The Burning Hell

The Burning Hell

Una tragicommedia folk

intervista di Alessandra Reale
Un songwriter brillante e “moderatamente agorafobico”, un eccentrico ukuleleista, un (ex) insegnante di Storia, un bambino nell’animo. Mathias Kom, leader della folk band canadese The Burning Hell, è tutto questo e molto di più.
Attualmente impegnato nel tour promozionale del suo ultimo album “Happy Birthday”, Mathias ha gentilmente concesso a OndaRock questa intervista.


La prima domanda (di riscaldamento) è quasi di rito, poiché riguarda la scelta del nome “The Burning Hell”. Sul vostro sito ufficiale si legge che il nome del gruppo è stato preso da un passo della Bibbia. Me lo citeresti a memoria? Battute a parte, quali sono le ragioni di questa scelta?
Il nome “The Burning Hell” a dire il vero deriva da un opuscolo della Bibbia – un pamphlet – che mi diede un uomo per le strade di Toronto. Questo opuscolo affermava che chiunque avesse sperato di salvarsi solo grazie alle buone azioni sarebbe andato a finire all’inferno. In seguito ho anche scoperto l’esistenza del film evangelico diretto da Estus Pirkle che porta lo stesso nome… e l’intera faccenda mi ha fatto molto ridere. Così ho pensato che “The Burning Hell” sarebbe stato un nome perfetto per una folk band, sia perché non sembra aver niente a che vedere con un gruppo folk sia perché mi piace l’idea di canzonare la perversione religiosa della cristianità evangelica, che si concentra in maniera ossessiva sul tormento e sulla motivazione ottenuta incutendo paura.
Ho una relazione complessa con la spiritualità: sono profondamente religioso, nel senso che credo nell’esistenza di Dio, ma allo stesso tempo sento che la religione intesa come istituzione di sorta, con tutti i suoi dogmi che la supportano, è stata perlomeno parzialmente responsabile di una considerevole parte della sofferenza umana durante i secoli. Perciò suppongo che la scelta del nome “The Burning Hell” sia stata un modo scherzoso di prendere a schiaffi i fanatici religiosi.

The Burning Hell è una sorta di ensemble musicale, dove ad alcuni componenti relativamente fissi se ne associano numerosi altri che vanno e vengono, rendendo così la line-up della band un “mare magnum” in continuo divenire. Tu sei l’unico punto fermo del gruppo; che effetto ti fa questo incessante andirivieni di musicisti intorno a te?
Questo è il maggior punto forza della band – ci mettiamo sempre alla prova con nuove strumentazioni e combinazioni insolite di persone diverse. Non ci sono mai due spettacoli uguali, e sebbene alcune combinazioni funzionino meglio di altre, credo che la maggior parte delle persone rispondano positivamente al fatto di non dover vedere mai due volte la stessa band. Se volete qualcosa di coerente, mangiate da McDonald’s!

Navigando su internet si scoprono strane associazioni, come quella tra Mathias Kom e Mathieu Comme. Mathias Kom è il frontman del gruppo country-folk-rock The Burning Hell; Mathieu Comme è il frontman del gruppo french-folk-pop Mouquirous. Prestando più attenzione, si nota anche che sono entrambi canadesi, hanno entrambi un approccio “teatrale” con la musica, e a guardarci meglio… si somigliano anche fisicamente! Come vivi questo “sdoppiamento artistico”?
Wow, nessuno aveva mai scoperto la mia identità segreta prima d’ora! Mathieu Comme a dir la verità è il chitarrista principale dei Mouquirous, non il vocalist, perciò i miei due ruoli sono piuttosto diversi: nei Burning Hell devo tenere il centro della scena, mentre nei Mouquirous resto nelle retrovie e lascio che le luci brillino su Mr. Guilhem Loustalot-Forest, l’enigmatico e misterioso frontman.

Dopo esserti laureato alla Trent University hai avuto l’opportunità di insegnare Storia, sempre alla Trent, ma già da qualche tempo hai abbandonato la carriera universitaria per dedicarti completamente alla musica. Ci sono degli aspetti o degli elementi della tua esperienza universitaria (tanto in veste di studente quanto di insegnante) che si sono rivelati utili in qualche modo nel tuo approccio con la musica?
Ho insegnato Storia per due anni, e poi ho proprio abbandonato tutto completamente per dedicarmi alla musica. Qualche volta insegno ancora – adesso però insegno l’ukulele!
Insegnare Storia e suonare musica sono essenzialmente la stessa cosa: per poter essere un buon insegnante devi “avere buone performance”, e allo stesso modo per essere un buon cantautore hai bisogno di essere un critico spietato di te stesso e un ottimo editore. Inoltre, lo studio della Storia ti conferisce un certo senso di negatività alla fine della giornata, e io ho cercato di incanalare questa negatività nel mio songwriting – così almeno può uscire dal mio corpo permettendomi di essere una persona relativamente normale nella vita di tutti i giorni!

In un’intervista pubblicata alcuni mesi fa ti definisci appassionato di generi musicali, e poco dopo descrivi la musica del tuo ultimo album “Happy Birthday” come “folk-flash dark gospel”. Mi spieghi esattamente questa definizione?
Credo che il termine “flash” sia dovuto ad un errore di battitura durante la stesura dell’intervista.
Definisco la mia musica prima di tutto come “folk”, perché una buona parte della musica, se ci pensi, è essenzialmente musica folk – Louis Armstrong una volta disse una frase che aveva un effetto del genere: non avendo egli mai visto un cavallo suonare un trombone, concludeva che tutta la musica fosse “folk”. La parte “dark” della mia musica risiede nella visione del mondo contenuta nei testi – una specie di ridente disperazione. Il significato originario della parola “Gospel” (Vangelo, nda) è “buona novella”: il Cristianesimo utilizza questo termine in riferimento alla “buona novella” annunciata da Cristo; io lo utilizzo perché la nostra prova ad essere una musica celebrativa. Anche quando i testi parlano di morte (come nella maggior parte dei casi), cerchiamo di essere celebrativi nel nostro modo di suonare. Perciò direi che siamo essenzialmente un gruppo folk che suona canzoni allegre con testi che parlano di morte.

“When I die don’t be too sad, but a little bit sad would be nice.” Questa frase, presa da un brano di “Tick Tock” (album che precede “Happy Birthday”), rispecchia piuttosto bene le atmosfere “funny-noir” che si respirano nei tuoi testi, dove il tema della morte ricorre molto di frequente. Come ti poni di fronte al concetto di “morte” e di “immortalità”, da un punto di vista artistico?
Alcune persone mi accusano di essere “ossessionato” dalla morte. Controbatterei dicendo che la nostra stessa società euro-americana moderna è ossessionata dalla morte –  forse addirittura più delle popolazioni dell’antico Egitto. Ci preoccupiamo della morte, spendiamo innumerevoli ore e tonnellate di soldi per posticipare la morte, facciamo spese fino alla morte, stiamo consumando il pianeta fino a portarlo alla morte… e all’apice di tutto questo, diciamo a noi stessi che ciò che stiamo davvero facendo è puntare l’attenzione sul miglioramento della qualità della vita!
L’arte sarà sempre il riflesso della società che l’ha prodotta, implicitamente o esplicitamente, perciò io mi limito a comportarmi come una camera d’eco nei confronti di tutti quei consumatori ossessionati dalla morte che si trovano là fuori – in fondo io sono solo uno della banda. Ultimamente, poi, la perversione delle bugie che ci inventiamo per impedire a noi stessi di accettare la realtà dell’invecchiamento e quella della morte mi fa proprio ridere. E ho sentito dire che ridere prolunga la vita!

Sempre nello stesso brano, che rappresenta un po’ il tuo testamento spirituale, si legge: “When I die bury me naked with my ukulele / I played it daily when I was alive, so bury me with it when I die”. Quando e come è nato il tuo amore per l’ukulele?
Ho comprato un ukulele da 30 dollari in un negozio – comprerei qualsiasi cosa per 30 dollari – e ne sono diventato istantaneamente dipendente. Chiunque abbia mai suonato un ukulele ti dirà la stessa cosa: l’ukulele è forse l’unico strumento che ti fa sorridere quando lo suoni.

A proposito di ukulele…
“Ukuleles for peace” è una associazione pacifista israeliana. Il fondatore di questa associazione, Paul Moore, va di persona nelle scuole per insegnare a bambini arabi ed ebrei a suonare l’ukulele, il kazoo e altri strumenti “divertenti”, al fine poi di riunirli in una stessa orchestra e organizzare spettacoli di beneficenza. Hai incontrato Paul Moore in rete, grazie alla comune passione per l’ukulele, e poco tempo dopo hai abbracciato la sua causa e sei volato in Israele per insegnare ai bambini a suonare lo strumento che più ami. Mi racconti qualcosa di questa esperienza?

Lavorare con “Ukuleles For Peace” è stata un’esperienza profonda che mi ha cambiato la vita. Non so che tipo di informazioni relative a Israele arrivano in Italia, ma qui in Canada sentiamo sempre e solo cattive notizie: un altro bombardamento suicida, un altro attacco missilistico, un altro processo di pace in fase di stallo. Lavorare con “Ukuleles For Peace” mi ha fatto capire che la realtà israeliana è molto più complessa rispetto a tutto questo: ho imparato che in Israele ci sono centinaia e centinaia di Ebrei e Arabi che non solo desiderano la pace, ma che lavorano in direzione della pace, e ho capito che l’unica strada da seguire è quella di abbandonare i politici e concentrarsi piuttosto sul potere della gente comune di portare alla pace. L’idea di fondo di “Ukuleles For Peace” è quella di cercare di creare coesistenza e speranza tra le persone, non importa quanto ciò sembri irrealizzabile, e questa idea funziona – su piccola scala, certo, ma funziona. Quella di Israele è in genere descritta come una situazione senza speranza, ma i bambini di “Ukuleles For Peace” mi hanno insegnato che non ci sono situazioni senza speranza, ci sono solo persone senza speranza.

Sul tuo sito ti definisci (ironicamente?) “agorafobico”. L’ironia è un antidoto efficace quando sali sul palco?

A essere sinceri non cerco di essere ironico in quella affermazione – io sono davvero agorafobico. In ogni caso, effettivamente è ironico in sé il fatto stesso che una persona che passa la maggior parte del tempo in luoghi pubblici debba essere agorafobica. La vita è buffa, a volte. Non soffro di agorafobia così tanto come ne soffrivo un tempo, e credo che il fatto di stare su un palco mi abbia aiutato molto a superarla. Sono essenzialmente un introverso, timido e socialmente impacciato, che qualche volta si ubriaca e diventa loquace.

Al tuo pubblico prometti uno spettacolo sempre diverso: “a volte chiassoso, a volte tranquillo, a volte rock, a volte roll. Sempre folk, mai anti.” Cosa pensi del movimento anti-folk?
Amo molta della musica che ricade dentro a quella definizione – Jeffrey Lewis, Kimya Dawson, eccetera – ma credo che il termine “anti-folk” sia ridicolo e di sicuro non considero l’anti-folk come un “movimento”. Se la musica anti-folk rappresenta un movimento, allora lo è anche la musica new-country. Voglio vedere un manifesto (programmatico, nda).

A quanto ho potuto leggere, adori fare rivisitazioni di brani altrui,  e su YouTube mi sono imbattuta in un paio delle tue personalissime “cover” –  “China Girl” di Bowie e “Hey Ya!” di Outkast. Quali sono gli aspetti che più ti colpiscono in un brano?
I testi sono l’aspetto più importante di una canzone per me. Non devono essere necessariamente intelligenti, ma devono essere in grado di comunicarmi qualcosa. Non mi ritengo molto bravo a scrivere melodie o ritornelli di facile presa e, sebbene apprezzi quell’aspetto del songwriting, tendo di solito a gravitare verso canzoni che raccontino una buona storia o che siano in grado di manipolare il linguaggio in modo giocoso o comunque interessante.

Il titolo del tuo album viene meglio esplicato in quella che può essere considerata come titletrack, dove l’augurio si completa diventando “Happy Birthday To The End Of The World”. Il testo di questo brano rivela una “fine del mondo” che è nata e cresciuta insieme all’uomo, e che lo accompagna da sempre attraverso piaghe, guerre, catastrofi. Se per ipotesi la definitiva fine del mondo arrivasse domani e oggi ti fosse data l’opportunità di salvare un album, un film, un romanzo e un dipinto da lasciare quale testimonianza “fossile” dell’umano ingegno, cosa sceglieresti?
Beh, il mondo è cominciato a finire sin da quando abbiamo elaborato il concetto di fine del mondo. Non c’è bisogno di immaginare un Armageddon, dal momento che ogni giorno noi creiamo degli Armageddon in miniatura. Ma se ci fosse una Fine Del Mondo, cronologicamente programmata, e se io avessi pochi attimi per spedire nello spazio delle cose da poter preservare per sempre, sceglierei “Pet Sounds” dei Beach Boys, “La Storia Fantastica” di Reiner, “The Phantom’s Tollbooth” (romanzo per bambini degli anni 50 scritto da Norton Juster) e Der Schrei (L’Urlo) di Edvard Munch.  Credo che, presi nel complesso, questo quattro artefatti ci “riassumerebbero” piuttosto bene. O per lo meno farebbero ridere gli alieni e insegnerebbero loro qualcosa sulle armonie popolari.

La sagace ironia di “Everything You Believe Is A Lie” nasconde una verità che può essere interpretata tanto da un punto di vista socio-scientifico quanto da uno filosofico. In linea di massima ti consideri “scettico”? E in che modo questo approccio si riflette nella tua musica?
Mi considero assolutamente uno scettico. Dall’altra parte, credo che ci possa essere tanta bellezza nella fede. Lo scetticismo è uno strumento di sopravvivenza essenziale, ma allo stesso modo lo è la fede, ed entrambi arrivano a fare molta luce nel mio songwriting, sebbene questa luce possa poi produrre sentimenti contrastanti. Ne è un esempio “I Love The Things That People Make”: amo davvero tutte le cose che elenco in quella canzone, ma allo stesso tempo sono scettico rispetto al fatto che esse siano necessarie e sono altrettanto scettico nei riguardi di una cultura che si basi sul consumo come forma di appagamento.

Il simbolismo della front-cover di “Happy Birthday” mi incuriosisce molto: oltre alla torta di compleanno che catalizza subito l’attenzione si trovano una zucca di Halloween, un teschio, una torcia, una bottiglia e numerosi calici di vino. Sui volti raffigurati si scorgono tumulti di sentimenti diversissimi tra loro, e nonostante il clima festoso una cupa atmosfera sembra dominare la scena. Mi racconti la storia di questo artwork?
Sfortunatamente non conosco molto della sua storia – l’artista, Gabe Foreman, dipinge spesso l’equivalente visuale del flusso di coscienza letterario. Forse lo stesso Foreman direbbe che neanche lui conosce la storia di questo artwork. Tuttavia, mi piace interpretare quella immagine come una festa che comprenda tutte le feste, inclusi le veglie funebri e i funerali, i compleanni e i matrimoni. Ogni qual volta la gente si ritrova insieme a bere ci sono sempre sia gioia che tristezza, dopotutto.

Sul tuo MySpace è possibile leggere una divertente cronologia in scala geologica della discografia di The Burning Hell, dove ciascun album rappresenta un reperto fossile di un ben definito periodo. “Happy Birthday” è collocato nel nell’Era Cenozoica, più precisamente nel Neogene, quando i Burning Hell “diventano seri, scoprono il fuoco e percepiscono l’ineluttabilità della morte”. Quale sarà (se è già possibile fare previsioni) la collocazione storica del prossimo progetto di The Burning Hell?
Credo che presto raggiungeremo l’Epoca del Pleistocene. Probabilmente migreremo un po’, e forse scopriremo la disco.

La domanda finale di un’intervista è come una scatola di cioccolatini: non sai mai quello che ti capita. Sul sito di The Burning Hell dici che la vostra musica ci farà sicuramente sorridere, fino a farci “desiderare di smettere”. Ecco, in tutta onestà… io non voglio smettere. Perciò (sorridendo) ti chiedo: mi assicuri che le tue parole non siano come quelle di Cassandra?
Beh, a dire il vero, sono felice che tu non voglia smettere. Io non voglio affatto che tu smetta. Neanch’io voglio smettere. Ci sono troppe cose delle quali ridere nel mondo. Perciò suppongo che tu possa chiamarmi Cassandra.

(22/09/2008)
Discografia
 THE BURNING HELL 
   
 Opus (self-released, 2000, out of print)

 

 Here Comes The Evil! (self-released, 2001, out of print) 
 Tortured Lost Souls Burning Forever (self-released, 2002, out of print) 
 When Animals Attack (self-released, 2004, out of print) 
 Tick Tock (Weewerk, 2006) 7
Happy Birthday (Weewerk, 2008)

7,5

 Baby (Weewerk, 2009) 7
 This Charmed Life (Weewerk, 2010) 6
 The Ones That Got Away: Volume One (self-released, 2010) 6
Flux Capacitor (Weewerk, 2011) 7
 Old, New, Borrowed, Blue Ep (Headless Owl, 2013) 6,5
People (Headless Owl, 2013) 8
 Live Animals (live, self-released, 2015) 7
 Public Library (Headless Owl, 2016)
 7
   
   
 ARIEL SHARRATT & MATHIAS KOM 
   
 Don't Believe The Hyperreal (Headless Owl, 2015)
   
 THE FOX 
   
 The Fox (self-released, 2015)
 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video

I Love The Things That People Make
(live, da Tick Tock, 2006)

Dinosaurs
(video, da Happy Birthday, 2008)

Pirates
(live, da Flux Capacitor, 2011)

Let Things Slip Away
(live, da Flux Capacitor, 2011)

Grown-Ups
(video, da People, 2013)

Holidaymakers
(video, da People, 2013)

Amateur Rappers
(video, da People, 2013)

Sentimentalists
(video, da People, 2013)

Wallflowers
(video, da People, 2013)

Professional Rappers
(b-side, da Amateur Rappers, 2013)

Fuck The Government, I Love You
(video, da Public Library, 2016)

Men Without Hats
(video, da Public Library, 2016)

The Burning Hell su OndaRock
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Baby

(2009 - (weewerk))
Ritorna il trascinante folk a tinte scure di Mathias Kom

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Happy Birthday

(2008 - (weewerk))
Dal Canada, un tagliente cabaret-folk in tinte scure

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Tick Tock

(2006 - Weewerk)
Esordio all'insegna del mimetismo per l'eccentrico Mathias Kom

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