Okkervil River

Okkervil River

Il cuore sanguinante delle pecore nere

intervista di Guia Cortassa e Gabriele Benzing

Raggiungere Will Sheff, oggi, è particolarmente complicato. Il frontman degli Okkervil River ha appena finito uno showcase alla radio e sta andando alle prove di uno dei primi concerti del tour di “The Silver Gymnasium”, l’ultimo lavoro della band di Austin. Il telefono squilla a vuoto un paio di volte, e la linea è disturbata; ma questo non impedirà al loquace cantautore di parlare del nuovo disco, degli anni Ottanta, del suo rapporto con la critica, di qualche fantasma del passato e della sua auto-terapia musicale.

Ciao Will, come va?
Bene, sono a Washington DC, vicino a un bidone dell’immondizia, la gente corre per strada per andare a fare colazione, è una bella giornata, fuori comincia a fare fresco, e sto bene.

Come sta andando il tour?
Benissimo! Sai, è facile stare in tour quando sei molto eccitato per i pezzi che suoni live. Sono molto impegnato perché ho in ballo diversi progetti, il videogame e le altre cose, spesso non ho un minuto di relax ma è divertente.

Parliamo del vostro nuovo disco, “The Silver Gymnasium”. La prima volta che ci siamo incontrati, un paio di anni fa, ti chiesi quanto di autobiografico ci fosse nelle tue canzoni e tu mi rispondesti di non essere interessato a raccontare apertamente storie vere e personali. Cosa ti ha fatto cambiare idea?
Quando ho iniziato a comporre canzoni andava molto di moda la scrittura autobiografica. Mi sembrava molto autoreferenziale e infantile, ed ero affascinato dal creare una canzone dalla prospettiva di un personaggio di finzione, trattandola, in un certo senso, in modo più maturo.
Avendo sempre agito così, ho creduto che, dopo tanto tempo, sarebbe stato interessante provare nell’altra maniera. Nel frattempo, si sono ridimensionati i miei conflitti con questo approccio nelll’indie-rock, anzi, mi sembra che ora tutto il songwriting sia più astratto, nascosto e senza personalità rispetto a quando abbiamo iniziato. Ho sentito un’urgenza a reagire, ad aggiungere un po’ di sangue a tutto ciò, e scrivere da un punto di vista autobiografico era la cosa da fare. Non mi piace molto essere il soggetto di racconti autobiografici, non mi fa piacere che la gente pensi a me e alla mia persona mentre scrivo cose personali, ma l’ho fatto perché volevo spostare l’attenzione sulla mia biografia e perché volevo qualcosa di significativo in tavola, qualcosa di appassionante.

Non è un approccio che avevi già intrapreso con “Your Past Life As A Blast”, con il video in super 8?
Sì, in un certo senso si può vedere nel video di “Your Past Life As A Blast” una sorta di inizio per “The Silver Gymnasium”.
In realtà, qualcuno ha realizzato un video per quella canzone, ma non mi è piaciuto molto – anche se, alla fine, abbiamo deciso di farlo uscire comunque, per vedere la reazione delle persone, per capire se lo trovassero interessante –, è stato molto costoso e non ero felice del risultato finale. Ho quindi cercato di farmi venire un’altra idea, ma avevo speso tutto il budget per un video che non mi piaceva. Avevo questi filmati di famiglia, perché non usarli? Nel processo della realizzazione, usando quel girato, sono diventato più interessato ai miei vecchi filmini, quindi ne ho usati ed editati un bel po’ per il video, e il resto sono diventati un regalo per l’anniversario di matrimonio dei miei genitori. Credo di aver piano piano iniziato a scendere nella tana del coniglio dei miei ricordi in quel momento. Ho sempre, comunque, voluto scrivere del New Hampshire, e credo che tutte queste cose si siano combinate insieme, finendo per diventare un disco autobiografico sulla mia infanzia.

Credi ci sia qualcosa che hai scoperto o forse solo capito di più di te stesso guardando il riflesso di te bambino, scrivendo questo disco?
Sì, beh, a dire il vero sono un pack rat, che è un’espressione usata qui negli States per indicare una persona che conserva qualsiasi cosa. Tengo moltissime cose, non oggetti senza senso, ma tutti miei disegni, le mie storie, ciò che ho fatto quando ero bambino, ho ancora tutto. Ho iniziato a riguardare tutte quelle cose, e credo abbiano influenzato molto il disco. È un’esperienza molto bella, la consiglio a tutti, perché ti dà una prospettiva di te stesso differente, più indulgente; realizzi che in un certo senso sei la stessa persona di sempre, e che la persona che eri al tempo era diversa solo perché più piccola di dimensioni e senza il cervello fottuto. Io avevo la stessa personalità di adesso; per tanti aspetti, l’uomo a cui stai parlando ora è la stessa identica persona che a 7 o 8 anni faceva quei disegni. Alcune cose sono anche imbarazzanti, è imbarazzante accorgersi che alcune idee che hai avuto provengono da film che hai visto, o vedere svelate tante ingenuità, ma si è anche molto più pronti ad essere auto-indulgenti. Credo che il senso di guardare indietro a me stesso da bambino e di essere stato più accomodante con me stesso sia stato quello più utile, per me.

Per rimanere in tema di cinema, il punto di vista sugli anni 80 che hai usato ricorda molto quello di J. J. Abrams in “Super 8”. Ti ci ritrovi, in quel film?
No, quel film non mi piace per niente, mi è sembrato un vero scarto. Mi è sembrato che il regista abbia avuto un’idea brillantissima, ma che l’abbia sprecata rendendola uno di quei film di mostri hollywoodiani che si fanno notare solo per i numeri, e che abbia completamente ridotto al minimo ogni possibilità di dire qualcosa di più profondo, potente, umano e significante. Prendi “E.T.”, per esempio. “E.T.” ha una storia profonda e potente, con un grande significato, è una parabola più che una fiaba; ma [“Super 8”] è un fottuto merdoso film di mostri, niente di più. Neanche un bel film di mostri, come “Godzilla”, proprio una merda, neanche come “Grosso Guaio a Chinatown”, che è un film divertente, non so, è proprio un film di cui potrei anche non ricordare il nome, da quanto è insignificante.

L’uscita dell’album è stata accompagnata da molte cose “collaterali”, in stretto legame con la sua ambientazione geografica e l’epoca in cui è collocato; è uscito anche in cassetta, e credo che “The Silver Gymnasium”, in questo senso, sia stato uno dei pochi ad aver avuto senso su questo supporto ultimamente. È stata una scelta consapevole?
Sì, certo! Amo tutto ciò che porta a un’interazione più ricca con l’artwork, e da artista il tuo obiettivo è creare qualcosa di speciale, che le persone possano portare nella propria vita. Tutti noi abbiamo un artwork, come un disco, un film, un libro o un quadro, che diventa parte di ciò che siamo, e diventa ciò che cerchiamo per rallegrarci, ma persino la musica che ascoltiamo mentre lavoriamo. È un onore avere un’interazione di questo genere, è un onore stabilire una connessione con una persona che non hai mai conosciuto. Specialmente i bambini integrano l’arte con l’immaginazione con un’urgenza estrema e meravigliosa. Mi ricordo “Guerre Stellari”, o i Muppets, e il modo in cui tutto il merchandising, nonostante fosse per molti versi un’operazione solo economica, sia stato incredibile, perché ha cambiato il modo in cui l’esperienza arrivava alle persone e alla loro immaginazione. È ciò che anche io vorrei fare con tutti gli extra; in un certo senso, poi, è un modo trasversale per promuovere il disco – ci vogliono dei soldi per farlo, e puoi giustificarti con l’etichetta convicendoli che serviranno a spingere l’album e quindi a finanziarne la realizzazione – ma per me significa davvero fare qualcosa di speciale. “The Silver Gymnasium” è associato a un immaginario enorme, non solo per me personalmente, anche per i miei ricordi, per i sentimenti verso i luoghi da cui provengo. Dato che buona parte degli 80's è strettamente legata al merchandising, la sua influenza è stata molto forte. Ho un sentimento particolare per il videogame, è stato un impegno più grande che tutto il resto del disco.
Adoro fare arte, è la cosa migliore del mondo, spero ogni giorno di fare qualcosa di creativo perché mi sento in pace se ci riesco, cerco di continuare a lavorare, a fare cose diverse. Tutti questi prodotti extra sono il modo per provare a fare cose mai fatte prima, come scrivere e rivedere un videogame, o creare dei gadget che io non ho mai avuto.

Sei in giro con gli Okkervil River da quindici anni ormai, e per tutto questo tempo hai anche scritto di musica. Come ti senti quando leggi ciò che gli altri scrivono dei tuoi dischi?
Mi sembra sempre che tutti descrivano un mio gemello che vive in un universo parallelo. Io stesso non saprei come raccontare il nostro sound quando ne parlo con qualcuno, ma non come i ragazzini nelle band che affermano “Hey, la nostra musica è incategorizzabile”, ho fatto e sentito talmente tante cose che probabilmente non sono la persona più adatta a cui chiedere come suoniamo e cosa facciamo. Quando esce qualcosa su di me non mi disturba leggere delle critiche, a volte possono anche essere divertenti o interessanti; mi dispiace un po’ quando leggo qualcosa di positivo o negativo ma che fraintende la mia posizione: certe volte le critiche arrivano per qualcosa che tu non hai minimamente voluto fare, e non mi piacciono gli atteggiamenti tipo “non vi sembra sospetto che questa canzone degli Okkervil River suoni come ‘magari qualcosa che io non ho mai sentito nominare’, o come quella b-side del 1957 dall’album wrong-rock di Bazooka Jimmy?” E io non ho idea di cosa stia parlando! Allo stesso modo può capitare di ricevere complimenti per qualcosa di travisato: mi succede spesso di scrivere pezzi che per me sono sono dolci canzoni d’amore felice e che qualcuno mi dica “quel brano deprimente, dark, violento” o “il viaggio dell’eroina alla fine dell’oscurità”, quando io pensavo di aver scritto “Shiny Happy People”! [ride]
Credo che molti critici musicali siano veramente non-intelligenti, terribili e senza cognizione nello scrivere, ma credo ce ne siano anche alcuni profondamente talentuosi e mi imbarazza che questi ultimi possano ascoltare la mia musica, perché sono così sensibili e ricettivi che non mi sento all’altezza né dei loro complimenti né delle loro critiche. Forse, internet ha aperto le porte a tantissime persone che non sanno perché vogliono scrivere e forse non vorrebbero neanche farlo, ma dato che la soglia d’ingresso è molto bassa, non avendone ancora preso coscienza, vanno avanti perché la considerano un’opzione buona per loro; sembra che gli scrittori dotati e coscienziosi stiano sparendo, ma ce ne sono ancora veramente alcuni eccezionali.

Un po’ di tempo fa hai twittato un commento sul fatto che gli estimatori di “Black Sheep Boy” sarebbero rimasti contrariati dal sound anni 80 e dalle influenze di “The Silver Gymnasium”. Che rapporto hai con “Black Sheep Boy”?
È un album di cui vado molto orgoglioso. Ho riascoltato tutti i dischi che abbiamo fatto – ti sembrerà strano perché quasi tutti i musicisti ti direbbero che non riascoltano mai ciò che hanno registrato. Ci passi attraverso, l’hai fatto tu, è un momento enorme per la tua vita, e ti sembra di non aver più bisogno di ascoltarlo; ma poi il tempo passa, e devi tornare indietro per controllare che tu ci creda ancora –. “Black Sheep Boy” mi piace veramente tanto, non lo nego, mi piace come è stato registrato, credo che il mio cantato sia stato migliore che in tutti i dischi precedenti, mi piace. Per un po’, insieme a “The Stage Names”, per il successo che hanho avuto nonostante siano molto diversi, è diventato una specie di spartiacque per i fan degli Okkervil River: c’era gente che amava le cose più pop di “The Stage Names”, e altri che invece preferivano quelle più folk e dark di “Black Sheep Boy”. Mi fa sorridere, anche se effettivamente ne vedo il senso, io amo tutti i generi di musica, e non riesco a non farmi piacere ciò che Neil Young ha fatto con i Crazy Horse, nonostante preferisca le sue cose più acustiche, o l’Arthur Russell sperimentale rispetto a quello della disco music, apprezzo tutto. Ma credo che col tempo i fan “Black Sheep Boy” e i fan delle nostre cose più pop abbiano fatto pace, credo che ora possano andare più d’accordo e capirsi meglio.

Te l’ho chiesto perché, leggendo in giro articoli e recensioni che vi riguardano, sembra che tutta la musica che avete registrato dopo “Black Sheep Boy”, per i fan e per gli addetti ai lavori, non potrà mai essere alla sua altezza, non importa quanto facciate bene e che risultati otteniate…
Sì, l’ho visto anche io, ma non credo che lo dicano più così tanto come una volta, anche perché per alcuni è lo stesso con “The Stage Names”.
Credo che quelli che si esaltano per Black Sheep Boy in realtà si esaltino per il momento della propria vita in cui l’hanno comprato, per i loro primi vent’anni o qualsiasi fosse la loro età allora. Pitchfork ne aveva scritto una brutta recensione, salvo poi correggersi, e per quello improvvisamente ai nostri concerti c’erano persone mai viste prima: invece di 100 spettatori ne avevamo 500 e molti di loro erano persone di passaggio sulla strada di – non so, fammi pensare a chi andava in quel momento – gli Animal Collective o cose del genere, facevano una fermata agli Okkervil River per poi non tornare più. Quando queste persone dicono “Black Sheep Boy è il disco migliore” quello che intendono veramente è “i 22 anni sono stati i miei preferiti”.

Sì, probabile...
Io non penso in quei termini. Prendi Van Morrison, che è uno dei miei artisti preferiti: credo che “Astral Weeks”, dal punto di vista musicale, sia il miglior disco che abbia mai fatto, è il suo primo album propriamente da solista, aveva 20 o 21 anni ai tempi, è una cosa che fa riflettere su tutte le cose che avresti voluto fare a quell’età senza riuscire. Ma non credo sia un punto di vista molto normale, è un po’ un approccio machista. Se io chiedessi “Qual è il tuo disco dei Beatles preferito?”, quasi tutti risponderebbero “Sgt. Pepper's”, ma questo vuol dire che tutti gli altri dischi dei Beatles sono terribili? Dovremmo eliminare dalla faccia della terra gli altri e tenere solo “Sgt. Pepper's”? In un certo senso, questa “elezione” non significa così tanto, perché tutti i dischi dei Beatles sono eccellenti. Tornando a Van Morrison, nella sua carriera, durante gli anni Ottanta, ha fatto una serie dischi magnifici: “No Guru, No Method, No Teacher”, “Poetic Champion Compose”, “Common One”; nessuno gli prestava veramente attenzione ai tempi, lui continuava tranquillamente a pubblicare le sue cose, nessuna delle quali buona come “Astral Weeks”, ma tutte veramente eccellenti, e che rendono la mia vita veramente felice, la arricchiscono tantissimo. Lì cominci a capire che non tutti i dischi devono necessariamente essere IL disco a detta di tutti, ma ce ne sono alcuni che preferisci personalmente. Io posso dire che “On The Beach” è il miglior disco di Neil Young, ma magari non lo è, lo è per me. Queste incoronazioni mi ricordano i discorsi sullo sport, quale squadra vince il campionato quest’anno, chi è il miglior giocatore in questa stagione, ma non funziona veramente così.

Sì, sono perfettamente d’accordo. Ti chiedo un’ultima cosa: hai lavorato per un po’ da solo, pubblicando due brani con il moniker Lovestreams, dobbiamo aspettarne altri?
In realtà è un disco intero, ed è qualcosa che avevo proprio bisogno di fare. Mi sono ricordato la storia di Sonny Rollins, che per un anno ha suonato sul Brooklyn Bridge, facendo solo cose per lui, e mi sono trovato nella posizione di voler fare lo stesso, provare a fare cose che avevo in mente da tempo. Alla fine mi sono ho scritto, provato e registrato quel disco contemporaneamente a "The Silver Gymnasium", è un po’ un suo fratello. Non è stato creato con l’intenzione di essere diffuso, è stata una terapia, e per questo lo adoro, ed è importante tanto quanto “The SIlver Gymnasium”. Credo sia una delle cose migliori che abbia mai fatto. A un certo punto vorrei farlo uscire, ma devo ancora capire bene il modo migliore.

Grazie mille Will, e in bocca al lupo per stasera.
Grazie, e buona giornata – o buona serata? – anche a te.


***

A serious fun


intervista di Gabriele Benzing e Martino Buora


L’asfalto di Milano trasuda il calore di una lunga giornata estiva, accanto ai ponti dall’aria decadente della Stazione Centrale. L’hotel dove ci attende Will Sheff, in compenso, sembra voler esorcizzare lo spettro del riscaldamento globale facendo ricorso a una temperatura da era glaciale... Il
leader degli Okkervil River appare spossato dal tour de force di interviste e promozione, ma dedica ugualmente tutta la propria attenzione a ogni domanda. Gli occhiali sottili gli conferiscono una rassicurante aria da nerd, che contribuisce istintivamente ad abbattere le distanze. Sotto la giacca fa capolino un’inquietante maglietta di Moondog, l’eccentrico compositore newyorkese che aveva l’abitudine di vestirsi da vichingo, agghindato con tanto di elmo e lancia… L’uscita del quarto disco a nome Okkervil River, “The Stage Names”, è l’occasione per immergersi nelle dinamiche narrative e musicali di uno dei più intensi autori americani degli ultimi anni.
Mentre Sheff cerca disperatamente una bottiglia d’acqua, l’iniziale
captatio benevolentiae di rito sortisce l’effetto di un sorriso compiaciuto.


Nel 2005, i redattori di Onda Rock hanno votato
“Black Sheep Boy” come album dell’anno...
Ah, cool…!
Rispetto alle atmosfere oscure di quel disco, “The Stage Names” segue una direzione molto differente, più estroversa e diretta, con aperture al rock nel senso più genuino del termine: ho letto addirittura dell’influenza della tua passione per il girl-pop e in effetti quando sei venuto in concerto in Italia sfoggiavi una t-shirt delle Shangri-Las…
Sì, mi piacciono molto le Shangri-Las… Sono cresciuto ascoltando quel tipo di musica, perché mia madre era una grande fan dei gruppi di girl-pop: mi hanno molto ispirato mentre lavoravo al nuovo disco. Ovviamente non siamo un girl-group, visto che non c’è neanche una ragazza nella band… ma ho sempre pensato di essere stato influenzato in qualche modo da quel tipo di musica. Pensa ad esempio ai New York Dolls: sono una band dall’attitudine molto virile, molto da duri, eppure hanno assorbito parecchio dai trucchi e dall’atteggiamento del girl-pop e questo in qualche strano modo ha fatto sembrare la loro musica ancora più mascolina.
Mi piacciono le Shangri-Las e mi piacciono i lavori di Phil Spector: penso che ci sia stato un momento in cui gli arrangiamenti erano molto semplici e classici, in cui non si temeva di proporre grandi scelte di produzione. Quello che mi affascina e mi coinvolge di più di quella musica è il suo essere così enfatica, la sua capacità di colpire con così grande forza. Volevamo avere anche noi questo tipo di approccio, nel modo in cui abbiamo realizzato gli arrangiamenti di “The Stage Names”.

In effetti “The Stage Names” mostra un’inedita leggerezza, non nel senso di disimpegno ma di capacità di autoironia, in particolare verso il mondo del rock ‘n’ roll e dell’entertainment
Sì, penso che sia vero. Per me non prendere troppo sul serio l’industria dell’entertainment è solo… (riflette esitante) ...è solo un modo per sminuire un po’ quest’idea che l’arte debba essere sempre una cosa super-seria. Parlando di leggerezza, credo che si tratti di un aspetto assolutamente essenziale, perché c’è un bel po’ di gente che è convinta che gli Okkervil River siano un gruppo molto molto serio e molto molto pesante, che io abbia un’anima torturata… ma io non sono così, non mi sento in questo modo… e' anche un po’ imbarazzante che ci siano persone che pensano questo di te! (risate).
Quindi non è che sia stato un mio intento preciso, ma lavorando al nuovo disco mi sono reso conto che era molto importante per me comunicare questo lato della band: ho sempre pensato che nella musica degli Okkervil River ci fossero humour, ironia e una certa leggerezza e credevo che la gente le avrebbe colte, ma non sempre è successo così. In questo disco ho capito con chiarezza che quello che volevo era un tocco più lieve, perché altrimenti a un certo punto finisci per identificarti sin troppo in quel tipo di “artista consapevole di essere molto serio con sé stesso”, capisci?

Anche nel nuovo disco, come già in “For Real”, a essere al centro è il tema della realtà: non pensi che oggi ci sia una sorta di paura della realtà, di lasciarsi ferire dalla realtà, dalla possibilità che nella vita accada un imprevisto? Proprio come per i personaggi di “The Stage Names”, che vivono indossando una maschera, rifugiandosi in una finzione…
Beh, penso che la gente ami da sempre rifugiarsi nei film, è per questo che il cinema è così attraente… La realtà fa paura. Il cinema è più divertente della vita, no? Nei film tutti sono belli e alla fine tutti sono felici, o comunque vivono storie molto romantiche o molto eccitanti… Nella vita reale non c’è sempre una morale, non c’è sempre un messaggio, non c’è sempre un finale che abbia il sapore di un finale soddisfacente. È solo… beh, la vita non è sempre giusta, non è sempre bella. Penso che sia comprensibile: ognuno di noi, me compreso, ha una parte infantile di sé che vorrebbe a volte come infiltrarsi dentro lo schermo di un cinema.
D’altra parte, penso che quelli che viviamo oggi siano tempi interessanti. Per esempio, se prendi i film americani, ti rendi conto che ci sono come due grandi filoni, anche se un po’ mescolati tra di loro: un primo tipo è quello delle commedie romantiche assolutamente stupide e prive di connessione con la realtà, che non sono altro che una forma di distrazione. Oggi la realtà sembra più strana e spaventosa che mai e gli americani si sentono come non si sono mai sentiti prima. Su internet c’è gente terrorizzata dal riscaldamento globale o da cose del genere... È come se ci fosse un sentimento prevalente, per molta gente, secondo cui probabilmente il loro mondo diventerà molto diverso da come è ora e viverci sarà molto più spaventoso. Per cui quello che trovi al cinema o è una fuga totale dalla realtà oppure sono dei film molto duri, come quello con Mark Wahlberg che ho visto venendo qui in aereo, “Shooter”… Davvero non sono riuscito a capire dove volesse andare a parare: lui è un eroico patriota che va in giro a sparare alla gente, sgozza le persone, le fa saltare in aria… Poi ci sono film come “Saw” o “Hostel”, che sono praticamente torture porn. E non puoi fare un film sui supereroi senza che debba avere segretamente a che vedere con il terrorismo o con i problemi ecologici... Penso che le persone abbiano molta paura ed è come se i film fossero i loro sogni, una sorta di incubi invitanti.
Specialmente adesso, in America, abbiamo una vita molto confortevole, viviamo in splendide case con l’aria condizionata ed è come se avessimo sempre saputo che una vita del genere ha il suo prezzo, è come se avessimo sempre saputo che tutta quest’aria condizionata e tutte queste gigantesche automobili non fanno certe bene al nostro pianeta. La comodità di tutti questi beni a poco prezzo che compriamo deriva dal fatto che sono stati realizzati in qualche sweatshop che sfrutta il lavoro della manodopera a basso costo. Ma ora sta diventando sempre più difficile ignorare questa realtà e la gente diventa sempre più cosciente di quest’idea – che può essere vera come non esserlo – che il mondo stia diventando spaventoso e spietato.
E mentre avviene tutto questo, l’entertainment acquista sempre più seguito e la gente ha un’esperienza della realtà sempre più mediata dall’entertainment. È una questione interessante, la gente è davvero spaventata…
Cerca di trovare un qualche tipo di conforto…
Esatto, un qualche tipo di fuga.

Con l’immagine della pecora nera avevi sintetizzato lo spirito degli Okkervil River, il non volersi rassegnare alla mentalità dominante, a quello che la gente vuole da te. Hai vissuto le storie dei personaggi di “The Stage Names” con la stessa partecipazione o le hai osservate con più distacco, dal punto di vista di un osservatore esterno?
Su un certo piano mi sento sempre come se guardassi dal punto di vista di un osservatore esterno, perché molte delle canzoni che scrivo non parlano necessariamente di me. Alcune delle cose che racconto, però, mi sono successe veramente e le ho prese e messe in una canzone per farne fare esperienza al personaggio della storia. Ma magari il personaggio non le ha vissute allo stesso modo in cui le ho vissute io, anche se si tratta delle stesse esperienze… Per cui in un certo senso sono un osservatore, vedo le cose in prima persona: ma non mi sento distaccato, perché provo molto affetto e compassione per i miei personaggi, non voglio che siano infelici o che soffrano… o meglio, non voglio che la loro sofferenza o la loro infelicità siano qualcosa da cui tu debba sentirti distaccato. Quindi non penso che le nuove canzoni parlino di me, ma non mi sento nemmeno distaccato al 100%.

La gestazione di “Black Sheep Boy” era stata molto complessa. Alcune delle nuove canzoni, invece, sono state presentate da tempo dal vivo. La nascita del nuovo album ha avuto un approccio immediato, come per l’ultimo Ep “Overboard & Down”, o si è trattato di un lavoro più sofferto?
Mah, direi un po’ un misto… Non è che ci sia stato un lungo e concettuale processo di scrittura quando abbiamo iniziato a dedicarci al disco, è stato sempre in qualche modo qualcosa di intuitivo. “Overboard & Down” era fatto di prime take suonate a casa mia ed è così che doveva essere. “The Stage Names” è un album su cui abbiamo lavorato davvero molto, eppure nel disco abbiamo suonato allo stesso modo che dal vivo, cercando di divertirci… Per cui è un po’ una via di mezzo tra cercare di essere intuitivi, spontanei e divertenti e avere allo stesso tempo una cura attenta a ogni dettaglio del lavoro.

L’ultimo brano del disco, “John Allyn Smith Sails”, si ispira al poeta americano John Berryman e al suo suicidio, e rende omaggio a un classico come “Sloop John B”: che cosa volevi esprimere con questo accostamento?
Non ne avevo idea… Stavo scrivendo quella canzone e all’improvviso “Sloop John B” ci è come saltata dentro. Sai, amo John Berryman, mi ricorda alcune persone che conosco, nel senso dello stesso tipo di storia. Ho letto la sua biografia, che è davvero splendida, e leggevo spesso “The Dream Songs” mentre stavo scrivendo “Black Sheep Boy”. “Sloop John B” è come se fosse entrata all’improvviso. La cosa strana è che “Sloop John B”, nella versione dei Beach Boys, è una canzone molto solare e allegra, ma in realtà i Beach Boys hanno utilizzato una canzone folk tradizionale delle Bahamas, per cui si tratta di una canzone che ha molto a che vedere con la musica pop e con la musica folk raccolta da Carl Sandburg, e anche con la letteratura americana. È una canzone allegra, ma il suo messaggio è: “E' finita, mi arrendo”…
“I wanna go home”…
Esatto, “I wanna go home”… Penso che sia un po’ come se stesse parlando del suicidio: “E' finita, mi arrendo, per me è fatta”. C’è sempre una molteplicità di livelli di lettura quando ti riferisci a John Berryman, specialmente in “The Dream Songs”: lui scrive di sé stesso, ma lo fa calandosi nella parte del suo personaggio Henry, e anche Henry ha a sua volta una sorta di alter ego, Mr. Bones… Quindi ci sono livelli su livelli di personalità fittizie: John Berryman, Henry, Mr. Bones… e poi John Allyn Smith, che è la vera persona che sta dietro a John Berryman. È come se fossero quattro vite differenti, ma quando muoiono c’è una sola morte, un intero mondo che collassa su sé stesso, ed è quello che ho cercato di esprimere con quella canzone.

Si dice che tu sia un perfezionista per quanto attiene alla tua musica: eppure l’urgenza che esprimi con gli Okkervil River non teme di usare anche l’imperfezione come mezzo di comunicazione… Come riesci a conciliare le due cose?
Beh, penso che si possa dire che sono un perfezionista quando di tratta di incidere un disco, ma la mia idea di perfezione non coincide necessariamente con quella di perfezione tecnica. Intendo dire che non sempre canto intonato… mi piacerebbe riuscirci, ma poi anche se ce la facessi desidererei comunque non esserlo sempre: le cose non sono sempre intonate su un disco, a volte si va fuori tempo o ci sono altre difficoltà, ma lasciamo sempre gli errori. Per me si tratta di qualcosa che ha a che vedere con il feeling: quello che ho sempre cercato nella musica è l’umanità, nel senso che la musica che ascolti è fatta da persone, e le persone non sono sempre intonate, a volte vanno troppo veloci o troppo lente ed è questo che trovo attraente e rassicurante al tempo stesso nella musica. E poi nessuno ha mai detto che il rock ‘n’ roll debba essere qualcosa di tecnicamente perfetto: è quello che la rivoluzione punk ha posto nuovamente al centro come idea.
Quanto ai concerti, penso che non abbiano molto a che vedere con la perfezione, si tratta piuttosto di un momento condiviso tra il pubblico e la band, un momento in cui entrambi partecipano insieme a quello che sta accadendo nello stesso spazio. L’attenzione è diretta a qualcosa di emotivo e non ha niente a che vedere con la perfezione tecnica. Ho visto spesso band terribili che, pur suonando in maniera molto scarsa, erano davvero grandi dal vivo, ed ero contento che suonassero male. E ho visto concerti noiosissimi in cui mi dicevo “è un grande musicista, ma mi sto annoiando a morte”… (risate) Con questo non voglio dire che i buoni musicisti siano sempre noiosi, ma certo è una cosa che può accadere.

In una delle immagini del booklet del nuovo disco si intravede una copia del romanzo “A Night Of Serious Drinking” dello scrittore francese René Daumal: si tratta di una lettura che ha in qualche modo influenzato “The Stage Names”?
È una foto che ho scattato dalla finestra dell’appartamento in cui vivevo a Brooklyn, dove ho scritto quasi tutte le canzoni del disco. Cercavo solo di fare una foto di ciò che si vedeva dalla mia finestra, per cui non era pensata per essere inserita nell’album. Ma ho finito per usarla perché cercavamo di mettere nell’album le nostre foto preferite. “A Night Of Serious Drinking” non è stato messo lì di proposito, ma in parte la ragione per cui ho scelto quella foto è che mi piaceva l’idea, il gioco di parole: per me dice qualcosa sul fatto che “The Stage Names” è un disco da party, ma un serio disco da party… come una notte di bevute, ma di serie bevute. L’idea che sta dietro a “The Stage Names” è che ci stiamo divertendo, ma è un serio divertimento…

Secondo te quando la ricerca della melodia, che nella musica degli Okkervil River ha da sempre un ruolo fondamentale, finisce per trasformarsi in una caduta nella leziosità?
Come tutti, lavoro su melodie che mi piacciono e di solito le melodie che mi piacciono hanno delle variazioni, non sono monotone, hanno una certa eleganza... Di solito mi piacciono le melodie in cui hai l’impressione che le parole siano melodiche e che la melodia si intoni alle parole, che entrambe abbiano qualcosa a che vedere le une con le altre. Non sono abbastanza bravo da dire “la vorrei un’ottava sopra” oppure “ci starebbe bene un contrappunto”, non so proprio di che cosa si tratti… Lavoro cercando solo qualcosa che mi piaccia davvero e spesso si tratta di qualcosa che ha a che vedere semplicemente con una sfumatura. La gente sa quando una melodia le piace, per cui cerco fino in fondo di scrivere melodie che penso siano piacevoli, ma non lo faccio da un punto di vista intellettuale, di solito è più una cosa che mi viene e basta.

In “Sleep And Wake-Up Songs” avevi espresso il tuo lato più cantautorale. Ultimamente hai fatto numerosi concerti da solista. Senti mai il bisogno di una dimensione artistica personale, al di fuori della band?
Sì, penso che sia così… Per me si tratta solo di un modo diverso di fare le cose. Stavo proprio pensando a questo perché… Vedi, amo “Sleep And Wake-Up Songs” e ne sono molto contento. Anche nei quattro album degli Okkervil River ci sono molte canzoni intimiste, ma c’è sempre così tanta pressione intorno a un nuovo disco da fare con la band… È stimolante dover far fronte alla pressione, ma a volte è anche frustrante e ti chiedi: “Che cosa succederebbe se facessi qualcosa di dichiaratamente non ambizioso?”. È un po’ come dire: “abbassa la tua ambizione di conquistare il mondo”, o qualcosa del genere…
Per rispondere alla domanda, mi piace suonare da solo, ma non ho in programma di fare un disco solista. Potrebbe anche accadere, ma per adesso non ci sto pensando.

Vista la tua esperienza come critico musicale, quali prospettive pensi che riservi l’era di Pitchfork? Oggi nella critica musicale c’è da una lato la tendenza a rinchiudersi sempre più nella propria nicchia, dall’altro la deriva verso un’informazione “usa e getta” che spesso trascura la capacità di valutazione…
Amo molto Lester Bangs, mi sono letto un bel po’ delle sue critiche recentemente ed è stato molto divertente. Quello che amo in Lester Bangs è che lui prende le cose così sul serio, persino molto più sul serio di quanto non faccia l’artista stesso… Ha scritto qualcosa come venti pagine sui Black Sabbath, cercando veramente di arrivare al significato profondo della loro musica: è davvero affascinante e toccante che a lui importi così tanto della musica dei Black Sabbath da scrivere una tale quantità di pagine… No, dico, a me piacciono i Black Sabbath, non mi fraintendere, ma la maggior parte delle persone pensa che forse non meritino che si scriva di loro con tutta questa accuratezza intellettuale.
Comunque, mentre leggevo, pensavo che è proprio questo che manca oggi alla critica musicale: oggi molti grattano semplicemente la superficie, e quando c’è così tanta gente che gratta in continuazione la superficie finisce che non rimane più nulla… È come se nessuno dei significati sottostanti venisse più approfondito. Ovviamente nessuno vuole un pessimo, lungo, autoindulgente pezzo di giornalismo, ma è davvero una grande sfida scrivere un lungo pezzo di critica musicale che realmente vada a fondo e ne tiri fuori qualcosa. La buona critica musicale è quasi altrettanto valida quanto la musica stessa, nel senso che ha a che vedere con le stesse cose con cui ha a che vedere la musica: parlare del perché si ama qualcosa e di quali dovrebbero o non dovrebbero essere le nostre reazioni emotive di fronte a certe cose. È molto affascinante e a volte mi sento un po’ frustrato, perché oggi non vedo una grande critica musicale. Non so proprio come mai, ma sembra che l’arte della critica rock sia andata a finire piuttosto lontano dall’età dell’oro di Lester Bangs, Greil Marcus o Richard Meltzer…

Alla registrazione del nuovo disco ha preso parte anche Jonathan Meiburg, il tastierista storico della band: la sua partecipazione agli Okkervil River si concilia ancora con i crescenti impegni come leader degli Shearwater? Secondo me “Palo Santo” è stato uno dei migliori album dello scorso anno…
Sì, adoro “Palo Santo”! E posso dirlo perché non ho partecipato molto al disco, è stato soprattutto un lavoro di Jonathan e degli Shearwater. Jonathan continua a venire in tour con noi quando può, anche se prima di tutto è impegnato con gli Shearwater.

Nei ringraziamenti di “The Stage Names” compare tra gli altri il nome di Elvis Perkins: avete collaborato in qualche modo?
Siamo andati in tour con lui, ha aperto i nostri concerti in America. Credo che sia davvero grande, mi piace molto la sua musica…
Secondo me, il suo disco d’esordio, “Ash Wednesday”, è stato finora uno dei più interessanti dell’anno nell’ambito del songwriting americano…
Sì, scrive delle splendide canzoni e la sua band è fantastica. Il mio unico rimpianto riguardo al suo disco è che mi sarebbe piaciuto che la touring band fosse più presente, perché è davvero ottima. Ma mi sa che quando ha registrato l’album non aveva ancora formato il gruppo…

(Milano, 28/06/2007)

 

Discografia
 Bedroom (Ep, self released, 1998)

6

 Stars Too Small To Use (Ep, Jound, 2000)

6,5

 Don't Fall In Love With Everyone You See (Jagjaguwar, 2002)

7

 Julie Doiron/ Okkervil River (Acuarela, 2003)

6

Down The River Of Golden Dreams (Jagjaguwar, 2003)

8

 Sleep And Wake Up Songs (Ep, Jagjaguwar, 2004)

7

Black Sheep Boy (Jagjaguwar, 2005)

7,5

 Black Sheep Boy Appendix (Ep, Jagjaguwar, 2005)

7

 

Overboard & Down (Ep, Low Transit, 2006)

7

The Stage Names (Jagjaguwar, 2007)

7,5

 

Golden Opportunities (Ep, self released, 2007)

6,5

 

The Stand Ins (Jagjaguwar, 2008)

7

 

I Am Very Far (Jagjaguwar, 2011) 

6,5

 

Golden Opportunities 2 (Ep, self released, 2011)

6,5

 

The Silver Gymnasium (ATO, 2013)

7

 

Away (ATO, 2016)

7,5

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Red
(da "Don't Fall In Love With Everyone You See", 2002)
It Ends With A Fall
(da "Down The River Of Golden Dreams", 2003)
For Real
(da "Black Sheep Boy", 2005)
Black
(live, da "Black Sheep Boy", 2005)
Our Life Is Not A Movie Or Maybe
(da "The Stage Names", 2007)
A Girl In Port
(live, da "The Stage Names", 2007)
Lost Coastlines
(da "The Stand Ins", 2008)
Starry Stairs
(live, da "The Stand Ins", 2008)
Wake And Be Fine
(da "I Am Very Far", 2011)
 
We Need A Myth
(live, da "I Am Very Far", 2011)
 
It Was My Season
(da "The Silver Gymnasium", 2013)
Down Down The Deep River
(live, da "The Silver Gymnasium", 2013)
Okkervil River R.I.P.
(da "Away", 2016)
The Industry
(da "Away", 2016)
Okkervil River su OndaRock
Recensioni

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(2007 - Jagjaguwar)
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(2005 - Jagjaguwar)

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