Miro Sassolini

Miro Sassolini

Storia di un creativo

intervista di Mimma Schirosi
Nel mare magnum del mondo myspace capita di incappare in belle sorprese; navigando distrattamente tra le pagine di amici nostalgici della new wave, notiamo un nome che non può non smuovere qualcosa, una voce che, nel tempo, scopriamo ancora dotata di addentrarsi senza alcun ostacolo all’interno delle nostre pareti emotive, ri-generando la stessa, positiva tensione di un tempo che fu, e che, all’oggi, in una nuova forma, potrebbe essere. Raggiungiamo Miro Sassolini, “la voce” dei Diaframma, fiore all’occhiello di certi anni 80, orgogliosamente vissuti anche dalla scena italiana, attraverso uno stimolante scambio di mail, da cui viene fuori questa sorprendente intervista.

Anzitutto bentrovato, Miro. La sensazione di essere una figura amatissima da molti new waver vecchi e nuovi è, all’oggi, viva o, nel corso degli anni, per via del distacco dai Diaframma, si è andata affievolendo?
Grazie, Mimma... in tutto questo i Diaframma c'entrano relativamente. In realtà il culto di Miro si è sviluppato negli anni Novanta, gli anni che musicalmente e personalmente appartengono alla mia "sfera sperimentale"... non so, se avessi pensato che far proseliti fosse essenziale, avrei fatto altre scelte in passato... non sono un politico, non cerco consensi, né faccio promesse.

Partendo dall’esordio con “Siberia”, sino, poi, a “Boxe”, notiamo quanto ogni lavoro dei Diaframma rappresenti una scala emozionale che, da un picco gelido, discende, poi, a un approccio più coinvolto. In seno a queste esperienze, Miro si definisce un mero interprete, oppure un consapevole e fondamentale veicolo di trasmissione di queste sensazioni?
Io sono cresciuto, i Diaframma idem. Siamo cambiati profondamente nel corso degli anni e si sente; da “Siberia” a “Boxe” c'è tanta consapevolezza in mezzo... ahahah!
Non mi sono mai sentito un"mero interprete", comunque parlano i fatti e la storia.

Che cosa rappresentano, rispettivamente, “Siberia”, “Tre volte lacrime” e “Boxe” per te?
Crescita, come ti ho detto precedentemente, ma anche svolta e presa di coscienza.

Hai mai pensato che i Diaframma, cavalcando l’onda del momento, potessero pervenire a un successo non più di nicchia, ma allargato a dei circuiti più commerciali? E se è così, questo era solo un pensiero o anche un tuo desiderio?
No! Altrimenti non saremmo qui a parlare di un "fenomeno" che alimenta anno dopo anno il suo mito.

L’avere vent’anni nel pieno della new wave, epoca di gran fervore culturale in genere, in che modo ha inciso sulla scelta di cantare? Avresti comunque deciso di cantare a prescindere dall’epoca e dal genere?
Ho sempre cantato rendendo la vita impossibile ai miei genitori ahahah! La scelta di fare il "professionista del canto" è casuale, un incontro come tanti può sfociare in una scelta di vita.

Leggo nelle tue note biografiche, alcune esperienze, nel 1995, con il teatro Pecci di Prato. Ce ne vuoi parlare?
Certamente. Dopo l'esperienza con i Diaframma, Bruno Casini mi propose di fare alcune cose per il Pecci. Sai, io sono un curioso per natura... la possibilità di fare cose diverse dai soliti tour massacranti mi stimolava. Per il Pecci ho fatto video-arte e concerti esclusivamente acustici, dove il termine "amplificatore" era considerato una bestemmia.

Mi hai parlato di un costante sperimentare la tua voce. In questo senso, ti viene incontro anche l’esperienza teatrale?
Anche il teatro, senz'altro. Fondamentalmente la sperimentazione è un processo automatico: basta rendersi conto che attraverso lo "studio" si possono fare cose impensabili.

Vieni definito da Ernesto De Pascale non esclusivamente un cantante oppure un pittore e scultore, ma “un creativo”. È una definizione che senti ti appartiene realmente?
Sì, Ernesto coniò un termine assolutamente appropriato, scomodo, forse, perché l'omologazione è il decalogo di molti. In mezzo a un mondo di "specializzati", io ero e rimango fuori da ogni schema.

Nella presentazione della tua mostra del 2007, al Covo Art Cafè di Cagliari, intitolata “La marea distante”, si parla dell’ “inquietudine dell’autore”. Miro è un uomo inquieto?
Miro è un uomo che canalizza tutti i suoi stati d'animo, quindi anche la sua parte irrequieta.

Vuoi parlarci di “La marea distante”? Questo dis-velarti, dopo anni di assenza, partendo dalla poesia e dal disegno, da dove nasce?
(Ri)partendo dalla poesia e dal disegno, forme e concetti che conosco bene, ho agevolato quello che tu chiami dis-velarsi. In questi casi è stupido fare salti nel buio.

Tornando al tuo percorso musicale, leggiamo del progetto Van der Bosch, esperienza da cui viene fuori pregiato materiale ancora inedito. Come mai anche questo progetto subisce una battuta d’arresto nel 1995?
Io sono un " fagocitatore" d'idee, tempi troppo lunghi mi allontanano spesso dal progetto primario.

Una curiosità: chi è Abel De La Rue?
L'utopia nefasta intesa come forma e ricerca morbosa di un'illusione, "un tarlo dentro". In realtà, Abel De La Rue, detto"lo spaccone", era un ciabattino francese che venne arrestato nel 1582 e arso come stregone mago e ammaliatore di matrimoni!

Il testo di “Albe incerte” trasuda contraddittoria sensualità. Approfitto di questo pretesto per domandarti che funzione ha la tua personale percezione della femminilità, nella scrittura dei testi.
Nel testo di “Albe Incerte” il protagonista si perde nella paranoia post-sessuale. C'è la certezza della potenza virile (prima), contrapposta alla necessità di (ri)portare purezza "dentro sé" (dopo). La giovane ragazza allontanata è una finta redenzione. Quando tutto è compiuto, tornano prepotentemente le indecisioni tipiche dell'universo maschile. Paradossalmente ambedue i protagonisti sono "colpevoli", ma questo restituisce soltanto all'uomo una parvenza di "pulizia", mentre la ragazza esce di scena sporca perché sa benissimo che la cosa si ripeterà di nuovo. In “Iguana” avviene esattamente il contrario: il protagonista esce distrutto da questa esperienza, ma la donna muore sopraffatta dalla sua stessa bellezza.
Io metaforizzo quello che dovrebbe essere un punto d'incontro fra i due universi, in realtà i due estremi, invece di allontanarsi per creare lo spazio necessario affinché ciò accada, si avvicinano sempre di più finendo per scontrarsi, schiacciarsi, annullarsi, soffocare. Sembra un paradosso, ma è così: bisogna distanziarsi, far entrare la luce necessaria per conoscere l'altro e accettarlo o no.

Nel 2002 esce “Sassolini sul fondo del fiume”, raccolta di registrazioni inedite, tra cui figurano anche due brani scritti da te. Quando Miro lascia i Diaframma, sente di avere ancora molte “cose da fare”?
No. Dopo un'esperienza piena di cose fatte nasce l'esigenza di lasciarsi andare. "Liberami dal Male", il male inteso come fine di una lunga storia, è il titolo di un brano dei Van Der Bosch, liberami da questo "vincolo" per  tuffarmi nel futile. Poi, quando il futile diventa inutile e noioso, riemergono prepotentemente tutte le "seghe mentali" e quasi contemporaneamente le cose da fare.

Hai ancora voglia di esibirti dal vivo?
Una voglia matta! Una necessità.

Leggo, in una delle ultime interviste da te rilasciate, di un’imminente uscita per l’etichetta Desvelos. Si parlava della ormai vicina primavera... Qual è lo stato dell’arte, al momento?
Della mia attività, di quello che farò in futuro, preferirei parlare quando sarà il momento. Poco tempo ancora e (alcuni) dei miei lavori saranno disponibili sul mercato. Per quanto riguarda il resto, andiamo oltre, ti prego!

Sarà un progetto a nome Miro Sassolini, oppure un lavoro di gruppo?
Del disco fatto in collaborazione con i (P)neumatica non parlo, lo sanno anche i sassi.Il resto dipende da vari fattori... vedremo... non è importante il nome ma il contenuto.

Tirando le somme, la new wave è stata un’avventura occasionale per te o un’esperienza dall’imprinting indelebile?

Beh! Professionalmente importante, ma non fondamentale.
Ma la giovinezza, il periodo storico... rendono tutto indelebile, sicuramente.

Credi che l’attuale processo di omologazione e imitazione, in ambito musicale, sia arrivato al punto di non ritorno, oppure potremmo assistere a un nuovo, catalizzante fenomeno capace di smuovere le acque?
Non so rispondere a questa domanda. Il famoso decennio ‘78-‘88 è stato un connubio di strane alchimie irripetibili. C’è troppa anarchia (in Italia), individualismo e presunzione.

Ringraziandoti dell’estrema disponibilità, chiudo con una provocazione: secondo te i Diaframma senza Miro Sassolini hanno ancora ragion d’essere?
No comment... Comunque è una domanda che dovresti rivolgere a qualcun altro.

Grazie, ciao.

In attesa di una nuova uscita “ufficiale”, rimandiamo gli appassionati e i curiosi ai due myspace (1 e 2), su cui è possibile leggere, ascoltare, guardare e comunicare con Miro.

Discografia
DIAFRAMMA
Siberia (IRA, 1984)

8

3 Volte Lacrime (IRA, 1986)

6

Boxe (Diaframma, 1988)

6

Diaframma 8183 (Contempo, 1989)

In Perfetta Solitudine (Ricordi, 1990)

6,5

Da Siberia Al Prossimo Weekend (Ricordi, 1991)

5

Live And Unreleased (1992)

6

Anni Luce (Diaframma, 1992)

5,5

"Cofanetto" 3 Volte Lacrime (1993)

Il Ritorno Dei Desideri (Contempo, 1994)

4,5

Confidenziale (1994)

6,5

Non è Tardi (Abraxas, 1995)

Sesso E Violenza (Flying Records, 1996)

5,5

Albori 1979-83 (Self, 1997)

7

Scenari Immaginari (Self, 1998)

6

Coraggio Da Vendere (Self, 1999)

Live Al Rototom (2000)

Canzoni Perdute (2000)

Il Futuro Sorride A Quelli Come Noi (Self, 2001)

6,5

Sassolini sul Fondo del Fiume (2002)

6,5

I Giorni Dell'Ira (Self, 2002)

7

Live al Big Club (1988 - 2002)

Volume 13 (Self, 2004)

5

pietra miliare di OndaRock
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