Paolo Tofani

Paolo Tofani

Area di sperimentazione

intervista di Michele Bordi
Paolo Tofani ci risponde al telefono dalla sua abitazione nella campagna piacentina. Un personaggio fuori dall’ordinario, immerso nella sua musica, tra costruzioni di chitarre avveniristiche come la Trikanta Veena, sperimentazioni d’avanguardia, la sua esperienza da devoto di Krishna e ovviamente gli Area.
In vista dell’evento “Dream in a Landscape”, a Pesaro, nel quale insieme al compositore Paolo Tarsi coglie l’occasione di omaggiare John Cage e Marcel Duchamp, ne approfittiamo per fargli alcune domande, alle quali replica con generosa disponibilità.

Inizierei a parlare subito di “Dream In A Landscape”, progetto che lei presenterà insieme a Paolo Tarsi a Pesaro. Mi sembra che già nel titolo sia esplicito un riferimento a John Cage.
Sì, certo, anche perché sia per me che come credo per Paolo Tarsi è un pilastro, un momento storico. Io ho avuto anche il privilegio di conoscerlo e farci delle cose insieme, mi ha sicuramente aiutato a capire come muovermi nell’ambiente della musica contemporanea. Quindi, il mio atteggiamento nei suoi confronti è senza dubbio molto interessato e reverenziale. E’ un maestro.

Com’è nata questa collaborazione con Tarsi e l’idea di questo progetto?
Con Paolo ci siamo conosciuti, abbiamo capito di avere delle cose in comune. Lui aveva opportunità di organizzare questo evento a Pesaro, come già accaduto in passato tra l’altro, e visti i nostri comuni riferimenti verso Cage, uniti alla voglia di proporre anche cose del nostro repertorio personale, è stato facile incontrarsi. Tra l’altro io apprezzo lavorare con giovani musicisti e condividere le esperienze.

Cosa possiamo aspettarci da questo spettacolo? Delle vostre rielaborazioni personali dei temi di Cage e Duchamp, un certo lavoro di sperimentazione…
Certo. Sai, Cage e Duchamp erano due persone che hanno lavorato in modi diversi però in comune avevano il fatto della libertà totale che lasciavano al compositore o all’esecutore del futuro di interpretare le loro composizioni. Ci sono degli scritti, ma lasciano sempre traccia delle melodie in maniera molto blanda, in modo da poter permettere di lavorarci sopra e imprimerci la propria personalità, il modo di vivere la propria esperienza dell’autore.
Ciò che ci aspettiamo quindi è una presentazione di questi temi essenziali che lasceranno lo spazio, sia a me che a Paolo, di intervenire con suoni e modalità diverse. Sarà un esperimento interessante perché è la continuazione di una mentalità che dal 1950, quando Cage decise di prendere la strada della ricerca, i suoi figli musicali hanno continuato a portare avanti. Io credo sia giusto anche per noi - anche se io sono un po’ verso il viale del tramonto, se non altro anagraficamente - continuare verso quella dimensione di totale libertà dove il musicista può esprimersi senza essere costretto a seguire delle regole che talvolta lo imprigionano e gli impediscono di esprimere se stesso.
Se dovessimo fare un’altra serata il giorno dopo, verrebbe fuori qualcosa di completamente diverso.

Immagino che il fascino stia tutto nelle infinite vie di fuga che questo approccio offre, con gli stimoli che esse comportano, dando libero sfogo a quello che per voi è un tassello fondamentale: l’improvvisazione.
Assolutamente. L’improvvisazione a me interessa in modo particolare, sono ormai anni che lavoro in questo modo, ho a che fare con l’abbandono totale della dimensione armonica e quindi lavorare soprattuto sul suono, a prescindere dalle note che sfuggono dagli standard quali scale o altro. Ma lo studio del suono per me è stato importante sin dai tempi degli anni 70, con gli Area.

A proposito degli Area. Mi viene in mente una vecchia intervista che lessi tempo fa. Si parlava di come negli Area c’erano queste lunghe discussioni sul significato intellettuale di ogni pezzo, sulle sue connessioni con la realtà di quel tempo e si iniziava a comporre musica solo una volta sicuri di ciò che si voleva esprimere. Questo farebbe apparentemente pensare a un approccio molto razionale, misurato, che in un certo senso si scontra con la ricerca di libertà assoluta che persegue oggi.
E’ vero, in quel periodo c’era un compito, una missione: far parte del movimento giovanile per aiutare e aiutarci a cercare di trovare il modo di creare un luogo, o dimensione sociale, che poteva dar più spinta o spazio ai giovani che - come d’altronde oggi - purtroppo erano relegati da una parte della realtà. Quindi c’era bisogno di fare degli interventi mirati e Gianni Sassi era uno di quelli che ci dava lo spunto. Ma, attenzione, parliamo appunto di uno spunto: lo spartito, in ultima analisi, non era scritto - anche se alcune cose le abbiamo scritte perché le frasi da dire in alcuni punti erano davvero complicate - ma soprattutto c’era molta libertà. Ognuno di noi provava a interpretare quelle esperienze nel suo modo, in accordo alla sua sensibilità.
Anche io ora, a 70 anni, agisco nello stesso modo. Dopo la mia esperienza trentennale da monaco ho individuato che ci sono delle cose interessanti da condividere con gli altri. Invece di Sassi, ora il mio spartito è interno e racconto delle cose che hanno a che fare con dei riferimenti che vengono dalla realtà di quello che ho studiato, ma che si incastrano perfettamente con la necessità che ha oggi l’uomo di capire certe cose per uscire da questa trappola in cui si trova.
Quindi, concludendo, una dicotomia tra le due epoche in un certo senso c’è, ma la finalità in fondo resta sempre la stessa.

Lei ha notato negli artisti degli ultimi anni dei punti in comune con questo approccio. Qualcuno l’ha colpita in particolare?
Sai, la musica contemporanea non è un ambiente popolare perché è difficile, gli ambienti e i mezzi sono ristretti e quindi quello che oggi va alla grande sono le grandi manifestazioni sonore in cui ci sono i grandi artisti che fanno accorrere centinaia di migliaia di persone, però questo è un aspetto che c’è sempre stato e sempre sarà così. Però questo è un ambito della musica che non esplora nuove dimensioni, mentre gli artisti che invece soffrono, creano delle diversità ci sono ma stanno nell’ombra e cercano di vivere la musica con tutte le sue problematiche senza compromessi.
Oggi ci sono delle persone interessanti. Conosco Claudio Milano, personaggio che usa la voce in un modo particolare, e soprattutto uno dei pochi che non imita Demetrio (ride, ndr). Personaggi oggi ce ne sono, però bisogna trovarli, cercando molto.

Oggi magari è ancor più difficile, vista la sovraesposizione che la società digitale ci ha portato, in una sorta di bulimia musicale.
Già, ma il fatto è che quando uno trova finalmente se stesso e il bisogno di comunicare qualcosa con la musica, deve essere pronto a vivere quest’esperienza. A volte viverla non è facile, soprattutto in un contesto difficile come quello di oggi in cui tutto viene usato e gettato e quindi il musicista d’avanguardia, come sempre, viene isolato e ha pochi supporti.
I pochi però che mantengono questa fiducia - un po’ come una fede, che alla fine trasforma il modo in cui vivi - alla fine sono quelli che aprono degli orizzonti all’interno dei quali poi molti altri, dediti a musica più commerciale, si tuffano utilizzando le loro scoperte. Questi sperimentatori sono per me essenziali per far sì che la musica e la ricerca del suono vadano avanti.

E come riconoscere questo percorso interiore, questa strada da perseguire fedelmente?
Io quando ho lasciato gli Area ho capito che quell’avventura, ovvero trovare delle soluzioni alle problematiche sociali, era un po’ irraggiungibile. Era un’utopia perché mancavano delle consapevolezze all’interno di noi e anche in quelli che avrebbero dovuto prendere in mano il movimento e dargli degli input di riferimento. Capii quindi che in quel momento la cosa migliore da fare era cercare di capire chi sono e trovare in me le tendenze che sono funzionali alla mia personalità, e quindi questa ricerca interiore mi ha dato la possibilità di comprendere meglio come fare a modificare l’atteggiamento comunicativo con la musica.
E’ un lavoro che va di pari passo credo tra la ricerca personale, che ovviamente sfocia in un discorso di spirito ed esistenzialismo, e una volta che hai chiarito o compreso meglio questo tipo di assunzione nella realtà tu puoi davvero iniziare a ottimizzarti al meglio. E’ come quando compri un nuovo marchingegno, puoi iniziare a usarlo però la cosa migliore è leggerne il manuale per sfruttarlo al 100%. Vedi, fino a quel punto io come altri andavo avanti d’istinto e i risultati erano quelli che erano, ora va meglio perché credo di aver capito chi sono.
Quindi, lo sviluppo della coscienza è la base necessaria per rendere meglio in quello che fai; qualunque cosa tu fai.

Un po’ a conferma di quanto dicono molti: non è il mezzo che è decisivo, ma la mano di chi lo utilizza. Al di là del progresso tecnologico o culturale.
La tecnologia c’è e l’importante è usarla e non farsi usare. Se tu sai quello che vuoi la usi, la cerchi, vai a trovare le cose che ti interessano. Ad esempio, al momento sto utilizzando molto il mio iPad, un oggetto solitamente pensato per giocare e invece ho trovato che ci sono delle storie che possono facilitare il livello di controllo e quindi anche realizzare dei pacchetti sonori con dei colori che sono molto interessanti. Quindi meglio che ci siano invece che no, ma non devi mai dimenticarti chi sei, per non finire intrappolato in questo fascino della tecnologia. Sennò finisce che è lei a fare la musica e tu solo un burattino al suo servizio.

Avverte quindi una sorta di rischio di cadere negli eventuali schemi mentali o procedimenti che la tecnologia implicitamente impone, almeno se non si hanno le idee chiare.
Esattamente. Vedi, molti ragazzi giovani comprano un pc, ci buttano dentro qualche suono e si sentono Stockhausen, non so se mi spiego. E invece c’è tutta una dimensione da esplorare prima di arrivare a un certo punto, poi dopo finalmente riesci a capire cosa fai e perché fai quello che fai.

Tofani, con l’occasione ho prevedibilmente ripreso in mano il vostro storico “Arbeit Macth Frei”. Mi rendo conto, pur non avendo io vissuto quegli anni, che sono passati quarant’anni ma il testo di “Luglio, Agosto, Settembre nero” è ancora tragicamente attuale.
Eh, purtroppo sì. Questa è la cruda realtà. Avevamo individuato delle problematiche che invece di essere state risolte sono state accentuate dalla realtà di oggi. In tutta sincerità ti dico che all’epoca eravamo attenti a quello che succedeva e forse avevamo delle intuizioni su quel che sarebbe accaduto in futuro, per questo ci siamo spinti da una parte che alla fine ci ha segato le gambe. Tutti quelli che in quel periodo si occupavano di produzione musicale non erano esattamente dalla parte dei palestinesi e quindi quando abbiamo presentato anche quel tipo di lavoro già con il titolo incutevamo un certo timore. Questo ci precluse in qualche modo l’ingresso a un livello commerciale che forse ci avrebbe resi più presenti nella realtà del momento.
Purtroppo come vedi l’intuizione era giusta e il problema ora è ancor più acuto, e sarà sempre così. Ci sarà sempre l’uomo fragile: quello che vuole tutto, quello che non vuole rinunciare a niente e quello che deve subire le conseguenze degli altri.

Curiosa coincidenza, un’altra band subì le conseguenze di un titolo o una copertina provocatoria, proprio nello stesso anno: mi riferisco ai Museo Rosenbach con il loro “Zarathustra”.
Sì, come ti dicevo, soprattutto in quel periodo - come del resto tutt’oggi - era difficile fare cose diverse dalla corrente. Qualcuno è sopravvissuto, qualcuno no. Anche noi in effetti a un certo punto abbiamo dovuto mollare, o almeno io perché avevo capito che prima di rientrare per dire qualcosa che potesse avere un peso sulla realtà del sociale avrei dovuto prima esplorare me stesso. Ma c’erano tanti gruppi in quel periodo che ci avevano provato, ma vennero catapultati fuori dal giro.

Tra l’altro anche loro, come voi, si sono riuniti di recente dopo decenni di inattività. Pur con le notevoli differenze che ci sono tra le due formazioni, sia voi che loro avete provato a guardare avanti piuttosto che giocare con l’effetto nostalgia: un nuovo disco per loro, dei concerti per voi che ben poco cercano ruffiani autoreferenzialismi. Sembra ci sia ancora molta voglia di ascoltare un certo genere musicale, mai veramente abbandonato.
Hai ragione e la cosa stupefacente è che alla fine di ogni concerto troviamo sempre dei ragazzi, dei musicisti molto giovani che vengono e chiedono, fanno domande e hanno voglia di capire come iniziare un percorso di rottura. Questa è una cosa fantastica, non ci sono solo i rincoglioniti sentimentali che ti dicono “ti vidi quella volta live, trent’anni fa…” ma anche quindicenni e sedicenni alle prime armi. Loro sono il futuro e a me riempie di piacere e soddisfazione aiutarli. Almeno in questo possiamo dire di aver fatto qualcosa di utile.

Ma lei quali differenze ha percepito tra la sua esperienza solista e la vita in una band come gli Area o nelle altre in cui ha militato, anche prima di loro.
Sai, è come quando si dice che ogni età ha il suo colore e il suo sapore. Fin dall’inizio ho sempre cercato di trovare gruppi che avevano degli stimoli e mi aiutavano ad andare in profondità. Certo, l’apice a livello musicale ovviamente è stato con gli Area. Prima avevo una carriera da solista, ero vicino al firmare un contratto con la Island, ma in verità ero un po’ stanco di suonare da solo. Di loro conoscevo solo Demetrio perché ci eravamo incontrati quando ero nei Califfi, ma avevo visto che c’erano delle persone interessanti in quel collettivo, quindi ho lasciato perdere l’idea del solista. Dopo, sai, il tempo passa e la forza del gruppo si comincia a esaurire e quindi ognuno di noi ha seguito la sua strada.
Ora sono molto contento che ci sia la possibilità di fare queste reunion, ma sono ancora più contento quando riesco a fare cose come questa che faremo con Paolo a Pesaro perché lì c’è l’essenza di quel che sono ora, invece di andare indietro e ripercorrere tematiche musicali che per me sono ormai abbastanza obsolete.

Immagino quindi che il futuro preveda comunque di mantenere le distanze con gli Area.
Penso di sì, poi il futuro è tutto da costruire ma penso che per me, così come penso per gli altri, l’importante sia ora continuare a esplorare; così come intendo fare fino alla fine della mia esistenza perché mi piace muovermi in territori diversi.
Poi è bello collaborare con altri musicisti, che siano di grande qualità o meno. Anche chi ha meno qualità è importante, perché spesso ha molto entusiasmo, contagioso per questi vecchietti come me che ormai hanno l’energia che hanno (ride, Ndr).

Per concludere, si sente di lasciarci un pensiero, un ricordo di Demetrio Stratos?
Demetrio era una persona eccezionale. Io sento molto la sua mancanza perché sono convinto che se lui fosse ancora con noi - ricordo che quando uscii dagli Area lui rimase piuttosto neutrale e continuammo a lavorare insieme - avremmo continuato a fare molte cose. Ci saremmo divertiti molto, anche nel fare cose sperimentali.
Era una persona unica che purtroppo è mancata, però ognuno di noi ha dei debiti da pagare e quando arrivano i debitori bisogna saldare. Nella filosofia che seguo è scritto che debiti e malattie bisogna pagarli il prima possibile; si vede che lui aveva un debito grosso, sarà per la prossima esistenza.

(18/09/2014)

Discografia
 AREA 
   
Arbeit Macht Frei (Cramps, 1973)

8

Caution Radiation Area (Cramps, 1974)

8

Crac! (Cramps, 1975)

7

 Are(A)zione (live, Cramps, 1975)

6,5

Maledetti (Maudits) (Cramps, 1976)

7,5

   
 I CALIFFI 
   
 Così ti amo (Ri-fi, 1969) 
   
 ELECTRIC FRANKENSTEIN 
   
 Electric Frankenstein (What me worry?) (Cramps, 1975) 
   
 PAOLO TOFANI 
   
 Indicazioni (Cramps, 1977) 
 Rock & Roll Exibition (Cramps, 1979) 
 Un Gusto Superiore (Iskcon, 1980) 
 Gentle Waves (autoproduzione, 2005) 
 Essence (autoproduzione, 2005) 
 Fresh Start (autoproduzione, 2005) 
 Liquid Gold (autoproduzione, 2005) 
 Reflections (autoproduzione, 2005) 
 Invocation (autoproduzione, 2005) 
 Memories (autoproduzione, 2005) 
 Into Reality (autoproduzione, 2005) 
 Beyond Darkness (autoproduzione, 2005) 
 Future Ragas (autoproduzione, 2005) 
 Pure Magic (autoproduzione, 2007) 
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