Palma Violets

Palma Violets

Una canzone alla volta

intervista di Stefano Bartolotta
Abbiamo raggiunto telefonicamente Sam Fryer, il leader dei Palma Violets, in occasione della pubblicazione del loro secondo disco "Danger In The Club". Le risposte mettono in evidenza l'approccio senza calcoli e senza pensieri, ma non certo privo di cura e consapevolezza, adottato dal quartetto per la realizzazione del lavoro.

Ho letto sul comunicato stampa che concettualmente eravate d’accordo come band sul fatto di volere un disco che fosse pieno di gioventù e che mostrasse che siete inglesi. Il fatto che diciate che foste d’accordo solo sul concetto generale forse implica che ci fossero diverse visioni del concetto stesso. Se è così, ti chiedo di spiegarle e se alla fine esse sono tutte rappresentate nel disco.
In realtà non c’è mai stata una discussione sulla direzione da prendere. Eravamo d’accordo, oltre che sulle cose che hai detto, anche sul fatto che volevamo crescere come band, in senso positivo. Volevamo che il disco fosse energico, con chitarre forti. Oltre a questo, come dicevo, non abbiamo discusso di quale visione avesse ognuno di noi e quale fosse la direzione giusta, semplicemente ci siamo radunati assieme e abbiamo tirato fuori il nostro suono. Inoltre, non abbiamo mai parlato di come dovesse essere il disco nel suo complesso, ma siamo andati avanti una canzone alla volta, l’unica cosa di cui parlavamo era come sarebbe stata la canzone a cui stavamo lavorando in quel momento. Poi evidentemente l’album sarebbe stato semplicemente come sarebbero state le canzoni messe insieme. Un intero album non appare dal nulla, non puoi fare dei piani su un album intero ma esso si forma man mano.

Ho ascoltato il nuovo disco poche volte finora, ma trovo che nel primo, a livello di mood, c’era un mix di canzoni positive e altre un altro po’ più cupe e introspettive, invece qui quasi tutte sono del primo tipo, forse solo “Matador” è del secondo.
Secondo me, invece, ci sono altre canzoni in questo disco che non sono certo le più allegre del mondo. Trovo che anche questo disco, così come il primo, abbia dei momenti positivi e altri molto meno. Vale quello che ho detto prima: prendiamo una canzone alla volta, quindi quando poi riguardiamo un album finito, non lo guardiamo come a una cosa sola. Forse un giorno faremo un album interamente cupo, se ci sentiremo così in quel periodo.

Per quanto riguarda la realizzazione delle canzoni, il procedimento è cambiato rispetto al primo disco o è più o meno lo stesso?
È stato più o meno lo stesso, nasce tutto da idee mie mentre sono da solo e rilassato, poi ci troviamo tutti assieme e lavorandoci riusciamo a vedere certe cose che non si notavano all’inizio, poi diventa tutto chiaro. Quello che è cambiato è che ora ci conosciamo molto meglio, visto che abbiamo un disco già alle spalle e siamo stati tanto in tour, in pratica sono due anni che ci svegliamo assieme tutti i giorni.

Il fatto di essere sotto i riflettori per quanto riguarda l’attenzione dei media e del pubblico fin dall’inizio della vostra carriera vi piace o vi fa sentire sotto pressione? E la sensazione che avete riguardo a questa cosa è cambiata nel corso del tempo?
Ci sentiamo sotto pressione, ma troviamo che sia molto facile non farsi mettere in agitazione da questo. Poi ora la pressione non la sentiamo proprio per niente perché ormai sappiamo benissimo di essere in grado di fare le cose bene assieme, soprattutto ora che siamo stati in grado di fare un disco come questo. All’inizio sicuramente è stata più dura, ora sentiamo di aver passato il momento più difficile, sapevamo di dover fare un disco che dovesse incontrare le aspettative di molti e crediamo di esserci riusciti, inoltre le canzoni sono venute esattamente come le volevamo.

Rispetto al primo disco, noto un’attenzione molto maggiore sull’aspetto vocale, ci sono molte più armonie e spesso c’è un canto corale, e trovo che questa sia una differenza rispetto al debutto.
Secondo me c’era molto canto corale anche nel primo disco, invece sono d’accordo con te sulle armonie, nel debutto non c’erano, invece qui ce ne sono eccome. La cosa non è nata consapevolmente, abbiamo sentito la voglia di introdurre le armonie vocali in tour.

Per quanto riguarda i live, mi aspetto che suonerete le canzoni piuttosto fedelmente a come sono su disco.
È più complicato suonare le canzoni dal vivo piuttosto che farlo in studio, e in realtà vogliamo che il live sia qualcosa di diverso. Siamo sul palco e facciamo tutto con molta naturalezza, quindi può capitare che la stessa canzone la suoniamo in modo diverso da una sera all’altra, visto che non usiamo alcun trucco. Dipende anche da che atmosfera si crea, da come il pubblico risponde.

Il vostro suono è legato all’impostazione pop-rock tradizionale, mentre oggi ci sono tanti gruppi che usano altri tipi di strumenti come i sintetizzatori. Pensi che un giorno vi approccerete anche voi a quel tipo di suono o rimarrete per sempre un gruppo pop-rock'n'roll?
Non escluderei un uso di tastiere e sintetizzatori per il futuro, io sono molto interessato a quel tipo di suono. Però penso che non ci spingeremo mai troppo in quella direzione e non cambierà mai la sensazione di rock'n'roll legata alla nostra musica. Probabilmente faremo come i Suicide, cioè usare i sintetizzatori in modo rock'n'roll.

Discografia
 180 (Rough Trade, 2013)5,5
 Danger In The Club (Rough Trade, 2015)  7
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

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