Meilyr Jones

Meilyr Jones

Vacanze romane di un dandy gallese

intervista di Lorenzo Righetto

Volevo ringraziarti, prima di tutto, per il tuo nuovo disco. È da un po’ che non ascoltavo un album nel quale non avrei saputo dire quale sarebbe stato il prossimo singolo, se capisci cosa voglio dire. Leggo altre recensioni più importanti che parlano della natura di “classico” di “2013”. Il che puoi interpretarlo, immagino, come un marchio di qualità ma anche come descrizione del sound e del tono del disco. Questo ti lusinga ed era tua precisa intenzione di creare un nuovo classico?
Non era mia intenzione fare un album classico, anzi direi il contrario. La mia unica intenzione era di fare nient’altro che quello che è poi stato pubblicato. Tutte le mie sinfonie e dischi preferiti sono strani, ma più ascolti più diventano familiari, e finiscono di essere strani, diventano rassicuranti, senza mai smettere di stupire. Detto questo, non sono la persona migliore per capire ciò che ho fatto, solo ciò che volevo provare a fare.

“2013”, per me, suona davvero come qualcosa che un artista italiano potrebbe scrivere nella tappa italiana del suo grand tour. È flamboyant e ironico, delicato e spavaldo, di classe e popolare, libero e classico allo stesso tempo. Eri più spaventato o affascinato dall’idea di ricadere in quel cliché (non che sia male di per sé), quando hai scritto il disco?
Non ero spaventato, perché non avevo un’audience critica in mente, solo me stesso e i miei eroi – Byron su tutti, e superficialmente lui era un avventuriero inglese nel suo grand tour, ma in realtà ascoltava i posti in cui andava, lasciava che gli parlassero, almeno quanto lui parlava a loro, credo. Quindi c’è una grande sensibilità in quel viaggiare che può essere visto come un modo arrogante tipicamente inglese di viaggiare, specialmente in quel periodo. Va detto che io non ho viaggiato nel vero senso della parola, più che altro sono rimasto in un solo posto, Roma.

Hai fatto conoscenza anche con gli strumenti e la musica tipici del Rinascimento (dulcimer, flauto) a Roma, o si tratta di una fissazione precedente?
Sì, ho usato il flauto dolce e l’harpsichord, il theorbo e l’organo positive. Violini barocchi e moderni, metà e metà, è stato divertente. Ho scoperto questi strumenti tramite amici che studiano la musica dei primordi, e attraverso Monteverdi.

Le tue canzoni e le tue interpretazioni vocali mi hanno fatto pensare a diversi cantautori inglesi. Ma se dovessi indicare il tuo monolite personale, quale sarebbe?
“The Dreaming” di Kate Bush, sì. E Alex Chilton.

Quando sento questi bellissimi arrangiamenti, questa ricchezza di suono su cui hai lavorato e che hai inserito nell’album, ho sempre paura, specialmente oggi, che sarà estremamente difficile sentire le canzoni dal vivo così come sono. Qual è la tua line-up attuale? Suoni un set più “rock” o più intimo?
Non mi preoccupo mai di ricreare l’album, mi ricordo di essere andato a vedere i Muse e suonavano come nel disco, ed era noioso. Il sentimento, l’energia e qualcosa di più profondo nelle canzoni è ciò che inseguo, qualsiasi sia l’arrangiamento.
Certi strumenti sono necessari per certe canzoni per il tono. Quindi dal vivo suono con una band, ci sono alcune canzoni che non potrei fare senza l’intero accompagnamento.

Mi è piaciuta la tua riflessione sulla relazione di oggi con l’arte, l’irriverenza che hai letto nell’attitudine delle persone italiane verso l’arte (che noi consideriamo negligenza, però), che fai nel singolo “How To Recognise A Work Of Art”. Puoi spiegarci a parole di cosa parli, specialmente dal punto di vista della musica?
Questa attitudine museale verso la musica e l’arte è vuota, senza vita, rispetto le persone che vivono nel tempo in cui sono, e trovano valore nel significato profondo piuttosto che, regolarmente, nell’artefatto. Per esempio nel Rinascimento i dipinti raccontavano storie, le sculture rappresentavano dei, che erano pieni di contraddizioni, ma erano eroi. Molte persone sono ossessionate dalla biografia dell’artista, dalla sua mano piuttosto che vedere l’artista come un veicolo per l’arte, che è il modo in cui mi piace pensare. L’artista è sotto ciò che crea, e dovrebbe fare del bene alle persone.

In questo disco i tuoi brani hanno un sound completamente diverso dai tuoi lavori coi Race Horses e i Radio Luxembourg. E credo tu ci abbia messo del tempo per registrarlo, o perlomeno alcune delle canzoni siano state scritte anni fa. Come si sono sviluppate le tue idee in questi anni e chi sono state le persone coinvolte nell’esecuzione e nel disegno del disco?
Iwan Morgan ha prodotto il disco insieme a me, ed è stato molto paziente e vicino in tutto il processo, abbiamo discusso molto, e il suo spirito d’avventura e la sua gentilezza sono arrivati a dare il giusto spazio perché la musica venisse fuori. Jimmy Robertson l’ha registrato, ed è incredibile, il suono era proprio ciò che cercavo, ed è stato naturale, facile, praticamente senza bisogno di comunicazione.
Ho lavorato con musicisti nuovi, Valentina alla batteria, una gran batterista, Lucy Mercer delle Stealing Sheep e Euan Hinshelwood degli Young Husband, tra gli altri. Grandi violinisti e musicisti, e Daniel Bradley alla batteria e percussioni che era nei Race Horses con me, è stato grande in tutte le canzoni.

Euros Childs
è da sempre un tuo grande sponsorizzatore, da quando eri nei Race Horses. Cosa pensa di questo tuo esordio solista?
Amo la musica di Euros, qualsiasi cosa faccia, lui è un grande supporto. Spero di fare un altro disco a nome Cousins con lui.

Puoi dirci se hai piani di concerti al di fuori del Regno Unito, magari in Italia a un certo punto? Grazie per il tuo tempo.
Suonerò insieme a un mio buon amico, Elton John, al Colosseo nel 2043! Haha. Spero quest’autunno, presto in ogni caso!



Discografia
 RACE HORSES 
   
 Goodbye Falkenburg (FP, 2010) 
 Furniture (Stolen, 2012) 
   
 MEILYR JONES 
   
2013 (Outside/Full Time Hobby, 2016) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Refugees
(da 2013, 2016)

Featured Artist
(da  2013, 2016)

How To Recognise A Work Of Art
da 2013, 2016)

"2013" live session at the End of the Road Festival
(live session, da 2013, 2016)

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Recensioni

MEILYR JONES

2013

(2016 - Moshi Moshi)
Un Rinascimento dandy per l'ex-Race Horses, in un compendio dei classici della musica inglese

RACE HORSES

Goodbye Falkenburg

(2010 - Fantastic Plastic)
L'esordio della band gallese, all'insegna di una psichedelia bubblegum giocosa e surreale ..

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