Piers Faccini

Piers Faccini

Confessioni di un apolide

intervista di Fabio Guastalla

Padre italiano, madre inglese, residenza nel Sud della Francia, Piers Faccini traduce in musica la sua atavica condizione di apolide estendendola fuori dai confini europei, alla costante ricerca della novità proveniente dalla mescolanza di lingue e culture differenti. L'uscita del quinto album “Between Dogs And Wolves”, nonché l'imminente tour di sei date in Italia, sono l'occasione privilegiata per conoscere meglio uno dei talenti più cristallini del panorama cantautorale mondiale.

Come e quando ti sei approcciato alla musica? E quale percorso ti ha portato a diventare cantautore?
Diciamo che quando ero giovane, e abitavo in Inghilterra, il primo gruppo di cui sono stato davvero tanto tanto fan sono stati gli Smiths, che ho anche visto diverse volte in concerto e che rappresentano un po' il gruppo per antonomasia della mia generazione, quella cresciuta negli anni Ottanta. Subito dopo averli conosciuti ho fondato il mio primo gruppo, avevo quindici-sedici anni, inizialmente solo in veste di cantante. Poi, quando abbiamo iniziato a scrivere canzoni nostre, mi sono messo anche a suonare la chitarra. Infine, verso i diciotto anni ho scoperto la musica del Mississippi, quella di Skip James e degli altri country-bluesmen: a quel punto ho cambiato direzione e ho capito di voler diventare un songwriter. Al blues americano nel mentre ho aggiunto altre passioni e influenze: penso ai cantautori britannici e irlandesi e alla musica dell'Africa occidentale, in particolare quella del Mali.

Lezioni che, a giudicare dai tuoi lavori – compreso il nuovo “Between Dogs And Wolves” – non hai mai dimenticato.
Vero. Ora che sono arrivato al quinto album solista, credo si senta più di tutte l'influenza del folk britannico. Ma, in maniera più sottile, c'è sempre lo zampino dell'Africa: negli elementi ritmici, nel modo di suonare la chitarra.

E sempre a proposito di influenze: sei metà italiano e metà inglese, vivi in Francia, quali elementi hai mutuato dalle culture musicali di questi paesi?
Questo modo che ho di mischiare le influenze di ambiti diversi nel mio modo di suonare deriva dal fatto che io stesso mi sento “mischiato”. Quando andavo a scuola in Inghilterra ero il “piccolo italiano”, quando mi sono trasferito in Francia mi consideravano inglese e in Italia mi danno del francese. La verità è che non ho mai avuto la sensazione di appartenere a una determinata cultura al cento per cento, e quindi il fatto che il mio sound sia “apolide” non è un caso. Più in generale, ti posso anche dire che canto e suono con musicisti tradizionali africani, o italiani, come ad esempio il Canzoniere Grecanico Salentino: questo perché adoro suonare con loro e amo le loro tradizioni. Ciononostante mi rendo conto di provenire da persone con sangue e culture diverse: mio padre è italiano, mia madre inglese ma da genitori russi e polacchi, porto nel Dna l'immigrazione e l'appartenenza a gente che ha dovuto lasciare il suo paese. Non sono per niente francese, oggi vivo qui e domani chissà, mi sento libero e grazie alla mia musica viaggio tantissimo: sono appena tornato dal tour in Canada e Stati Uniti e a giorni riparto per l'Europa.
Tornando alla domanda, penso che tutta la generazione di cantautori inglesi di fine anni Sessanta e anni Settanta sia straordinaria. Penso a Renbourn, a Jansch, artisti che sono un riferimento permanente per me. Se parliamo di italiani, ammiro enormemente Fabrizio De André e più in generale amo la vostra lingua, anche se ritengo che per i cantautori italiani contemporanei siano tempi difficili.

A cosa ti riferisci?
Premetto che la mia conoscenza del vostro ambito è necessariamente limitata, però da osservatore qualcosa l'ho notato. Ad esempio ho prodotto l'album di Gnut, un cantautore di cui mi ritengo non solo un amico, ma anche un grande fan e che so essere molto poco conosciuto in Italia. Inoltre ho appena collaborato con gli Afterhours, i quali mi hanno chiesto di registrare una versione di “Come Vorrei” secondo il mio gusto e spirito. Ecco, io canto in inglese perché fondamentalmente sono inglese e la maggiore copertura mediatica la ottengo in paesi come gli Usa, il Canada, gli stati anglosassoni. Ciò che noto è che oggi, in Italia, se un artista canta nella sua lingua ottiene molto meno copertura mediatica rispetto magari ad altri che optano per l'inglese. Credo che qualcosa dagli anni Settanta sia cambiato, io però personalmente preferisco che la gente si esprima nella propria lingua, e vada incoraggiata in tal senso e debba ottenere uno spazio tutto per sé. Il motivo è molto semplice. Scrivere canzoni non è facile, milioni di persone ci provano ogni giorno in ogni angolo del mondo, e se non usi tutte le tue forze e tutti i tuoi mezzi, e se non sei perfettamente padrone del linguaggio che stai adoperando, come potrai scrivere una buona canzone?

E poi si sa che gli italiani hanno una pessima pronuncia inglese (scherzo eh).
Ma è vero. Gli italiani, gli spagnoli, i francesi... ah ecco, a proposito di questi ultimi, non avevo risposto alla parte di domanda riguardante loro. Premesso che adoro Jacques Brel, nel nuovo album ho scritto un pezzo in francese che si chiama “Reste La Marèe”. L'ho voluta creare come una vecchia canzone tradizionale, aggiungendole però un approccio tipico della scrittura inglese, ovvero la ripetizione del ritornello alla fine di ogni strofa. Il fatto che in “Between Dogs And Wolves” abbia inserito un brano in francese e uno in italiano (“Il Cammino”, ndr) mi ha dato modo di capire come una melodia cambi a seconda della lingua che scegli di usare. Molto interessante, anche se dubito che scriverò ancora pezzi in italiano.

Between Dogs And Wolves” è un album che hai composto e registrato pressoché in totale solitudine. Una scelta voluta o più o meno casuale?
Diciamo che, essendo un cantautore, mi piace lavorare sia con la musica che con le parole e mi trovo spesso a comporre da solo. Abito in campagna, ho uno studio in mezzo ai boschi e amo stare in solitudine, una condizione che mi permette di approfondire la scrittura e di fare tutto in autonomia. Il disco sostanzialmente si è costruito così, scrivevo e registravo, le uniche aggiunte sono state quelle del violoncello e del contrabbasso, suonati rispettivamente dalla musicista brasiliana Dom La Nena e dall'amico Jules Bikoko.

Nelle canzoni del nuovo album troviamo l'amore, il rapporto tra uomo e natura e quello tra il giorno e la notte. Ma qual è, infine, il legame tra un brano e l'altro?
I miei pezzi descrivono gli spazi invisibili tra persone che si ricercano, si perdono, si dividono. Dieci punti di vista diversi sugli spazi più intimi che possediamo nelle nostre vite, e che ho cercato di descrivere con la più ampia gamma di colori possibili. Il titolo del disco si rifà a un modo di dire francese che parla del rapporto tra l'alba e il tramonto: è come un cerchio che gira all'infinito, entrambe simboleggiano allo stesso tempo qualcosa che sta per finire e qualcos'altro che è sul punto di iniziare.

So che ami dipingere, e dunque ti chiedo: qual è la differenza tra scrivere una canzone e disegnare un quadro?
Io ho sempre avuto, fin da piccolo, l'impressione che nella musica ci siano immagini e che nelle immagini ci sia la musica. Disegno da quando sono bambino e molto spesso le persone mi dicono che i miei brani sono pieni di immagini: credo che le due cose siano legate tra loro.

Discografia
 Leave No Trace (Label Bleu, 2004)   
 Tearing Sky (Label Bleu, 2006)   
 Two Grains Of Sand (Tôt ou tard, 2009)  6
 My Wilderness (Tôt ou tard, 2011)  7
Between Dogs And Wolves (Beating Drum, 2013)   7,5
 Songs Of Lost Time (con Vincent Segal, Beating Drum, 2013) 6,5
 I Dreamed An Island (Beating Drum / Ponderosa, 2016) 6
    
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Video
The Wind That Blows
(da Two Grains Of Sand, 2009)
 
Tribe
(da My Wilderness, 2011)
Missing Words
(da Between Dogs And Wolves, 2013)
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