Sebastian Plano

Sebastian Plano

Le magie dell'uomo-ensemble

intervista di Matteo Meda
Ultimo arrivato nel sempre più folto catalogo modern classical di casa Denovali, il giovanissimo argentino Sebastian Plano è autore di partiture che mescolano i suoni acustici delle sue origini con una contaminazione elettronica che fa della delicatezza un diktat. Direttore di un potenziale ensemble costituito dalla moltitudine dei suoi strumenti, mostra nella sua musica un peculiare e misterioso equilibrio fra un languore dal gusto romantico e una cura estrema per l'estetica in ogni suo dettaglio, tenuti insieme da un filamento di pura magia, chiamato a fungere da caratteristica prima dei suoi soundscape. Abbiamo scelto le sue parole come guida alla scoperta di un universo sonoro coloratissimo e delizioso.

Puoi cominciare raccontandoci in breve la tua storia? In giro si trovano davvero pochissime informazioni sul tuo conto...
Vengo da una famiglia di musicisti di Rosario, in Argentina: mio padre è violinista, mia sorella pure e mia madre ha invece preferito la viola. Sembra quasi che loro stessero aspettando un violoncellista quando sono nato io, così da formare un quartetto d'archi! Ho iniziato a suonare il violoncello a sette anni e a comporre a dodici: cinque anni più tardi ho lasciato l'Argentina per proseguire gli studi. Da allora ho fatto tappa in Italia, in Portogallo, negli Stati Uniti e ora da poco mi sono spostato a Berlino, così da essere più vicino alla mia etichetta. Ho sempre studiato musica classica, ma nel 2010 ho deciso di cambiare strada e dedicarmi in toto all'elettronica, fino ad autoprodurre il mio primo album l'anno seguente.

In questo percorso “Impetus” suona un po' come una sorta di ritorno alle origini, visto il sound decisamente più acustico rispetto ad “Arrythmical Part Of Hearts”...
L'idea di usare meno l'elettronica e implementare più strumenti acustici è stata alla base del progetto che ha poi portato a “Impetus”, fin dal principio. Volevo che questo nuovo lavoro avesse un respiro diverso e pertanto mi sono gettato alla ricerca di un equlibrio tra questi due generi di strumentazione: il risultato è un lavoro che, sebbene resti di base elettronico, raggiunge in certi passaggi trame puramente acustiche, permettendo così all'ascoltatore di percepire al suo interno più sfumature.

Cos'è cambiato nella tua vita durante questi due anni?
Molte cose, decisamente. Nonostante faccia musica da anni, non avevo mai pubblicato nulla prima del 2011, per scelta prima ancora che per impedimenti, tanto che alcuni dei brani del mio primo album sono rimasti archiviati nel mio computer per molto tempo. Allora la mia intenzione era di proseguire a studiare musica classica per divenire un orchestrale, ma nel medesimo periodo ho iniziato a interessarmi a mondi musicali totalmente diversi come il jazz, il tango, il rock e la musica elettronica. Dopo il buon riscontro del primo lavoro, ho iniziato a covare in me una grande energia, alla quale si riferisce anche il titolo del nuovo album: alcuni dei ricordi migliori della mia vita sono legati a questi ultimi due anni, durante i quali ho lavorato al suo concepimento.

Se c'è una caratteristica che ho trovato incredibile di “Impetus”, è la sua coralità. Come sei riuscito a registrare da solo un disco che sembra in tutto e per tutto frutto del lavoro di un ensemble?
Beh, il motivo è che di fatto ho trascorso otto anni della mia vita fra le mura del Conservatorio. Due anni fa, ho conseguito un master in musica da camera e mi sono esibito in un sacco di concerti. A questo aggiungi che sono un tipo che ama le sfide, e così ho trovato a dir poco eccitante l'idea di registrare parti con strumenti che non avevo mai imparato a suonare. Il fatto di suonare tutti gli strumenti da solo mi permette di avere un controllo totale sull'interpretazione e considero questa una particolarità decisiva nel definire il mio stile. Ciò nonostante, mi piace altrettanto l'idea di collaborare con altri musicisti, soprattutto dal vivo.

Quali elementi hanno contribuito in maniera decisiva a ispirarti per questo lavoro?
Sicuramente lo status di transizione del periodo in cui mi sono messo a lavorarci: dopo tanti anni non ero più legato ad alcuna scuola, e questo in primis mi ha fatto sentire finalmente libero e indipendente. Inoltre, avevo la possibilità di lavorare alla mia musica dal primo minuto della mia giornata fino a tarda notte, sapendo che quando le cose non andavano come volevo mi sarebbe bastato distrarmi un po' dedicandomi ad altro. Una delle cose che ho amato fare è stato informarmi sulle vite di altri musicisti, da Miles Davis a Fela Kuti e Jeff Buckley.

Altro aspetto interessantissimo del disco è la sua delicatezza, quel sound al tempo stesso romantico e curato in ogni minimo dettaglio. Si tratta di una percezione personale o del frutto di una ricerca particolare?
Credo tutto nasca dal fatto che sono solito cercare di riprodurre mediante ogni singolo suono un particolare colore o significato. Sono molto attento ai dettagli, certe volte anche troppo, tanto che spesso mi vedo costretto a sforzarmi di andar oltre col mio lavoro, tralasciando almeno in parte il “filtro” del cervello. Per registrare un brano strumentale di cui essere soddisfatto al cento per cento ci metterei ore, forse giorni: sarei in grado di registrare una linea di violoncello per cinquanta volte prima di perdere qualsiasi dubbio. In questi casi quindi tento di soffermarmi maggiormente sulla ricerca del sentimento e della magia dietro una linea melodica anziché all'ossessione per il dettaglio. E credo questo dualismo sia alla base di quanto tu hai sottolineato: seguo il mio istinto lasciando crescere ogni pezzo nella sua forma più intima, ma nel medesimo tempo vado alla ricerca dell'armonia perfetta fra tutti gli elementi che lo compongono.

Quanto la tua collaborazione con Jeffrey Zigler del Kronos Quartet ha influenzato il lato “violoncellistico” di “Impetus”?
Quando ho realizzato il lavoro con Jeffrey avevo registrato già più di metà di “Impetus”, quindi semmai è avvenuto l'opposto! Di sicuro ho deciso fin da subito di incorporare il violoncello come strumento primario nelle mie composizioni in quanto strumento in grado di dare una forma definita alla struttura sonora e al tempo stesso di farlo evolvendosi in maniera sfumata.

Sei d'accordo con chi ti definisce un compositore di musica “classica-moderna”?
Beh, suppongo di esserlo stato ma al tempo stesso non credo di esserlo più. Ho composto ed eseguito lavori per violoncello solista, quartetto d'archi e orchestra, ma tutto questo fa ormai parte del mio passato. Ora come ora sono più interessato all'aspetto più sentimentale e meno accademico della musica, anche se continuo ovviamente a comporre con un metodo prettamente “classico” e a incorporare l'elettronica solo in una fase successiva. Mi affascina altrettanto la prospettiva di poter lavorare nel mondo delle colonne sonore, delle coreografie, del teatro e di qualsiasi ambito che mi possa permettere di oltrepassare i confini della sola musica.

Ho letto tra l'altro che di recente hai chiesto aiuto economico, sfruttando la piattaforma KickStarter, per pubblicare sia “Impetus” che il tuo prossimo Ep, “Novel”. Quanto è difficile oggi riuscire a mettere sul mercato un proprio prodotto?
Beh, tutto dipende da quanto ti trovi fra le mani per poter finanziare da solo i tuoi progetti, e pure di quanto sei in grado di fare per conto tuo. Quando hai bisogno di registrare in uno studio o di assumere un ingegnere che si occupi del missaggio arrivi facilmente ad aver bisogno di cifre davvero alte. Non a caso “Novel” è stato registrato in studio mentre “Impetus” quasi del tutto nel monolocale in cui vivevo a San Francisco, escluse le parti di pianoforte per cui sono riuscito a ottenere una sala al Conservatorio. Anche al missaggio ho lavorato interamente da solo, e grazie a questo sono riuscito a completare il tutto con un dispendio economico relativamente ridotto.

Alla fine come hai fatto a portare il tutto a compimento?
Non è certo stato facile, ho dormito decisamente poco in quel periodo. Poi però Denovali si è offerta di pubblicare “Impetus” e di ri-pubblicare anche il mio primo disco, e così ora sono entrambi in uscita!

Quindi il contatto con Denovali è stato un passo decisivo. Com'è avvenuto?
Semplicemente qualche mese dopo l'uscita di “Arrythmical Part Of Hearts” ho ricevuto una mail da Timo di Denovali che mi offriva di firmare con loro. Non l'ho fatto subito, perché volevo prima prendermi il tempo di valutare anche altre offerte, ma durante quel periodo ho visto l'etichetta crescere un sacco e ho capito ben presto che la cosa giusta da fare sarebbe stato prender parte al loro sempre più fantastico catalogo, che sta continuando tutt'oggi a crescere e aprirsi a vari mondi.

Il tuo è anche il terzo disco firmato Denovali, dopo Piano Interrupted e Greg Haines, a portare la firma di Nils Frahm. Quanto è stato importante il suo contributo?
Ho portato a Nils i brani già registrati e missati e lui si è occupato di tutta la parte relativa al mastering. Confesso di non aver capito all'inizio alcuni suoi consigli – cose del tipo “sarebbe carino infilare un po' di polvere qui!” - fino a quando non sono entrato nel suo studio e non ho visto tutte quelle meravigliose macchine analogiche: al che li ho seguiti, e ho assecondato anche alcuni suoi suggerimenti sull'ordine da dare ai brani. Sono molto grato a lui per quel che ha fatto e abbiamo lavorato benissimo insieme, tanto che conto di impolverare decisamente di più i miei brani in futuro.

Hai in programma di portare “Impetus” sul palco, magari in un teatro con un quartetto d'archi?
Lo farò quasi sicuramente! Nel disco ho suonato un sacco di strumenti come abbiamo già avuto modo di dire, e non credo avrebbe senso portarmi tutto dietro, così come non credo sarebbe fisicamente possibile. Però la soluzione che hai citato tu è proprio quella a cui sto lavorando e che spero di concludere molto presto.

E poi sarà la volta di “Novel”?
Sì, anche se purtroppo ho avuto una brutta avventura proprio il giorno in cui ho completato le registrazioni con Jeffrey: mi hanno rubato computer e banchi di memoria, e con loro anni e anni di lavoro, compresi gran parte degli embrioni di quello che sarebbe potuto divenire il mio prossimo album e che contavo di pubblicare l'anno prossimo. Ora farò del mio meglio per recuperare e riscrivere tutto quel che ho perso. Nel frattempo “Novel” dovrebbe arrivare a maggio dell'anno prossimo e prima ancora, se tutto va come spero, tra novembre e dicembre avrò alcune date europee in cui porterò “Impetus” dal vivo. Spero pure, l'anno prossimo, di riuscire a prendere parte al prossimo Denovali Swingfest.
Discografia
 Arrythmical Part Of Hearts (Autoprodotto, 2011; Denovali, 2013)
Impetus (Denovali, 2013)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

SEBASTIAN PLANO

Impetus

(2013 - Denovali)
Il magico ensemble del compositore argentino approda presso il catalogo Denovali

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