Mimes Of Wine

Mimes Of Wine

Un'Apocalisse interiore, per pianoforte

intervista di Lorenzo Righetto

In quest’ultimo “Memories For The Unseen” hai scelto una strada molto più diretta, rispetto al precedente “Apocalypse Sets In”. Ho letto anche che gli arrangiamenti sono stati molto più una scelta collettiva rispetto al passato. Puoi raccontarci come ha funzionato questa interazione con la band nella registrazione del disco? Quanto è cambiato rispetto alla tua idea iniziale?
Il punto di partenza erano anche questa volta mie idee di piano e voce (per la maggior parte messe insieme a Los Angeles), ma lo scambio è cominciato subito appena ho cominciato a mandare le prime clip a Matteo, Stefano, Riccardo e Luca, che mi hanno rimandato di volta in volta risposte con parti possibili. Avendo fatto un lavoro così passo passo insieme, l’idea centrale è cresciuta poco a poco, e così l’insieme dei suoni. Quando siamo arrivati in studio, però, è stata una sorpresa comunque per me rendermi conto del mix che si era creato; dal vivo, lavorando in presa diretta, i brani si sono riempiti si energie molto forti per noi, a volte diverse da quelle che mi aspettavo, andando ben oltre la mia idea originale in un senso del tutto positivo. 

C’è stata un’evoluzione naturale anche nel tuo modo di comporre, suonare e cantare, o ti sei imposta a un certo punto di cambiare qualcosa?
Direi che sia stata un’evoluzione spontanea, una delle tante possibili. Non mi ritrovo del tutto lontana da "Apocalypse Sets In", però gli abiti di oggi si addicono un po' di più a come mi sento e a quello che credo di voler sviluppare, che sono sicura cambierà ancora. Gli ascolti che ho condiviso a Los Angeles, i concerti visti e fatti, i lavori in studio con artisti diversi.. hanno contribuito ad allargare la prospettiva in una maniera poco organica, che poi maturando però ha portato fin qui. Prima ancora che il modo di serivere, è cambiato il modo di sentire. Il mio metodo di scrittura rimane lo stesso, ma ho sentito il bisogno di semplificare le parti, di cambiare le priorità. Volevo che voce e parole potessero avere più spazio questa volta (il che forse ha cambiato anche il mio modo di cantare) e così anche gli altri strumenti.

Ci sono dei momenti in cui la tua educazione classica di pianista ti sembra un freno? È cambiato nel tempo il tuo approccio alla composizione?
Si è senz’altro creato un contrasto tra la musica che mi è stata insegnata fin da bambina e quello che mi è piaciuto ascoltare dalla adolescenza in poi, e ci ho messo molto tempo a capire in quale modo le due si potevano incontrare sotto le mie mani. C’e’ talmente tanto nella musica che ho studiato crescendo però, che faccio fatica a vederne i limiti. Credo che sia come un vocabolario che mi è stato dato modo di usare (per quanto lo conosco), e come tale lo sento più come un insieme di possibilità, che anche adesso mi aiuta. Il mio approccio, come ti accennavo prima, è molto semplice; seguo le idee a cui ritorna la mente, che sia una melodia o una frase, finché non prendono una forma che mi sembra possa funzionare, con l’anima giusta. Sono cambiate le cose che cerco, quelle che ascolto e con cui mi confronto, ma l’idea di base è rimasta questa.

Hai passato gli ultimi anni in California. Come ha influito quell’ambiente sulla tua musica?
In tutti i modi, sia tramite gli ascolti che con esperienze dirette e collaborazioni, fuori e dentro l’ambiente di tutti i giorni. E’ sempre comunque un mix di quello che Los Angeles ha da offrire e quello che fa parte dell’esperienza personale, che sarebbe potuto capitare anche altrove. Per esempio, vivo in una casa in cui un caro amico ha una collezione di centinaia di vinili che mi sono mano a mano goduta negli ultimi anni, che contiene di tutto dal folk più oscuro al kraut-rock a Prokofiev, e he mi ha accompagnato tutti i giorni con una ricchezza enorme. Fuori dalla porta, non appena ho provato a suonare più seriamente, le cose sono cominciate ad arrivare; la densità musicale della città ti si riversa addosso con naturalezza, e si può scegliere quello che più ti appartiene o incuriosisce. Non ho preso parte a nessuna “scena” locale in maniera stabile, ma quello che mi piace sempre molto è che al di fuori della strana Hollywood esiste un mondo fatto di realta’ di una varietà e qualità bellissime, che vive di una vita propria e al di là delle mode. Questo mondo mi ha dato molto ogni volta che sono andata a vedere band dal vivo, o che ho collaborato con musicisti che ne sono parte.

Qual è la cosa dell’ambiente musicale che hai trovato là che vorresti “importare” in Italia?
L’apertura verso le cose nuove; la serietà con cui la musica viene vissuta e considerata come un lavoro reale al cento per cento; la capillarita’ con cui è diffusa in venues di tutte le forme e dimensioni. Piu’ di tutto, la sensazione che le cose si possono fare, che ne vale la pena anche se e’ difficile. Tutte cose che possiamo avere e volendo abbiamo anche qui; non credo che ci manchi niente per poter crescere ancora in tutti questi sensi, di sicuro non le capacita’.

Levami subito la curiosità, se puoi. Hai parlato di collaborazioni, progetti iniziati là. Puoi svelare qualcosa?
Il primo progetto è quello con Adam Moseley  inziato quest’anno (che ha lavorato in maniera bellissima sul mix di "Memories For The Unseen"), per il quale abbiamo in mente di scrivere colonne sonore per film e documentari.
Il secondo, correlato anche al primo in parte è l’idea di un piccolo collettivo artistico per creare idee audio-video con animazione, disegni e installazioni, in collaborazione con l’artista che ha curato la grafica dell’album, Brett Erzinger.
A parte questo, ci sono piccole collaborazioni con musicisti diversi, tra cui ora con Penelope Fortier, Drew Pearson di Twin Steps, Kid Moxie, e Jonathan Tehel (ora a New York) . Con Jon in particolare abbiamo iniziato un duo che si chiama Celacanto, con chitarra e voce, con cui vorremmo tempo permettendo pubblicare un sette pollici l’ anno prossimo.

Sei tornata in Italia per registare nuovamente nello studio di Enzo Cimino. Fossi costretta a lasciarlo e potessi scegliere senza vincoli, dove andresti? Io ho pensato a Thomas Bartlett (Doveman)...
Tornerei al Boat Studio a Silverlake, dove lavoravano Adam e Jon, e dove con Jon abbiamo registrato i primi provini per Celacanto tempo fa, in session notturne dopo gli orari di lavoro.  C’era un atmosfera in quel posto che non mi dimentico, era come se nascondesse nei muri i segreti di tutte le cose che ci erano successe prima che entrassimo noi, e il suono nella stanza delle riprese, anche quando vuota, aveva un calore incredibile.

Nel disco si avverte, credo, una netta contaminazione con il cantautorato femminile americano degli ultimi anni (Chelsea Wolfe, St. Vincent). Qual è l’artista degli ultimi anni che ti ha più influenzato nel tuo soggiorno americano, magari anche per contatto diretto?
Le due artiste femminili che piu’ mi hanno influenzato negli ultimi anni rimangono in maniera diversa PJ Harvey (soprattutto con "Let England Shake") anche se non americana, e Meredith Monk, che ho avuto la fortuna di vedere al Red Cat a Walt Disney Hall. Per contatto piu’ diretto, proprio Chelsea Wolfe è quella che mi ha lasciato più senza parole, vedendola suonare in una piccola venue di Echo Park. Un altro live femminile che mi ha emozionato molto e’ stato quello di Scout Niblett l’anno scorso al Sanctuary di Santa Monica.

In un’intervista dici: “credo si possa fare bene solo la musica che si sente propria”. Molto giusto., senz’altro. Cosa intendi però per propria? Come fai a mantenere quel riferimento nello scrivere la tua musica, che raramente tratta in modo diretto di emozioni “medie”?
Propria come quella che amiamo, come quella in cui ci riconosciamo, tutto qui. Quando tocca a me scrivere, quasi mai faccio riferimento a emozioni “medie” perche’ non mi portano nella parte di me dove le cose si muovono con la forza che mi serve, non è lì che mi viene spontaeo di andare. Anche le emozioni “medie” possono essere molto interessanti, non ho ancora trovato il modo per trasformarle in musica.

Parliamo della tua partecipazione all’ultima puntata di OndaDrops, dedicata a “Down Colourful Hill” dei Red House Painters. Puoi raccontarci del tuo rapporto con Kozelek e della canzone, “24”, che hai interpretato?
E’ stata una bellissima opportunità quella di riavvicinarci ai Red House Painters, band di cui non pensavo mai avremmo reinterpretato un brano, con un identita’ cosi’ forte. Mi piacciono davvero  la voce e  il modo di cantare di Mark Kozelek, cosi’ potente e intimo allo stesso tempo. Abbiamo scelto “24”  per la melodia, che mi e’ rimasta in mente per settimane dopo averla registrata, per la cadenza (difficilissima da ricreare) in cui tutti abbiamo cercato di scendere con la giusta intensità,  e anche per il testo, che contiene delle immagini stupende. Mi piace moltissimo il modo in cui parla degli estremi con un occhio cosi’ realista e allo stesso tempo quasi con dolcezza. Oldness comes with a smile...

Discografia
 Apocalypse Sets In (Midfinger, 2009)

6

Memories For The Unseen (Urtovox, 2012)

6,5

 La Maison Verte (Urtovox, 2016)

6

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Julius 
(videoclip, da Apocalypse Sets In, 2009)

K
(videoclip, da Apocalypse Sets In, 2009)

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