Teresa Salgueiro

Teresa Salgueiro

La sirena di Lisbona

intervista di Claudio Fabretti
Teresa Salgueiro, la sirena che incantava Lisbona tra i vicoli di Alfama e del Barrio Alto, sa ancora sedurre e ammaliare. Anche fuori dai Madredeus. La sua seconda vita è iniziata nel 2005 con il suo debutto da solista, “Obrigado”, ed è decollata definitivamente due anni dopo, quando ha lasciato la band di cui è stata vocalist per vent'anni. La incontriamo in occasione del suo nuovo tour, “O Horizonte… e a Memória”. Scoprendo che parla un italiano invidiabile e che non ha smarrito un grammo di quella deliziosa dolcezza che fece innamorare tutto il mondo negli anni Novanta, con le sue esibizioni angeliche sullo sfondo di una Lisbona notturna e incantata, cullata dalle acque dell’Oceano e dai segreti della sua storia antica. Oggi, però, il suo sguardo è rivolto più che mai al presente.

Teresa, che cosa porti nei tuoi nuovi concerti?
Porto la musica dei miei due lavori solisti, soprattutto. Il tour prende spunto dal titolo del mio secondo album da cantautrice, “O Horizonte”. Mi presento sul palco con Rui Lobato (batteria, percussioni, chitarra), Josè Peixoto (chitarra), Oscar Torres (contrabbasso), Carisa Marcelino (fisarmonica). Con loro propongo il mio repertorio, da solista e con i Madredeus, oltre a nuovi arrangiamenti per brani di autori classici della musica portoghese, come Fausto Bordalo Dias, Zeca Afonso, Carlos Paredes. Cerchiamo di offrire una sintesi delle radici più profonde della nostra musica.

Il tuo ultimo album, “O Horizonte”, nasconde anche un messaggio di speranza in questi anni bui.
È uno sguardo su questa linea lontana che ci spinge a intraprendere il cammino di andare incontro ai nostri sogni. Il mio, ad esempio, era quello di riuscire a creare un repertorio interamente originale, sia nella musica che nelle parole. Il messaggio è quello di mantenere la speranza e la fede che è possibile credere e lottare perché l'orizzonte stia lì per farci sognare e agire.

Teresa SalgueiroChe cos’ha rappresentato per te la lunga esperienza nei Madredeus?
Sono stati vent’anni della mia vita: quando sono uscita dal gruppo avevo trascorso con loro più tempo della mia vita precedente, visto che avevo iniziato a 17 anni. I Madredeus resteranno sempre una parte di me, ho dedicato tutta me stessa a cantare queste canzoni, un viaggio immenso per il mondo, con musiche originali in lingua portoghese. È stata anche una scuola: mi ha aiutato a capire e imparare tante cose, e anche a rendermi conto di cosa non mi piace e non volevo fare. Una storia molto intensa per me e per ognuno dei membri del gruppo: io sono rimasta 20 anni, ma in tanti sono durati molto meno, oggi è rimasto solo il direttore musicale del gruppo, Pedro Ayres Magalhães.

Perché hai deciso di lasciare il gruppo?
Nel 2007, avevamo deciso di prenderci un anno sabbatico, anche perché i membri del gruppo si stavano dedicando a progetti musicali paralleli. Io, ad esempio, ho pubblicato in Brasile l'album "Io e te", che rivisitava il repertorio della musica popolare brasileira. Poi ho partecipato con il Lusitania Ensemble allo spettacolo "La Serena", da cui è nato anche l’album omonimo. Infine, sono stata coinvolta nell'album "Silence, Night And Dreams", del compositore polacco Zbigniew Preisner. C’era un po’ di incertezza sul calendario futuro dei Madredeus, mi era stato presentato un progetto di lavoro molto rigido, da prendere o lasciare. E allora ho capito che era arrivato il momento giusto per uscire dal gruppo a cui avevo dato tutto per vent’anni.

Avevi già in mente cosa avresti voluto fare?
Sapevo che dovevo continuare a seguire la mia idea di musica. Per fortuna avevo mantenuto i contatti con alcuni musicisti che avevano le mie stesse passioni, alcuni dei quali sono rimasti tuttora con me. Però ero ancora alle prese con varie collaborazioni, anche in Italia, dove ho lavorato con Angelo Branduardi e dove ho partecipato al progetto “Canti naviganti” con il Solis String Quartet, a metà tra canzone napoletana e portoghese. Ho capito che potevo creare un mio concetto musicale, fino al 2011, quando ho pubblicato il mio primo disco da autrice, “O Mistério”.

In Italia hai fatto innamorare tutti con le tue esibizioni in “Lisbon Story” di Wim Wenders. Che cos’è stato quel film per te e per la tua città?
Partecipare a “Lisbon Story” fu un sogno. Wim Wenders è un maestro e quei giorni sul set resteranno sempre indimenticabili. Il film raccontava una Lisbona antica, magica, che oggi non esiste più e forse non esisteva più neanche allora, al punto che in Portogallo vi fu chi lo accusò di non aver fatto un ritratto realistico della città. Ma “Lisbon Story” inseguiva un’altra idea, molto onirica e non necessariamente fedele alla realtà, e a me piaceva molto.

Fu però un bello spot per Lisbona…
Sì, il film contribuì sicuramente a promuovere la città, che in quell'anno, il 1994, era Capitale europea della cultura. Fu importante anche per il nostro gruppo, che in quell’anno stava per pubblicare il suo terzo album, “O Espírito da Paz”, e si accingeva a partire per un tour mondiale. La proposta di Wenders fu un’occasione eccezionale per noi, al punto che riuscimmo a incidere nella stessa sessione anche altro materiale, che finì in un secondo disco dei Madredeus, “Ainda”.

Teresa SalgueiroParlando di musica portoghese, non si può non citare il fado, un genere intramontabile e universale. Qual è, secondo te, il segreto del suo successo mondiale?
Il fado è universale soprattutto grazie alla persona e all’artista straordinaria che è stata Amália Rodrigues. Sessant’anni di una carriera unica. Un’artista che ha trasformato lo stesso modo di intendere la musica in Portogallo: c’è un prima e un dopo Amália, nella nostra storia. Quando ha lasciato questo mondo, è rimasto un grande vuoto e le nuove generazioni si sono rivolte a questo genere di musica. Uno stile fatto di grande passione, ma anche di tristezza e malinconia. Fado sta per “destino” e spesso è sinonimo di lamentazione per storie finite in modo amaro, ma può essere anche musica allegra, gioiosa, un commentario leggero della cronaca quotidiana, della vita di un popolo. Ora ha avuto un boom mondiale, però non sempre il mio paese l’ha amato così come in questi anni, in cui è diventato un linguaggio universale, declinabile anche con strumenti e approcci diversi.

C’entra anche la politica, giusto?
Certo. Ad esempio, quando abbiamo iniziato la nostra attività con i Madredeus, alla fine degli anni 80, erano passati quasi 15 anni dalla Rivoluzione dei Garofani (1974) che ci liberò di un regime che ci aveva rinchiusi per 40 anni dentro i nostri confini. E il regime aveva utilizzato tutti i simboli nazionali, incluso il fado, per promuovere la sua propaganda. Così ci fu una reazione contraria, nessuno voleva più avere a che fare con il fado, perché veniva identificato con quel periodo. Poi, per fortuna, le cose sono cambiate. Personalmente però non ho mai avuto molto a che fare con questa tradizione musicale, né da solista, né con i Madredeus.

Curiosamente, però, alcune cronache riportano il fatto che durante le tue prime esibizioni nei locali del Barrio Alto cantavi proprio il fado…
No, in realtà non era quel tipo di musica. Erano canzoni classiche portoghesi, ad esempio quelle di due dischi che i miei genitori avevano a casa: “Cantigas do Maio” di José Afonso, uno dei più grandi autori portoghesi nonché strenuo nemico del regime, e poi “O Disco Do Busto”, un album realizzato da Amália Rodrigues con Alain Oulman, un compositore meraviglioso che metteva in musica i migliori poeti nazionali, uscendo però dal territorio del fado. Sono stati anni appassionanti, in ogni caso: quella Lisbona notturna, così chiusa e misteriosa, risentiva ancora del periodo oscuro del regime, ma era al tempo stesso piena di vita e di voglia di rinascere.

E proprio grazie a quelle esibizioni riuscisti a entrare nei Madredeus…
Sì, restarono colpiti e mi invitarono a far parte di un gruppo che stava nascendo e che però solo qualche tempo dopo iniziò a chiamarsi Madredeus (contrazione di Madre de Deus, il convento, ora teatro, in cui si registrarono i primi brani, ndr).

Blasfemo dire che oggi il simbolo nazionale portoghese è invece un calciatore, Cristiano Ronaldo?
Io non seguo molto il calcio, se non le partite della nazionale portoghese, ma, sì, lui è davvero un simbolo per noi. Siamo tutti orgogliosi di quello che fa. È un campione, ma anche un esempio di umiltà e serietà, a dispetto delle apparenze. Vi divertirete con lui nel campionato italiano.

E Teresa Salgueiro che rapporto ha con l'Italia? Sembrerebbe buonissimo, a giudicare da come parli la nostra lingua. A proposito: come hai fatto a impararla così bene?
Grazie! Ho lavorato da voi con i Madredeus e poi l’italiano è una lingua che mi piace molto. Sono sempre felice di venire a fare concerti qui, c'è grande calore e affetto. Amo anche musicisti italiani, come Ennio Morricone, Mina, Angelo Branduardi, Franco Battiato e gli Avion Travel. Della scena attuale, invece, conosco molto poco.

Ti abbiamo vista addirittura al fianco degli Stadio a Sanremo...
Sì, nel 2007, è stata un'esperienza incredibile. Mi sono ritrovata sul palco del Festival che vedevo in tv da bambina: Sanremo è sempre stato molto popolare in Portogallo!

(20 settembre 2018)

(Versione estesa di un'intervista pubblicata sul quotidiano Leggo)

Discografia
 MADREDEUS  
   
 Os dias de Madredeus (Blue Note, 1987) 
 Existir (Blue Note, 1990) 
 Lisboa (live, Blue Note, 1992)

7

O Espirito da Paz (Metro Blue, 1994)

7,5

Ainda (Blue Note, 1995)

7,5

 O Paraiso (Metro Blue, 1998)

5,5

Antologia (Blue Note, 2000)

7

 Movimento (Blue Note, 2001)

5

 Electronico (Blue Note, 2002) 
 Euforia (Blue Note, 2002) 
 Um Amor Infinito (Blue Note, 2004) 
 Faluas do Tejo (Blue Note, 2005) 
 Palavras Cantadas (antologia, Blue Note, 2005) 
   
 TERESA SALGUEIRO  
   
 Obrigado (Emi, 2005) 
 La Serena (Dasein, 2007) 
 Silence, Night And Dreams (Emi, 2007)
 
 Matriz (Farol, 2009)
 
 O Mistério (Clepsidra Musica, 2012)
 
 O Horizonte (Lemon, 2016)
 
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