Robin Bacior

Robin Bacior

Canzoni a pelo d'acqua

intervista di Lorenzo Righetto e Vassilios Karagiannis
Per rompere il ghiaccio: facciamo finta che tu incontri un vecchio amico, gli dici che sei una musicista, quindi lui ti chiede di suonargli una canzone. Quale sceglieresti?
Beh, suono da parecchio tempo, praticamente sin da quando ero una ragazzina. Ho iniziato a scrivere canzoni a diciotto anni, quindi se fosse un vecchio amico ricorderebbe le mie canzoni come dei pezzi folk alla chitarra molto leggeri. Per mostrargli quello che faccio adesso, probabilmente suonerei “If It Does” o “Water Dreams”.



Hai da poco pubblicato “Water Dreams”, il tuo secondo disco. Abbiamo trovato il concept generale e la sua resa incredibilmente belli e toccanti. Ho potuto effettivamente percepire attraverso la tua musica come le memorie vengono vissute, come se fossero sospese nell’acqua. Puoi parlarci un po’ del concepimento del disco – quali eventi personali, forse, o quale periodo della tua vita ti hanno ispirato?
Ho scritto questo album nel mio primo anno di vita a Portland. Era la prima volta che scrivevo canzoni come parte di qualcosa di coeso, piuttosto che una collezione di idee separate. Rientrano tutte nell’idea di essere sconvolti dal cambiamento, e in questo caso l’evento catalizzatore di questo cambiamento era stato lasciare New York. Per coincidenza in questo periodo avevo dei “sogni subacquei” (“Water Dreams”) praticamente tutte le notti, e tutte queste canzoni si stavano sviluppando intorno a metafore acquatiche. Quando è venuto il momento di tirar fuori gli arrangiamenti, ci ho lavorato con Dan Bindschedler (e più tardi col batterista Ji Tanzer e col produttore Rian Lewis) per trovare quel senso di corpi d’acqua diversi. Volevo che l’intero album fosse percepito come una sola seduta, con ogni canzone che viene trasportata fluidamente nella successiva.

Penso che la tua voce sia cresciuta a ogni uscita, e in “Water Dreams” mostri un’innegabile potenza sommessa che traspare da ogni nota – un po’ come Joni Mitchell, che è la tua eroina personale in musica, o così mi pare di aver capito. In “Water Dreams”, però, le tue interpretazioni suonano meno dirette e, dall’altra parte, più evocative, tanto da fondersi col paesaggio sonoro circostante. È lì che i vostri percorsi musicali divergono?
Quella canzone nello specifico venne fuori in modo molto diverso dalle altre. Tipicamente scrivo un pezzo piuttosto coerentemente dall’inizio, poi magari giochicchio con alcuni dettagli per diversi mesi, ma “Water Dreams” fu quasi come una meditazione con la quale mi sedevo e che suonavo tra la prova di una canzone intera e l’altra. Era qualcosa che non processavo davvero come canzone vera e propria finché non l’ho suonata improvvisandola come veniva durante l’encore di un concerto in California. Dopo di questo, diventò chiaro che doveva essere il centro del disco. Sento che viene da un posto molto onesto, e mi piace pensare che questo venga fuori nella mia interpretazione e nella sensazione generale del pezzo.

Ci sembra anche che la tua intesa con Dan sia aumentata, tanto che il suo violoncello è la seconda voce di “Water Dreams”. Sei d’accordo e come ti influenza nella scrittura e nella registrazione dei brani?
Dan e io suoniamo insieme da cinque anni, ed è da sempre una grande presenza nelle mie canzoni. Ho scritto “Water Dreams” avendo lui in mente, accertandomi che rimanesse spazio per lui per respirare e che non ci calpestassimo in queste melodie così caotiche ed eteree. Dato che tutti gli strumenti cadono nello stesso registro medio, abbiamo passato molto tempo a imparare a tessere insieme tutte le tonalità per creare un unico suono coerente.

Come vi siete incontrati, a proposito?
Ci siamo incontrati attraverso un amico comune. Dan venne al mio primo concerto in assoluto a New York. La nostra amicizia iniziò guidando per Manhattan e facendo colazione nel bel mezzo della note.

Ti sei trasferita a Portland da New York nel 2012. Due scene musicali molto diverse, ci sembra. Che differenze hai trovato nella tua esperienza personale? Come ti ha influenzato questo trasloco?
È davvero come il giorno e la notte. New York è una forza vibrante, che ti assale, mentre Portland è una paese tranquillo e schivo nel corpo di una città. New York mi ha insegnato a farmi valere, ma Portland mi ha insegnato a sedermi e a prendermi il mio spazio, il che ha avuto un forte impatto su “Water Dreams”. C’è molto più spazio nelle canzoni per un ascoltatore per rimettersi al passo o sentirsi immersa nella musica.

C’è un disco in particolare che ti ha influenzato durante le registrazioni di “Water Dreams”?
Ascolto jazz a casa quasi tutti i giorni. Penso che lo stile pianistico di Dave Brubeck e Bill Evans abbiano avuto un’enorme influenza su “Water Dreams”. Entrambi hanno un fraseggio così emotivo, come se il pianoforte avesse il suo linguaggio proprio. Questo livello di controllo è qualcosa a cui miro, e a cui ho pensato molto durante queste registrazioni. Come spingere senza essere superficiale.

Stai soprattutto auto-pubblicando i tuoi dischi. Hai avuto dei contatti con delle etichette? Prenderesti in considerazione un impegno con una di esse?
È un’industria molto grigia, quindi è molto difficile da dire. Non ci sono contratti azionari o etichette onnipotenti, ma ci sono un sacco di etichette che curano artisti che ammiro molto, quindi se succedesse la cosa giusta, la prenderei in considerazione ovviamente.

Parte dei ricavi di “Water Dreams” andranno al Sacramento River Preservation Trust. Puoi parlarci di questo progetto?
Sono cresciuta nella California settentrionale, che sta anno dopo anno diventando letteralmente raggrinzita dalla siccità. Mi sono detta che avrei dovuto fare qualcosa per aiutare, e questo è stato il primo passo reale che mi sentivo di poter fare. Il Sacramento River Preservation Trust è una piccola Ong che lavora con volontari per mantenere un fiume molto importante per la California.

Hai detto di ammirare, in Joni Mitchell, la sua costante crescita musicale. Dove ti vedi nel prossimo disco?
Spero di continuare ad alterare il mio sound. Ogni disco mi dà un’idea migliore di quello che voglio provare in seguito. Ho delle difficoltà a verbalizzare ciò su cui sto lavorando, specialmente nelle fasi di scrittura iniziali. Tutto quello che posso dire è che sto lavorando con colori più brillanti e definiti.

Sei anche giornalista musicale. Cosa è girato nel player di Robin Bacior, di recente? Qualcosa che potremmo esserci persi?
Come ho detto in precedenza, ascolto un sacco di jazz, quindi in casa mia si sente più che altro jazz classico, un sacco di War On Drugs e Bill Callahan, e il nuovo di Father John Misty. Ho anche ascoltato l’album omonimo di Phox, suona così intenso e sottilmente pieno.
Discografia
 Aimed For Night (Ep, Self-released, 2010) 
 Rest Our Wings (Self-released, 2011)  7
 I Left You, Still In Love (Ep, Self-released, 2013) 
Water Dreams (Self-released, 2015)7.5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Ohio
(videoclip da Rest Our Wings, 2011)

Water Dreams
(videoclip da Water Dreams, 2015)
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Recensioni

ROBIN BACIOR

Water Dreams

(2015 - Self-released)
La conferma della maturità per la cantautrice chamber-folk americana

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