Pjusk

Pjusk

La glaciazione e il disgelo

intervista di Matteo Meda
Assieme al compagno d'avventura Jostein Dahl Gjelsvik, Rune Sagevik ha dato vita a una delle esperienze più emblematiche dell'ambient music contemporanea. Da ormai quasi dieci anni, i due Pjusk sono infatti fra le punte di diamante del sempre più vivo e strepitoso catalogo della 12k di Taylor Deupree. Il loro è un percorso che ha seguito per filo e per segno l'evoluzione in direzione ambientale dell'elettronica sperimentale del decennio Dieci, nato curiosamente solo al momento del loro incontro e successore di alcuni primi passi mossi in solitaria e silenziosamente nel sottobosco techno scandinavo. Dopo un paio di dischi di pura laptop music e il progressivo avvicinamento ai cosiddetti environmental sounds, il 2014 ha visto la definitiva metamorfosi del verbo Pjusk, grazie a un capitolo di puro drone concepito al fianco di Christopher Pegg alias Sleep Orchestra e a quello che è probabilmente l'apice della loro carriera tutta, "Solstøv". Proprio in occasione dell'uscita di quest'ultimo abbiamo raggiunto Rune via mail, per farci raccontare direttamente da lui la storia di questo duo in una lunga e dettagliata intervista, non priva pure di qualche sorpresa per il futuro prossimo.

Che significa Pjusk? Ho cercato ovunque ma non mi pare si tratti di una parola norvegese...
E invece lo è! Ha vari significati in realtà: come verbo è usatissimo dalle adolescenti ed esprime il bisogno di essere coccolati. Si trovano spesso tweet di ragazze che dicono cose tipo “Somebody please pjusk my back etc”. Poi è usato anche come aggettivo, e lì ha un significato simile a "triste". Noi in realtà cercavamo semplicemente una parola che non "puzzasse" di elettronica fin dal principio, se mi passi l'aforisma. Nulla che si riferisse alle solite cose come spazio, tecnologia, invenzioni. Volevamo che fosse qualcosa di liberamente interpretabile, anche se i norvegesi spesso sorridono quando sentono il nome del progetto. A livello visivo è altrettanto valido: corto e preciso. Ha un suono pure piuttosto simile a qualcosa di est-europeo, non trovi?

A me ha subito ricordato qualcosa di freddo, ti dirò! A proposito, ho letto che spesso usate anche un linguaggio inventato per i titoli dei brani e degli album... è vero?
Usiamo sempre parole norvegesi, ma effettivamente c'è un'eccezione: l'album con Sleep Orchestra. Lì i titoli sono un mix di anagrammi e... credo dovresti chiedere a Christopher (Pegg, ndr) da dove arrivino certe parole. Ma noi siamo effettivamente piuttosto ostinati nell'usare il norvegese, è come se fosse una parte intrinseca del progetto.

Il 2014 è stato un grande anno per voi, con due fra i dischi migliori che abbiate mai prodotto, a mio parere. Come sono nati questi due progetti?
Abbiamo incontrato tutti gli artisti che hanno collaborato a “Solstøv” in occasione dello Storung Festival di Barcellona, nel 2012. Per quanto piccolo, quel festival aveva una grandissima line-up con un sacco di musicisti che ci hanno ispirato parecchio. Ci siamo trovati molto bene con Christopher, Yui Onodera e Eugenio Caria (titolare del progetto SaffronKeira, ndr) e abbiamo deciso di provare a fare qualcosa insieme. Chris era insaziabile e ci ha portato fin dall'inizio ben dieci pezzi su cui lavorare: abbiamo sentito di dovergli rispondere. Ben presto ci siamo accorti di avere così tanto materiale da aver bisogno di focalizzarci su un'uscita apposita per la nostra collaborazione: così lo abbiamo fatto. Quel che Chris ha portato a noi è stato soprattutto un importante focus su droni e soundscape mobili, certe volte piuttosto oscuri ma pieni di ottimi motivi da elaborare. Non possiamo dire di aver scommesso troppo su quel disco ("Drowning In The Sky", ndr) ma il tutto si è evoluto in maniera molto naturale e siamo soddisfatti del risultato finale. Per quel che riguarda "Solstøv", il processo è stato decisamente più lungo e centrato su tantissime prove e sperimentazioni. Sapevamo di voler usare la tromba come punto di partenza e coincidenza ha voluto che un trombettista jazz di grande esperienza fosse da poco divenuto il nuovo vicino di casa di Jostein. Così abbiamo iniziato a mandargli alcuni primi abbozzi dei nostri brani - credo fossero tre, non di più - e lui ci ha improvvisato sopra parecchio, dando diverse interpretazioni anche su uno stesso brano. Alla fine delle session abbiamo dovuto lavorare parecchio per completare il tutto, e una volta finito abbiamo mandato il tutto a Taylor (Deupree, ndr) che si è affidato al suo magico Kyma (software audio usato in questo caso in fase di post-produzione, ndr).

Considerata l'uscita quasi simultanea dei due dischi mi viene da supporre che ci abbiate lavorato parallelamente, dico bene?

Sì, ma in realtà "Drowning In The Sky" è stato un lavoro che si è sviluppato in maniera piuttosto rapida, di getto. Abbiamo impiegato non più di una settimana per completarlo, la maggior parte del lavoro l'abbiamo svolta durante la visita alla capanna di Valldal. Però è anche vero che parecchi brani erano già quasi completi.

... e il primo brano di “Solstøv” è co-firmato proprio con Sleep Orchestra: proviene dalle medesime session?
Sì, esatto, anche se prima di dedicarci a "Drowning In The Sky" abbiamo voluto scegliere da quelle session i brani da usare per “Solstøv”. In origine volevamo inserirne due, ma poi abbiamo deciso di ridurre a una quando l'idea di un intero disco collaborativo ha preso forma.

Benché “Drowning In The Sky” e “Solstøv” siano due lavori piuttosto diversi, credo siano accomunati da un approccio molto più organico rispetto al vostro passato... In che direzione avete voluto evolvervi?
Credo che tu abbia ragione almeno in parte. Il nostro primo album, "Sart", conteneva parecchie parti di chitarra in molti brani, firmate dal nostro amico Tor Anders Voldsund. C'erano pure altre tracce con Erik Manshaus al flauto, per cui credo che l'allontanamento dai suoni organici sia avvenuto con "Sval" e "Tele". Su "Sart" usammo anche un sacco di tape loop ed effetti da vinili, che non avevano nessun tipo di origine digitale e si assommavano a un preciso intento noise, ci siamo probabilmente presi una cotta per il rumore su quell'album! Ricordo le registrazioni mentre visitavamo New York, e soprattutto una ventola nella mia stanza d'albergo: aveva una presenza organica, semi-umana, e ovviamente abbiamo campionato il suo suono sul disco. Il primo brano aveva pure un sacco di suoni registrati per le strade della città, quello di noi che li registravamo è un altro ricordo vividissimo.

Durante gli anni la vostra musica si è comunque evoluta parecchio: in “Sval” e “Sart” eravate due autentici scultori di suoni elettronici! Come vi approcciavate a lavorare con il suono ai tempi?
Credo che in realtà abbiamo lavorato quasi sempre nella stessa maniera per tutti i dischi. Il cambiamento vero è arrivato ora: stiamo spingendo molto su una modo di far musica più orientato alla dimensione live e incentrato sull'improvvisazione, e questo perché vogliamo riuscire a costruire un nesso autentico tra la nostra attività in studio e quella live. Stiamo registrando anche molto di più di quanto facevamo in passato, suonando strumenti e creando suoni in una maniera forse pure un po' fuori moda. L'evoluzione a cui ti riferisci tu credo abbia a che fare con lo stato mentale più che con il metodo di lavoro! E il nostro stato mentale è cambiato ovviamente più e più volte durante gli anni. In generale, ci siamo mossi sempre più verso territori sperimentali e abbiamo capito qual era il tipo di suono su cui ci sentivamo più gratificati a lavorare. E, di conseguenza, che tipo di materiale fosse più adatto a raccogliere quanto seminato.

Chi e quali erano i vostri "modelli" in principio?
Abbiamo cominciato da grandi fan di Biosphere e Future Sound Of London, anche se oggi siamo decisamente lontani da quel tipo di suoni.

Nel "percorso" di cui sopra, che ruolo ha avuto il focus sul ghiaccio di "Tele"?
Quando ci è arrivata la richiesta di Alessandro (Tedeschi, ndr) di fare un album per Glacial Movements, la cosa ha trovato spazio in maniera piuttosto naturale. Avevamo appena finito "Sval", che era un album focalizzato sulla natura, in particolare su quella norvegese, per cui "Tele" non fu altro che un viaggio più lungo e approfondito in luoghi già conosciuti. Come se avessimo voluto fotografare dettagli in precedenza solo abbozzati, guardarli e riprodurli più da vicino. Ci siamo fatti fornire un sacco di suoni analogici bellissimi da un conoscente a Oslo, il sound designer Frodebeats, e dobbiamo menzionare senza dubbio anche Joe Scarffe che ci ha regalato una serie di suoni terribili e glaciali. Non credo comunque che si sia trattato di un focus sul ghiaccio in sé, ma semmai sul conflitto tra uomo e natura.

A giudicare dai suoni, credo che la vostra strumentazione si sia sviluppata parecchio dal 2007 a oggi... Ai tempi vi immagino lavorare esclusivamente dietro ai laptop, sbaglio? Mentre oggi che altri strumenti usate?
I computer hanno sempre giocato un ruolo importantissimo nella nostra musica, e lo fanno ancora. Nessuno di noi due ha particolari abilità nel suonare, per cui ci facciamo assistere da altri musicisti per ottenere i suoni di cui abbiamo bisogno. A loro normalmente presentiamo uno schizzo o un concept da sviluppare e gli chiediamo di registrare qualcosa con il loro strumento, per poi usare quelle registrazioni, trasformarle in qualcosa di nostro. Come ti ho detto, in "Sart" abbiamo usato molto la chitarra, e ci piacciono anche il pianoforte e alcuni strumenti a fiato. Pensiamo che "Solstøv" dimostri molto bene quanto la tromba si adatti bene al nostro sound...

Avete implementato parecchio anche il vostro arsenale di sample e le tecniche di campionamento, in "Solstøv" ve ne sono parecchie dimostrazioni. Tra l'altro è una ricerca che molti artisti del roster 12k hanno affrontato in questi ultimi anni...
Le tecniche di campionamento si evolvono sempre. Cerchiamo di escogitare sempre soluzioni diverse per catturare grandi suoni e rumori: si può fare tramite microfoni tradizionali, mettendoli in contatto con gli idrofoni o utilizzando altri strumenti per generare suoni prelevandoli dalle medesime situazioni, o dai medesimi oggetti. Roba piuttosto normale per i sound artist come noi. Ricerchiamo peraltro anche nuove tecniche per filtrare i suoni e creare soundscape che si adattino al meglio alla nostra musica. Il sampler di per sé non è particolarmente importante, non più del resto: quel che è importante è ottenere qualcosa che suoni esattamente come pensiamo debba suonare, a prescindere dalla fonte che genera il suono. A volte usiamo semplici hard disk da collegare alla nostra DAW (Digital Audio Workstation, ovvero un insieme di software su laptop per la produzione digitale di suoni, ndr), altre volte scegliamo il campionatore perché ci permette di far sì che i sample suonino esattamente come li vogliamo.

Siete d'accordo nell'usare il termine ambient per definire la vostra musica, specialmente ora che avere completato un disco di puro environmental sound?
Sì, perché no. Siamo chiaramente radicati nell'ambient music, anche se ci piace pensare di stare dando un contributo ad arricchire questa definizione di nuovi significati. Però sì, l'ambient è il comun denominatore di tutto ciò che facciamo.

Come avevo accennato prima, molti dei musicisti che si sono cimentati in passato con i microsound o con la sperimentazione digitale sembrano essersi avvicinati sempre di più, quasi "convertiti" ai suoni organici. Pensi ci sia una ragione particolare dietro quest'evoluzione?
Questa domanda è particolarmente interessante perché hai assolutamente ragione, ed è successo anche a noi in effetti. Abbiamo parecchie spiegazioni che potrebbero avere un senso: forse la prima e più importante è che i suoni organici tendono a comunicare un'autentica tavolozza di emozioni: nell'interpretazione, nella performance, nella capacità di trasmettere qualità organiche, sentimenti puri... Siamo molto affezionati ai sintetizzatori e alla loro particolarissima capacità espressiva, ma i suoni organici ci permettono di inquadrare angolazioni diverse all'interno del nostro processo creativo. E ovviamente abbiamo appena iniziato a percorrere quella strada, nel nostro prossimo album ci saranno molti più musicisti ospiti e altrettanti strumenti - batteria, percussioni, pianoforte e una serie di nuovi ottoni. Quindi magari alla fine ci ritroveremo a fare country & western, prima o poi, chi lo sa?

Parlando un po' della vostra storia, dove e come sono nati i Pjusk?
Abbiamo dato vita ai Pjusk a Bergen, in Norvegia. Nella primissima fase del progetto avevamo un terzo membro, Stig Bø, un visual designer che avevamo ingaggiato perché volevamo lavorare parecchio sulle performance audiovisive, e che è anche l'autore del nostro terribile logo. Ma questa collaborazione si è rivelata presto piuttosto vuota e noiosa, per cui abbiamo deciso di concentrarci sulla musica e pensare più avanti all'aspetto visivo. E in realtà è solo ora che stiamo lentamente tornando a considerare quell'ambito di ricerca, probabilmente nel disperato tentativo di creare qualcosa dal vivo che vada oltre il semplice vedere le nostre facce sui maxischermi.

So che in passato vi siete cimentati con musica parecchio diversa da quella che fate oggi - e mi riferisco soprattutto ad un paio di progetti di Jostein, Circular e Neural Network. C'è una connessione tra quei progetti e quel che siete oggi?
Abbiamo provato a mettere questi progetti da parte, davvero. Ma ovviamente ci sono legami musicali e artistici tra quel passato e il nostro presente. Circular esiste ancora e continua a produrre per l'etichetta francese Ultimae dischii di musica ambient... diciamo "più commerciale", ecco.

E oggigiorno state lavorando singolarmente a qualche progetto solista?
Beh, in realtà proprio ora ci stiamo concentrando su un progetto collaborativo nuovo di zecca, Jester Union - un anagramma dei nostri due nomi - che sarà più ritmato e percussivo. Non abbiamo ancora fossilizzato il nostro stile, per fortuna, anzi troviamo importantissimo continuare a cimentarci in un range il più possibile unico e personale di suoni e generi. Dall'altra parte, però, abbiamo intenzione di continuare a concentrarci al massimo su Pjusk.

12k ha prodotto alcuni dei più bei lavori di elettronica sperimentale dagli anni Duemila in poi. In questi ultimi anni sta vivendo a mio parere uno dei suoi periodi migliori, grazie anche e soprattutto alla "svolta ambient" di cui abbiamo parlato prima. Cosa ne pensate, anche alla luce del lungo rapporto che vi lega all'etichetta?
Siamo estremamente orgogliosi di Taylor e della sua etichetta. Lui è un vero professionista, e per noi 12k è come una sorta di casa, la cui musica ci ispira costantemente.

Che mi dite, invece, di altre due bellissime label con cui avete lavorato, ovvero Dronarivm e Glacial Movements?
Non c'è molto da dire in realtà: grandi etichette di grandi persone. A dire la verità, prima di pubblicare per loro, non le conoscevamo nemmeno. Avevamo già collaborato per alcuni pezzi con Bartosz Dziadosz (Pleq, il responsabile artistico di Dronarivm, ndr) e fu lui a introdurci all'etichetta russa chiedendoci di lavorare ad un pezzo da inserire nella compilation "Aquarius". Anche Glacial Movements ci era sconosciuta quando Alessandro ci ha contattato per chiederci di pubblicare quello che poi sarebbe diventato "Tele". Non appena abbiamo realizzato che pubblicare per lui avrebbe significato condividere il catalogo con gente come Loscil e Bvdub non abbiamo esitato un minuto ad accettare.

Come costruite i vostri live set, in particolare rispetto all'elemento visual di cui abbiamo parlato prima?
Abbiamo un set-up abbastanza basico, costruito su due laptop, o un laptop e un iPad, che contengono gli "scheletri" di ogni nostro brano, sui quali improvvisiamo con un tot di suoni e loop. Stiamo pianificando molte più improvvisazioni per il futuro, magari con altri musicisti a suonare con noi. Effettivamente abbiamo usato qualche visual nella primissima fase di cui ti dicevo prima, ma oggi come oggi ci interessa poco.

Su quali progetti, infine, state lavorando in questo periodo?
Nessun progetto diverso da quelli di cui ti ho detto, ci stiamo concentrando su tantissime collaborazioni con altri artisti provenienti da tutto il mondo, alcuni piuttosto noti e altri meno, l'importante è la qualità del nostro dialogo con loro. E beh, nient'altro. Anzi no, giusto, c'è Jester Union: qualcosa arriverà l'anno prossimo, in estate!
Discografia
 

PJUSK (CD & LP)

  
Sart (12k, 2007)
 Sval (12k, 2010)
 Tele (Glacial Movements, 2012)
 Drowning In The Sky (with Sleep Orchestra, Dronarivm, 2014)
Solstøv (12k, 2014)
  
 NEURAL NETWORK (CD)
(Jostein Dahl Gjelsvik, Lars Kristian Sande, Oddgeir Hvidsten)
  
 Brain-State-In-A-Box (Origo Sound, 1994)
 Modernité (Origo Sound, 1995)
  
 

CIRCULAR (CD & LP)
(Jostein Dahl Gjelsvik & Bjarte Andreassen)

  
 Nanotopia (Origo Sound, 1997)
 Divergent (Beatservice, 1999)
 Glass Darkly (Origo Sound, 2004)
 Substans (Ultimae, 2009)
 Nordic Circles | Live Nuit Hypnotique #4 (live, Ultimae, 2013)
 Moon Pool (Ultimae, 2014)
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