Sergio Caputo

Sergio Caputo

Il sabato italiano si tinge di jazz

intervista di Claudio Fabretti

Il Sabato italiano di Sergio Caputo, trent’anni dopo, si tinge di jazz. E ancora “dilaga anacronistica la musica di ieri”. Anche se i nuovi arrangiamenti, in realtà, hanno rimosso la patina più datata dei mirabolanti anni 80. Per celebrare il trentennio del suo classico targato 1983, il cantautore romano ha fatto uscire un remake dell'album originale, arricchito di due brani inediti, che sarà anche il piatto forte di un nuovo tour, di nome “Un Sabato Italiano Show”. Ma in mezzo c’è anche un libro di ricordi e il nastro di una lunga storia da riannodare. Qualche ruga in più, ma tanto ritrovato entusiasmo nelle vene, Sergio Caputo si racconta in questa chiacchierata a tutto campo. Senza nascondere ambizioni e idiosincrasie.

Come nasce l’idea di un remake di “Un sabato italiano”?
Il mio problema con il disco originale del 1983 era che non riuscivo più ad ascoltarlo, perché era troppo vincolato alla cultura sonora degli anni 80 che era piena di effettacci, echi sintetizzatori etc. Così, visto che questi pezzi sono sopravvissuti per trent’anni mio malgrado, volevo restituirli alle nuove generazioni in una forma più classica. Ho completamente rifatto l’album in una versione più jazz, quindi senza fronzoli, con i fiati veri invece che finti, e ho pensato anche che fosse doveroso aggiungere due brani inediti (“C'est moi l'amour” e “I Love The Sky In September”, ndr).che potessero stare degnamente accanto a queste canzoni.

Sarà anche il sound che porterai in scena nei concerti?
Sì, è stata proprio una delle mie preoccupazioni quella di non registrare cose che non sarebbero state riproducibili dal vivo, c’è anche la stessa formazione – un settetto (tre fiati, io alla chitarra e alla voce, pianoforte, batteria e basso). Volevo proprio rendere sul palco lo stesso suono del nuovo disco.

Sergio Caputo con Dizzy GillespieNelle note del disco racconti anche di essere profondamente cambiato rispetto a quei giorni del 1983. In cosa?
Beh, se fossi rimasto com’ero allora, non sarei sicuramente qui a raccontarlo. Per fortuna mi sono dato una bella calmata.
Quindi alla fine sei stato da quel medico da cui non volevi andare perché non volevi mica “smettere di bere e di fumare”?
Sì! (ridiamo). Anche se ammetto di aver smesso di fumare soltanto nel 2001. Quindi raccomando a tutti i fumatori di farlo presto e una volta sola, perché è una cosa così dura che non si può rifare due volte! Quanto al bere, ho eliminato completamente i superalcolici, ma il vino resta intoccabile.
Però quei testi erano effettivamente incredibili... Il whiskey che “ritorna su” e “diventa letterario”, gli “equilibristi in bilico sul fine settimana”, la “citrosodina granulare”... Da dove nascevano?
Nascevano soprattutto dalla mia passione per la poesia beat, dal modo di scrivere dei poeti americani di quel periodo, includendoci anche Gregory Corso, che una volta ho anche incontrato a Trastevere senza sapere che fosse lui. Era quel modo di parlare per immagini molto veloci, quasi come fossero fotogrammi. Non mi sono mai piaciute le canzoni tipo “temino scolastico”, con una logica così scontata e ordinata, la vita non è così, è più frammentaria...

E poi c’era l’ironia a reggere tutto.
Certamente, perché secondo me bisogna anche guardare alla vita con un certo ottimismo.

Tra i nuovi cantautori italiani vedi qualcuno con questo spirito? Mi viene in mente Max Gazzè ma forse sono fuori strada...
Mah... ti dovessi dire, non saprei proprio. Sono stato in California fino a due anni fa, poi mi sono trasferito qui e ho fatto due figli in rapida sequenza: non ho avuto proprio modo di ascoltare la musica italiana di questo periodo.

Sergio Caputo - Un sabato italiano - MondadoriQuando “Un sabato italiano” uscì, nel 1983, fu un fulmine a ciel sereno. Mentre tutti guardavano al futuro (l’elettronica, i sintetizzatori, le drum machine) tu andasti a rispolverare addirittura l’età d’oro del jazz e dello swing. Come ti venne in mente?
Mi dai una splendida opportunità per ricordare che esce un mio libro, per gli Oscar Mondadori (“Un sabato italiano - Memories”, ndr), nel quale descrivo proprio quegli anni, il background di quel disco, com’è nato e perché, le tendenze musicali, gli amori, le case in cui ho vissuto, rispondendo alle curiosità trentennali di quelli che hanno apprezzato la mia musica. Ma, per farla breve, in quel periodo stavo ascoltando molto jazz dal vivo e mi chiedevo il perché dovessi suonare sempre “My Funny Valentine” e tutti quegli standard, mentre non c’era più nessuno che scrivesse delle canzoni in quello stile. E fui anche molto ispirato da Joe Jackson, quello di “Jumpin’ Jive” e “Night And Day”, dai Manhattan Transfer e dallo stesso Duke Ellington.
...e aggiungerei anche da Donald Fagen: c’è chi sostiene addirittura che “Un sabato italiano” sia un po’ il “The Nightfly” tricolore.
Sarebbe molto bello, è un grandissimo complimento! Quello è un disco che ho consumato, fu anche il primo che uscì in cd, in formato digitale. E con quei suoni straordinari resta tuttora un classico, anche a distanza di trent’anni: a differenza di me, lui non ha dovuto rifarlo! (ridiamo)

Nonostante i suoni più o meno datati, però, “Un sabato italiano” è rimasto effettivamente un classico del pop nostrano per trent’anni. Una bella rivincita, tutto sommato, nei confronti di chi all’epoca lo snobbava considerandolo un prodotto dei fatui anni 80...
In realtà quel disco non era vincolato a un periodo storico preciso, ma era legato a emozioni di base che tutti, a un certo punto della nostra vita, abbiamo provato. È il momento in cui uno attraversa una fase di crescita e quindi, per usare una metafora marinara, abbandona le acque sicure del porto e si lancia verso il mare aperto. A me è capitato verso i 30 anni, quando avevo un lavoro, ero single, abitavo da solo e quindi avevo tutta questa zona inesplorata del mondo che mi aspettava. Per questo oggi, trent’anni dopo, c’è gente che all’epoca non era ancora nata che ci si identifica.

Meno conosciuta, invece, è la seconda parte della tua carriera, segnata da collaborazioni con grandissimi musicisti jazz, come Dizzie Gillespie, Lester Bowie, Tony Scott, e anche da un periodo in cui hai vissuto negli Stati Uniti, in California. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza?
Negli anni in cui sono stato negli Usa non ho fatto l’italiano, nel senso che pur cantando le mie canzoni anche in italiano, mi rivolgevo esclusivamente al pubblico americano. Non seguivo, insomma, questa tendenza di andare a fare “o’ cantante italiano” e raggrupparsi con la nostra comunità che si stringe sempre molto attorno a sé stessa. Ho affrontato anche lì il mare aperto e ho coronato un mio sogno di sempre, quello di fare un disco strumentale, l’ho chiamato “That Kind Of Thing” ed è sul genere smooth jazz. Un sogno che in Italia sarebbe stato irrealizzabile, perché tutti mi hanno sempre chiesto solo canzoni con i testi. Una grande esperienza, quindi, anche perché mi sono confrontato con musicisti americani, nati con quella cultura musicale. Mi è capitato di lavorare con tanti bravi jazzisti anche in Italia, ma è chiaro che il jazz è una forma d’arte che è nata negli Stati Uniti.

Sergio CaputoTra gli artisti italiani del passato, invece, sei stato spesso accostato a Fred Buscaglione. È un paragone che condividi?
No, anzi, è una cosa che mi ha sempre infastidito! Lui faceva una macchietta italiana del gangster americano, io raccontavo storie di vita vissuta, ero solo un giovane in fase di crescita che cantava storie d’amore. Buscaglione tra l’altro era un grande musicista, quindi ha tutta la mia ammirazione, ma è un paragone che non ho mai compreso. Insomma, mi sento più vicino a un compositore come Cole Porter... - ecco, ora diranno tutti che sono un gran presuntuoso! Ma davvero, io mi sono lasciato affascinare da quel tipo di musica e non da questa musica finto-gangster da "bulli e pupe".
Poi lo so chi ha messo in giro questa storia...
Chi è stato?
Luzzatto Fegiz. Sì, era fissato con questa storia. Infatti ogni volta che facevo un disco che non gli sembrava Buscaglione gli dava fastidio e me lo stroncava. (ridiamo)

Forse pochi sanno, invece, che tu hai iniziato al Folkstudio, il tempio romano del cantautorato folk.
Sì, lo racconto approfonditamente nel libro. Ho iniziato a frequentare il Folkstudio a Roma per curiosità e interesse. E anche perché mi faceva sentire parte di un ambiente artistico diverso dalla musica convenzionale. Avevo la passione della chitarra e suonavo musica country-folk.

Questo era proprio imprevedibile!
Sì, ma era troppo divertente. E infatti quando poi sono stato negli Usa mi sono detto: “Perché non ho continuato a fare il musicista country!”. In verità poi al Folkstudio ho iniziato anche ad ascoltare il jazz ed è da lì che mi sono ispirato a quel tipo di musica: dal vivo facevo canzoni folk-jazz e mi esibivo con Carl Potter alle congas, Giancarlo Molina al sax, io alla dodici corde e Roberto Della Grotta al contrabbasso.

Stai anche lavorando a un nuovo disco di inediti. Ci puoi anticipare qualcosa?
In realtà ne ho già tre o quattro pronti nel cassetto, che non ho mai tirato fuori perché tutti sanno - inutile nascondersi – che il mercato non assorbe più prodotti musicali nuovi, è molto difficile per un musicista, specialmente indipendente, in un momento di collasso totale delle major. Il mercato è molto cambiato, siamo in piena era digitale ed è molto difficile per un artista investire un sacco di tempo e di soldi in un progetto che forse non sarà mai ascoltato, anche perché poi oggi i media non si occupano più di musica come succedeva prima... voi forse siete delle mosche bianche!

Chiudiamo con il tour: qual è la vera sfida che vuoi affrontare sul palco?
Il tour si chiama “Un sabato italiano show” e per la prima volta nella mia carriera eseguirò tutti i brani dell’album, un po’ come facevano Neil Young o gli Eagles, prendendo un disco e suonandolo tutto in versione live. È un confronto molto interessante anche con me stesso, perché la maggior parte dei brani di “Un sabato italiano” non li ho mai fatti” non li ho mai fatti dal vivo, mi sono sempre limitato a portare i soliti tre-quattro. In più esplorerò alcune cose diverse che il pubblico conosce ma in altre forme, e poi mi lancerò in un set con tutti i miei pezzi più famosi. Sarò anche a Roma, la mia città, all’Auditorium Parco della Musica, Sala Sinopoli, il 18 dicembre.

In collaborazione con Leggo

Discografia
 Sergio Caputo (Q Disc) (Dischi Ricordi,  1981)
Un sabato italiano (Cgd, 1983)
Italiani mambo (Cgd, 1984)
 No Smoking (Cgd, 1985)
 Effetti personali (Cgd, 1986)
 Ne approfitto per fare un po' di musica (live, Cgd, 1987)
 Storie di whisky andati (Cgd, 1988)
 Lontano che vai (Cgd, 1989)
 Swing & Soda (antologia, Cgd, 1990)
 Sogno erotico sbagliato (Universal, 1990)
 Egomusicocefalo (Cgd, 1993)
 I Love Jazz (Universal, 1996)
 Serenadas (Universal, 1998)
 Cocktail (antologia, Cgd, 1998)
That Kind Of Thing  (Idiosyncrasy Music, 2003)
 A tu per tu (Idiosyncrasy Music, 2006)
 La notte è un pazzo con le mèches (live, Alcatraz Moon Italia, 2009)
 Un sabato italiano 30 (Alcatraz Moon Italia, 2013)
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

Un sabato italiano
(videoclip da Un sabato italiano, 1983)

Italiani mambo
(videoclip da Italiani mambo, 1984)

Il Garibaldi innamorato
(videoclip, da Fame, 1987)

C'est moi l'amour
(videoclip da Un sabato italiano 30, 2013)

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Recensioni

SERGIO CAPUTO

Un sabato italiano

(1983 - Cgd)
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