene. Ma per me è una questione di atmosfere che si affacciano improvvisamente e mi trascinano inevitabilmente a scrivere e lo stesso succedeva a George Simenon, capace di scrivere un libro in un solo mese. A me successe con "La cugina".

Discografia
  In ricordo di una serata indimenticabile (CAR, 1964)                                  
          
Canzoni perdute (Frittflacc, 2017)       
pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

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