Shivaree

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Sotto la luna con Ambrosia

intervista di Claudio Fabretti

“Il successo? Non me l’aspettavo, è stato uno shock. Del resto, nella mia vita le cose sono sempre accadute un po' per caso. Come nei film". Più che parlare sussurra, con la sua voce morbida e sensuale, Ambrosia Parsley, chanteuse degli Shivaree. Di certo l’exploit di “Goodnight Moon” (n. 1 anche in Italia) e l’improvvisa notorietà non hanno trasformato questa ventinovenne californiana della San Fernando Valley in una diva. Struccata, capelli tirati indietro, avvolta nella sua castigatissima giacca di pelle, Ambrosia dispensa grazia e sorrisi contagiosi, mentre sbocconcella un pomodoro nel suo camerino. Insieme a lei, gli altri membri della band: il chitarrista Duke McVinne e il tastierista Danny McGough, due vecchie volpi degli studi di registrazione che hanno dato forma e sostanza al progetto-Shivaree. “Ci piace molto la musica country e western – spiega McGough – ma non nell’accezione purista di Nashville. Ci piace mescolare di tutto: dal folk al rock, dal jazz al pop ”. Ambrosia annuisce e suggerisce l’espressione esatta per definire la loro musica: “washing machine”, una lavatrice che centrifuga suoni, rumori, emozioni.

Ma come sono nati gli Shivaree?
Duke l’ho conosciuto a un party, a San Fernando. Danny invece l’ho incontrato a Los Angeles. E’ lì che abbiamo deciso di fondare gli Shivaree, da una vecchia espressione slang dei cowboy, che si usa nelle feste di addio al celibato per festeggiare gli sposi.

Come in altri casi recenti, anche “Goodnight Moon” è stata trascinata al successo da uno spot. La pubblicità può aiutare la musica o rischia di limitarne il significato?
Nel nostro caso ci ha aiutato molto. Non avevo mai visto lo spot, poi ho scoperto che quel pezzo era ovunque. Può essere una strada nuova, vista la difficoltà di fare breccia nelle radio, nei media, specie per gruppi che non hanno alle spalle un grande apparato di promozione. Insomma, attraverso uno spot puoi far conoscere la tua musica senza subire i condizionamenti e le limitazioni del music-business.

Perché avete scelto di intitolare l’album con questo titolo interminabile “I Oughta Give You A Shot In The Head For Making Me Live In This Dump”?
La frase ha a che fare con una sit-com americana degli anni Sessanta: una mucca ha ingoiato una radiolina, e quelle parole - dovrei spararti un colpo in testa per lo schifo in cui mi fai vivere - sono la strofa di una canzone che la radio sta trasmettendo quando il veterinario riesce a estrarre l'apparecchio dallo stomaco dell'animale.

L’ironia traspare anche nei tuoi testi. Da dove nasce il tuo humour?
E’ un po’ la mia filosofia di vita. Quando compongo, in particolare, cerco sempre di mantenere un certo distacco dalle storie che racconto, di non essere troppo coinvolta emotivamente. Questo mi permette di ricorrere all’humour. Per esorcizzare i problemi e vivere in modo più sereno.

E’ vero che hai cominciato a cantare giovanissima?
Sì, la mia famiglia e i miei amici erano appassionati di musica. Sono cresciuta tra gli hippy: mio padre aveva i capelli lunghi e la barba incolta, mia madre era la tipica freak. Mio padre e i miei due fratelli suonavano musica country, la mia nonna materna il piano e lo ukulele. Ci riunivamo a casa a suonare, a volte eravamo più di trenta persone. Prima che arrivasse la polizia…

Quali sono i musicisti che ti hanno influenzato di più?
Sono cresciuta ascoltando Billie Holiday, Ray Charles, Chet Baker. Ma adoro anche la country-music e voci speciali come quelle di Tom Waits e Leonard Cohen. Ho avuto la fortuna di crescere in un paese ricco di influenze e di stili musicali come l’America: è qualcosa che mi è rimasto dentro, una magia. La mia musica è il risultato di tutto quello che c’è in America, dal gospel al country, dal soul al jazz.

L’ultima traccia dell’album è intitolata “Arrivederci”. Come mai?
La canzone si riferisce a una mia vacanza in Italia di cinque anni fa. Ero all’aeroporto di Milano. Dovevosalutare degli amici e l’atmosfera era malinconica. Tutti si dicevano “Arrivederci”. Così ho pensato di scrivere una canzone utilizzando una parola in italiano, visto che mi trovavo in Italia. Amo questo paese, i suoi colori caldi, tutto è così dolce e raffinato... E’ una fonte di ispirazione.

Il secondo album, "Rough Dreams" ha invece un titolo molto sintetico. L'origine?
E' una canzone di Otis Redding a cui siamo particolarmente affezionati. Ci piaceva l'idea del "sogno turbolento", della prospettiva onirica sconvolta, indipendentemente dal significato che gli si vuol dare. Brutto o bel sogno che sia.

Discografia
I Oughtta Give You A Shot In The Head For Making Me Live In This Dump (Capitol, 2000)

7

 Rough Dreams (Compact Disc, 2002)

5

 Who's Got Trouble (Zoe, 2005)

5,5

 Tainted Love: Mating Calls & Fight Songs (V2, 2007)

5,5

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