The Mostar Diving Club

The Mostar Diving Club

Il ponte dei sospiri

intervista di Gabriele Benzing

Tratti semplici, colori brillanti: la musica dei Mostar Diving Club è un po’ come le copertine dei loro dischi. È fatta di melodie cristalline, di sapori agrodolci, di sospiri nostalgici. Un collettivo cresciuto intorno al songwriter inglese Damian Katkhuda, che alla terra d’origine della famiglia del padre ha voluto dedicare il nome del gruppo. In occasione dell’uscita del loro terzo album, “Horizontal Hotel”, Katkhuda ha accettato di farci da guida al cuore dei Mostar Diving Club.

 

Ci racconteresti qualcosa degli inizi del tuo percorso musicale? Quando e come hai deciso di diventare un musicista?

Ho iniziato a cantare da piccolo, poi sono entrato in qualche coro e ho cominciato a imparare degli strumenti. È stato solo quando ho preso un mano una chitarra dopo una lezione su “I pericoli del rock ’n’ roll come stile di vita” che ho cominciato davvero ad apprezzare il fatto di cantare e suonare in compagnia. La chitarra era l’unico strumento che suonavo senza avere mai preso lezioni ed è quello che amo di più. Non ho mai pensato o creduto che fosse possibile guadagnarsi da vivere facendo musica; la gente e gli amici continuano a dirmi che dovrei farlo.

 

Che differenza c'è tra i Mostar Diving Club e i tuoi progetti precedenti (Obi e Katkhuda)?

I Mostar Diving Club sono il mio progetto… Prendo tutte le decisioni e scrivo tutta la musica, ma in compenso non ho un mixer e a volte ne sento la mancanza. Gli Obi erano più una band in senso tradizionale e Katkhuda era un progetto di transizione. Con i Mostar Diving Club sono letteralmente libero di fare tutto quello che mi passa per la testa… Fin troppo libero a volte.

 

Il riferimento al vecchio ponte di Mostar è sia un simbolo, sia un ricordo di famiglia. Per quelli che ancora non la conoscono, potresti raccontarci la storia del nome che hai scelto per i Mostar Diving Club?

Mostar, nella vecchia Jugoslavia, è la terra da cui viene la famiglia di mio padre. Mostar significa “vecchio ponte”. Come rito di passaggio verso l’età adulta, i ragazzi della città saltavano dal ponte, da un’altezza di trenta metri nelle acque ghiacciate al di sotto. Quando sono andato a trovare i miei cugini qualche anno fa ho visto una baracca in un angolo del ponte con scritto “Mostar Divers Club”. Il mio progetto musicale era in cerca di un nome e quello sembrava calzare a pennello.

 

Come è nata la formazione attuale del gruppo?

In maniera casuale, come spesso accade. Ho fatto vari concerti da solo dopo il primo album. L’idea di avere un club significava che poteva essere flessibile. In altre parole, i componenti potevano cambiare.

Per prima cosa, ho chiesto a Will (Worsley, n.d.t.), il produttore, se voleva aggregarsi.

Quindi mi hanno presentato a Michael (G Moore, n.d.t.) come possibile manager. Alla fine del pranzo gli ho chiesto se conosceva qualche suonatrice di violoncello e lui mi ha risposto che, anche se non era una donna, il violoncello lo sapeva suonare… ed è anche piuttosto bravo al piano!

Vicky (Osterberg, n.d.t.) l’ho trovata su internet. Cercavo tra i diplomati in batteria nella zona ovest di Londra, ho visto il suo profilo e le ho mandato un messaggio… Non ho avuto risposta per un mese circa e poi lei ha trovato il mio messaggio nello spam.

Poi Will, il produttore, ha avuto molti impegni, per cui Jason (Boyd, n.d.t.), un amico di Vicky, si è aggiunto a noi per suonare il basso, oltre ad altri strumenti.

È da circa un anno che questa è la nostra formazione. Sono musicisti eccezionali, sul palco ci scambiamo addirittura 14 strumenti.

 

Come mai c’è stata una pausa così lunga tra “Don Your Suit Of Lights” e “Triumph Of Hope”?

Sono rimasto coinvolto con una casa discografica che rimanda sempre le cose… “Triumph Of Hope” era pronto circa 18 mesi prima della pubblicazione. Probabilmente c’è stato un ritardo maggiore nel realizzare il nuovo disco.

 

Damian KatkhudaCome si sono svolte la registrazione e la produzione di “Horizontal Hotel”?

L’ho registrato con il mio collaboratore di sempre Will Worsley nel suo nuovo studio Coda-Cola. Come al solito, ho scritto un sacco di canzoni (circa 30) e poi le ho registrate tutte in un giorno, solo io e uno strumento… Poi ho separato le buone dalle cattive e mi sono concentrato su 20 canzoni circa, di cui 10 sono entrate nella versione finale.
Di solito il nostro approccio verso una canzone è rallentare il tempo e suonarla così, aggiungendo tutto quello che sento necessario per tirarne fuori il meglio. Normalmente trovo una soluzione per la maggior parte delle cose, ma a volte seguo semplicemente l’ispirazione.

 

Il suono delle nuove canzoni sembra più intimo. Pensi che ci sia qualche differenza rispetto ai tuoi dischi precedenti?

Penso che sia una progressione naturale. Il gruppo ha suonato in alcuni dei brani, per cui credo che si sia fatta strada la loro influenza. Penso che i testi siano un po’ più introspettivi.

 

Parlando del nuovo album, da dove viene il titolo?

Il titolo viene da un disegno che uno dei miei figli ha fatto per me… Era il disegno di un hotel orizzontale e mi è subito piaciuto il suono delle parole. Sembrava adattarsi perfettamente alla musica!

 

C’è un profondo senso di mortalità in canzoni come “Scattered Flowers” o “Nothing Else”. Pensi che sia un modo per vivere più intensamente il presente?

Suppongo di pensare molto alla mortalità e questo si riflette nelle canzoni che scrivo. Ma penso anche alle gioie della vita, per cui c’è una sorta di equilibrio. In questo album è esattamente così e la gioia sembra prevalere sulla mortalità… In effetti, all’ultimo minuto ho fatto un cambiamento nel disco, sostituendo “Neighbour Song” con “Old Yellow Sun” proprio perché pensavo che stesse diventando un po’ troppo oscuro.

 

Secondo te qual è la ricetta perché una canzone pop non suoni stucchevole?

Scrivila per le ragioni giuste e non suonerà mai stucchevole. Mettici dentro il tuo cuore e suonerà alla grande. Le canzoni suonano stupide solo se non credi in quello che stai facendo. È questo il motivo per cui la musica commerciale suona così terribile… La gente che vuole diventare famosa canterà qualunque cosa gli chiedano di cantare. Un vero musicista canta dal profondo del cuore.

 

L’artwork dei tuoi dischi è molto caratteristico e pieno di colori. Ti occupi personalmente di questi aspetti?

Sì, mi occupo io di tutto l’artwork… Disegno a mano tutte le copertine.

 

Hai scritto alcune canzoni per la colonna sonora del film “Waiting For Forever”. Che esperienza è stata? Secondo te che rapporto c’è tra musica e immagine?

È stata una grande esperienza; uno dei lavori di songwriting più piacevoli che abbia mai fatto, perché non dovevo pensare a che cosa scrivere visto che era tutto lì di fronte a me.

L’immagine e la musica sono fatte l’una per l’altra. La musica crea l’atmosfera e l’immagine la ispira. Pensate di vedere un film dell’orrore senza musica: sarebbe semplicemente stucchevole.

 

Com’è il tuo rapporto con le performance dal vivo?

Adoro suonare dal vivo quando salgo sul palco, ma la preparazione spesso è un po’ agitata.

 

Nel 2010, la tua cover di “Just Can’t Get Enough” dei Depeche Mode è stata inclusa nel primo volume del nostro progetto OndaDrops. Per te qual è la chiave per fare veramente propria una canzone altrui?

Cercare di non pensare alla versione originale della canzone, altrimenti ne uscirà sempre una fotocopia… In effetti ho registrato in tutto solo due cover, entrambe su richiesta. La seconda è stata “Crying Laughing Loving Lying” di Labi Siffre.

 

Se potessi collaborare con un altro artista, del presente o del passato, chi sceglieresti (e perché)?

È un po’ come sentirsi chiedere qual è la tua canzone preferita, è un’impresa impossibile… Ma adoro l’intreccio di voci maschili e femminili, per cui potrebbe essere una delle cantanti folk attuali (Laura Marling, Lisa Hannigan, Marika Hackman) o degli anni Sessanta/Settanta (Joni Mitchell, Sandy Denny). Mi piacerebbe anche una sessione di chitarra con Nick Drake!

 

C’è qualche possibilità di vederti dal vivo in Italia, prima o poi?

Al momento non ho progetti, ma mi piacerebbe molto suonare in Italia se dovesse essere possibile… non si sa mai!

 

The Mostar Diving Club
The Mostar Diving Club – Just Can’t Get Enough

(da "OndaDrops Vol. 1: Do you know the way to blue?")

[download]

Discografia
 Don Your Suit Of Lights (Chrysalis, 2009)

7

 Triumph Of Hope (Lucky Sixteen, 2013) 

7

Horizontal Hotel (BMG, 2015)

7

pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
The Great Explorers
(live, da "Don Your Suit Of Lights", 2009)
Broken And Borrowed
(da "Triumph Of Hope", 2013)
Scattered Flowers
(da "Horizontal Hotel", 2015)  
Crooked Sea
(da "Horizontal Hotel", 2015)
The Mostar Diving Club su OndaRock
Recensioni

THE MOSTAR DIVING CLUB

Horizontal Hotel

(2015 - BMG)
Una declinazione più intima per il terzo capitolo del collettivo di Damian Katkhuda

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Triumph Of Hope

(2013 - Lucky Sixteen)
Damian Katkhuda anticipa lo sbocciare della primavera con il suo folk-pop sognante

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Don Your Suit Of Lights

(2009 - Chrysalis)
La leggerezza venata di malinconia degli acquerelli folk-pop di Damian Katkhuda

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