Natacha Atlas

Natacha Atlas

La regina dell'arab-pop

intervista di Claudio Fabretti
Quella che segue è l'intervista che Natacha Atlas ci ha concesso a Palinuro (Salerno), dopo la sua unica esibizione italiana nel tour del 2001.

"Non sto mai ferma. Odio gli stereotipi e gli steccati tra i generi. Per questo, la mia musica è così eterogenea". Ha le idee chiare, Natacha Atlas, la chanteuse egiziano-belga assurta alla ribalta mondiale come la nuova regina del pop arabo. Grandi occhi verdi e curve da belly-dancer di razza, l'ex-cantante dei Transglobal Underground ha irretito il pubblico del festival "Dialoghi Mediterranei" di Palinuro nella sua unica esibizione italiana. Merito della sua voce sinuosa, in grado di coprire tutte le ricchezze timbriche della tradizione araba, e del suo repertorio senza frontiere. Un mix di suoni e suggestioni che ha le radici nel folk mediorientale, ma batte ai ritmi dub e trip-hop delle discoteche europee. Anche con l'Italia, Natacha sta costruendo un rapporto fertile. Con risvolti culinari - "Adoro la pasta all'amatriciana che si mangia in certe trattorie romane!", confida - ma anche professionali: la collaborazione con Franco Battiato e la scelta di incidere proprio a Roma il suo prossimo album.

Che tipo di disco sarà?
Si chiama "Foretold In The Language Of Dreams" e dovrebbe uscire all'inizio del 2002. E' un album di new age, seppur in stile orientale. Un disco più classico e meno pop dei precedenti. La maggior parte dei brani sono miei e ad uno partecipa anche mio marito Abdallah, che è un musicista arabo. Ci sono contaminazioni con l'India, suoni della natura, ma anche versi più "filosofici". E un tocco di psichedelia.

A proposito, è vero che hai iniziato la tua carriera con una specie di rock psichedelico?
Sì, avevo fatto un paio di canzoni in quello stile, ma non era niente di serio. Qualcuno poi deve aver esagerato e distorto un po' la storia.

In "Ayeshteni", si nota invece un ritorno alle radici arabe. Forse dipende dal fatto che, da Bruxelles e Londra, ti sei trasferita al Cairo?
Sì, può darsi. Sono stata bene al Cairo anche se adesso tornerò per un po' a Londra. Ho cercato di approfondire le mie radici folk anche grazie a musicisti "tradizionali": un egiziano alle tastiere arabe più un violinista tunisino e un percussionista marocchino. Ma nel mio gruppo ora ci sono anche tre musicisti europei, e credo che abbiamo raggiunto un buon equilibrio.

Nel disco è presente una nuova cover francese, "Ne Me Quitte Pas" di Jacques Brel, dopo "Mon Amie La Rose" su "Gelida". Hai una predilezione per gli chansonnier francesi?
Amo molto quel genere di canzoni, ma in genere sono i testi e le melodie a farmi scegliere quali brani reinterpretare. E tento sempre di tradurre le canzoni occidentali nel mio linguaggio. Come ho cercato di fare anche con "I put the spell on you" di Screamin' Jay Hawkins.

Ti piace qualche cantante o band pop europea?
Mi piacciono i Cardigans, il trip-hop britannico, Bjork. Sono anche un'appassionata di Puccini e dell'opera.

Come ti sei trovata a lavorare con Franco Battiato, per il suo album "Ferro Battuto"?
E' stato facile lavorare con lui, è una persona meravigliosa. Mi piace il modo in cui usa la filosofia nelle sue canzoni.

Hai in progetto altre collaborazioni?
Ne ho già avviata una con Jocelyn Pook, un'autrice classica inglese.

Oltre che cantante e compositrice, sei anche una danzatrice del ventre. Che cosa rappresenta questa danza nella tua cultura?
Per me rappresenta una forma di libertà e di emancipazione femminile. Purtroppo, invece, nel mio paese non è ancora rispettata come arte. La considerano alla stregua dello strip-tease: qualcosa che ha a che fare con la prostituzione. Certo, nel mio paese ci sono anche danzatrici ricche e famose. Ma hanno dovuto fare molto per conquistarsi un minimo di rispetto. Alla fine, sono accettate solo perché ricche e famose. C'è molta ipocrisia in tutto questo.

Sei considerata "la regina del pop arabo". Senti la responsabilità di questo ruolo?
Credo che una definizione come questa finisca col metterti addosso un po' di pressione. E non sono sicura che mi faccia sentire a mio agio.

E quella tua auto-definizione di "Striscia di Gaza umana"?
Ero giovane. Si fanno tante cose quando si è giovani. Ero confusa su molte cose...

A parte quella definizione, puoi considerarti la prova vivente che la cultura araba e israeliana possono convivere in armonia (Natacha è figlia di un ebreo sefardita di origine egiziana e di una inglese, ndr). Come vivi quello che sta accadendo in Medio Oriente?
Non credo che la pace sia vicina. C'è ancora molto da lavorare. Spero che ci si possa arrivare presto, ma per ora non vedo molte chance. Non credo che sia un problema di razze o culture differenti. E' una questione sociale, un conflitto tra ricchi e poveri.

Che tipo di messaggio cerchi di trasmettere quando canti?
Cerco di trasmettere emozioni. E' ciò che mi interessa di più.
Discografia
 Diaspora (MCA, 1997)

6,5

 Halim (Nation, 1998)

5,5

Gedida (Mantra, 1999)

7

 The Mantra Remix (anthology, 2000)

5

 Ayeshteni (Mantra, 2001)

6

 Foretold In The Language Of Dreams (Mantra, 2002)

6

 Something Dangerous (Mantra, 2004)

5

The Best Of Natacha Atlas (2005)

7,5

 Mish Maoul (Mantra, 2006)

6,5

 Mounqaliba - In A State Of Reversal (World Village, 2010)

 

pietra miliare di OndaRock
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Recensioni

NATACHA ATLAS

Mish Maoul

(2006 - Mantra Recordings / Beggars)

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