Scott Matthew

Scott Matthew

Confessioni di un rumorista tranquillo

intervista di Francesco Amoroso

Scott Matthew è un cantautore. E ha la barba. Ha anche un grande talento e una voce piena di pathos e delicata allo stesso tempo. Da pochissimo è uscito il suo primo album solista, benché il suo percorso nell’ambiente musicale sia già iniziato da parecchi anni.
Incontriamo Scott in un ventoso e tardo pomeriggio primaverile, ma la pioggia incipiente e il freddo piuttosto pungente, nonostante l’aprile ormai inoltrato, rimandano a un’atmosfera molto autunnale, adattissima a conversare con l’autore che ha composto brani romantici ed impetuosi come quelli contenuti nel suo omonimo esordio discografico.
Si presenta piuttosto scarmigliato, con una frusta maglietta nera e un vistoso bracciale d’oro al polso. Sorridente e disponibile, un po’ timido forse. La prima impressione (che verrà poi confermata nel corso dell’intervista) è che questo allampanato ragazzone australiano, ormai trapiantato a New York, sia realmente innamorato di ciò che fa e sia una persona genuina e appassionata.
Uno “vero”, insomma, che non ha paura di mettere in mostra se stesso attraverso la musica.
Questo è il resoconto della nostra breve chiacchierata.

Poiché qui in Italia non hai ancora raggiunto una grande notorietà, perché non cominciamo parlando un po’ dei tuoi primi passi? E’ vero che hai cominciato collaborando a scrivere musica per un "anime" giapponese e per una serie di cartoon (Cowboy Bebop)? Come ti è capitato di essere coinvolto in questa esperienza?
In realtà non ho scritto, ma mi sono limitato a cantare e a prestare la mia voce. Ho semplicemente fatto un’audizione per questa compositrice giapponese (Yono Kanno) che aveva praticamente il monopolio di tutta la musica relativa a cartoni e anime, e lei ha ascoltato la mia voce. Quando lei si trovava a New York l’ho semplicemente raggiunta, le ho fatto ascoltare la mia voce e a lei è piaciuto ciò che ha sentito. Così è nata questa collaborazione.

Hai, poi, inciso un album con una band chiamata Elva Snow, insieme a Spencer Corbin, che è stato uno dei membri della band di Morrissey. Come vi siete incontrati? E come mai quell’esperienza è finita dopo un solo album? E la tua successiva esperienza con “Songs To Drink And Drive By”? Avete inciso solo due brani?
Ci siamo incontrati attraverso amici comuni. C’era questa ragazza con la quale lui usciva che mi conosceva e così ci siamo incontrati e abbiamo pensato di poter essere musicalmente compatibili. Così abbiamo iniziato a collaborare e siamo andati avanti per un paio di anni. Dopo di che lui è tornato a Londra e il progetto è terminato così, in maniera comunque molto amichevole. Sono molto fiero di ciò che abbiamo fatto insieme. In ogni caso, avevo già cominciato a lavorare sulle mie cose soliste e sentivo il bisogno di esprimermi in prima persona. Negli Elva Snow scrivevo solo i testi, ma stava arrivando il momento per fare le mie cose. Spencer, comunque, collabora anche nel mio album, dove ha provveduto ad arrangiare la sezione di archi. Quanto a “Songs To Drink And Drive By”, quella è stata una sorta di passaggio verso la mia esperienza solista. Abbiamo registrato poco e messo il risultato su internet. In realtà ero sempre un po’ impaurito e non troppo sicuro di me per usare il mio nome e così questo è stato un altro piccolo passo verso quella direzione.

La "fama" vera, però, è arrivata con la colonna sonora del film indipendente “Shortbus”. Conoscevi il regista del film? O sei stato coinvolto nel progetto in maniera diversa?
Più che di fama, parlerei di un po’ di visibilità, ad essere sincero. In ogni caso ho incontrato il regista del film (John Cameron Mitchell, ndr) a un party, in maniera del tutto casuale. Abbiamo cominciato a parlare di musica e di quello che facevo in quel periodo. Così lui ha chiesto di sentire la mia musica e gli ho mandato un demo. Non più tardi del giorno dopo, mi ha chiamato e mi ha detto che stava facendo questo film, una produzione indipendente, nella cui sceneggiatura era previsto una specie di personaggio che cantava e scriveva musica e che probabilmente io sarei stato la persona adatta per scrivere la musica per il film e per il personaggio, e così ho avuto l’opportunità di proporgli alcune canzoni. Gli sono piaciute molto subito. Che dire? Sono stato molto fortunato, tutto qui.

Vieni dall’Australia, ma ormai vivi negli Stati Uniti, a New York. Perché hai deciso di spostarti? Hai fatto questa scelta per ragioni di opportunità "lavorativa" oppure è stata una scelta legata alla tua vita privata?
Non direi che si è trattato di una scelta legata alla mia "carriera" musicale. In realtà ho sempre amato fare musica e lo facevo anche in Australia. Probabilmente è vero che a New York ci sono più opportunità, ma la realtà è che mi sentivo davvero stanco e annoiato della vita in Australia. Sai, quando nasci in un posto piuttosto isolato e in mezzo al niente, ben presto diventi davvero bramoso di allontanarti, di viaggiare e di conoscere posti culturalmente diversi e più ricchi rispetto a quello dove sei cresciuto. Ho pensato a New York e ci sono andato.

Musicalmente essere australiano ha influenzato il tuo modo di scrivere canzoni? Ti senti parte di una scena australiana?
Non direi. Anzi non credo che essere in Australia o a New York mi abbia influenzato più di tanto. In realtà sono un cantautore e compongo ovunque mi capiti di trovarmi. Prendo spunto dalle mie esperienze personali e scrivo spesso di esperienze autobiografiche a prescindere da dove mi trovi o da dove vengo. Credo siano sensazioni piuttosto universali.

Hai avuto grande esposizione mediatica con “Shortbus”, ciò nonostante hai deciso di firmare per piccole etichette in giro per l’Europa, piuttosto che accasarti presso una major. Perché questa scelta? Ti dava maggiori garanzie di libertà artistica?
Ho firmato per una etichetta in Italia (Sleeping Star, ndr) e per una in Germania (Glitterhouse, ndr) e altre piccole etichette in Europa. È sicuramente una questione di libertà, ma a questa scelta ha contribuito anche il fatto che le piccole etichette trattano i propri artisti con più attenzione, se ne prendono cura. Fare musica, per me, è una questione molto personale, non ha troppo a che vedere con il business, e lavorando con etichette indipendenti posso mantenere la mia attenzione focalizzata sulla musica più che sui soldi, sulla promozione, sull’aspetto economico della faccenda. Diventa tutto più facile in questo modo. 

Sono stati spesi tanti nomi e si sono fatti tanti paragoni per descrivere la tua musica e il tuo primo album. Spesso ti ho sentito accostare al nome di Antony (di Antony and The Johnsons), sei stato avvicinato a Devendra Banhart. Sei d’accordo con questi accostamenti? C’è qualche artista cui ti senti particolarmente vicino?
Forse il paragone con Banhart è dovuto al fatto che tutti e due abbiamo la barba. Non so. Ci sono, comunque tanti artisti che ammiro molto, ma mi piace pensare che provo a non emulare nessuno, a non rifarmi ad alcun modello. Il mio scopo, nel fare musica, è quello di essere me stesso e di avere la mia "voce" e poter dire le cose che voglio dire.
Sinceramente non credo di somigliare né ad Antony, né a Devendra, ma, detto questo, li ammiro entrambi e il paragone non mi dispiace. Se le persone hanno bisogno di punti di riferimento per capire la musica che faccio, magari prima di avere la possibilità di ascoltarla, per me non è un problema. Forse è un po’ una questione di pigrizia dei critici musicali. Ma va bene anche così. Non lo trovo affatto offensivo.

 I tuoi testi e le tue canzoni hanno sempre un certo mood nostalgico. Di cosa hai bisogno per ispirarti quando scrivi un brano? E quale è il rapporto tra testo e musica nella nascita di una canzone?
Premesso che non sono sempre una persona triste, anzi sono una persona allegra per la maggior parte del tempo, ma generalmente scrivo sotto l’influenza di situazioni tragiche o dolorose. Quando sento la necessità di scrivere qualcosa, è sempre per qualcosa di triste o poco piacevole che mi è accaduto nella vita. Non me ne rendo neanche più troppo conto, ma di solito è in queste situazioni che mi viene qualcosa da dire. Credo che ci sia sempre qualcosa di romantico nella tragedia e mi sento una persona molto romantica. Di solito il testo e la musica sono ispirazioni piuttosto contemporanee. Prendo la chitarra e scrivo canzoni andando avanti di pari passo con testo e musica.

Nel testo di uno dei tuoi brani (“Amputed”) dici che la mancanza della persona amata è quasi dolorosa come un’amputazione. È davvero così  doloroso?
Non hai mai provato questa sensazione? Io l’ho provata. Per me è davvero così. Scrivo delle mie esperienze e sensazioni personali, come ti ho detto. E se lo scrivo vuol dire che ci credo veramente.

Nel tuo album ci sono brani con arrangiamenti molto eleganti e articolati (“Ballad Dear”, “Abandoned”, “Habit”), mentre altre ne hanno uno piuttosto scarno e minimale (come “Little Bird” o “Upside Down”). Quando scrivi un brano sai già come arrangiarlo, oppure è un processo che si sviluppa gradualmente mentre incidi?
Credo sia un processo di sviluppo piuttosto lento e graduale. Fondamentalmente scrivo ogni canzone facendo in modo che funzioni anche con un arrangiamento piuttosto minimale. Compongo sulla chitarra, sull’ukulele, ultimamente utilizzo anche l’autoharp e, solo quando penso che il brano possa già andare bene, comincio a pensare a come arrangiarlo. Spesso scrivo da solo e poi suono i pezzi alla band che mi dà aiuto e consigli per gli arrangiamenti.

Credo sia stato Dylan a dire che una buona canzone è quella che funziona perfettamente anche se la suoni solo sulla chitarra acustica. Sei d’accordo, quindi?
Sì. Assolutamente. Del resto questo è il metodo che utilizzo per giudicare i miei brani.

Nella registrazione della tua musica, preferisci lavorare da solo oppure preferisci essere coadiuvato da un produttore? Pensi che sia più utile lavorare da solo per avere libertà o sia meglio confrontarsi con qualcuno per evitare di essere troppo autoindulgenti?
In questo album, benché non ci sia un vero produttore, un mio caro amico ha più o meno assunto questo ruolo. Sai, mi piace circondarmi di amici, mi sento più a mio agio e protetto. Ma, comunque, quando abbiamo registrato l’album, le canzoni erano quasi del tutto pronte. Non avevamo troppo tempo e troppi soldi da spendere in studio di registrazione e quindi abbiamo dovuto preparare tutto accuratamente prima. Ma mi sono trovato benissimo a lavorare in questo modo e per il prossimo album vorrei lavorare con le stesse persone e con lo stesso metodo.

Cosa ne pensi della tua carriera artistica fino ad oggi? Sembra che tu sia sull’orlo di un grande successo anche commerciale. Vorresti diventare davvero famoso? Oppure speri solo che il maggior numero possibile di persone ascoltino la tua musica?
Se devo essere sincero, non ho particolare interesse a diventare famoso. Ma mi piacerebbe davvero riuscire a vivere della mia musica, così come sto facendo adesso. Fino a qualche anno fa dovevo avere un lavoro di giorno per potermi poi dedicare alla musica e non vorrei dover ritornare a quella situazione. A me va già bene così come stanno andando le cose adesso.

Ho letto che ti definisci “A quiet noise maker”. Puoi spiegare cosa intendi? La parte circa la “quiete” non è troppo difficile, ma non afferro quella relativa al “rumore”…
In fondo la musica è rumore, sebbene rumore organizzato. Rumore prodotto con uno scopo. La definizione mi piaceva. Suonava bene.

In molte immagini indossi una maschera. C’è un particolare significato dietro di essa? Sembra che, al contrario di molti altri cantautori, tu sia piuttosto attento alla tua immagine. Credi che questa sia importante e che possa dare alle persone una più chiara comprensione della tua personalità?
Non c’è nulla di calcolato, in realtà. Quando fai le foto ci sono sempre un sacco di persone intorno a te. C’è il fotografo, il truccatore, chi si occupa dei tuoi capelli. Ciò nonostante la maschera ha un certo simbolismo dietro. Se leggi il testo di “Little Bird” puoi capire cosa intendo.
Ma, soprattutto dal vivo, non sono una persona troppo attenta alla propria immagine. Indosso quello che capita. Le mie scelte sono dettate più dalla "lavanderia" che altro. Metto quello che trovo pulito. Più che della mia immagine, mi interessa che si parli della mia musica.

Le inevitabili domande finali…quali sono i tuoi piani per il futuro e quando comincerai a scrivere e registrare canzoni per il prossimo album?
Il 27 maggio sarà la mia ultima data del tour europeo e a giugno ho già lo studio prenotato per incidere alcune canzoni nuove. Sono veramente ansioso di cominciare a lavorare concretamente sul nuovo album. Penso, poi, che il terzo album potrebbe essere composto interamente da cover (e un tangibile esempio delle sue straordinarie doti interpretative di canzoni altrui, Scott ce la darà di lì a pochissimo, durante il concerto).

Credi che ci sia ancora un motivo per scrivere musica? E quale sarebbe?
Credo che un motivo per fare arte ci sia sempre. Assolutamente. Credo che l’arte sia una parte importante della vita di tutti e, finché la mia musica darà qualcosa a chi l’ascolta, allora un motivo valido per continuare a fare ciò che faccio ci sarà sempre.

(30/04/2008)

Discografia
Scott Matthew (Glitterhouse/Sleeping Star, 2008) 

8

 There Is An Ocean That Divides... (Glitterhouse, 2009)  8
 Gallantry's Favorite Son (Glitterhouse, 2011) 7
Unlearned (Glitterhouse, 2013) 7
This Here Defeat (Glitterhouse, 2015) 6,5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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