Senzabenza

Senzabenza

Italian Flower-Punk

intervista di Claudio Lancia

Il 2017 segna il ritorno discografico, dopo ben 15 anni, di una delle formazioni cardine del punk-rock italiano. Abbiamo incontrato la band a pochi giorni dall'uscita di "Pop From Hell" e quello che segue è il resoconto della divertente chiacchierata intervenuta con Sebi Filigi (chitarra), Nando Ferdinandi (voce e chitarra) e Max Bergo (batteria), con i quali non abbiamo ripercorso soltanto la storia dei Senzabenza, ma anche tre decenni di punk tricolore, e non solo... 

Bentornati Senzabenza, un nuovo disco dopo 15 anni, interrotti soltanto dal recente 7 pollici "Especially For You". Come mai tutto questo tempo?
SEBI: I nostri parti discografici sono sempre stati tribolati, per cui, sebbene ci avessimo pensato varie volte, eravamo spaventati dall'idea di rimetterci al lavoro in studio sulla lunga distanza. La scintilla è scoccata nel momento in cui Max (Bergo, il batterista della band, ndr) ha deciso di allestire un comodo studio di registrazione casalingo che ci ha consentito di lavorare in totale relax, coi tempi dilatati richiesti dalle attuali rispettive situazioni di vita. E, soprattutto, nella più totale libertà artistica.

La vostra attività live non si era però mai interrotta…
S: No, in effetti no. La nostra è un'intesa anche umana che ci lega da quasi trent’anni: metterci in macchina per proporci in concerto e incontrare gli amici di una vita in giro per l'Italia ci riempie sempre di gioia.

Partiamo da lontano: nei primi anni 90 siete stati una delle prime band della scena indipendente italiana ad emergere da una piccola cittadina di provincia. Sicuramente i primi a farlo da Latina, un luogo che da sempre patisce la vicinanza di Roma. Come fu possibile un miracolo simile?
S: Ci siamo formati come si formano mille altre band: come conseguenza della noia che subisce chi è giovane e appassionato di musica e si ritrova senza stimoli offerti dal luogo nel quale vive. Se abbiamo avuto un discreto riscontro anche al di fuori di Latina è stato perché siamo stati gestiti e ben proposti (bisogna ammetterlo) all'inizio degli anni 90 dalla nostra label di allora, la “McGuffin”, prima che una serie di divergenze aventi come oggetto proprio la gestione della band ci costringessero a interrompere il rapporto con loro.
NANDO: Io sono in totale e assoluto disaccordo con Sebi. Negli anni 90 siamo usciti fuori perché avevamo un sound che all’epoca non aveva nessuno. Il punk in Italia corrispondeva quasi esclusivamente con l’hardcore iperpoliticizzato o con lo straight edge, soprattutto nella scena romana. Il punk rock melodico stile Hard-Ons (band hardcore-punk australiana con liriche caratterizzate da forte umorismo e temi leggeri, ndr) direi che siamo stati tra i primi a proporlo in Italia a un certo livello qualitativo, e ritengo che questo sia stato il motivo principale per il quale abbiamo avuto, nel nostro piccolo, un certo successo.

Siete nati in concomitanza con l’esplosione del decennio d’oro della musica indipendente italiana, ma non avete mai fatto parte di alcuna “scena”, siete sempre rimasti un po’ in disparte, un po’ per conto vostro, in decisa controtendenza proprio nel periodo in cui andava di moda il collaborazionismo (basti pensare all’esperienza C.P.I.): difficoltà oggettive ad entrare nel “giro”, oppure scelta strategica?
S: Direi la prima. Il motivo lo individuerei nella facilità con cui venivamo (e veniamo tuttora) spesso etichettati come “pop-punk” nel senso peggiore del termine, complice anche la nostra totale noncuranza verso il contenuto letterario dei nostri testi a beneficio di una resa puramente metrica.

Eppure in quegli anni siete stati fra i pochissimi a trovare spazi importanti all’estero, ci provarono ad esempio anche Afterhours e Marlene Kuntz con scarsissimi risultati, nonostante un suono “internazionale”…
S: Di nuovo tanto di cappello a Paolo Cavalcanti e alla sua McGuffin, un autentico campione di insistenza e persuasione, almeno fino a “Gigius”, ed eravamo nel 1993. Dal 1995 però si fece prendere da deliri di megalomania, scartando alcune eccellenti proposte discografiche che giunsero dall'estero, fra le quali una della Fat Wreck, che allora andava alla grande nel giro punk. Non condivise neppure l'idea della produzione artistica di Joey Ramone per il nostro album “Deluxe”, e la nostra inamovibilità su questa opportunità ci portò, purtroppo, alla rotture e persino alle vie legali. Era un'occasione unica, alla quale non avremmo mai potuto dire di no.

Salvo l’eccezione di “Vol. 4” (1999) avete sempre optato per il cantato in lingua inglese. Questa scelta potrebbe aver condizionato in negativo il vostro percorso? Penso a tante altre band (Afterhours in primis, ma ce ne furono diverse) che aumentarono a dismisura i riscontri commerciali proprio in concomitanza con il passaggio dall’inglese all’italiano…
S: Sicuramente in termini di riscontro commerciale ostinarsi a cantare in inglese in Italia è un autentico suicidio. Quando provammo a cimentarci con l'italiano, ci facemmo assistere nella stesura dei testi perché ci sentivamo pericolosamente esposti nei confronti di coloro che ascolta prima le parole e soltanto successivamente la musica. Con l’italiano non funzionò forse perché in quel momento non avevamo molto da dire, e chi cercò di aiutarci, nonostante la buona volontà, non riuscì nell'intento. Mettici poi che il cantato in italiano era abbinato a una “svolta musicale” che ci portò a spostarci volontariamente dal punk melodico cantato in inglese degli esordi a sonorità decisemtne più sixties oriented, svolta che spiazzò chi ci aveva seguito fino allora.
N: Anche in questo caso sono in disaccordo totale e assoluto con Sebi. I testi di “Vol. 4” facevano schifo al cazzo. Erano quasi tutti miei ed erano brutti parecchio. Dopo una serie di interventi sono ulteriormente peggiorati. Sogno di poter registrare quell’album con testi riscritti in inglese e un suono meno fighetto.

Quanto è cambiato lo scenario musicale fra gli anni 90 e il nuovo millennio? Oggi è sempre più difficile emergere e trovare spazi? E se sì, per quali motivi? Quanto sono cambiati i meccanismi che girano dentro e intorno alla musica?
S: In realtà non credo che lo scenario sia cambiato più di tanto. Emergere proponendo le proprie cose è possibile allo stesso modo tanto ieri quanto oggi, e richiede sempre una bella dose di coraggio e testardaggine. Magari un tempo poteva bastare un modesto investimento sullo studio per registrare un demo minimamente decente, le cassette da copiare e la stampa delle magliette. Oggi, a differenza di ieri, le band sono costrette a stanziare budget importanti per riuscire a farsi notare. Il crowdfunding lo trovo però uno strumento veramente fuori luogo.
N: Sono in disaccordo pressoché assoluto con Sebi. La scena punk oggi è straordinariamente piena di ottime band: il problema è che ai concerti non ci va un cazzo di nessuno. Ti parlo del Nord, che è la scena che conosco meglio. Negli anni 90 anche a un concerto di band non molto note non c’erano mai meno di un centinaio di persone. Oggi cento persone sono un traguardo difficile per chiunque non si chiami Punkreas, Derozer, Shandon, o pochi altri.

Eppure oggi con l’avvento del web e dei social network non dovrebbe essere tutto più semplice rispetto a quando per trovare un aggancio si dovevano spedire le cassettine autoprodotte per posta a case discografiche che non rispondevano (quasi) mai?
S: E infatti è infinitamente più semplice proporsi oggi, ma ritengo lo si debba fare esclusivamente con le proprie forze, anche in termini di investimento economico.

Sulla base di queste considerazione non dovrebbe essere più facile oggi oltrepassare la frontiera? Perché in pochissimi ci riescono? E’ un problema di suoni, di lingua, di organizzazione, o cosa?
S: Beh, nel giro punk-rock queste barriere quasi non ci sono più al giorno d'oggi, non solo grazie alla presenza di Internet e dei social network, ma anche perché ci sono delle prerogative proprie del genere, quali la spontaneità e l'immediatezza dei contenuti musicali, che facilitano l'abbattimento delle frontiere, soprattutto se si utilizza il passe-partout del cantato in inglese. Ti assicuro che ci sono moltissimi musicisti che hanno rapporti estesi reali (oltre che virtuali) e creano vere e proprie “famiglie punk-rock” in giro per il mondo, andando a suonare ovunque.
N: Sì, in effetti ci sono molte band italiane che suonano continuamente all’estero. Anche negli Stati Uniti, come ad esempio i Manges.

Ci sono band di paesi improbabili che riescono a raggiungere un buon successo internazionale: penso ai norvegesi Motorpsycho, ma anche all’Islanda di Bjork e Sigur Ros. Ma loro cantano in inglese. Qualche anno fa i Calibro 35 in un’intervista mi dissero che per loro era più semplice trovare seguito all’estero in quanto fanno musica quasi interamente strumentale…
S: Sicuramente. Come dicevo prima, è fuori dubbio che la lingua inglese possa costituire un passe-partout. In Italia può essere un'arma a doppio taglio, perché una buona fetta di chi ascolta punk-rock è più attratto dal testo in italiano politicizzato e politicamente scorretto che dal contenuto musicale. Ma questa è una caratteristica (non direi un difetto) di noi italiani: la canzone conta più per quello di cui parla che per la sua componente musicale vera e propria. In tutti i generi.
N: Ritorno a essere in disaccordo totale con Sebi. Ci sono tantissime band di punk melodico che se ne fottono del testo è che hanno il loro pubblico affezionato, di molte sono fan anch’io. Non faccio nomi perché altrimenti rischio di citare qualcuno che invece ai testi magari ci tiene, finendo per fare una figura di merda.

Nel tempo avete condiviso il palco con molte band importanti, sia italiane che straniere. Ci fate un piccolo elenco dei nomi principali, specificando le esperienze che ricordate con maggior piacere e quelle che invece avete apprezzato meno?
S: Ricordo di aver scritto qualche anno fa delle memorie sui concerti condivisi con i Ramones in Italia tra il 1992 ed il 1993. Ci vuole davvero poco a includere quell'esperienza fra le più belle e gratificanti della nostra carriera. In altre occasioni siamo stati sullo stesso palco con NOFX, Fleshtones, Hard-Ons, Skiantos, Rubinoos, Damned e tanti altri. L'esperienza peggiore che ricordo risale a qualche anno fa quando a Roma suonammo insieme ai norvegesi Yum Yums. Quella volta riuscimmo a rompere 4 corde nello spazio di due canzoni senza avere chitarre di riserva!
N: All’elenco di band straniere citate da Sebi aggiungo gli Screaming Trees.

Sicuramente avrete qualche aneddoto simpatico da raccontarci…
N: Una volta ci trovammo a registrare in studio a New York e decidemmo di scommettere su una corsa di cavalli in televisione. Scommettemmo io, Sebi, Paolo Di Gaetano, Max Urso, Joey Ramone e Daniel Rey. Dieci dollari a testa, scegliendo ovviamente ciascuno un cavallo diverso. Correvano 8 cavalli e ne coprivamo 6. Chiaramente vinse uno dei due cavalli sui quali nessuno di noi aveva puntato ….
S: A me una delle cose che mi fa più ridere a tutt'oggi è la scena del parroco della chiesa di Santa Rita, qui a Latina, che camminava nervosamente avanti e indietro sul fondo del palco del teatro parrocchiale mentre suonavano gli australiani Hard-Ons, per i quali noi aprivamo un concerto nel 1993. Devi sapere che noi facevamo parte del comitato organizzatore e, per convincere il parroco a lasciarci usare il teatro, dovetti tradurre alcuni dei testi degli Hard-Ons per sincerarlo che non avessero contenuti offensivi o quantomeno inadatti a una sala parrocchiale. Gli Hard-Ons sono uno dei gruppi più scurrili che abbiano mai calcato un palco, vai un po’ a leggerti i testi di canzoni come “Suck'n'Swallow”, “Dickcheese”! Per fortuna ogni tanto infilavano anche qualche canzoncina d'amore tipo “Girl In The Sweater” o “Made To Love You”, per cui io ovviamente tradussi queste ultime e convinsi il parroco. Quando iniziò il concerto la band però tirò fuori tutto il suo lato “metal” esibendosi a torso nudo (anzi, letteralmente in mutande!) e facendo headbanging per tutto il tempo. Il parroco salì sul palco per farli smettere, ma noi lo trattenemmo e non successe niente, ma vederlo in tunica con le mani fra i capelli in mezzo a quei satanassi che suonavano come se non ci fosse un domani, e a volumi demoniaci, fu surreale e al tempo stesso divertentissimo. Gli Hard-Ons stessi ricordano divertiti questo episodio da qualche parte sul loro sito.

A proposito di Joey Ramone: forse non tutti sanno che il vostro disco del 1996 – “Deluxe: How To Make Money With Punk Rock” - fu mixato proprio da lui in persona. Raccontateci quell’esperienza e di come riusciste ad arrivare a un personaggio per molti versi mitologico.
S: Tramite Paolo di Gaetano, presidente del fan club italiano dei Ramones e nostro tour manager all'epoca (1996), a Joey arrivò una copia di “Gigius” e gli piacque molto, per cui semplicemente si offrì di produrci l'album successivo. A noi non sembrava vero, ma alla nostra label incredibilmente la cosa non interessava. Come ti raccontavo prima, noi sbattemmo la porta e ce ne andammo per i fatti nostri, accettando l'offerta. Finite le registrazioni, una rappresentanza dei Senzabenza volò a New York per mixare le tracce insieme a Joey. Fu una settimana indimenticabile: eravamo al lavoro di giorno al Baby Monster Studio, al ventesimo piano di un edificio nei pressi di Union Square, e la notte dormivamo al Chelsea Hotel. In quella settimana non ci facemmo mancare un paio di concerti al Cbgb's, un invito a cena di Arturo Vega che ci preparò degli ineccepibili rigatoni pomodoro e basilico nel suo storico loft sulla Bowery, nonché un salto in sala prove dei Ramones.

Nella seconda metà degli anni 90 - quando le major capirono che nel sottobosco italiano si potevano far soldi - i vostri dischi furono distribuiti dalla Sony. Poi che successe?
S: Che le copie invendute finirono incenerite! La Sony-NOYS (anagramma della divisone indie di Sony Italia) non fece assolutamente nulla per la promozione del disco, probabilmente contando esclusivamente sulla nostra fan base, la quale però si sfaldò come conseguenza del passaggio all'italiano e della nuova direzione musicale intrapresa. Ma “Vol. IV” secondo me è un buon disco, e prima o poi avrà la giustizia che merita.
N: Caro Sebi, avrà giustizia se lo rifaremo in inglese.

Veniamo a “Pop From Hell”: dai primi ascolti mi pare di scorgere nuove direzioni musicali, comunque ben innestate nel solco della continuità stilistica col vostro passato. Come si posiziona questo nuovo lavoro rispetto ai vostri album storici?
MAX: “Pop From Hell” è un disco rock nel quale si assaporano tutte le nostre principali influenze. Dal punk al garage, dal power-pop alla psichedelia. E’ un album con diverse atmosfere e “ambienti”.
S: Per sintetizzare potremmo definirlo “Power Pop”. Ci sarà anche un grande, e inizialmente non previsto, ritorno delle tastiere vintage, con i vari Hammond, Rhodes, Mellotron, Farfisa, Vox e compagnia bella. Questo è stato reso possibile perché una grossa mano in studio ce l'ha data Daniele Nonne, il tastierista che avevamo ai tempi di “Vol. IV” e che non finiremo mai di ringraziare. Secondo me “Pop From Hell” si posiziona subito dopo “Deluxe”, riprendendo qualche spunto psichedelico filtrato attraverso il power-pop classico del triennio '79-'81. Non manca qualche episodio piuttosto “tirato”. E’ un disco molto vario, anche nei suoni.

C’è un aspetto divertente: appena prima di iniziare le registrazioni, il bassista dei Senzabenza ha dovuto chiamarsi fuori. Invece che reclutare un nuovo compagno di viaggio avete deciso di affidare ogni traccia a un bassista diverso…
S: Sì, questa è stata una grande idea di Nando. A lavori appena intrapresi ci siamo trovati senza bassista. La cosa ci è dispiaciuta non poco, ma eravamo troppo determinati per bloccare il progetto. L'idea di coinvolgere bassisti ospiti, reclutandoli fra le band di genere affine al nostro e con cui abbiamo spesso condiviso il palco (nella maggior parte dei casi dei veri e propri amici), si è rivelata subito vincente e abbiamo raccolto sincero entusiasmo da parte di tutti. Per non parlare delle performance, tutte ottime e ispirate, che arricchiscono ulteriormente l'album.
M: A fare di “Pop From Hell” un lavoro tanto variegato è proprio la presenza dei sedici bassisti che hanno collaborato alla registrazione delle tracce, ognuno con il proprio suono. Sedici bassisti, uno per ogni canzone, ognuno ha suonato la propria parte libero di interpretarla e arrangiarla come preferiva, e… cazzo… avere sedici bassisti dentro un disco è un privilegio, parliamo dei bassisti dei migliori gruppi punk-rock italiani!

So che la scrittura dei vostri brani scaturisce quasi sempre da iniziative di Sebi. Come avviene di solito il processo compositivo dei Senzabenza? Nel tempo è mutato?
S: No, è sempre lo stesso. Strimpello qualcosa con la chitarra acustica e quando mi pare di sentire qualcosa di buono mi concentro una mezz'oretta per cercare di formare una struttura per la canzone. Cerco sempre di finire presto perché so che se poi ci ritorno su in un secondo momento, alla fine mi viene il rifiuto. Poi ci immagino un testo, lo tiro giù con l’attenzione rivolta per il 90% alla metrica e per il restante 10% al contenuto letterario, e ne faccio una demo utilizzando la drum machine. Se a quel punto mi convince, passa in sala prove sotto le mani degli altri Senzabenza che ci mettono il loro. Si arrangia tutti assieme, a volte si cambia qualcosa, altre volte si stravolge l’intero pezzo, ma il processo di massima è sempre questo.

Invece gli aspetti tecnici legati alle problematiche di registrazione sono più nelle mani di Max, giusto?
S: Giusto. Max ultimamente si è appassionato molto al “suono” nelle sue eccezioni più tecniche, per cui le riprese di “Pop From Hell” sono state opera sua. Al mix si è aggiunto anche Daniele, il tastierista di cui ti parlavo poc’anzi.
M: Abbiamo registrato le tracce nel mio garage, adibito a sala prove. Inizialmente puntavamo a ottenere una pre-produzione da utilizzare per lavorare soltanto successivamente sull’arrangiamento dei pezzi. Avere una sala prove a casa consente di realizzare tutto in maniera più approfondita rispetto a come eravamo costretti in passato. Abbiamo poi deciso di utilizzare quelle registrazioni per il disco, quindi mi sono avventurato nel missaggio. Daniele Nonne, oltre che autore delle parti di piano, sintetizzatore e organo, è stato un aiuto fondamentale nel completamento del processo di mixing, con tanto di automazioni e rifiniture. Il master è invece opera di Ettore Gilardoni di Rocketman Records, che ha completato il lavoro presso gli studi Real Sound.

Oggi la tecnologia apre scenari prima impensabili in sala di registrazione. Per una punk band di solito vale il discorso del “buona la prima”, con la tendenza a non esagerare troppo con il lavoro di post produzione in studio. Nel vostro caso invece si delinea spesso una certa attenzione alle rifiniture…
S: Beh, il processo di registrazione ci ha sempre interessato e affascinato. Abbiamo sempre preferito le situazioni in cui non avevamo l'assillo di guardare l'orologio, per cui abbiamo sempre provato soluzioni diverse, suoni diversi anche solo per il puro piacere di farlo. Per “Deluxe” ci rinchiudemmo un paio di settimane d’inverno in una casa sul litorale di Latina, e allestimmo uno studio in piena regola, vivendo assieme tutto il tempo. Finita la giornata “lavorativa” scoccava l’ora delle fettuccine ai funghi porcini con la panna, poi ci stravaccavamo a guardare i film horror di Ed Wood.

Oggi ai vostri concerti è possibile trovare un pubblico piuttosto eterogeneo. Accanto ai nostalgici del primo punk non sono pochi i giovani. Siete voi bravi a sdoganarvi da un certo immaginario, riuscendo a far presa sulle nuove generazioni, oppure c’è un rinnovato interesse verso i suoni di certo punk “orecchiabile”.
S: Non so se ci sia un rinnovato interesse, anzi, non mi pare proprio. Il genere power-pop/punk melodico resta sempre abbastanza segregato in un ghetto a beneficio di pochi appassionati. Noi storicamente ci siamo facilmente “autosdoganati” dall'immaginario punk classico perché abbiamo sempre voluto mettere dentro la nostra musica elementi che col punk non c'entrano niente. Basti pensare che a vent'anni incidemmo un album “punk” con dentro una cover dei Dukes of Stratosphere!

Ma voi continuate a riconoscervi dietro la definizione “flower-punk”?
S: Assolutamente no. Per noi quella definizione finiva già con “Gigius”, nel 1993.
N: E io sono di nuovo in disaccordo assoluto e totale con Sebi. Io mi ci riconosco in pieno, perché è un nome che evoca un punk-rock divertente, con contaminazioni psichedeliche e power-pop. Nella mia mente flower-punk ha sempre significato questo. Anche oggi.

Attualmente in Italia secondo voi si può dire che esista ancora una scena “punk”?
S: Sì, decisamente. Ci sono ottime band che hanno un gran seguito da più di vent'anni e con le quali abbiamo spesso condiviso il palco.
N: Ci sono anche tantissime ottime band meno datate. Oggi è facilissimo vedere sul palco una punk band che spacca il culo e che magari si è formata soltanto da un paio d’anni.

Qualche nome?
S: Derozer, gli storici Punkreas, Gerson, Latte+, Tough, The Leeches, Rappresaglia, The Crooks, The Chromosomes, ma ce ne sono tanti...
N: per me Rappresaglia e Lazy Bones sono nell’empireo delle più grandi band di tutti i tempi. Poi le mie punk-rock band preferite sono: Derozer, Punkreas, Crummy Stuff, Leeches, Thee STP, Gerson, Latte+, Chromosomes, Tough, The Crooks, Shandon, Klaxon, Donald Thompson, The Manges, Mondo Topless…. e ne sto certamente dimenticando alcune delle quali mi pentirò…

Quali erano i vostri ascolti abituali negli anni 90 e quali sono quelli attuali? L’evoluzione della musica che ascoltate ha avuto ripercussioni sul vostro stile di scrittura?
S: Nel mio caso gli ascolti sono rimasti più o meno gli stessi. Rispetto ai primi anni 90 però, crescendo, ho perso interesse verso quelle band che vogliono a tutti i costi proporre qualcosa di “nuovo/originale/mai sentito prima”; cosa che trovavo interessante in gioventù, ma che ora mi fa addirittura indispettire. La conseguenza è che continuo ad amare grosso modo la stessa musica, semmai ho un ampliato in maniera smisurata lo studio di band e artisti che non conoscevo, e che hanno operato negli anni in cui si focalizza la mia attenzione di ascoltatore, quindi direi sostanzialmente i periodi dal 1966 al 1969 e dal 1976 al 1981.
N: Negli anni 90 ascoltavo soprattutto quello che mi segnalava Sebi. Un nome su tutti? They Might Be Giants: geniali! Poi ero intrippatissimo con la scena “tre accordi e via” americana, in particolare gli Screeching Weasel e i primi Green Day. Discorso a parte meritano i Ramones, che ho sempre ascoltato e sempre ascolterò.

A proposito di pubblico. Voi che avete suonato tanto in Italia, ma anche molto sia nel resto d’Europa che negli Stati Uniti, che differenze avete riscontrato nel pubblico, nei locali e nell’organizzazione fra l’Italia e i principali paesi esteri?
S: Sembra un luogo comune, ma lì dove noi eccelliamo in calore e accoglienza allo stesso tempo pecchiamo miserabilmente in organizzazione. E' incredibile pensare che una band che ha viaggiato 700 e passa chilometri in un furgone non debba essere accolta, trattata e ospitata come si deve. Questo però – diciamo la verità - succede nei posti dove ci si improvvisa promoter di musica live senza cognizione di causa. Nei posti dove da anni esiste un’organizzazione si possono trovare situazioni perfette, locali che funzionano, gente carina e disponibile. Ce ne sono tanti di posti così.
N: Sai però che forse è un tantino esagerato sostenere che abbiamo suonato molto nel resto d’Europa e negli Stati Uniti. Tutto sommato all’estero non abbiamo suonato tantissimo, soprattutto se consideri che ci sono gruppi oggi in Italia che fanno 15-20 date all’estero all’anno.

Ora cosa bolle in pentola? Un tour a supporto del nuovo album? Come sarà impostata la scaletta? Immagino sarà un mix di canzoni nuove, di brani storici e qualche cover.
S: Sì la scaletta sarà un mix di questo tipo. Per il momento stiamo pianificando una decina di concerti, ben selezionati, programmati fra la fine di aprile e tutto agosto. Poi il progetto è quello di iniziare i lavori per un altro album. Tra altri 14 anni ovviamente!
N: Dopo il tour ci dedicheremo a riregistrare “Vol. IV” con testi in inglese e suoni potentissimi.

Discografia
 I Wanna Pork! (demo autoprodotto, 1991)
 Suono forte e veloce (autoprodotto, 1991)
 Peryzoma (McGuffin, 1992)
 Gigius (McGuffin, 1993)
 Deluxe - How To Make Money With Punk Rock (Ultimo Piano/Sony, 1996)
 Vol. IV  (Noys/Sony, 1999)
 Uppers (Kaleidoscopic, 2002)
 Especially For You / Wichita Lineman (7", One Chord Wonder, 2015)
 Pop From Hell (RocketMan, 2017)
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