Samaris

Samaris

Fiabe e sogni sotto il ghiaccio

intervista di Matteo Meda

Incontriamo Jófríður Ákadóttir poche ore prima del concerto che ha visto impegnati i suoi Samaris al Circolo Magnolia di Milano, in una tiepida giornata di fine estate. L'impressione è quella di avere a che fare con un'autentica fata dei ghiacchi: i penetranti occhi azzurri e la pelle candida contrastano con lo sguardo vispo e i continui sorrisi che solcano il suo volto. Prima di iniziare l'intervista, c'è tempo per uno scambio di battute in cui il sottoscritto gli rivela la sua convinzione su una forma di magia che pervaderebbe l'Islanda, i suoi abitanti e i suoi luoghi, citandole come esempio quanto testimoniato dal documentario "Heima" dei Sigur Rós. La risposta è inizialmente desolante: "con una telecamera in mano siamo bravi tutti, hanno azzeccato alla perfezione luoghi e immagini da mostrare, ma resta sempre un film". Poi, però, aggiunge: "In ogni caso ti consiglio di venire a trovarci, non resteresti deluso. Di sicuro, da noi le case sono massimo di due piani, io sono rimasta malissimo nel vedere quanto sono alti i vostri palazzi. E, ti prego di non offenderti, ma anche di quanto sono brutti!". Assenso al cento per cento. Ora sì, si può cominciare.

Puoi iniziare raccontandoci qualcosa su di voi? Non si sa molto in giro...

Abbiamo fondato questo progetto nel 2011. Io e Áslaug ci conoscevamo già e da tempo avevamo voglia di avventurarci in qualcosa che non avessimo mai fatto prima. Abbiamo contattato Þórður che era un suo vecchio amico e gli abbiamo chiesto se gli andava di unirsi al tutto: ci ha dato appuntamento pochi giorni dopo e ci siamo trovati per discutere di cosa avremmo voluto fare. Ci è sembrato che il tutto si potesse evolvere bene e così effettivamente è stato: il risultato di questo è oggi Samaris. Tutto ciò prosegue bene anche se noi siamo decisamente diversi l'uno dall'altro: Þórður per esempio certe volte è parecchio disorganizzato, anche perché viene da un mondo decisamente più anarchico di quello mio e di Áslaug. Il suo interesse nella musica però è fantastico, ed è anche decisamente bravo a creare quei suoni col computer, io non ne sarei mai capace, credo. Questo incontro-scontro è decisamente interessante ed è pure la chiave della nostra collaborazione.

Quindi eravate tutti e tre già sulle scene prima di iniziare a collaborare?
Sì, io e Áslaug abbiamo suonato per anni insieme al Conservatorio, un ambiente decisamente tradizionalista e con una visione piuttosto rigida della musica, mentre Þórður lavorava già da qualche anno nel mondo della techno. Io per altro avevo già pubblicato due dischi con il progetto folk che condivido con mia sorella, dove suono anche la chitarra (si riferisce a Pascal Pinon, ndr), insomma tutte esperienze molto diverse.

Come siete arrivati e quanto è stato difficile raggiungere questo equilibrio, umnano e artistico, fra voi tre?
Credo sia un aspetto molto importante della nostra collaborazione, ed in generale delle collaborazioni artistiche tutte. Riuscire a lavorare insieme può arrivare a diventare stressante ed è comunque e sempre non facile, specialmente all'inizio, ma al tempo stesso è qualcosa di molto interessante. La cosa decisiva nel nostro caso è che non c'è un leader, un numero uno, e questo è importante: bisogna riuscire a mettere da parte il proprio ego, ad accettare di andare in una determinata direzione anche magari quando non si è troppo convinti se ad essere sicuri sono gli altri ma ad essere anche onesti. Si deve trovare un equilibrio, diventa un po' una sorta di sfida! Nel nostro caso il segreto è quello di sviluppare il più possibile tutti gli spunti che sono comuni a tutti e tre, ma è una cosa decisamente più spontanea che pensata!

Come mai avete deciso di debuttare con una raccolta di brani già editi?
In realtà avevamo un nuovo album di soli inediti previsto per l'uscita, ma alla fine discutendo con l'etichetta abbiamo preferito rimandarlo. Questo perché farlo uscire d'estate sarebbe stato controproducente: è una stagione in cui la voglia di svago e relax raggiunge il culmine e quella di lavorare scema in maniera particolare. Quindi abbiamo convenuto con l'etichetta che sarebbe stato meglio per entrambi aspettare e pubblicare l'album quest'inverno: così, per tappare il “buco”, ci è venuta l'idea di far uscire in un unico disco due Ep che avevamo pubblicato rispettivamente nel 2011 e 2012 in Islanda e che ai vertici della label erano piaciuti molto. La scelta ha anche un'altra motivazione: questi brani sono quelli a cui abbiamo lavorato negli ultimi due anni, ma sono molto diversi nell'atmosfera da quelli che finiranno sul nuovo album. Non saremmo più stati in grado di lavorare a materiale come quello semplicemente perché non ci rappresenta più, quindi abbiamo voluto cogliere l'occasione per diffonderlo finché si era in tempo perché ci rappresentasse. Per altro i due Ep sono usciti in tiratura limitatissima dati i pochi mezzi che avevamo, quindi se non avessimo pubblicato la raccolta, quei brani sarebbero probabilmente andati perduti per sempre.

Quindi avete un nuovo disco in dirittura d'arrivo?
Sì, lo completeremo entro fine mese e vedrà la luce probabilmente a Gennaio prossimo, sempre per One Little Indian.

Quando avete fondato il progetto vi sareste mai aspettati di vedere la vostra musica diffondersi in tutt'Europa dopo soli due anni?
No, assolutamente! Quando cominci qualcosa non puoi mai fare previsioni su cosa succederà. Noi abbiamo iniziato con il solo obiettivo di divertirci, ma devo ammettere che è stimolante sapere che la gente ascolta ed apprezza quel che fai. Un'altra cosa curiosa è che la nostra musica sta arrivando in posti che di fatto non conosciamo, visto che abbiamo viaggiato ben poco fuori dall'Islanda! Questa in Italia per noi è la terza esperienza in un paese europeo, e devo ammettere che è curioso pensare al fatto che la tua musica sia conosciuta da persone che vivono in luoghi in cui non hai mai nemmeno messo piede!

E pensi che questa notorietà inattesa abbia cambiato o possa cambiare qualcosa di voi, come persone e come artisti?
Spero vivamente di no! Quando si inizia lo si fa sempre con le migliori intenzioni, ma poi è facilissimo confondersi, magari anche inconsciamente, quando inizi a viaggiare e a suonare, la gente inizia ad apprezzare quel che fai e a chiederti una serie di cose e l'etichetta inizia ad aspettarsi che il tuo disco venda tot copie. Alla fine penso che il segreto stia nel mantenersi legati a quel che si aveva all'inizio: se tu inizi senza avere nulla e poi ti trovi fra le mani tutto quel che desideri, credo sia importante proseguire a lavorare esattamente come se si continuasse a non avere nulla. Io spero davvero che noi si stia riuscendo e si continui a riuscire a ragionare così.

Dopo il successo di nomi come Björk, Múm e Sigur Rós, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un'autentica proliferazione di musicisti islandesi che hanno raggiunto l'Europa. Cosa pensi di quest'autentica esplosione dell'Islanda musicale?
Penso che sia una gran bella cosa, è un po' come se ultimamente fosse diventato una sorta di genere a parte, un calderone in cui finiscono tutti gli artisti che vengono dall'Islanda. E se questo da un lato è un po' limitante perché equivale a dire che facciamo tutti la stessa musica, dall'altro fa decisamente comodo essere inseriti nella stessa categoria di grandi artisti come i primi che hai citato, che sono sicuramente delle grandi influenze per le giovani band che nascono in Islanda. Persone che tra l'altro da noi continuano ad essere viste come normali, che puoi incontrare per strada e con cui puoi fermarti a parlare esattamente come faresti con un amico: ed è curiosissimo vedere che invece in Europa sono visti come degli idoli a cui non puoi nemmeno avvicinarti! Da noi funziona così, tutti danno una mano a tutti, e sicuramente questi artisti che hanno raggiunto in passato la notorietà continuano ad aiutare molto i giovani musicisti emergenti.

In particolare One Little Indian sta lavorando molto con artisti islandesi! Come siete arrivati a lavorare con loro?
Loro ci hanno contattato a Novembre dell'anno scorso, dopo averci sentito suonare ad un festival in Islanda, e si sono dimostrati subito molto interessati al nostro lavoro. Per ora ci stiamo trovando davvero bene e spero continueremo a collaborare con armonia.

Quant'è profondo il legame fra la vostra musica e l'Isola?
Molto, in particolar modo per quel che riguarda i testi. Pochi lo sanno perché credo sia la prima volta che ne parliamo in un'intervista, ma i nostri testi sono quasi tutti provenienti da una serie di poemi della nostra tradizione. Opere a cui cerchiamo di ridare vita, che risalgono quasi sempre a più di due secoli fa, e che davvero pochi conoscono oggi. La cosa bella è che sono scritti, ovviamente, in un islandese arcaico: già la lingua di oggi è fra le meno parlate del mondo, poi quella antica è ancora più misteriosa, ed è un po' come se i nostri testi nascondessero per questo dei segreti. Ci piace molto questa cosa, unita al fatto che scegliamo queste poesie anche in base al contesto sonoro, usandole come se fossero veri e propri strumenti musicali. In questo senso la lingua è un gran vantaggio perché si amalgama davvero bene alla base strumentale. Anche le tematiche sono molto legate alla tradizione, e vanno dall'animo umano alla natura – dalla quale, viste le caratteristiche dell'isola, siamo anche un po' spaventati – per arrivare ad argomenti più vicini alla sfera spirituale. Non ci interessa tanto la religione ma i misteri che le stanno attorno, che a loro volta sfociano in certi casi nell'oscurità, che è un'altra tematica che si trova molto nelle poesie antiche.

Tornando al discorso di prima (che iniziasse l'intervista, ndr), credi che quest'aura di magia che noi “mediterranei” tendiamo a trovare nell'Islanda e nelle sue componenti – i paesaggi, gli abitanti, la lingua – abbia un fondamento di verità o sia solo frutto di una suggestione?
Non lo so! Sinceramente è un po' difficile da dire per me, essendo io islandese, sarebbe come cercare di giudicare sé stessi, cosa quasi impossibile visto che non ci si può osservare dall'esterno! Dovresti probabilmente provare a chiedere a qualcuno di non islandese ma che abbia vissuto in Islanda abbastanza da poter assorbire e magari cercare la fonte d'origine di questa magia! In ogni caso è interessante, forse è dovuto al fatto che il nostro è un paese abbastanza lontano e isolato, che sembra quasi circondato dal nulla perché effettivamente non ha niente attorno che non sia l'oceano. Per altro è piuttosto difficile da raggiungere, quindi da noi non ci sono persone che arrivano e si fermano 2-3 giorni per lavoro per poi andarsene, e anche per la nostra gente è spesso difficile muoversi da una città all'altra. Questo probabilmente rende tutto un po' più puro e incontaminato. Poi è anche vero che è un paese molto giovane, che si è sviluppato velocemente nell'ultimo secolo ma che prima era piuttosto povero, era un insieme di villaggi di pescatori e contadini. E appunto l'essere isolati dal resto dell'Europa ci rende un po' estranei a quel che succede, spesso ci sorprendiamo di fronte a quel che succede lontano dall'Islanda, le mode, le tendenze, i costumi... Siamo un po'... fuori dal mondo (ride) ma credo che anche questo contribuisca a quest'immagine di purezza che gli altri hanno di noi.

In chiusura e in vista del concerto in cui sarete impegnati tra poche ore: che differenze dobbiamo aspettarci dalla vostra musica eseguita dal vivo?
Non molte, a dire il vero. Innanzitutto perché parte della nostra musica è costruita sull'elettronica, e quelle basi sono le stesse sia che vengano usate in studio mentre si registra sia sul palco. Ultimamente poi stiamo sviluppando molto l'uso degli effetti elettronici sulla voce e sul clarinetto: questo permette un approccio decisamente più organico, con Þórður che di fatto diventa il regista del tutto, avendo sotto il suo controllo sia le basi elettronico-ritmiche che gli effetti. Non abbiamo molti strumenti, e per questo cerchiamo di sfruttare tutti i vantaggi dell'usare il laptop, evitando al tempo stesso di riprodurre troppo linearmente quanto registrato in studio. Il centro del nostro approccio resta comunque la voglia di divertirci, è un aspetto molto più importante di quello che molti pensano!

Discografia
 Hljóma Þú (Ep, Autoprodotto, 2011)
 Stofnar Falla (Ep, Autoprodotto, 2012)
Samaris (raccolta, One Little Indian, 2013)
Silkidrangar (One Little Indian, 2014)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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