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Divertirsi con le tastiere

intervista di Stefano Bartolotta

In occasione dell'uscita del settimo album "Whiteout Conditions", abbiamo parlato al telefono con A.C. Newman, il quale, con le sue risposte, ci ha raccontato diversi aspetti del lavoro e della vita stessa di questa band.

Vorrei parlare del finale di “Play Money”, perché in esso ripetete le parole “the song, the song, the song...” quasi come facevate in “Letter From An Occupant” molti anni fa. Non so se si tratti proprio di un tributo al vostro passato o qualcosa del genere. 
È stata una cosa non voluta, ma quando ce ne siamo accorti, abbiamo deciso che andava bene. Sembra un piccolo incidente a lieto fine. Il motivo per cui l’abbiamo fatto è che in un punto precedente della stessa canzone, credo alla terza strofa, ripetevamo le stesse parole ma per sole tre volte, fa così: “How you got it for a song, a song, a song”. Ho pensato che potesse essere una cosa bella, quindi perché non riproporre il loop nel finale? Avevamo già la progressione-base della canzone ed era solo strumentale, e ci siamo detti “perché non metterci anche quello, quel loop”. E abbiamo iniziato ad armonizzarlo. Anche se c’è la parola “song”, io lo sento come uno stacco strumentale, come se avessimo usato la parola “song” come avremmo potuto usare uno strumento, o nello stesso modo in cui avremmo potuto cantare “pa pa pa” o “sha la la”.

Quindi è una cosa diversa rispetto a quell’altra canzone, in cui cantavate “the song, the song, the song that’s shaking me”.
Sì, ma mi piace menzionare il passato, mi piace sempre quando le band lo fanno, quando Paul McCartney inizia a cantare “She Loves You” nel finale di “All You Need Is Love”, ad esempio. Ho sempre amato le cose autoreferenziali.

Già che stiamo parlando di “Play Money”, il testo parla di riuscire a guadagnarsi da vivere con la propria musica, che è una cosa che solitamente il pubblico pensa sia molto più facile di quanto realmente è. Ci sono gruppi ed etichette che la gente che ascolta tanta musica pensa che possano guadagnare facilmente da vivere con i propri dischi o le proprie pubblicazioni solo perché hanno l’impressione che godano di popolarità, ma spesso è molto più difficile rispetto a come appare da fuori. 
Questo è vero, penso che molte persone non sappiano come stanno le cose, penso che quando cresci e guardi ai musicisti, pensi a loro come a delle rockstar. Quando sei un ragazzino, l’idea che qualcuno che fa parte di una rock band sia anche solo all’interno del ceto medio ti sembra molto strana. Poi, quando inizi a suonare, ti rendi conto che è la realtà a essere strana. Quando abbiamo suonato in tv alcune volte, le persone che andavano a scuola con me credevano che fossi diventato super famoso, perché ero in tv. E non è facile spiegare che sì, è bellissimo passare in tv, ma non significa che sei pagato un milione di dollari quando lo fai. In realtà, quando dico “I only play for money”, non sono davvero serio, ma penso che semplicemente sto ammettendo che questo è diventato il mio lavoro, ed è una cosa strana, quando ciò che ami diventa il tuo lavoro.

Sì, ad esempio io non sono un giornalista professionista, lo faccio perché amo farlo ma non vengo pagato, quindi posso capirti, sarebbe strano se diventasse il mio lavoro. 
Cambia la dinamica, perché a un certo punto, se il primo disco non avesse venduto niente, non mi avrebbe interessato più di tanto, perché non mi aspettavo che avvenisse, però è strano quando diventa invece una cosa da cui dipendi, cambia la dinamica.  

Siete nati come una band, e penso che lo siate ancora, composta da persone che hanno anche altri progetti musicali. A parte il fatto specifico dell’assenza di Daniel Bejar aka Destroyer da questo disco per problemi di agenda, in generale quanto è difficile ogni volta mettere insieme i programmi di tutti per registrare un disco? 
È sempre stato difficile, fin dall’inizio. Avevamo problemi a vederci quando abitavamo nella stessa città, e ora è dura, perché dobbiamo prendere aerei per vederci. In realtà il fatto che qualcuno sia più o meno famoso di qualcun altro non cambia la dinamica nel gruppo, perché quando siamo insieme, siamo sempre le stese persone. La difficoltà di prenotare le persone c’è da 15 anni, è qualcosa che non cambia mai e l’ho semplicemente accettata come parte della mia vita.  

Per quanto riguarda il songwriting, sei l’unico songwriter del gruppo o ci sono contributi da qualcun altro?
A parte le canzoni scritte da Dan, ne ha scritte 3 per ogni disco, sono io il songwriter. Anche altri sono autori, ma per questa band, penso che ci sia semplicemente un accordo che il songwriter sono io. Tutta la band contribuisce con tantissime idee agli arrangiamenti e a tutto quell’aspetto lì, ma non c’è nessuno che spinge affinché le sue canzoni siano inserite nei dischi, c’è semplicemente un accordo per il quale sono io la persona che scrive le canzoni.

Da quello che hai detto, comunque, questo è il primo album scritto interamente da te, visto che stavolta Daniel è assente.
Sì, questa è una differenza, ma da un certo punto di vista, non è poi tanto diverso, perché, se Dan fosse in questo disco, sarebbe stato lo stesso album più tre canzoni. Per me, in questo senso, scrivere canzoni per un disco in cui ci sono anche canzoni di Dan non fa alcuna differenza.  

Come band, come arrivate a prendere le decisioni su come un disco deve suonare? Lavorate con un produttore artistico, parlate collettivamente per arrivare a una decisione, come funziona? 
Io ho sempre un’idea di ciò che voglio fare, ad esempio sempre “Play Money” è stata una delle prime canzoni a essere messa insieme, e io avevo l'idea che questo disco sarebbe stato una sorta di bubblegum kraut-rock, quindi sono andato avanti da lì. Quando “Play Money” è stata messa insieme, ho pensato “mi piace la vibrazione che ha, mi piace come mi sono mosso e mi piace il tempo”, e da lì siamo stati tutti d’accordo che il disco avrebbe dovuto avere queste cose. All’inizio di ogni album è solo una piccola idea, poi insieme capiamo come procedere.

Pensi che sia giusto dire che questo sia il vostro disco maggiormente guidato dalle tastiere?
Certo, lo è sicuramente! Ci sono molte tastiere anche nel disco precedente, però penso che qui siamo andati tutti un po’ matti per le tastiere. Io adoro suonarle, è molto divertente, è divertente manipolare i suoni, e capita più di frequente con le tastiere. Alcune volte è divertante anche manipolare il suono delle chitarre o delle voci, ma a un certo punto ho iniziato a stufarmi delle chitarre. So che ce ne sono ancora molte nel nostro suono, ma volevo procedere verso qualcosa di diverso.

Ho riascoltato il disco precedente, dopo aver ascoltato questo, e ho trovato che la canzone “Champions Of Red Wine” starebbe perfettamente anche in questo disco. Forse è l’unica così simile a queste canzoni nuove. 
Sì, penso che “Champions Of Red Wine” sia una delle mie canzoni preferite di “Brill Bruisers” perché contiene un sacco di sintetizzatori pazzi. Per questo disco, ci siamo detti “andiamo ancora più avanti su questa strada”. Anche “You Tell Me Where”, l’ultima canzone di “Brill Bruisers” ha una vibrazione simile, ma “Champions Of Red Wine” è sicuramente il punto da cui siamo partiti per arrivare a questo disco.

Per quanto riguarda la tracklist del disco, ho l’impressione che abbiate voluto raggruppare le canzoni con uno stile melodico simile tra loro. Le prime quattro sono quelle con le melodie più immediate e capaci di fare presa, e poi, dal punto di vista melodico, fate cose diverse man mano che il disco va avanti.
Sì, è così! Penso che le prime quattro canzoni siano quelle pop del disco, e che da lì in poi ci si sposti un pochino verso il prog. Penso che sia un modo comune di mettere in sequenza le canzoni per un disco, fare in modo di agganciare l’ascoltatore con le canzoni più immediate e poi fare cose più strane.  

Dal punto di vista dei testi del disco, pensi che si possano descrivere in modo generale, oppure ogni canzone ha il proprio argomento e non c’è un concetto generale che possa essere messo in relazione con il disco intero? Ad esempio, ho letto che “High Ticket Attraction” riguarda l’impatto dell’elezione di Donald Trump.
Non era mia intenzione scrivere una canzone politica, ma era difficile sfuggire dall’ansia che caratterizzava l’America. Penso che questa cosa si noti in diverse canzoni, non in maniera molto conscia, ma credo che ci sia una sorta di ansia che fa parte di diverse canzoni. Credo anche che ci sia speranza in esse, voglio dire, ci sono ansia e tristezza, ma le canzoni lottano contro queste sensazioni. Trovo che questo sia un tema presente in molta della nostra musica.

L’ultima domanda riguarda i vostri concerti, ora siete in tour in America e poi verrete in Europa, purtroppo non in Italia e non penso che ci abbiate mai suonato. Però, se un giorno saremo così fortunati da vedervi dal vivo qui da noi, cosa possiamo aspettarci?
Non so mai rispondere a questa domanda. Vogliamo che i nostri concerti siano divertenti, che siano un evento più gioioso possibile, non siamo un gruppo shoegaze. Non so perché non siamo mai venuti in Italia, mi piacerebbe molto, sono stato a Roma 10 giorni con mia moglie e l’ho adorata, mi piacerebbe molto tornarci.



Discografia
Mass Romantic (Mint, 2000)
 Electric Version (Mint/Matador, 2003)
Twin Cinema (Mint/Matador, 2005)
 Challengers (Matador, 2007)
 Together (Matador, 2010)
 Brill Bruisers (Matador, 2014)
Whiteout Conditions (Collected Works Records/ Concord/ Caroline International, 2017)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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