L’asfalto di Milano trasuda il calore di una lunga giornata estiva, accanto ai ponti dall’aria decadente della Stazione Centrale. L’hotel dove ci attende Will Sheff, in compenso, sembra voler esorcizzare lo spettro del riscaldamento globale facendo ricorso a una temperatura da era glaciale... Il leader degli Okkervil River appare spossato dal tour de force di interviste e promozione, ma dedica ugualmente tutta la propria attenzione a ogni domanda. Gli occhiali sottili gli conferiscono una rassicurante aria da nerd, che contribuisce istintivamente ad abbattere le distanze. Sotto la giacca fa capolino un’inquietante maglietta di Moondog, l’eccentrico compositore newyorkese che aveva l’abitudine di vestirsi da vichingo, agghindato con tanto di elmo e lancia… L’uscita del quarto disco a nome Okkervil River, “The Stage Names”, è l’occasione per immergersi nelle dinamiche narrative e musicali di uno dei più intensi autori americani degli ultimi anni.
Mentre Sheff cerca disperatamente una bottiglia d’acqua, l’iniziale captatio benevolentiae di rito sortisce l’effetto di un sorriso compiaciuto.
Ah, cool…!
Rispetto alle atmosfere oscure di quel disco, “The Stage Names” segue una direzione molto differente, più estroversa e diretta, con aperture al rock nel senso più genuino del termine: ho letto addirittura dell’influenza della tua passione per il girl-pop e in effetti quando sei venuto in concerto in Italia sfoggiavi una t-shirt delle Shangri-Las…
Sì, mi piacciono molto le Shangri-Las… Sono cresciuto ascoltando quel tipo di musica, perché mia madre era una grande fan dei gruppi di girl-pop: mi hanno molto ispirato mentre lavoravo al nuovo disco. Ovviamente non siamo un girl-group, visto che non c’è neanche una ragazza nella band… ma ho sempre pensato di essere stato influenzato in qualche modo da quel tipo di musica. Pensa ad esempio ai New York Dolls: sono una band dall’attitudine molto virile, molto da duri, eppure hanno assorbito parecchio dai trucchi e dall’atteggiamento del girl-pop e questo in qualche strano modo ha fatto sembrare la loro musica ancora più mascolina.
Mi piacciono le Shangri-Las e mi piacciono i lavori di Phil Spector: penso che ci sia stato un momento in cui gli arrangiamenti erano molto semplici e classici, in cui non si temeva di proporre grandi scelte di produzione. Quello che mi affascina e mi coinvolge di più di quella musica è il suo essere così enfatica, la sua capacità di colpire con così grande forza. Volevamo avere anche noi questo tipo di approccio, nel modo in cui abbiamo realizzato gli arrangiamenti di “The Stage Names”.
In effetti “The Stage Names” mostra un’inedita leggerezza, non nel senso di disimpegno ma di capacità di autoironia, in particolare verso il mondo del rock ‘n’ roll e dell’entertainment…
Sì, penso che sia vero. Per me non prendere troppo sul serio l’industria dell’entertainment è solo… (riflette esitante) ...è solo un modo per sminuire un po’ quest’idea che l’arte debba essere sempre una cosa super-seria. Parlando di leggerezza, credo che si tratti di un aspetto assolutamente essenziale, perché c’è un bel po’ di gente che è convinta che gli Okkervil River siano un gruppo molto molto serio e molto molto pesante, che io abbia un’anima torturata… ma io non sono così, non mi sento in questo modo… e' anche un po’ imbarazzante che ci siano persone che pensano questo di te! (risate).
Quindi non è che sia stato un mio intento preciso, ma lavorando al nuovo disco mi sono reso conto che era molto importante per me comunicare questo lato della band: ho sempre pensato che nella musica degli Okkervil River ci fossero humour, ironia e una certa leggerezza e credevo che la gente le avrebbe colte, ma non sempre è successo così. In questo disco ho capito con chiarezza che quello che volevo era un tocco più lieve, perché altrimenti a un certo punto finisci per identificarti sin troppo in quel tipo di “artista consapevole di essere molto serio con sé stesso”, capisci?
Anche nel nuovo disco, come già in “For Real”, a essere al centro è il tema della realtà: non pensi che oggi ci sia una sorta di paura della realtà, di lasciarsi ferire dalla realtà, dalla possibilità che nella vita accada un imprevisto? Proprio come per i personaggi di “The Stage Names”, che vivono indossando una maschera, rifugiandosi in una finzione…
Beh, penso che la gente ami da sempre rifugiarsi nei film, è per questo che il cinema è così attraente… La realtà fa paura. Il cinema è più divertente della vita, no? Nei film tutti sono belli e alla fine tutti sono felici, o comunque vivono storie molto romantiche o molto eccitanti… Nella vita reale non c’è sempre una morale, non c’è sempre un messaggio, non c’è sempre un finale che abbia il sapore di un finale soddisfacente. È solo… beh, la vita non è sempre giusta, non è sempre bella. Penso che sia comprensibile: ognuno di noi, me compreso, ha una parte infantile di sé che vorrebbe a volte come infiltrarsi dentro lo schermo di un cinema.
D’altra parte, penso che quelli che viviamo oggi siano tempi interessanti. Per esempio, se prendi i film americani, ti rendi conto che ci sono come due grandi filoni, anche se un po’ mescolati tra di loro: un primo tipo è quello delle commedie romantiche assolutamente stupide e prive di connessione con la realtà, che non sono altro che una forma di distrazione. Oggi la realtà sembra più strana e spaventosa che mai e gli americani si sentono come non si sono mai sentiti prima. Su internet c’è gente terrorizzata dal riscaldamento globale o da cose del genere... È come se ci fosse un sentimento prevalente, per molta gente, secondo cui probabilmente il loro mondo diventerà molto diverso da come è ora e viverci sarà molto più spaventoso. Per cui quello che trovi al cinema o è una fuga totale dalla realtà oppure sono dei film molto duri, come quello con Mark Wahlberg che ho visto venendo qui in aereo, “Shooter”… Davvero non sono riuscito a capire dove volesse andare a parare: lui è un eroico patriota che va in giro a sparare alla gente, sgozza le persone, le fa saltare in aria… Poi ci sono film come “Saw” o “Hostel”, che sono praticamente torture porn. E non puoi fare un film sui supereroi senza che debba avere segretamente a che vedere con il terrorismo o con i problemi ecologici... Penso che le persone abbiano molta paura ed è come se i film fossero i loro sogni, una sorta di incubi invitanti.
Specialmente adesso, in America, abbiamo una vita molto confortevole, viviamo in splendide case con l’aria condizionata ed è come se avessimo sempre saputo che una vita del genere ha il suo prezzo, è come se avessimo sempre saputo che tutta quest’aria condizionata e tutte queste gigantesche automobili non fanno certe bene al nostro pianeta. La comodità di tutti questi beni a poco prezzo che compriamo deriva dal fatto che sono stati realizzati in qualche sweatshop che sfrutta il lavoro della manodopera a basso costo. Ma ora sta diventando sempre più difficile ignorare questa realtà e la gente diventa sempre più cosciente di quest’idea – che può essere vera come non esserlo – che il mondo stia diventando spaventoso e spietato.
E mentre avviene tutto questo, l’entertainment acquista sempre più seguito e la gente ha un’esperienza della realtà sempre più mediata dall’entertainment. È una questione interessante, la gente è davvero spaventata…
Cerca di trovare un qualche tipo di conforto…
Esatto, un qualche tipo di fuga.
Con l’immagine della pecora nera avevi sintetizzato lo spirito degli Okkervil River, il non volersi rassegnare alla mentalità dominante, a quello che la gente vuole da te. Hai vissuto le storie dei personaggi di “The Stage Names” con la stessa partecipazione o le hai osservate con più distacco, dal punto di vista di un osservatore esterno?
Su un certo piano mi sento sempre come se guardassi dal punto di vista di un osservatore esterno, perché molte delle canzoni che scrivo non parlano necessariamente di me. Alcune delle cose che racconto, però, mi sono successe veramente e le ho prese e messe in una canzone per farne fare esperienza al personaggio della storia. Ma magari il personaggio non le ha vissute allo stesso modo in cui le ho vissute io, anche se si tratta delle stesse esperienze… Per cui in un certo senso sono un osservatore, vedo le cose in prima persona: ma non mi sento distaccato, perché provo molto affetto e compassione per i miei personaggi, non voglio che siano infelici o che soffrano… o meglio, non voglio che la loro sofferenza o la loro infelicità siano qualcosa da cui tu debba sentirti distaccato. Quindi non penso che le nuove canzoni parlino di me, ma non mi sento nemmeno distaccato al 100%.
La gestazione di “Black Sheep Boy” era stata molto complessa. Alcune delle nuove canzoni, invece, sono state presentate da tempo dal vivo. La nascita del nuovo album ha avuto un approccio immediato, come per l’ultimo Ep “Overboard & Down”, o si è trattato di un lavoro più sofferto?
Mah, direi un po’ un misto… Non è che ci sia stato un lungo e concettuale processo di scrittura quando abbiamo iniziato a dedicarci al disco, è stato sempre in qualche modo qualcosa di intuitivo. “Overboard & Down” era fatto di prime take suonate a casa mia ed è così che doveva essere. “The Stage Names” è un album su cui abbiamo lavorato davvero molto, eppure nel disco abbiamo suonato allo stesso modo che dal vivo, cercando di divertirci… Per cui è un po’ una via di mezzo tra cercare di essere intuitivi, spontanei e divertenti e avere allo stesso tempo una cura attenta a ogni dettaglio del lavoro.
L’ultimo brano del disco, “John Allyn Smith Sails”, si ispira al poeta americano John Berryman e al suo suicidio, e rende omaggio a un classico come “Sloop John B”: che cosa volevi esprimere con questo accostamento?Non ne avevo idea… Stavo scrivendo quella canzone e all’improvviso “Sloop John B” ci è come saltata dentro. Sai, amo John Berryman, mi ricorda alcune persone che conosco, nel senso dello stesso tipo di storia. Ho letto la sua biografia, che è davvero splendida, e leggevo spesso “The Dream Songs” mentre stavo scrivendo “Black Sheep Boy”. “Sloop John B” è come se fosse entrata all’improvviso. La cosa strana è che “Sloop John B”, nella versione dei Beach Boys, è una canzone molto solare e allegra, ma in realtà i Beach Boys hanno utilizzato una canzone folk tradizionale delle Bahamas, per cui si tratta di una canzone che ha molto a che vedere con la musica pop e con la musica folk raccolta da Carl Sandburg, e anche con la letteratura americana. È una canzone allegra, ma il suo messaggio è: “E' finita, mi arrendo”…
“I wanna go home”…
Esatto, “I wanna go home”… Penso che sia un po’ come se stesse parlando del suicidio: “E' finita, mi arrendo, per me è fatta”. C’è sempre una molteplicità di livelli di lettura quando ti riferisci a John Berryman, specialmente in “The Dream Songs”: lui scrive di sé stesso, ma lo fa calandosi nella parte del suo personaggio Henry, e anche Henry ha a sua volta una sorta di alter ego, Mr. Bones… Quindi ci sono livelli su livelli di personalità fittizie: John Berryman, Henry, Mr. Bones… e poi John Allyn Smith, che è la vera persona che sta dietro a John Berryman. È come se fossero quattro vite differenti, ma quando muoiono c’è una sola morte, un intero mondo che collassa su sé stesso, ed è quello che ho cercato di esprimere con quella canzone.
Si dice che tu sia un perfezionista per quanto attiene alla tua musica: eppure l’urgenza che esprimi con gli Okkervil River non teme di usare anche l’imperfezione come mezzo di comunicazione… Come riesci a conciliare le due cose?
Beh, penso che si possa dire che sono un perfezionista quando di tratta di incidere un disco, ma la mia idea di perfezione non coincide necessariamente con quella di perfezione tecnica. Intendo dire che non sempre canto intonato… mi piacerebbe riuscirci, ma poi anche se ce la facessi desidererei comunque non esserlo sempre: le cose non sono sempre intonate su un disco, a volte si va fuori tempo o ci sono altre difficoltà, ma lasciamo sempre gli errori. Per me si tratta di qualcosa che ha a che vedere con il feeling: quello che ho sempre cercato nella musica è l’umanità, nel senso che la musica che ascolti è fatta da persone, e le persone non sono sempre intonate, a volte vanno troppo veloci o troppo lente ed è questo che trovo attraente e rassicurante al tempo stesso nella musica. E poi nessuno ha mai detto che il rock ‘n’ roll debba essere qualcosa di tecnicamente perfetto: è quello che la rivoluzione punk ha posto nuovamente al centro come idea.
Quanto ai concerti, penso che non abbiano molto a che vedere con la perfezione, si tratta piuttosto di un momento condiviso tra il pubblico e la band, un momento in cui entrambi partecipano insieme a quello che sta accadendo nello stesso spazio. L’attenzione è diretta a qualcosa di emotivo e non ha niente a che vedere con la perfezione tecnica. Ho visto spesso band terribili che, pur suonando in maniera molto scarsa, erano davvero grandi dal vivo, ed ero contento che suonassero male. E ho visto concerti noiosissimi in cui mi dicevo “è un grande musicista, ma mi sto annoiando a morte”… (risate) Con questo non voglio dire che i buoni musicisti siano sempre noiosi, ma certo è una cosa che può accadere.
In una delle immagini del booklet del nuovo disco si intravede una copia del romanzo “A Night Of Serious Drinking” dello scrittore francese René Daumal: si tratta di una lettura che ha in qualche modo influenzato “The Stage Names”?
È una foto che ho scattato dalla finestra dell’appartamento in cui vivevo a Brooklyn, dove ho scritto quasi tutte le canzoni del disco. Cercavo solo di fare una foto di ciò che si vedeva dalla mia finestra, per cui non era pensata per essere inserita nell’album. Ma ho finito per usarla perché cercavamo di mettere nell’album le nostre foto preferite. “A Night Of Serious Drinking” non è stato messo lì di proposito, ma in parte la ragione per cui ho scelto quella foto è che mi piaceva l’idea, il gioco di parole: per me dice qualcosa sul fatto che “The Stage Names” è un disco da party, ma un serio disco da party… come una notte di bevute, ma di serie bevute. L’idea che sta dietro a “The Stage Names” è che ci stiamo divertendo, ma è un serio divertimento…
Secondo te quando la ricerca della melodia, che nella musica degli Okkervil River ha da sempre un ruolo fondamentale, finisce per trasformarsi in una caduta nella leziosità?
Come tutti, lavoro su melodie che mi piacciono e di solito le melodie che mi piacciono hanno delle variazioni, non sono monotone, hanno una certa eleganza... Di solito mi piacciono le melodie in cui hai l’impressione che le parole siano melodiche e che la melodia si intoni alle parole, che entrambe abbiano qualcosa a che vedere le une con le altre. Non sono abbastanza bravo da dire “la vorrei un’ottava sopra” oppure “ci starebbe bene un contrappunto”, non so proprio di che cosa si tratti… Lavoro cercando solo qualcosa che mi piaccia davvero e spesso si tratta di qualcosa che ha a che vedere semplicemente con una sfumatura. La gente sa quando una melodia le piace, per cui cerco fino in fondo di scrivere melodie che penso siano piacevoli, ma non lo faccio da un punto di vista intellettuale, di solito è più una cosa che mi viene e basta.
In “Sleep And Wake-Up Songs” avevi espresso il tuo lato più cantautorale. Ultimamente hai fatto numerosi concerti da solista. Senti mai il bisogno di una dimensione artistica personale, al di fuori della band?
Sì, penso che sia così… Per me si tratta solo di un modo diverso di fare le cose. Stavo proprio pensando a questo perché… Vedi, amo “Sleep And Wake-Up Songs” e ne sono molto contento. Anche nei quattro album degli Okkervil River ci sono molte canzoni intimiste, ma c’è sempre così tanta pressione intorno a un nuovo disco da fare con la band… È stimolante dover far fronte alla pressione, ma a volte è anche frustrante e ti chiedi: “Che cosa succederebbe se facessi qualcosa di dichiaratamente non ambizioso?”. È un po’ come dire: “abbassa la tua ambizione di conquistare il mondo”, o qualcosa del genere…
Per rispondere alla domanda, mi piace suonare da solo, ma non ho in programma di fare un disco solista. Potrebbe anche accadere, ma per adesso non ci sto pensando.
Vista la tua esperienza come critico musicale, quali prospettive pensi che riservi l’era di Pitchfork? Oggi nella critica musicale c’è da una lato la tendenza a rinchiudersi sempre più nella propria nicchia, dall’altro la deriva verso un’informazione “usa e getta” che spesso trascura la capacità di valutazione…
Amo molto Lester Bangs, mi sono letto un bel po’ delle sue critiche recentemente ed è stato molto divertente. Quello che amo in Lester Bangs è che lui prende le cose così sul serio, persino molto più sul serio di quanto non faccia l’artista stesso… Ha scritto qualcosa come venti pagine sui Black Sabbath, cercando veramente di arrivare al significato profondo della loro musica: è davvero affascinante e toccante che a lui importi così tanto della musica dei Black Sabbath da scrivere una tale quantità di pagine… No, dico, a me piacciono i Black Sabbath, non mi fraintendere, ma la maggior parte delle persone pensa che forse non meritino che si scriva di loro con tutta questa accuratezza intellettuale.
Comunque, mentre leggevo, pensavo che è proprio questo che manca oggi alla critica musicale: oggi molti grattano semplicemente la superficie, e quando c’è così tanta gente che gratta in continuazione la superficie finisce che non rimane più nulla… È come se nessuno dei significati sottostanti venisse più approfondito. Ovviamente nessuno vuole un pessimo, lungo, autoindulgente pezzo di giornalismo, ma è davvero una grande sfida scrivere un lungo pezzo di critica musicale che realmente vada a fondo e ne tiri fuori qualcosa. La buona critica musicale è quasi altrettanto valida quanto la musica stessa, nel senso che ha a che vedere con le stesse cose con cui ha a che vedere la musica: parlare del perché si ama qualcosa e di quali dovrebbero o non dovrebbero essere le nostre reazioni emotive di fronte a certe cose. È molto affascinante e a volte mi sento un po’ frustrato, perché oggi non vedo una grande critica musicale. Non so proprio come mai, ma sembra che l’arte della critica rock sia andata a finire piuttosto lontano dall’età dell’oro di Lester Bangs, Greil Marcus o Richard Meltzer…
Alla registrazione del nuovo disco ha preso parte anche Jonathan Meiburg, il tastierista storico della band: la sua partecipazione agli Okkervil River si concilia ancora con i crescenti impegni come leader degli Shearwater? Secondo me “Palo Santo” è stato uno dei migliori album dello scorso anno…
Sì, adoro “Palo Santo”! E posso dirlo perché non ho partecipato molto al disco, è stato soprattutto un lavoro di Jonathan e degli Shearwater. Jonathan continua a venire in tour con noi quando può, anche se prima di tutto è impegnato con gli Shearwater.
Nei ringraziamenti di “The Stage Names” compare tra gli altri il nome di Elvis Perkins: avete collaborato in qualche modo?
Siamo andati in tour con lui, ha aperto i nostri concerti in America. Credo che sia davvero grande, mi piace molto la sua musica…
Secondo me, il suo disco d’esordio, “Ash Wednesday”, è stato finora uno dei più interessanti dell’anno nell’ambito del songwriting americano…
Sì, scrive delle splendide canzoni e la sua band è fantastica. Il mio unico rimpianto riguardo al suo disco è che mi sarebbe piaciuto che la touring band fosse più presente, perché è davvero ottima. Ma mi sa che quando ha registrato l’album non aveva ancora formato il gruppo…
(Milano, 28/06/2007)
